Molti si alzeranno dai sepolcri

«Sopra l’asfalto c’era un tappeto di rami d’abete, strappati dal vento della sera prima. Quella notte Pietro non aveva dormito neanche un minuto. …»


IN COPERTINA e nel testo, un’opera di Nikolaj Rerich

di Andrea Cassini

La jeep rotolava sulla statale, ma le ruote vibravano come se fosse una mulattiera. Sopra l’asfalto c’era un tappeto di rami d’abete, strappati dal vento della sera prima. Quella notte Pietro non aveva dormito neanche un minuto. All’alba, comunque, il cielo si era calmato; grigio, ancora un po’ violaceo ai bordi, ma era fermo. Appena il vento era calato, Pietro era uscito per constatare i danni. Casa sua aveva perso la grondaia, e qualche attrezzo lasciato fuori dal capanno era andato smarrito, lanciato forse oltre il confine. Sull’erba corta del giardino c’era il tetto scoperchiato della casa dei vicini: a loro era andata peggio. Aveva messo in moto la jeep ed era partito, alla sua destra il Monte Ferro, arcigno anche se mezzo nascosto dalle nuvole, alla sua sinistra il giovane Piave, straboccante d’acqua, una carovana di pezzi di legno che correvano verso valle, verso Longarone. Era come se lassù alle sorgenti, sotto il Peralba, ci fosse un vascello che aveva fatto naufragio; e poi la santabarbara era esplosa.

Dopo la galleria, la svolta a destra, la gola che si chiudeva e poi si riapriva arrampicandosi verso la Val Visdende. Non era l’unico ad aver avuto l’idea di andare a controllare il bosco. In cima c’erano un camion e un trattore che aprivano la strada dai detriti e salivano piano tra i contrafforti di pietra. Dietro, una fila di fuoristrada come il suo. Avrebbe saputo dire il nome di ogni conducente senza neanche guardare la targa. Boscaioli. Tutta gente di Sappada, qualcuno di Santo Stefano. Tutti con il pianale carico di attrezzi per cominciare a lavorare. Pietro teneva i finestrini abbassati, stava in ascolto per nuove raffiche di vento, e ogni fruscio gli faceva temere una scossa di assestamento. La tempesta della sera prima era stata strana, innaturale. Chiuso dietro le finestre sprangate, gli era sembrata più simile a un terremoto; a un gigante che stringeva le case nel pugno e le sconquassava per divertimento. Quando doveva fermare la jeep prima di un tornante, si sporgeva fuori con la testa e guardava dietro, dall’altra parte del Piave. Sui pendii intorno al Passo della Digola, tra i sempreverdi all’ombra acuminata del Siera, c’erano macchie grigie di tronchi schiacciati – non divelti e sparpagliati, come fa un uragano. Erano le impronte dei piedi di quel gigante.

Quando fermò la jeep nella radura di Pra Marino, l’alba era diventata mattina. I pascoli erano intatti, muti senza le mucche e i cavalli estivi, ora chiusi nelle stalle; all’erba corta, del resto, non importa niente del vento. Sulla corona di boschi che saliva in quota prima di diradarsi negli alpeggi e infine nei picchi rocciosi, c’erano invece altre impronte di gigante, larghe e rotonde: alcune strabordavano sulla radura, e lo spostamento d’aria aveva sdraiato staccionate e cataste di legna. Scese dalla jeep e l’aria era pesante, bagnata. Gli calò sulle spalle come un mantello.

Che roba, eh?, gli disse Franz. Aveva la barba lunga, più bianca che grigia, e aveva parcheggiato il Defender malandato accanto a lui.

Già.

Tutto a posto, a casa?

Sì. Da te?

Mh. Abbastanza bene. Ci sarà da lavorare.

