Il mito dell’uomo solitario è da aggiornare


I grandi eremiti sono davvero solitari come dicono?


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon sotto licenza Creative Commons)

di Raja Halwani

I solitari sono affascinanti. Henry David Thoreau, Walden Pond o i monaci buddisti che si ritirano nel loro eremo, ma anche gli eroi letterari come Robinson Crusoe; sono tutte figure romantiche, dei sopravvissuti di successo. Vivono nella natura selvaggia e il loro apparente trionfo è frutto di grinta, ingegno e fiducia in se stessi.

Uno dei motivi per cui questi personaggi sono affascinanti è che, ironia della sorte, sono rassicuranti. Danno l’impressione che chiunque potrebbe sopravvivere in solitudine e questo risulta confortante. Questa rassicurazione può essere riassunta nella dichiarazione del personaggio di dottor Stockmann, che, alla fine di Un nemico del popolo (1882), dopo esser stato perseguitato dagli abitanti della città per aver rivelato che le terme per i turisti erano contaminate, dice: ‘L’uomo più forte del mondo è colui che sta più da solo.’

I grandi solitari incarnano un’idea di liberazione dai capricci e dallo stress della vita in società. Come esseri umani, siamo vulnerabili agli stati d’animo altrui, alle inclinazioni, ideologie e percezioni, conoscenza e ignoranza. Siamo vulnerabili alle convenzioni, alle politiche e le gerarchie della nostra società. Abbiamo bisogno del supporto del prossimo e spesso del suo aiuto al fine di ottenere ciò di cui abbiamo bisogno. In giovanissima e in tarda età siamo talmente vulnerabili che siamo felici solo se altre persone scelgono di prendersi cura di noi.

Non stupisce quindi il successo di Robinson Crusoe, uno dei romanzi più noti della storia; c’è del conforto nell’estrema autonomia dell’eremita. Ma questa immagine romantica della vita eremitica poggia su un’idea sbagliata sia delle circostanze che sulla natura dell’isolamento sociale.

Gli eremiti famosi, sia nella vita reale che nelle fiction, sono sempre di sesso maschile. Solitamente sono giovani, sani e in forma, single e senza figli. Si tratta di un modello di autosufficienza che solo pochi possono permettersi di emulare. Oltretutto nelle loro storie troviamo le prove che non sono del tutto autosufficienti. Il celebre Walden Pond di Thoreau dista solo un’ora di cammino da Concord, nel Massachusetts e Thoreau ha visitato la città regolarmente durante i suoi anni in ritiro. Inoltre teneva sempre tre sedie pronte per gli ospiti (una sedia per la solitudine, due per amicizia, tre per la società), e ha osservato che a volte ci furono fino a 25 o 30 anime sotto il suo tetto.

I monaci buddisti, anche se a volte rimangono in silenzio per  interi mesi, sono supportati e alimentati dai loro discepoli e dai laici. Inoltre subiscono anni di formazione prima di ritirarsi in solitudine, molti dei quali si concentrano sulla coltivazione di stati mentali profondamente sociali e aperti, come la compassione, l’amorevolezza, la gentilezza e la gioia per la felicità degli altri.

Anche il dottor Stockmann di Ibsen disegna sua moglie e sua figlia vicino a lui, mentre dichiara trionfalmente che l’uomo più forte è colui che sta più da solo.

Un eremita del mondo reale che sembra diverso è Richard Proenneke, un carpentiere militare in pensione e naturalista dilettante, che ha vissuto da solo a Twin Lakes, in Alaska, per quasi trent’anni. Lì registrò la sua vita con un video che è stato poi utilizzato per il documentario Alone in the Wilderness (2004). Ogni tanto, Proenneke riceveva rifornimenti grazie a un pilota di piccoli aerei, ma, durante l’inverno, la sua casetta al Twin Lakes era spesso irraggiungibile, lasciandolo completamente solo.

