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In copertina, elaborazione da un’opera Di Arnoldo Ciarrocchi, courtesy Pananti
di Silvia Colombo
Un mattino – inaspettatamente, ingiustificatamente – una crux desperationis sulla porta di casa; il messaggio non può essere frainteso né ignorato: bisogna andare, lasciare tutto, cambiare aria e dunque, ipso facto, identità.
Così si apre il nuovo romanzo di Michele Mari, e ci lascia abbastanza bruscamente in un’atmosfera perplessa e incredula, su un sottilissimo crinale tra incubo, psicosi, realtà.
Perché, al solito, il locus desperatus di Mari non è solo corruzione testuale, passo di una trama cerebrale, ma anche avanzamento in uno spazio corporeo, materializzazione delle inquietanti interferenze della letteratura con la vita, delle incursioni del mostruoso filologico nell’aporia dell’esistenza organica. E ogni riferimento a questa commistione, alla potenza simbolica delle parole e delle cose, è qui più che mai esibito e travolgente.
Quello attraverso cui siamo condotti è il vorticoso avvitamento in un processo di espropriazione e sdoppiamento – che è poi una moltiplicazione – di piani e di identità, di cose, cose precise e precisamente chiamate per nome, e di pensieri; ché se non sono almeno gli oggetti a persistere e a garantirci, quantomeno come loro possessori, che cosa lo fa?
Dunque con arte barocca ma precisissima, sfragistica (come se solo l’iperletteraria opulenza delle parole potesse tenerci dal vuoto animale che ci alberga dentro), veniamo sprofondati nell’abisso di un luogo quotidiano, quale è la nostra casa, o il nostro cosiddetto io, che si fa estraneo, profanato, alienato da creature delle quali fino ad allora si ignorava la presenza, creature che soggiacevano e ora rodono, e portano via, che subdolamente aggrediscono e scindono e dissipano il nostro piccolissimo mondo. Fino allo scontro finale, combattuto a suon di etimologie e paretimologie, associazioni mentali, rituali esotico-spiritali e citazioni che spaziano dal pop all’erudito – ma di un’erudizione beffarda e scanzonata –, dal mai freudianamente casuale design, al noir, al comic, all’etnologico, dai ricordi d’infanzia alle suggestioni accademiche.
Tutte le cose che sono una persona.



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