Morire per le idee



Cosa significa davvero morire per le proprie idee? Qual è il senso ultimo della morte di Socrate, Ipazia, Giordano Bruno, Thomas More, Simone Weil e molti altri? Ne parliamo col filosofo Costica Bradatan.


In copertina e nel testo: un’opera di Mariano Peccinetti

di Francesco D’Isa

È possibile fare filosofia morendo? Suona assurdo, ma il filosofo americano Costica Bradatan ne è profondamente convinto. Di più – la morte di un filosofo può essere persino la sua opera migliore. Nel libro Morire per le idee, recentemente tradotto da Olimpia Ellero per Carbonio editore, Bradatan indaga le vite di Socrate, Ipazia, Giordano Bruno, Thomas More, Jan Patočka, Simone Weil e molti altri, per proporre una nuova interpretazione del lavoro di questi autori: la “filosofia come performance”. È un’idea che l’autore riassume così:

Si dice che la filosofia, nella sua forma più estrema, quando è messa alla prova finale, deve lasciar perdere le sue pratiche ordinarie (dibattiti, saggistica, conferenze) e trasformarsi in qualcosa di diverso: una performance, una performance fisica. […] Nel libro, esaminerò – un tentativo mai fatto prima – i corpi morenti dei filosofi come fosse il terreno di prova delle loro teorie. In tal senso, questi pensatori hanno scelto un cammino che li conduce a una fine “eloquente”, che si caratterizza quindi come il culmine della loro produzione filosofica.

Bradatan analizza e approfondisce questo concetto attraverso le vite di celebri filosofi che sono morti per (o in accordo con) le loro idee. Ho avuto occasione di discuterne con l’autore, e questo è quel che ne è uscito.

Francesco D’Isa: Nel libro suggerisci che la morte può valere come argomento filosofico, sebbene non si esprima attraverso il linguaggio. È un’idea che mi ricorda gli sforzi dei mistici per esprimere una verità ineffabile, che sfugge alla lingua “standard” – penso ad esempio ai maestri zen, che gettano tazze di tè ai loro studenti per portarli all’illuminazione. Talvolta questa tecnica sembra funzionare, ma resta il dubbio che lo sforzo di sfuggire a un linguaggio ci sposti semplicemente in un altro. In cosa differisce la morte? Ovviamente la morte è radicalmente altra, ma tu parli dell’atto del morire, che di fatto è ancora parte della vita. Come hai scritto, a voler essere precisi l’esperienza della morte può essere solo vissuta, non descritta. Finché siamo in grado di parlare non l’abbiamo ancora sperimentata e una volta morti non ne possiamo parlare.

Costica Bradatan: In un senso più profondo, sì, la morte sfugge al linguaggio, o – per metterla diversamente – la morte accade in uno spazio che va al di là del linguaggio. Possiamo parlare della nostra paura della morte, dei nostri sentimenti e delle nostre ansie nei suoi confronti, della morte degli altri e così via, ma la morte in sé e per sé si sottrae al linguaggio. Lo notiamo, per esempio, ne La morte di Ivan Ilyich. Tolstoj è senza dubbio uno degli scrittori più dotati e perspicaci mai esistiti, eppure neanche lui può giungere a tanto. Non ci porta mai all’interno della morte del proprio eroe. Il libro parla di molte cose (la vita di Ivan Ilyich, la sua famiglia, la sua carriera e i suoi amici, la sua malattia), insomma, parla di tutto ma non della morte di Ivan Ilych. Questa si presenta solo alla fine, e per poco, come a segnalare non solo l’impotenza dello scrittore, ma anche quella del linguaggio nell’esprimerla. Quello che ci resta, ultimata la lettura del libro di Tolstoj, è una performance letteraria del fallimento del linguaggio nel catturare la morte. È questo, credo, uno dei maggiori meriti de La morte di Ivan Ilych. È un atto di umiltà che rende il libro ancora più profondo.

Le cose possono cambiare nella musica o nella poesia (la poesia è molto più di un semplice linguaggio), nell’arte o nella religione. O nella vita quotidiana. Dopotutto non c’è bisogno di parlare di tutto. Anzi, riguardo alle cose più importanti, dovremmo forse tacere. Ecco, questo potrebbe essere il modo migliore per avvicinarsi alla morte.      

FD: Sostieni che la filosofia deve essere uno “stile di vita”, in un percorso che va dagli stoici a Nietzsche, da Ignazio di Loyola a Montaigne – ma potremmo aggiungere alla lista un bel numero di pensatori orientali, da Laozi a Nagarjuna. Come scrivi, il filosofo guarda a se stesso come un progetto che lo farà sentire realizzato solo quando lo avrà portato a termine con successo. Gran parte della filosofia contemporanea sembra aver perso questa dimensione soteriologica, per trasformarsi in freddo gioco accademico. Perché, secondo te?  Esiste forse uno scontro irriducibile tra verità e autorealizzazione? E se è così, è possibile giungere a una verità filosofica che alla fine dei conti è una pura e semplice cattiva notizia?