Franz aveva già in mano la motosega. Prima di imbracciare la sua, Pietro aveva tirato fuori l’orologio dal taschino della camicia. Glielo aveva lasciato suo nonno; aveva la cassa in legno, intagliata dal nonno in persona, e fino a quel giorno non si era mai fermato. Segnava ancora le dieci della sera scorsa, bloccato al cuore della tempesta. Non era un buon presagio. Alzò la testa per vedere se le nuvole avessero cominciato a correre, se in quota fosse tornato il vento forte. Non si sentiva tranquillo. Non era un tipo religioso, ma aveva paura che la tempesta fosse una punizione dal cielo e che non sarebbe finita finché non avessero capito qual era la loro colpa. Continuava a guardare gli abeti rossi schiacciati e ripensava alla catasta di ceppi che teneva dietro casa, sotto la tettoia, squadrati e allineati nello stile di Sappada. Anche quella geometria gliel’aveva insegnata suo nonno.

Mai vista una cosa del genere, eh?, disse Franz.

Mh.

L’ultima volta fu cent’anni fa, o poco più. Così dicono. Io mica c’ero.

Nessuno di quelli che viveva a Sappada oggi c’era. Suo nonno, lui sì. Era morto un anno prima.

*

La guglia di pietra bianca del Peralba bucava le nuvole e le sfilacciava. Ne restava solo qualche straccio a coprire la cima, dove si nascondevano gli austriaci. Pioveva da quasi una settimana, negli ultimi due giorni era venuta giù a secchiate, e Piero si era preparato al maltempo: quel mattino però l’aria era ferma. Pesante come un mantello, ma ferma. I pascoli accanto alle sorgenti del Piave erano diventati un acquitrino e lui sprofondava con gli scarponi.

Meno male ha smesso, disse Toni. Lo accompagnava in spedizione insieme al suo mulo. Piero non avrebbe saputo dire chi fra i due fosse il suo migliore amico.

Ancora un po’ di pioggia, continuò, e laggiù a valle il Piave si portava via tutti i ponti. E allora sì che non passava più nessuno.

Piero sorrise sotto il berretto.

Meno lavoro per noi. Se l’acqua passa gli argini, non c’è più il fiume e non c’è più il confine.

Ma la guerra c’è lo stesso, stai tranquillo.

La guerra c’è lo stesso, sì, fece Piero. Rivolse la riflessione al mulo, ma quello commentò con un’occhiata spenta.

Le sentinelle dicevano che i Kaiserjäger avevano approfittato della pioggia e della nebbia per allontanarsi dal Peralba con un distaccamento e provare a riprendersi il Volaia, a est. Li avevano visti dal Passo Giramondo, s’inerpicavano come formiche sul massiccio a forma di panettone. Anche le portatrici, mentre salivano con le ceste di rifornimenti verso la prima linea, avevano visto del movimento nelle forze austriache. Era una trappola? Un’esca? Un invito a scambiarsi territori e bandiere per l’ennesima volta, spargendo qualche altra decina di cadaveri finché la carne per sfamare i cannoni non sarebbe finita? O avevano davvero lasciato sul Peralba soltanto una guarnigione ridotta? Piero era lì per controllare. Ma era difficile vedere la cima con quegli stracci di nuvole, e poi gli austriaci si erano nascosti bene. Lui e Toni camminarono ancora un po’ verso ovest, teneva il mulo per le redini, s’infilarono in un sentiero scavato dalla pioggia, sotto gli abeti rossi per non farsi vedere dal nemico. Era scesa così tanta acqua che gli abeti avevano perso il profumo. Piero consultò l’orologio che teneva nel taschino, con il quadrante bianco e la cassa d’ottone. Decise che avevano già perso troppo tempo.

Io salgo. Guardava il mulo, ma parlava a Toni.

No che non sali.

Sì. Dal versante ovest. Faccio il giro da dietro, dovrei riuscire a vederli. È l’unico modo.

È l’unico modo per finire sfracellato, sì.

Macché. Piero diede una pacca sulla groppa del mulo. Ho lui.

E se ti trovano e ti sparano dove scappi, in fondo al dirupo?

