Mezz’ora



Il nostro essere nel (e al) mondo è un fatto difficile da scorporare dallo spazio che occupiamo e abitiamo. Un tetto stabile sulla testa o una precaria stanza condivisa hanno entrambi a che fare con un senso di appartenenza instabile, perché da ogni luogo ce ne andiamo lasciandoci dietro qualcosa. I resti di un trasloco sono i resti di un relitto: diventeranno ricordi, diventeranno scrigni e bisognerà farne tesoro. Nel frattempo un augurio: trova una casa e apriti dentro.


IN COPERTINA UN’OPERA DI FRANCESCO D’ISA

di Siria Moschella

Ada tira su la zip dei pantaloni e si guarda allo specchio. Ha una canotta plissettata, lo scollo rotondo giusto sul seno, il tessuto arioso. Lo specchio è appoggiato alla parete, leggermente inclinato: la fa sembrare più alta. Senza smettere di guardarsi, fruga con le dita sul comò: centrino ricamato, fiori di ceramica, chiavi di casa – eccola – la boccetta di profumo. Se lo spruzza dietro le orecchie – da un lato e poi dall’altro – e lo spalma con le dita. Indossa un paio di anelli zigrinati, le unghie al naturale: passa le mani tra i capelli a mo’ di spazzola. Sono spessi e ruvidi – qualche strato di colore di troppo – si impigliano tra le dita insieme ai dread aggrovigliati sulla nuca. Pupa la osserva dallo stipite della porta: ha gli occhi fissi su di lei, scodinzola. «Pupa… non puoi venire con me!», un mugolio «Dai, non mi far sentire in colpa». In cucina la ciotola piena di croccantini, altri anelli sul tavolo, il tappeto da yoga sul pavimento: Ada lo scavalca sbuffando, ha lasciato il burrocacao nel taschino della borsa, Pupa la segue, le sguscia tra le gambe, una leccatina sul ginocchio. Manca mezz’ora all’appuntamento: ogni giovedì sera Elena la aspetta da Zaza, tavolino all’angolo accanto alla finestra. La prima volta che ci sono state insieme non la conosceva per niente. Ha strisciato i piedi sui gradini, si sono sedute una di fronte all’altra. Elena ha ordinato una porzione maxi di patatine e un kebab arrotolato: mangiucchiava tutto per metà, si leccava le punte delle dita, un morso ogni cinque minuti. Ada teneva la forchetta infilzata in un falafel, non riusciva a smettere di parlare: «Secondo me abbiamo visto il corrispettivo teatrale di una scream queen, se avessi avuto voglia di vedere l’ennesima ragazza ammazzata non sarei venuta a teatro. E poi non c’era nemmeno un minimo di riflessione critica sulla cosa, letteralmente una trama lineare, così, zero introspezione, praticamente a questo è venuto il solito raptus del bravo ragazzo. Che noia, ma chi l’ha messo in programmazione?». Il falafel ancora intero sulla forchetta, i capelli tirati sulle tempie, gli occhiali cominciavano a scivolare sul naso. Elena la stava guardando in silenzio, si limitava ad annuire mentre strizzava una bustina di maionese. «Ma quindi tu che ne pensi?», le ha chiesto fissandola. Elena si è pulita la bocca con il dorso della mano, il piercing sporco di salsa, «Secondo me ha fatto schifo».

Ada sorride mentre si spalma il burrocacao sulle labbra: Elena non amava i giri di parole. Torna in camera e si guarda intorno: c’è una pila di magliette abbandonate sulla poltrona, le pareti scarne, un quadro solo accanto al letto. Sono passati sei mesi da quando si è trasferita in quell’appartamento. Casa sua, per la prima volta. In una città nuova. Prima di arrivarci, aveva abitato sul divano letto di un amico, in un bilocale senza porte, in uno squat tappezzato di graffiti e serigrafie – due volte al mese c’era l’assemblea di gestione, bisognava sturare lo scarico del cesso e si litigava mangiando ciambellone vegano. Dopodiché si era spostata in un appartamento condiviso, una casa di ringhiera coi rampicanti sul ballatoio e un orto nel cortile. Quando alla casa del quartiere c’era la roda di choro, Ada spegneva le luci e apriva la finestra. Odore di citronella, vibrazioni sul pavimento: l’estate trascinava addosso stormi di rondini e il terrore di non trovarsi un altro lavoro prima di settembre.