CB: Mi chiedi perché? Una delle ragioni è che vivere filosoficamente è molto più difficile che praticare filosofia a livello accademico. Tutto quel di cui hai bisogno per quest’ultima attività è un certo grado di intelligenza, alcune capacità retoriche e la mancanza di inibizioni. Non c’è neanche bisogno di essere una persona colta o erudita, come accadeva in passato. Tra i filosofi mainstream di oggi, specialmente nel mondo anglofono, l’ignoranza delle materie letterarie, storiche, culturali o artistiche è abbacinante. La cosa più affascinante è che la maggior parte di questi filosofi non ha problemi nel definirsi ignorante, anzi; viene preso come un indicatore di apertura mentale e mancanza di complessi. Vivere filosoficamente però è una cosa del tutto diversa. Richiede molto di più della semplice intelligenza: ci vuole onestà, coraggio, umiltà, pazienza e carattere. Per vivere filosoficamente bisogna essere pronti a essere cavie di se stessi, il che non è mai una buona idea. Bisogna anche avere il coraggio di affrontare delle verità spiacevoli che si possono incontrare lungo il proprio cammino: ad esempio la verità che quando tutto è stato detto e fatto rimani comunque una persona superficiale, vana e insopportabile. E tutto questo non va inteso retoricamente, ma in un senso profondo, reale, travolgente. Sono cose che possono tranquillamente accadere, e – se sei onesto – devi affrontarle. È il tipo di verità che può farti impazzire, o portarti al suicidio. Questo è vivere filosoficamente, e si capisce perché non sia molto popolare tra i filosofi contemporanei.

Un’altra ragione è che questo tipo di filosofare “soteriologico”, come lo chiami tu, è una sfida al nostro stile di vita: va contro il modo in cui la vita umana è amministrata, organizzata e persino vissuta nelle società moderne. Non si può classificare, quantificare ed etichettare adeguatamente la filosofia come stile di vita, né la si può amministrare con la burocrazia. Come si possono “classificare” questi filosofi soteriologici? Come si scopre il loro “fattore d’impatto”? Come faremo a determinare l’“algoritmo di finanziamento” per quello che fanno? E se non possiamo farlo, allora non possono trovare un posto nel nostro mondo.   

FD: Nel libro parli del morire per delle idee e del “martirio offensivo”, come nel caso dei kamikaze e dei terroristi religiosi. Ma che dire dell’omicidio filosofico, come quello di Raskolnikov in Delitto e Castigo di Dostoevskij? È anche questa una performance filosofica?

CB: Che bella domanda! È sicuramente una performance filosofica, ma una che rimane invisibile, inascoltata e persino non eseguita. È solo immaginata. La tua domanda mi fa pensare a un libro che vorrei scrivere: una storia dei filosofi che non sono mai esistiti in carne ed ossa, ma che sono stati immaginati. Potrebbe anche trattarsi di una storia più interessante e più vivace di quella dei filosofi reali. Hai citato Raskolnikov, ma Dostoevskij ha anche creato l’uomo del sottosuolo, Ivan Karamazov, Kirilov! E, a differenza della maggior parte dei filosofi contemporanei, i filosofi di Dostoevskij non sono dei codardi: mettono in pratica la loro filosofia, mettono in gioco i loro corpi e ne pagano il prezzo – uccidono, si suicidano, hanno incontri con il diavolo e impazziscono. Hanno profondità, intelligenza e coraggio, anche se non sono dotati di un’esistenza fisica.

FD: Mi incuriosisce il rapporto tra il morire per le idee e la possibilità del libero arbitrio. La maggior parte dei decessi di cui parli (come Socrate, Ipazia e Bruno) non sono frutto di una scelta, anche se si adattano perfettamente alle idee di questi filosofi. Allo stesso modo, alcuni eventi biografici sembrano scritti dalla mano invisibile di un narratore onnisciente, al fine di adattare i pensatori al loro pensiero – la follia di Nietzsche, il tentato omicidio di Spinoza, il rifiuto dell’eredità di Wittgenstein, forse persino il nazismo di Heidegger. Se la filosofia è una “performance” e uno “stile di vita”, si tratta anche di un’opera collettiva?

CB: La mano invisibile è la nostra mente. Fondamentalmente abbiamo bisogno di storie ed eroi, e abbiamo bisogno che questi eroi si comportino in un determinato modo, seguendo certe regole e schemi narrativi. Ipazia è un ottimo esempio: sappiamo molto poco della sua vita e ancor meno della sua morte. Eppure abbiamo continuato a raccontare la sua storia per secoli, ogni volta con nuovi dettagli, una nuova enfasi e un nuovo messaggio. Ogni generazione racconta la propria versione di questa storia: Ipazia l’anticristiana, Ipazia la femminista, Ipazia la dissidente, Ipazia l’illuminista, Ipazia l’atea, Ipazia la combattente per la liberazione delle donne e così via. Dunque, sì, questi filosofi (come tutto il resto) vengono a giocare un ruolo nelle storie che ci raccontiamo. E queste storie sono vitali quanto l’aria che respiriamo. Perché possiamo dare un senso a qualcosa solo nella misura in cui possiamo inserire in una storia.

FD: Inizi l’ultimo capitolo del libro con una bellissima citazione di Pasolini,

La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile. […] Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci.

Questo è vero da un punto di vista soggettivo, ma le narrazioni e i miti non finiscono mai – tu stesso hai scritto un altro capitolo della vita di questi filosofi. I fatti non possono cambiare, ma le storie sì. Morire per le idee potrebbe essere anche l’ultimo sforzo per i filosofi di non cambiare più idea?

CB: Morendo, dunque, questi filosofi hanno finalmente preso una decisione. Non credo si possa esprimere meglio, esatto!


Francesco D’Isa  (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

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