Se mi sparano, pensò Piero, sarà la volta buona che questa faccenda finisce e me ne torno a Sappada, da vivo o da morto non m’importa più, mi basta rivederla prima che gli ufficiali la facciano evacuare per paura che fraternizziamo col nemico, siccome parliamo anche noi tedesco – e invece io sono qui a combattere ogni giorno, e le portatrici fanno su e giù per la montagna ogni giorno, tutto per la faccenda di questa guerra. Ma non lo disse. Si limitò a tastare la canna del fucile appeso alla schiena e a stringere il manico del coltello che portava alla cintura, come a dire che aveva i mezzi per difendersi.

Tu resta qui. Continua a sorvegliare la cima, magari vedi qualcosa, disse Piero, e montò in sella.

Macché. Vengo anch’io.

Resta qui, ti ho detto.

Piero spronò il mulo e l’animale s’incamminò verso ovest, dove il sentiero si stringeva, ma Toni trottava ancora alle loro spalle.

Piero?, lo chiamò.

Che c’è?, rispose senza voltarsi

Ci pensi mai a dove vanno a finire tutti quelli che muoiono? Quelli nelle trincee, ammazzati dai cannoni, dai fucili… Vanno sottoterra, lo so, ma dico, quanti ce ne possono stare, di uomini, sottoterra? È un po’ come la pioggia. Se è troppa, dopo un po’ esce fuori, ci sono le inondazioni, le frane. Noi le stiamo imbottendo di morti queste montagne, Piero.

Piero immaginò una valanga e i soldati morti che uscivano da sotto i sassi come un fiume rosso che rompe gli argini, e poi si drizzavano in piedi tutti cuciti insieme, austriaci e italiani, un enorme fantoccio di cadaveri, un burattino di soldati con i comandanti che muovevano i fili. Un gigante. Cominciò a ripetersi nella testa una preghiera a Maria. Il dio della montagna, il dio della guerra, sapeva essere un padre severo. Forse li stava punendo tutti quanti; anche se non capiva quale fosse la colpa di loro soldati semplici e come fare a lavarla, aveva fede che la madre dolce, piena di grazia, l’avrebbe perdonato.

A Toni non disse nulla di tutto questo. Diede un altro colpo di talloni al mulo.

Bravo, disse, bel tentativo, ma non mi fermerò a chiacchierare. Ragionaci da solo mentre resti qui a sorvegliare la montagna. Non serve a niente che rischiamo in due.

No. Vengo con te.

Proseguirono in silenzio e svoltarono dietro la schiena del monte. Sotto il versante ovest, la Val Visdende era un mare verde scuro. Prima c’era una corona di alpeggi, poi una fascia di abeti e in fondo i pascoli pianeggianti. Toni veniva da lì, dal Comelico, parlava veneto anche se era nato a due passi da Sappada, da casa di Piero. Gli altri soldati erano coscritti su base nazionale, li spedivano in tutta Italia per evitare che disertassero e scappassero dalla famiglia, ma gli alpini no, li chiamavano di valle in valle. Perché della fedeltà dei montanari ci si poteva fidare.

Fu solo allora che Piero si voltò.

Da quanto tempo non vedi tua moglie e tua figlia?

Allora Toni si fermò, mugugnò un saluto e tornò a nascondersi dietro gli alberi. Piero si lasciò Toni alle spalle e in breve fu oltre il limite del bosco, fuori dalla macchia di abeti. Il sentiero non c’era più: al suo posto, una traccia da disegnare tra la terra rossastra, gli speroni di calcare e le radici degli arbusti. Il mulo però avanzava come se sapesse già dove mettere gli zoccoli; non ciondolava nonostante il peso che portava sui fianchi. Piero lo carezzò sulla criniera nera, come la penna del suo berretto, e rise per quelle orecchie lunghe da asino; quella di destra penzolava, mezza storta. Ogni tanto toglieva una mano dalle briglie e si piegava per affondare le dita tra i cespugli spinosi di ginepro e pino mugo, bassi tra le pietre. La pioggia aveva annacquato anche il loro profumo, ma Piero pensò ugualmente alla grappa, al sapore dolciastro del dragoncello, alle pigne da raccogliere in primavera quando erano ancora verdi. Poi, salendo sul versante, scomparvero anche le ultime chiazze di verde: c’era una parete di calcare dove si poteva procedere soltanto a serpentina, e sui fianchi dei canaloni ancora più ripidi. Lì il mulo scivolava. Era come se tutta quella pioggia fosse colata nel suolo poroso, e ora le pietre galleggiassero su uno strato d’acqua. Piero fece cenno al mulo di andare piano, di fare con calma. Quando alzava la testa non vedeva traccia del nemico, nessuna sagoma scura con la divisa dei Kaiserjäger. Doveva però combattere ogni volta un moto di vertigini, però, perché era come osservare la cima di un campanile dalla base; sembrava che la vetta triangolare del Peralba stesse per cadergli sopra.

