“Mia moglie” e Phica.net: non è internet, ma un rituale sociale

Due casi esplosi sui social sono riusciti, ad agosto, a forzare il silenzio mediatico: il gruppo Facebook “Mia moglie” e il sito Phica.net hanno mostrato l’esistenza di una cultura online in cui il corpo femminile viene esposto, condiviso e consumato senza consenso. Ma non è il digitale il cuore del problema. È il modo in cui la maschilità si costruisce ancora oggi: nel desiderio condiviso, nella complicità predatoria, nell’uso delle donne come collante tra uomini.


in copertina e lungo il testo, Giacomo Balla, Fiamma fuggente; Ritratto di Elica Balla a 21 anni, Roma 22 marzo 1936, Asta Pananti in corso

di Alessia Dulbecco

Capita di rado che le discussioni nate sui social riescano a infrangere il muro che le separa dai media tradizionali. La maggior parte dei temi che prosperano dentro la cosiddetta bolla restano confinati lì, senza mai approdare alle pagine dei quotidiani o ai titoli dei telegiornali. Ad agosto, però, questa regola ha conosciuto un’eccezione: nel giro di pochi giorni due vicende esplose online hanno conquistato la ribalta nazionale. La prima riguarda il gruppo Facebook Mia moglie; la seconda lo scandalo di Phica.net.

Nato come spazio di aggregazione social apparentemente innocuo,  “Mia moglie” si presentava come un luogo in cui uomini avrebbero potuto condividere foto delle proprie consorti o compagne in chiave ironica o affettuosa. In realtà, dietro quella facciata si celava qualcosa di ben diverso: le immagini venivano pubblicate spesso senza consenso, sottratte alle dirette interessate o addirittura rubate a sconosciute, e accompagnate da commenti di natura predatoria. Non di rado, agli altri iscritti veniva chiesto se fossero “interessati a farci qualcosa”, mettendo le donne ritratte a disposizione della comunità maschile come merce condivisa. Lungi dall’essere un gioco goliardico (questi termini in cui ne ha parlato Rocco Siffredi), il gruppo riproduceva la logica della gogna: corpi femminili esposti al giudizio, allo sguardo e al desiderio di altri uomini, in un contesto di complicità collettiva che trasformava la violazione della privacy in rito di appartenenza. Ancora più radicata e strutturata era invece la realtà di Phica.net (noto anche come Phica.eu), un sito attivo dal 2005 che negli anni aveva raccolto centinaia di migliaia di utenti. Ufficialmente nato come spazio “sicuro” di condivisione personale, Phica era diventato un forum in cui gli uomini potevano lasciarsi andare a una narrazione collettiva del sesso, anche attraverso la pubblicazione di fotografie di donne sottratte dai social, manipolate con intelligenza artificiale o semplicemente raccolte e catalogate in vere e proprie schede, corredate talvolta di nome, cognome e dati personali. Il sito non si limitava a ospitare immagini: a fianco c’erano anche commenti denigratori e violenti, valutazioni collettive che facevano del corpo femminile un terreno di esercizio e di possesso simbolico. Solo a luglio 2025, Phica ha registrato circa 12,8 milioni di visualizzazioni: non un fenomeno marginale, ma un ecosistema florido e di massa. Eppure, esattamente come per Mia moglie – dove decine di utenti avevano già segnalato a Facebook i contenuti senza che nessuno intervenisse, finché Carolina Capria non ha acceso i riflettori con la sua pagina L’ha scritto una femmina, seguita da centinaia di migliaia di follower – anche per Phica le denunce di donne comuni e di alcune influencer erano rimaste sostanzialmente inascoltate. Solo quando sono emersi i nomi di figure politiche e pubbliche, da Giorgia Meloni a Elly Schlein, da Mara Venier, il caso ha rotto la soglia della bolla per diventare notizia nazionale. Nonostante innumerevoli segnalazioni precedenti, è servita ancora una volta la presenza di “vittime autorevoli” perché la vicenda entrasse nel dibattito pubblico.