Ada prende il mazzo di chiavi dal comò, s’infila la borsa a tracolla e si avvicina alla porta di ingresso. Pupa si accuccia sul suo tappeto rotondo, la coda bassa, uno sbuffo: «Torno prestissimo!» le dice infilandosi sul pianerottolo, un ultimo sguardo alle zampette incrociate, prima di chiudere la porta. Ancora non le sembra vero di dormire in una casa tutta sua. La cuccia di Pupa è un tappeto che da piccola teneva nella sua camera, una stanzetta col soffitto basso e la muffa negli angoli. Quando ci è stata l’ultima volta, aveva undici anni. Poche settimane dopo il primo trasloco della sua vita, è tornata in quella casa con sua madre a recuperare gli ultimi scatoloni. Si è sfilata i guanti e si è inginocchiata davanti alla scrivania, in penombra. Un piumino rosa addosso, il collo sudato: ha lasciato scorrere le dita dentro alle scatole di cartone – colla vinilica, pastelli senza punta. Il suo letto era scomparso, il mangiacassette lampeggiava ancora. L’avviso di sfratto la contaminava come un fungo parassita. Si è guardata le mani mentre racimolava tutti i pennarelli che poteva: non era mai stata così consapevole del suo corpo. Sua mamma non aveva potuto farci niente: aveva impacchettato tutti i giocattoli di Ada e si era messa a cercare un appartamento nuovo. Gli occhi gonfi, al lavoro di giorno, agenzia immobiliare di notte. «Hai preso tutto? Ce ne dobbiamo andare» le ha chiesto, braccia incrociate, spalle allo stipite della porta. Ada l’ha guardata dal pavimento, il tappeto sottobraccio, pennarelli tra le dita. «Sì».

Sta scendendo le scale di corsa, il fruscio della pelle sul corrimano, un piano dopo l’altro. Il condominio profuma di pulito: gli ultimi scalini sono ancora lucidi, sul pavimento a scacchiera c’è la luce del tramonto. Ada apre il cancello ed esce in strada. Cammina in mezzo a due file di alberi – “pericolo di caduta castagne in autunno” – due bambine sui roller le tagliano la strada, chiacchiericcio dalle panchine. Camminando, ne intravede una vuota. Erano impossibili da trovare quando ne cercava una con Matte, con le dita sporche di gelato. Finivano sempre rannicchiati sul bordo di un’aiuola, file di formiche sotto i sandali e zanzare alle caviglie. Una volta hanno litigato – non riesce a ricordare perché, una delle tante, la paura di mollarsi, le sigarette a letto – e sono usciti per non pensarci. Matte non si era nemmeno cambiato la maglietta del pigiama. Non appena hanno imboccato il marciapiede, ha sfilato il tabacco dal marsupio, il filtro tra le labbra, cartina sulla lingua. «Mi dispiace che non riusciamo a capirci» ha detto lei. «Io non capisco perché non me l’hai detto prima, cioè se stavi male me lo potevi scrivere no?» ha risposto. Ada era d’accordo, tutto sommato. È che Matte a volte spariva per giorni, il cellulare scarico, l’aperitivo dell’ufficio, la residenza artistica, la sua camicia nell’armadio, «Due messaggi ancora e poi non lo cerco più»: è difficile chiedere a qualcuno di volerti bene. «Ok, la prossima volta te lo scrivo», ha chiuso Ada. Poco dopo hanno trovato una panchina libera. Niente gelato, ma ci si sono accoccolati lo stesso. Matte ha sfilato il cellulare dalla tasca e ha aperto YouTube. «Metti Avril Lavigne» ha detto lei. Ancora per un poco, andava bene così.

