Nascita, ascesa e morte degli dei

Negli ultimi anni, purtroppo, appassionarmi a un romanzo è diventata un’impresa titanica, che lascia dietro di sé decine di libri appena iniziati, abbandonati sotto il letto, fermi a pagina venti per sempre. Mi consolo allora con i saggi. La settimana scorsa ne ho letto uno sulle frontiere della scienza, incentrato sui problemi che fino a poco tempo fa sembravano insolubili ma per i quali (forse) stiamo trovando una qualche soluzione: la vita, l’antimateria, la creazione di organismi ibridi (per capirci: maiali con un cuore umano da usare per i trapianti), la coscienza degli animali, la trasmissibilità dei fenotipi. Ho scoperto che tra i fisici esiste una battaglia piuttosto feroce sulla nascita dell’Universo, e in particolare su cosa è successo nei primi millesimi di secondo dopo il big bang, quindici miliardi di anni fa. Sull’andamento degli ultimi cinque miliardi di anni, invece, sembrano essere tutti d’accordo: il sistema solare, la formazione dei pianeti, le orbite, le comete di fatto non presentano più alcun mistero.

idoltory-lateralisation_higherEsistono invece misteri ancora impenetrabili, paradossalmente molto più vicini a noi che riguardano l’uomo, e certe sue curiose caratteristiche. Ad esempio, quand’è che l’homo sapiens ha iniziato a parlare? E in che modo una specie di scimmia è diventata Einstein nel giro di ventimila anni? Ma è soprattutto la coscienza che tortura i filosofi, i neuropsichiatri, gli psicologi, i teologi, del ventunesimo secolo: da dove viene? Di cosa è fatta? Cos’è? E’ quello che, con una felice definizione, è stato definito, dal filosofo David Chalmers, the hard problem, reso in italiano con l’espressione il problema difficile, dove la difficoltà, the hardness, inizia già nella definizione dell’oggetto dell’indagine scientifica, sul quale esistono opinioni inconciliabili.


Quand’è che l’homo sapiens ha iniziato a parlare? E in che modo una specie di scimmia è diventata Einstein nel giro di ventimila anni?


Ma al di là di questi dettagli, Michael Brooks, l’autore del libro Oltre il limite, sembra piuttosto ottimista sulla possibilità di trovare, prima o poi, una risposta soddisfacente a tutto. A tutto quello per il quale la scienza può trovare una risposta, volendo essere pignoli, perché esistono tre domande che vengono sempre evitate, espulse, per così dire, dall’ambito di indagine scientifica: chi sono gli dei? Quando sono nati? In che momento sono morti?

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(c) Mahendra Singh

Sui primi due punti la teologia ha risposte piuttosto dettagliate, anche se diverse per ogni religione, mentre si rifiuta di prendere in considerazione la terza; le scienze matematiche – la biologia, la fisica, la chimica – hanno rinunciato a provarci, riconoscendo i propri limiti costitutivi: è vero che in Occidente, nel corso degli ultimi secoli, da Galileo in poi, molte certezze della Chiesa sono state smantellate, ma queste riguardavano aspetti, per così dire, secondari – il moto degli astri, l’evoluzione della specie, l’estensione dell’Universo. Il nocciolo di tutto, però, cioè la storia di Dio, la sua nascita, la sua evoluzione, il suo declino, rimangono saldamente nelle pertinenze della teologia. Anche chi nega l’esistenza di Dio, non fornisce una teoria in grado di spiegare l’esperienza religiosa, che esiste ed è innegabile. Con una sola eccezione: Julian Jaynes.