Poi arrivò il vento, e la cima del Peralba cadde davvero. Si accartocciò. I sassi bianchi gli grandinavano sulla testa. Il mulo nitrì e si girò verso la discesa, il vento lo spingeva alle spalle e lui puntellava le zampe anteriori. Piero smontò al volo dalla sella, una mano a tenersi fermo il berretto. Non era un vento che andava a folate. Non sibilava e non fischiava. Era un’enorme mano invisibile che lo spingeva. Piero si accucciò e si aggrappò alla pancia del mulo: insieme cominciarono a scivolare verso il fondovalle. L’importante era restare dritti, tenere calmo il mulo, scendere senza rotolare giù per la scarpata. E sperare di non prendersi un sasso sulla testa. Poi ci fu il frastuono di mille alberi che cadevano di schianto, sdraiati al suolo in un’unica direzione. Nel mare verde scuro della Val Visdende comparivano una dopo l’altra macchie di legno grigio, sinistra, destra, sinistra, destra, cadenzate come passi in marcia, e ogni passo era un boato che faceva traballare il monte. Le macchie di alberi caduti erano rotonde, impronte di piedi in parte umani e in parte di bestia. Quel gigante era invisibile, pensò Piero un attimo prima di precipitare giù a valle, perché i corpi dei soldati morti li avevano nascosti sottoterra, sperando che il tempo li dimenticasse. Eppure, il gigante era lì.