Ada cammina a passo spedito. L’asfalto caldo sotto i sandali, graffiti tremolanti – “LE CASE SONO DI TUTT”. Mozziconi nelle aiuole, c’è profumo di soffritto. Un uomo in ciabatte è seduto all’ingresso del minimarket, ha i piedi screpolati, le sorride. Lei infila le cuffie nelle orecchie: sente il corpo accaldato, torpore sulle palpebre. Sei mesi fa aveva paura che l’ennesimo trasloco l’avrebbe devastata: orientarsi nel quartiere – «Dove le compro le verdure?» –, la fornitura elettrica, il medico di base. Aveva il corpo lungo chilometri, monconi rotti a diverse latitudini. Quella volta, però, aveva sospettato che sarebbe stato diverso. Mentre si accendono i lampioni – il ronzio della corrente – le ombre aguzze dei palazzi nascondono l’odore del mare, nicchie votive dentro ai muri, petali di jacaranda sull’asfalto. I pezzi di Ada si ricuciono insieme, i punti di sutura sono fitte di desiderio, non c’è più la nostalgia: è sempre stato tutto dentro.

Sorpassa il distributore di benzina, è quasi arrivata. Elena probabilmente la aspetta già da un quarto d’ora. La prima volta che l’ha vista è stato in un’aula studio, un paio di settimane dopo il suo arrivo. Stava cercando un posto in cui mettersi al computer: un’altra serata di straordinari. Google maps alla mano, zaino in spalla, ha citofonato a un centro culturale di periferia. Un drappo all’ingresso, neon blu al bancone: Ada ha pagato la quota di iscrizione e si è seduta a un tavolo di legno all’angolo. Alla postazione di fronte, sulla sinistra, una donna stava sfogliando una rivista per bambini. Teneva tra le dita gli adesivi dell’inserto speciale, le mani raggrinzite: una ranocchia incollata sull’indice nodoso, il giornale aperto sulla pagina “Crea il tuo orto!”. «Secondo me ti servono più sticker!» ha esordito una ragazza. Ada l’ha guardata avvicinarsi: la donna anziana ha alzato gli occhi, tondi di felicità. «Elena! Che mi hai portato oggi?». Lei le ha allungato sotto il naso una manciata di figurine e si è presa una sedia dal tavolo accanto. Aveva una stecca al polso sinistro, la manica del maglioncino piegata sull’avambraccio. Ada non è più riuscita a concentrarsi. Elena aveva un profumo dolce, ristagnava nell’aria. Teneva le gambe divaricate, si è messa anche lei a incollare le figurine: la lingua tra i denti per la concentrazione, un piercing sul labbro carnoso. Ada teneva la faccia nascosta dietro il computer, si stava sforzando di non guardarla troppo. Le piacevano le sue dita, le unghie corte, ogni tanto tirava fuori il cellulare dalla tasca e lo teneva con due mani, i pollici sullo schermo. Chissà che scriveva. Ad un certo punto si è alzata – Ada ha temuto l’avesse scoperta, la stava fissando da dieci minuti, adesso di sicuro le avrebbe chiesto che cosa volesse – e si è diretta alla bacheca di sughero attaccata alla parete, le mani incrociate dietro la schiena. Ada ha tirato un sospiro di sollievo. Elena ha staccato una puntina colorata e si è presa un opuscolo bianco e rosso. In copertina, c’era la foto sgranata di un uomo e una donna, un primo piano sui volti vicini, le labbra socchiuse come a volersi dare un bacio. In nero, a lettere maiuscole, c’era scritto «PASSIONE».