Il nocciolo di tutto, però, cioè la storia di Dio, la sua nascita, la sua evoluzione, il suo declino, rimangono saldamente nelle pertinenze della teologia. Anche chi nega l’esistenza di Dio, non fornisce una teoria in grado di spiegare l’esperienza religiosa, che esiste ed è innegabile. Con una sola eccezione: Julian Jaynes.


image_bookJulian Jaynes ha lavorato a Princeton per decine di anni, dove, da psicologo, ha portato avanti importanti studi sulla coscienza. Il suo background culturale era impressionante: archeologia, poesia, lingue antiche, storia, neuropsichiatria, arte. Ed è stato mescolando tutte le sue conoscenze che a metà degli anni settanta ha partorito una delle opere più controverse, e belle, di tutti i tempi: Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza. Ci sono pochi libri capaci di suscitare pareri così contrastanti. L’establishment degli scienziati cognitivisti ha creato un fronte piuttosto compatto, e contrario; per i più benevoli, le tesi sostenute da Jaynes sono indimostrabili e inconfutabili allo stesso tempo, e quindi, come aveva capito bene Popper, estranee alla scienza; per i più severi, si tratta di un clamoroso caso di megalomania intellettuale, un delirio sconfinato, sistematico e fuori controllo. A distanza di quarant’anni, si può oggettivamente constatare che pochissimi cognitivisti hanno seguito le sue orme; che le sue idee sulla coscienza sono in gran parte superate; che le certezze sulle quali si basa questo lavoro sono tutt’altro che certe, e in taluni casi evidentemente sbagliate. Ma Il crollo della mente bicamerale va guardato con occhi diversi: la costruzione di Jaynes è talmente grande, bella, esteticamente perfetta, da rientrare nel novero delle opere d’arte, ancor prima di essere un contributo alle scienze cognitive. Può essere rifiutato in ogni singola parte, ma la grandiosità del suo insieme, e le intuizioni che ci stanno dietro, lasciano senza parole.


Il crollo della mente bicamerale va guardato con occhi diversi: la costruzione di Jaynes è talmente grande, bella, esteticamente perfetta, da rientrare nel novero delle opere d’arte, ancor prima di essere un contributo alle scienze cognitive. Può essere rifiutato in ogni singola parte, ma la grandiosità del suo insieme, e le intuizioni che ci stanno dietro, lasciano senza parole.


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(c) Mahendra Singh

Sono convinto che l’idea iniziale di Jaynes, il punto di partenza che ha innescato la creazione di questo libro, sia stata innescata da una semplice constatazione: nell’Iliade non si trova alcuna espressione che indichi un’attività cosciente da parte dei personaggi, una volontà autonoma, una presenza di atti mentali. Nel corso degli ultimi mesi mi sono divertito ad ascoltare l’audio-libro dell’Iliade in macchina, durante i miei viaggi. Jaynes ha ragione: nessuno dei grandi eroi omerici pensa. Non esiste alcuna parola che faccia riferimento alla mente, all’anima, all’autocoscienza, all’elaborazione interiore – a quell’attività di narratizzazione di sé che è l’essenza stessa della coscienza. Il pensiero è sostituito da un dialogo intimo e privato con gli dei, che vengono invocati ogni volta che è necessario prendere una decisione difficile. Quando verso la fine della guerra Achille ricorda ad Agamennone che questi gli ha sottratto la sua amante, Agamennone spiega che non fu lui la causa di tale atto, ma Zeus, e le Erinni che camminano nel buio, che gli gettarono l’ate addosso: che altro poteva fare? Gli Dei vincono sempre! E Achille cosa fa? Accetta la versione di Agamennone, perché anche lui, come il signore dei popoli, conosce quelle voci, e sa come ogni uomo sia comandato da loro. Lo stesso Omero sembra non conoscere la provenienza delle proprie parole: il più celebre incipit di tutti i tempi, il “Μνιν ειδε θεΠηληϊδεω χιλος”, un’invocazione che con il tempo è diventata una vuota formula retorica, indica, per Jaynes, il modo preciso con il quale i poeti producevano i loro versi. In modo del tutto inconsapevole.