*

Pietro, come gli altri boscaioli, era andato lì in ricognizione soltanto per valutare i danni. Per ripulire davvero la valle avrebbero avuto bisogno di mezzi migliori, di molta più manovalanza, di gente dall’Austria che veniva con i camion a comprare il legno, e soprattutto di un piano da seguire e di tanta pazienza, perché una foresta non ricresce in un giorno e gli uomini non sono fatti per ragionare con i tempi degli alberi. Tuttavia, siccome erano lì, cominciarono subito a lavorare. Cercavano i tronchi caduti più vicini alla strada, li tagliavano a pezzi, li portavano via con i trattori o sui cassoni dei fuoristrada. In breve il silenzio della valle si era riempito del ronzio delle motoseghe, come tanti insetti che rovistavano tra le rovine della foresta in cerca di cibo. Pietro aveva gli occhiali appannati dalle nuvole di segatura e le orecchie ovattate dalle cuffie. A un certo punto fermò il motore e si allontanò dagli altri, si infilò nel bosco seguendo le macchie di alberi caduti, le orme del gigante. E ritrovò quel silenzio umido, quell’aria ferma. Scrutava l’orologio nel taschino, ma non aveva ancora ripreso a ticchettare. Non c’era un animale in giro, persino gli uccelli stavano zitti. Pietro non si fidava. Neanche quelli della regione e della protezione civile si fidavano, non erano ancora partiti con gli elicotteri per sorvolare la scena. Il cielo si stava aprendo, era vero, in cima alla valle s’intravedeva la parete ovest del Peralba, aguzza e bianca di calcare: ma non c’era da fidarsi di quel cielo, era come se la valle attendesse ancora la scossa di assestamento dopo il terremoto. Poi arrivò il vento, proprio mentre stava per riaccendere la motosega. Si sentì spingere via da una mano invisibile. Si abbassò sulle ginocchia, provò a chiamare gli altri con un grido, ma era da solo. Di sicuro non lo sentivano, nell’improvviso frastuono del vento. Pensò di tornare alla jeep, ma aveva paura. Sarebbe dovuto passare in mezzo a una macchia di abeti pericolanti, con le radici fragili e invischiate nel fango. Se il gigante avesse deciso di poggiare il piede proprio lì, avrebbe schiacciato anche lui. Allora si acquattò a terra, nel cimitero di aghi già ingialliti. Gli schiaffi del vento sembravano colpi di cannone. Alzò gli occhi sul Peralba e gli sembrò di vedere sbuffi di polvere da sparo, schegge di proiettili, briciole di calcare. Erano fortini di guerra, quelle casupole che vedeva sulla cima? Erano soldati colpiti e uccisi, quelle sagome che rotolavano sul dirupo, nere e piccole come formiche? Gli alberi intorno a lui tremavano, cigolavano, si spogliavano di rametti e pigne, ma non cadevano. Forse il gigante stava solo soffiando, o stava proseguendo il cammino in un’altra direzione. Tra le frustate del vento, poi, Pietro sentì una voce. Prese coraggio e si alzò in piedi, muovendosi controvento, la camicia larga che gli faceva da vela, la motosega che lo rallentava eppure se la portava dietro – era il peso dell’abitudine. Non poteva essere Franz o un altro dei boscaioli: la voce veniva da nord, dal fitto del bosco. Lui era l’unico che si era addentrato, gli altri erano rimasti a lavorare intorno alla radura. La voce chiamava e chiedeva aiuto, parlava un po’ in tedesco, un po’ in sappadino, un po’ in friulano, un po’ in italiano. La seguiva con il fango alle caviglie e facendosi largo a spallate fra i tronchi obliqui, si avvicinava, e più si avvicinava e più la sentiva forte, ma anche – non sapeva spiegarsi come – lontana. Un escursionista, pensò. Uno che aveva avuto la sciagurata idea di visitare la Val Visdende a fine ottobre, nel pieno della pioggia, e poi era rimasto sorpreso dalla tempesta. Ma se era un turista, come mai parlava come uno del posto?

Resta fermo lì, sto arrivando, disse, e gli sembrò che il vento lo aiutasse spingendo verso nord la voce.

Mi senti? Sei ferito? Riesci a muoverti? Da dove vieni? Per quanto si sgolasse, non udiva nessuna risposta. Era come se il disperso fosse sottoterra, o in cima a un albero, o dietro una porta chiusa. Poi la voce che chiedeva aiuto sembrò affievolirsi, ridursi a un mugolio, a un canticchiare, e Pietro si arrese. Avrebbe proseguito la ricerca alla fine delle raffiche, continuando in quel modo si sarebbe perso anche lui. Era finito in mezzo a una macchia di abeti abbattuti, conficcati nel fango. C’era un unico albero che era rimasto in piedi. Vacillava e pareva uno scheletro, denudato dei rami più sottili e di gran parte degli aghi. La base, però, era quella larga degli alberi vecchi. Il tronco non cedeva. Si sedette e vi si appoggiò con la schiena, con il viso rivolto a nord, al Peralba. Chissà se quell’albero era sopravvissuto anche all’altra tempesta, quella di cento anni prima. Se lo immaginò come un soldato, messo al muro insieme ai compagni per la fucilazione, che abbandona la vita ma non l’onore. Pietro prese l’orologio, passò il dito calloso sulla cassa di legno, poi sul vetro scheggiato. Le lancette erano ancora ferme. Dall’altro lato del tronco gli parve di sentire il nitrito di un cavallo. Il mugolio di quella voce lontana che diventava un sussurro, una preghiera, una canzone.