Ada attraversa la strada, ancora un incrocio e sarà da Zaza. Di sfuggita, adocchia un manifesto stracciato: è la locandina di uno spettacolo teatrale di quasi sei mesi prima, c’è la foto in primo piano di un uomo e una donna che stanno per baciarsi. Si chiama Passione. La sera in cui aveva visto Elena per la prima volta, al centro culturale, Ada non era riuscita a parlarci. Era tornata a casa a piedi, gli occhi a terra – sarebbe stato invadente se si fosse avvicinata per guardare quello che facevano con le figurine? Con che pretesto? Forse non avrebbero avuto niente da dirsi –, lo zaino pesante sulla schiena. Nelle settimane successive, più di una volta, aveva fatto un sospiro davanti alla locandina di Passione: c’erano gli opuscoli impilati alla cassa della libreria, i manifesti alla fermata del bus, le pubblicità che si infilavano tra un contenuto e l’altro sui social. Non prometteva niente di buono. Sembrava l’ennesima messa in scena del copione eterosessuale. In effetti, si è sentita un’idiota mentre lo guardava, fila H posto 32, ci vedeva pure male, «Mannaggia a me». A due posti sulla destra, una signora anziana dormiva a bocca aperta, la testa inclinata: le colava una riga di bava sul mento – beata lei. Aveva un cardigan scuro e un giornaletto in grembo. Ada si è sforzata di leggere il titolo, la luce fioca dello spettacolo le ha fatto strizzare gli occhi: «crea… il tuo… orto!». Ha alzato lo sguardo, una scarica di sudore freddo sulla nuca: Elena era a un sedile di distanza. Stavolta non si è trattenuta dal fissarla, gli occhi frenetici, ha visto la frangetta corta, la fronte accigliata, il piercing sul labbro – era lei veramente –, le dita intrecciate mentre guardava il palcoscenico. Ad un certo punto deve essersi sentita osservata, perché ha posato lo sguardo dritto su Ada: beccata, finita, colpita, incastrata, colta con le mani nel sacco. Elena ha sorriso: «Ciao».

Intravede l’insegna di Zaza: «Pizza Kebab», neon luccicante, sente già il profumo di falafel. La prima volta ci sono venute dopo lo spettacolo: hanno chiamato un taxi per la signora Luisa, Elena le ha stampato un bacio sulla guancia e ha guardato l’auto allontanarsi. Quando si sono sedute, Ada ha sentito il corpo pesante sulla sedia: non si era nemmeno accorta di quanto fosse stanca prima di quel momento. Il trasloco era appena finito, doveva scavalcare tre scatoloni per andare in bagno, Pupa masticava la carta da imballaggio e sputava pallotte appiccicose sotto al letto. La mattina apriva gli occhi e nemmeno riconosceva casa sua: per la prima volta nella sua vita non sapeva quando l’avrebbe lasciata. La vertigine le ha fatto girare la testa mentre guardava Elena ordinare la sua porzione di patatine e il kebab arrotolato. «Tutto bene?», aveva solo bisogno di mangiare qualcosa, tra una cosa e l’altra non aveva cenato. A volte le tornava addosso, la vertigine, mentre Elena portava Pupa al guinzaglio, la felpa legata in vita, i messaggi della buonanotte, il portone di casa sua, le bici legate insieme, il gelato al pistacchio dentro al freezer, già mangiato per metà. Finalmente entra da Zaza, la vede al solito posto e le fa un cenno: ecco la vertigine, lo spazio siderale tra i loro corpi, scariche elettriche lungo la schiena, non c’è più la gravità.
«Sono arrivata».


Siria Moschella è un’autrice e dottoranda. Ha scritto saggi brevi e racconti per diverse riviste, tra cui Il Tascabile, Senza Futuro Magazine, krill magazine e Ratpark. Il suo lavoro di ricerca è a cavallo tra design studies ed environmental humanities e riflette su scrittura, pratiche artistiche e lavoro con i materiali come luoghi di intreccio tra esseri umani e più-che-umani, in cui immaginare e praticare forme di coesistenza ecologica.

Agosto Narrativo è un progetto editoriale curato da Giulia Bocchio, realizzato quest’anno in collaborazione con il Premio Calvino.

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