Quando il fatto è approdato nei telegiornali, il 28 agosto, il racconto si è affidato direttamente ai volti delle giornaliste del Tg1, che hanno registrato dei videomessaggi per raccontare il proprio vissuto: hanno parlato del senso di violazione provato nello scoprire le proprie immagini esposte senza consenso. Quasi tutte hanno sottolineato come il vero problema fosse “il virtuale” che consente l’esercizio di queste dinamiche, più che la cultura sessuale maschile educata in senso predatorio. Hanno poi annunciato di aver presentato denuncia, invitando altre donne a fare lo stesso. È qui che emerge un aspetto curioso: le denunce c’erano già state, numerose, presentate da donne comuni e da alcune influencer, spesso liquidate dalle forze dell’ordine con superficialità, quando non con aperta derisione. Il nodo dunque non sta solo nel “pericolo del digitale”, ma soprattutto nell’incapacità istituzionale di riconoscere queste pratiche come violente.

L’uso delle immagini femminili con finalità sessuale non è certo un’invenzione dei social. Prima del digitale la stessa dinamica si consumava in spazi chiusi e maschili: nello spogliatoio, al bar, nei collegi o nelle caserme, davanti a una rivista passata di mano in mano o a una videocassetta vista di nascosto a casa di un amico. Erano momenti di consumo collettivo, più o meno ritualizzati, che servivano tanto a soddisfare il desiderio quanto a rafforzare il legame tra uomini. È quello che in Between Men la studiosa Eve Kosofsky Sedgwick ha definito “desiderio omosociale”: il modo in cui i legami maschili si rinsaldano attraverso lo scambio e la messa in scena del corpo femminile, ridotto a medium simbolico tra uomini. In altre parole, le donne diventano il terreno su cui gli uomini costruiscono la propria appartenenza reciproca. Oggi la logica non è cambiata: forum, gruppi Facebook e siti specializzati riproducono lo stesso schema, su una scala molto più vasta. La differenza non sta nella pratica, ma nella sua portata: la rete la rende più visibile, più virale, più accessibile e – paradossalmente – anche più denunciabile.

La scala più vasta introdotta dal digitale non è un dettaglio trascurabile, perché significa che oggi molte più donne, soprattutto quelle comuni, rischiano di ritrovarsi lese e violate senza averlo mai messo in conto. L’amplificazione della rete moltiplica l’esposizione e dunque il danno, trasformando in questione collettiva ciò che un tempo rimaneva circoscritto a un gruppo di amici o ai compagni di spogliatoio. Ed è però proprio questa visibilità che consente di definire il problema e di nominarlo come tale: i comportamenti che per secoli sono stati trasmessi attraverso commenti o affidati a riti effimeri e circoscritti, oggi lasciano tracce, circolano, diventano prova. Il digitale problematizza (nel senso foucaultiano) la violenza, costringendo la società a confrontarsi con pratiche che prima non venivano nemmeno percepite come tali.

Giacomo Balla, Fiamma fuggente; Ritratto di Elica Balla a 21 anni, Roma 22 marzo 1936, Asta Pananti in corso

Il digitale viene spesso raccontato come il vero colpevole, il terreno tossico che permette queste derive eccezionali. In realtà, chiudere un sito o oscurare un gruppo non fa sparire la pratica: la sposta altrove (quel laconico “a presto”, scritto nel messaggio di chiusura dagli admin di Phica, lascia intravedere questa eventualità) magari in spazi ancora meno intercettabili. Ne è una prova il fatto che pochi giorni dopo la chiusura del sito, a Bologna, sui muri di Portici di San Luca sono comparse scritte sessiste e violente che ripropongono la stessa logica di possesso e disprezzo, solo in una scala più ridotta quanto a visibilità. La vicenda si è “risolta” solo quando alcune ragazze, riconoscendo i propri nomi e numeri di telefono tra quelle scritte, hanno sporto denuncia dandone comunicazione sui social, fatto che ha spinto la Curia a farle cancellare dai suoi operai.

Il rischio è che, nell’indicare il “virtuale” come nemico, si finisca per guardare il dito e non la luna, cioè il modo in cui a livello sociale si esplicita la sessualità maschile. Detto questo, non si può ignorare che la rete abbia un problema enorme: la logica della condivisione denigratoria, che amplifica all’eccesso ciò che un tempo restava confinato tra pochi uomini. Commenti, immagini e l’espressione del proprio desiderio (su questo punto torniamo tra pochissimo) non circolano più in ambienti circoscritti ma diventano patrimonio comune, moltiplicati per centinaia di migliaia di utenti. È questa amplificazione che rende la violenza più devastante e capillare: un meccanismo che non si limita a esporre le donne, ma le trasforma in oggetti di consumo collettivo, in carburante per la coesione maschile.