*

Il mulo si tirò fuori dal letto di aghi d’abete e rami spezzati, scalciando e soffiando dalle narici spalancate. Andò a svegliare Piero, tumulato sotto i tronchi, lo toccò con lo zoccolo e poi prese a mangiucchiargli la giubba, tirandolo con i denti piatti. Anche Piero si alzò. Prima in ginocchio, poi in piedi. Si tastò le gambe e le braccia, poi fece lo stesso con le zampe del mulo, per quel poco che glielo permise prima di ritrarsi sbuffando. Si sentiva le costole incrinate e lo stomaco tumefatto, ma in qualche modo erano rotolati giù dal Peralba fino alla Val Visdende ed erano rimasti illesi. E aveva ancora il berretto in testa, con la piuma nera, di corvo, dritta di lato. Gli uccelli non cantavano e non volavano nella tempesta, ma il vento aveva fatto travolto qualche nido. Si vedevano piume e penne, marroni, bianche, tigrate, sollevate a mezz’aria in mulinelli. Piero pensò ai berretti di sottotenenti, capitani e maggiori, che avevano pregiate piume d’aquila e d’oca, o a quelli dei bersaglieri con il piumetto di gallo d’India. Quelli, se cadevano in guerra, non finivano dimenticati in una fossa comune. Il gigante che stava distruggendo la foresta era fatto dei corpi dei soldati semplici, quelli che nessuno avrebbe mai reclamato. Diede una pacca sul dorso del mulo e si mise in marcia; attraverso il turbinio di rami intuiva la macchia verde della radura: laggiù in fondo, là sarebbe stato al sicuro. Avrebbe cercato il cuore della tempesta, Toni che era un uomo di mondo gli aveva raccontato che nel cuore della tempesta c’era calma piatta. Ma quando provò a camminare, il vento lo appiattì a terra e gli abeti cigolarono come vecchie porte. Dovette strisciare. Lasciò lì il fucile, non gli sarebbe servito, ma si tenne il coltello. Il mulo avanzava con fatica, esposto al vento, ma aveva più forza di lui ed era più cocciuto. Erano al centro dell’impronta del gigante, in un cimitero di tronchi abbattuti. Quando alzava la testa il vento cancellava ogni suono, come una coperta di neve, ma se appoggiava l’orecchio a terra Piero sentiva la vita che veniva scalzata dal suo posto. Il brulicare di formicai esplosi, lo zampettio degli scoiattoli in fuga tra le chiome spezzate, lo squittire di tassi e donnole scacciati dalle tane. Più giù ancora, uno strato di fango, un altro genere di silenzio, e sotto di quello gli pareva di udire le radici strappate via dall’acqua piovana, che guizzavano e si dimenavano, come tentacoli, tentando di nuotare. Cominciò a gridare, a chiamare aiuto, un po’ in tedesco, un po’ in sappadino, un po’ in friulano, un po’ in italiano. Gli sembrò di sentire una voce che rispondeva e lui chiamò più forte, si mosse gattonando in tutte le direzioni, poi girò in cerchio per cercare il soccorritore, per provare ad avvistarlo fra gli sciami di ramoscelli; ma non era possibile, si disse, che ci fosse qualcuno nella valle, in tempo di guerra, in mezzo alla tempesta, pronto a salvarlo. Doveva essere un’illusione dovuta al vento, che gli rimandava indietro i suoi stessi richiami. Continuò a chiedere aiuto ma sempre più piano, finché la sua voce e quella che rispondeva non si spensero in una sola eco. Infine trovò un albero ancora in piedi, un unico abete rosso che stava ritto. Lo abbrancò con tutte e due le braccia, si tirò su a sedere e appoggiò la schiena al tronco, il viso rivolto alla radura e al fondovalle, chiamò il mulo che si mise lì davanti, cercando a sua volta quella sottile protezione dal vento. L’abete tremava, era nudo come uno scheletro, ma aveva la base forte degli alberi giovani e non cedeva. Forse non era la calma piatta al cuore della tempesta, ma Piero avrebbe atteso lì il passaggio del gigante. Magari il gigante avrebbe proseguito il cammino oltre il Peralba, oltre il Volaia, oltre quelli stupidi segni a croce sulla mappa, verso l’Austria. Tirò un sospiro, si aggiustò il berretto sulla testa e prese l’orologio da taschino. Le lancette si erano fermate, il vetro era scheggiato ma recuperabile, la cassa in ottone invece era frantumata. La tolse facendo leva con il coltello e poi, nell’attesa, cominciò a intagliare una cassa nuova da un ramo rotondo e pulito, caduto lì accanto. Prima piazzò dei colpi duri, grezzi, poi un lavoro di fino, in punta di lama. Il mulo lo guardava stranito, le narici ancora spalancate, le lunghe orecchie dritte, quella di destra un po’ pendente, tutte tese ad ascoltare un suono che proveniva da dietro l’albero, dall’altro lato del tronco: quella voce che gli rispondeva aveva ricominciato a parlare, forse a canticchiare, e chissà, magari il suo soccorritore, come il gigante, era invisibile a tutti tranne che al mulo.