Naturalmente, Proenneke, come tutti i grandi solitari, aveva sia un solido insieme di competenze socialmente acquisite, che resero possibile una vita solitaria, sia uno sfondo di natura selvaggia, rigogliosa e difficile.

La natura selvaggia non è solo una fonte di stimoli sensoriali, ma anche di socialità tra specie. In mezzo alla natura i grandi solitari trovano compagnia. Proenneke aveva un uccello come animale domestico e osservò i movimenti di molte altre specie. Robinson Crusoe aveva un cane, due gatti, delle capre e un pappagallo, e più tardi un compagno umano, Venerdì. E un altro personaggio simile a Crusoe, il dodicenne fuggiasco Sam Gribley, protagonista del romanzo per bambini di Jean Craighead George My side of the mountain (1959), prende un piccolo di falco dal nido, lo addestra e lo chiama “Frightful”, cioè “pauroso”. Sam adotta anche una donnola semi-addomesticata, che chiama il Barone.

Lo stesso tipo di antropomorfizzazione c’è in Cast Away (2000) film in cui Tom Hanks, che sembra essere privo di ogni contatto con animali su un’isola deserta, trova un amico in una palla da pallavolo dandole un volto, chiamandola Wilson, e finendo per soffrire tantissimo della sua perdita.

L’isolamento vero non è affatto romantico. Di fatto è molto peggio dello stress della vita sociale. Al contrario del successo di Proenneke, addestrato militarmente, l’inesperto escursionista Christopher McCandless è morto di fame in Alaska nel 1992, dopo essersi avventurato nella natura selvaggia da solo e con pochi rifornimenti. Una vittima della fantasia dell’eremita nella natura selvaggia.

Inoltre, i casi di persone che hanno subito un isolamento sociale indesiderato – tra i quali i giornalisti statunitensi Jerry Levin e Terry Anderson, che vennero tenuti in isolamento in Libano come prigionieri politici da parte di Hezbollah nel 1980 – sono strazianti. Un altro prigioniero politico, Shane Bauer, che è stato tenuto in isolamento per 26 mesi in Iran, ha descritto l’orrore assoluto della sua esperienza e il suo disperato desiderio di ristabilire un contatto con altre persone, finanche con i suoi rapitori.

Tali riscontri sono confermati da una mole crescente di prove in campo psicologico, che sottolineano come il contatto umano, l’interazione e l’inclusione siano di fondamentale importanza anche solo per raggiungere una vita minimamente decente e, ancor di più, per raggiungere il benessere personale. Nella maggior parte dei casi, abbiamo bisogno l’uno dell’altro; non siamo in grado di prosperare e nemmeno di sopravvivere senza il nostro prossimo. Questi bisogni fondamentali sono la base di una serie di diritti che trascuriamo, anche se non dovremmo, compreso il diritto di far parte di una rete di relazioni sociali.

Nella nostra cultura occidentale individualista, dove l’immagine romantica del grande solitario prevale, ci vorrà qualche sforzo polemico per dimostrare che dovremmo adottare un modello diverso di ‘uomo più forte’. Potremmo iniziare con il pensiero che la vera forza sta nell’esporre noi stessi al dolore e alla sofferenza altrui, nell’essere aperti all’intimità e nell’essere attenti alle esigenze, speranze e sentimenti altrui. La persona più forte potrebbe benissimo essere quella che si rende vulnerabile ad altri, pur essendo determinata a sopravvivere e diventare una persona migliore. La persona più forte del mondo è colei, o colui, che è più connesso col resto dell’umanità.


Kimberley Brownlee è professoressa associata di filosofia legale e morale presso la University of Warwick in Coventry, UK. Il suo ultimo libro è  Conscience and Conviction: The Case for Civil Disobedience (2012).
Traduzione italiana di Enrico Pitzianti. In copertina un fotogramma da “Grizzly Man” di W. Herzog.

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1 comment on “Il mito dell’uomo solitario è da aggiornare

  1. L’analisi è molto interessante.

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