Il nodo del desiderio non è affatto da trascurare: bisogna chiedersi se le politiche restrittive che oggi si invocano mirino davvero a rendere l’ambiente digitale più sicuro – e fino a che punto sia possibile farlo a colpi di regolamentazioni – oppure se, più o meno implicitamente, non finiscano per intervenire sui desideri stessi. È un passaggio rischioso, perché un simile approccio presta il fianco a politiche conservatrici che, in nome della sicurezza, finiscono per restringere la libertà individuale di immaginare ciò che ci eccita, alimentando un clima già intriso di pulsioni autoritarie. Un clima che, per di più, si innesta su una società di per sé profondamente sessuofobica, dove il desiderio è spesso guardato con sospetto e normalizzato solo se rientra in schemi rigidi di accettabilità. A parere di chi scrive il problema non è vietare ciò che gli uomini pensano o desiderano (cosa peraltro impossibile), ma interrogare il modo in cui quei desideri vengono formati (perché il piacere maschile sembra vincolato alla prevaricazione e alla violenza?), normalizzati e condivisi dentro la cultura maschile.

Il cuore del problema sta in questa pedagogia della virilità. Forum e siti come Mia moglie o Phica sono spazi (problematici) in cui si mettono in pratica lezioni apprese altrove, nella conferma reciproca tra uomini, nel riconoscimento che ciascuno riceve dal gruppo quando si conforma alle regole implicite della maschilità. Dal bar ai forum online, lo schema è sempre lo stesso: le donne sono ridotte a carne a disposizione, mentre il gruppo maschile funge da platea che giudica, autorizza, rinforza. Il porno non consensuale e la condivisione di immagini intime a scopo denigratorio e violento funzionano così da rito di appartenenza, da collante che tiene insieme uomini diversi attraverso un linguaggio comune di possesso e disprezzo. In questo senso, non si tratta tanto di un fatto privato o psicologico, quanto sociale e politico. Come sottolinea Olive Gazalé ne Il mito della virilità, siamo dentro un viriarcato che impone alla virilità una prova continua. Gli assiomi su cui si radica la performance di genere – “dimostrare, drizzarsi, entrare, bagnare, vantarsi” – costituiscono un dispositivo normativo che precede di gran lunga il digitale e che oggi i social non fanno che amplificare. In termini sociologici, direbbe Raewyn Connell, è la maschilità egemone a organizzare sia la gerarchia tra uomini sia la subordinazione del femminile: si apprende per appartenenza al gruppo, e contro qualcuno. E se, come ricordano Lucile Peytavin e Ginevra Bersani Franceschetti ne Il costo della virilità, i ragazzi sono socializzati fin da piccoli a competizione, aggressività e dominio, è purtroppo un fatto che gli spazi maschili diventino palestre di addestramento identitario, luoghi in cui si prova e si replica la stessa grammatica: possesso, derisione, esposizione del corpo femminile all’uso collettivo. Per questo intervenire a valle – chiudere siti, oscurare gruppi, richiedere regole di accesso più stringenti – è un palliativo. La soluzione non può che trovarsi a monte: educazione sessuale che espliciti la dimensione relazionale del desiderio, modelli alternativi di maschilità che non abbiano bisogno di cementarsi contro le donne, una vera decompressione della virilità intesa come performance predatoria da esibire agli altri uomini.

Mia moglie e Phica.net non sono anomalie digitali, ma la versione iper-visibile di rituali antichi. La tecnologia non inventa nulla: rende più ampio, più rapido e più tracciabile un copione che da secoli si ripete negli spazi maschili. Il problema non è internet, ma il fatto che ancora oggi l’identità maschile continua a costruirsi intorno al corpo delle donne come oggetto di scambio, terreno di prova e moneta simbolica. Finché non si interviene su questo meccanismo culturale, finché non si decomprime la virilità dalla sua supposta funzione predatoria, ogni chiusura resterà un’illusione temporanea: spento un forum, se ne aprirà un altro.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza. Nel 2023 ha pubblicato “Si è sempre fatto così: spunti di pedagogia di genere”, edizioni tlon.

1 comment on ““Mia moglie” e Phica.net: non è internet, ma un rituale sociale

  1. La società si è trasformata a velocità inaudita. Questo vale anche per le modalità con cui si esercita l’egemonia maschile. Sarebbe interessante indagare sugli elementi di rottura. Continuità col sessismo del tempo che fu o rifugio di maschi in crisi, in avanzato stadio di alienazione, atomizzati e svirilizzati?

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