*

La montagna, d’un tratto, aveva chiuso il mantice e il vento era cessato. Con il vento, anche la voce che chiedeva aiuto sembrava essersi dileguata. Pietro si alzò e imbracciò la motosega. Aveva già perso troppo tempo dietro alle illusioni del vento. C’era da rimettersi al lavoro. Prima di ridurre i tronchi in pezzi più piccoli, pensò, avrebbe buttato giù quell’unico abete rimasto. Così gracile e spoglio non sarebbe sopravvissuto a lungo, e prima o poi l’avrebbero comunque abbattuto le ruspe, quando sarebbero arrivate per fare il lavoro grosso. La motosega cantava e lui cantava insieme a lei. Lo faceva spesso, quando lavorava. Aveva imparato a farlo dal nonno.

O Maria! Piena di grazia, madre di misericordia. Guarda! Come sono addolorato, con paura e tristezza. Il nonno non aveva mai convinto Pietro ad andare a messa, una volta cresciuto, ma ogni tanto andava ad ascoltare il coro. Gli piaceva pensare che Maria fosse davvero una madre misericordiosa, piena di grazia, a cui fare appello quando le cose andavano male. Il dio delle Dolomiti, il dio della montagna, era un padre amorevole ma sapeva essere aspro, di quelli che non ti dicono mai “grazie” o “ti voglio bene”. Di quelli che a volte ti scatenano una tempesta sopra la testa per motivi inconoscibili all’intelletto di un umile figlio. Per metterti alla prova, forse, per farti crescere con una scorza dura, adatta alla montagna. Avvicinò la lama al tronco. Oh, sono un miserabile, povero peccatore! Ahimè! Dove sono finito? Oh, abbi pietà di me. Oh, madre di Gesù, prega per me.

*

O Maria! voll der Gnaden, Mutter der Barmherzigkeit! Sihe! Wie ich bin beladen, Mit der Furcht und Traurigkeit. Piero teneva le mani giunte, strette intorno all’orologio, e pregava cantando. Ach über mich erbarme dich, Oh Mutter Jesu! bitt für mich. Pregava Maria, piena di grazia, affinché lo sollevasse da dolore e tristezza, affinché avesse pietà di lui, povero e miserabile peccatore. Affinché l’abete su cui poggiava la schiena, unico sopravvissuto e unico riparo contro la tempesta, non cadesse. Il vento aveva ripreso a soffiare forte, come se il gigante si fosse dimenticato qualcosa lungo la strada e fosse tornato sui suoi passi. Ma adesso, oltre ai botti tonanti, c’era un altro suono. Un ronzio come di mille insetti ma affilato, metallico, i denti di una sega che mordevano l’aria. Dann es reue mich von Hertzen, Dass ich Gott beleydigt hab: Und bekenn mein Sünd mit Schmertzen, Will vom Bösen stehen ab. Piero cantava e pregava con le orecchie chiuse, senza sentire la sua stessa voce. Il mulo lo accompagnava stridendo fuori tempo. Gliel’aveva insegnata suo nonno quella preghiera, la cantavano i pellegrini che andavano a Santa Maria Luggau. Suo nonno c’era la prima volta, a inizio del vecchio secolo, quando andarono a pregare la Madonna Addolorata perché liberasse il paese dalla peste bovina. Chiedeva perdono al padre, al dio delle Dolomiti e della montagna, perché anche se portava un berretto umile, con una piuma di corvo nera, anche lui aveva armato il fucile e visto gli sbuffi grigi di polvere da sparo e gli spruzzi rossi del sangue nemico, ed era anche colpa sua se adesso il Piave e il Peralba e la Val Visdende erano gonfi di pioggia e di cadaveri. Chiese aiuto alla madre affinché lavasse via la sua colpa. Ach über mich erbarme dich, Oh Mutter Jesu! bitt für mich. Se quell’abete fosse rimasto in piedi e un giorno la tempesta fosse finita, non avrebbe più raccolto il fucile da terra. Avrebbe chiesto soltanto di poter tornare a Sappada, gli sarebbe bastato un giorno; gli sarebbero bastati un coltello per lavorare il legno, una casa per riposarsi e cantare e accatastare i tronchi in geometrie quadrate, e una stalla per far stare il mulo al caldo d’inverno. Alla fine della preghiera, gli sembrò che sotto al ronzio qualcuno gli facesse eco, come in un contrappunto, ma in italiano. Si sporse con la testa dietro l’abete per vedere se ci fosse qualcuno che cantava dall’altra parte del tronco. Il mulo sporse il lungo collo insieme a lui. L’orologio, stretto tra le dita, aveva ripreso a ticchettare.

*

Pietro smise di cantare. Lasciò correre ancora un po’ la motosega, la lama appoggiata al tronco e i denti che pungevano appena il legno. Tra il ronzio del metallo e l’urlo del motore, gli era sembrato di sentire una voce che rispondeva al suo canto, come in contrappunto, ma in tedesco. La preghiera di suo nonno. Gli venne da toccare con due dita la cassa di legno dell’orologio, chiuso nel taschino, lo strinse e lo sentì muoversi debolmente, un sussulto. Le lancette che riprendevano a battere. Poi me ne pento di cuore, che io abbia Dio offeso. E confessa il mio peccato con dolore: molti si alzano dai sepolcri, sussurrò Pietro, e lasciò spegnere la motosega. Girò intorno all’albero, frugò con gli occhi tra le radici e in cima, tra gli ultimi rami storti, come se ci fosse un uomo piccolissimo, uno gnomo forse, nascosto lì intorno. Poi tornò indietro, alla jeep, alla radura di Pra Marino, agli altri boscaioli, all’interminabile lavoro che attendeva tutti quanti per provare a guarire la foresta, dalla Val Visdende al Passo Digola, dall’altra parte del Piave, ma anche oltre tutti quei confini segnati in rosso o con le croci sulle mappe, in Friuli, in Veneto, in Trentino, in Austria. La tempesta era corsa lontano, il gigante aveva passi lunghi e non gli importava nulla dei confini. Forse tra pochi giorni sarebbero arrivate le ruspe a ripulire tutto, ma non sarebbe stato lui a buttare giù l’ultimo abete, l’ultimo scheletro a guardia della Val Visdende. Se quella tempesta era una punizione, se era davvero il flagello di un gigante, avrebbe cominciato a lavarsi via la colpa da solo: avrebbe prestato fede alla memoria di un sopravvissuto, avrebbe avuto fede che molti, uomini e alberi, si sarebbero alzati dai sepolcri.

[Gli eventi e i personaggi del racconto sono opera di finzione. Tuttavia, Sappada e il Comelico, come molte altre località dell’arco alpino in Italia e all’estero, a fine ottobre 2018 sono state realmente colpite dalla Tempesta Vaia che nella sola Val Visdende ha distrutto circa un quarto del patrimonio boschivo, cioè 150 mila metri cubi di legno. Le comunità locali stanno oggi lavorando duramente per salvaguardare la foresta e ripristinare i luoghi danneggiati]

[Si ringrazia il Coro Sorgenti del Piave di Sappada per la consulenza]


Andrea Cassini, classe 1988, filologo medievale di formazione, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FIBA, L’Ultimo Uomo, Play.it USA e altre testate. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie “Prisma Vol. 1” (Moscabianca Edizioni) e “Forme d’Autore – Cinque racconti di arte contemporanea” (L’Eco del Nulla – Associazione Essere).

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