La parola psyche, che in seguito passò a significare “anima” o “mente cosciente”, designa, nella maggior parte dei casi, sostanze vitali, come il sangue o il respiro: un guerriero morente stilla la sua psyche al suolo, o la esala nell’ultimo ansito. Il thumos, che passerà in seguito a significare qualcosa di simile all’anima emozionale, designa semplicemente il movimento o l’agitazione. [..] Quando Glauco prega Apollo di alleviare il suo dolore e di dargli la forza di aiutare l’amico Sarpedonte, Apollo ascolta la sua preghiera e “infonde vigore nel suo thumos” (Iliade, XVI, 529). Il thumos può dire a un uomo di mangiare, bere o combattere. Diomede dice che Achille combatterà “quando nel petto il thumos gli parla e un dio lo sospinge”.


Nessuno dei grandi eroi omerici pensa.


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(c) Mahendra Singh

Jaynes estende questa analisi letteraria a tutti i testi di quel periodo e dei millenni precedenti – i frammenti di Saffo, le epopee indiane, i codici assiro babilonesi –, alle rappresentazioni pittoriche dei re e degli dei, all’architettura dei templi, agli elementi che accomunano tutti gli amuleti di tutti i popoli del mondo, e in qualsiasi direzione si muove, tutto sembra confermare l’idea nata leggendo l’Iliade: gli uomini del passato non pensavano coscientemente, e non l’hanno mai fatto fino a tremila anni fa. Ancora ai tempi di Omero parlare con gli dei era una cosa del tutto naturale, un’esperienza, per così dire, quotidiana. Tutte le decisioni importanti vengono prese dopo una consultazione con queste creature misteriose, che parlano all’orecchio della gente, o che si intrufolano nei corpi di persone conosciute per indicare la soluzione di un dilemma… 

Tra i tanti interessi di Jaynes, interessi scientifici, legati alla sua ricerca, ce n’è uno centrale che riguarda il funzionamento del cervello, e in particolare la relazione tra emisfero destro ed emisfero sinistro. Come spesso succede in ambito medico, le conoscenze più approfondite arrivano dallo studio delle eccezioni; per questo Jaynes inizia a occuparsi di soggetti epilettici per i quali è stato necessario effettuare una separazione tra i due emisferi, la cosiddetta commisurotomia. In questi pazienti i due cervelli lavorano in modo del tutto indipendente. L’emisfero sinistro sa quello che succede nella parte destra del corpo, mentre quello destra si occupa della parte opposta. L’emisfero sinistro, ad esempio, non sa cosa vede l’occhio sinistro, che comunica le sue informazioni solo all’emisfero destro. E come si comportano questi due emisferi? Quello sinistro è razionale e cosciente come un normale essere umano; quello destro, che è comunque in grado di comprendere e risolvere problemi complicati, reagisce al mondo con grande forza e, quando può, cerca di comunicare all’emisfero sinistro il suo sdegno, la sua rabbia, il suo rimprovero.


I soggetti sottoposti a opportune stimolazioni elettriche, odono musiche celestiali, ammonimenti perentori, voci di persone morte, filastrocche sconosciute.


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(c) Mahendra Singh

L’autore studia i risultati di esperimenti legati alle stimolazioni elettriche di specifiche parti del cervello, che dimostrano come, in modo abbastanza semplice, sia possibile indurre esperienze mistiche. I soggetti sottoposti a opportune stimolazioni elettriche, odono musiche celestiali, ammonimenti perentori, voci di persone morte, filastrocche sconosciute. Poi affronta il problema della schizofrenia. Di nuovo le voci, le rime, la percezione di una presenza fuori dalla propria coscienza che parla, urla, comanda, atterrisce, specialmente quando il soggetto si trova in situazioni psicologicamente insostenibili. Esposte queste evidenze cliniche, che Jaynes descrive minuziosamente per decine di pagine, e fornita una chiara e articolata teoria della coscienza (un’altra cinquantina di pagine), Jaynes inizia un incredibile viaggio nella storia del mondo: ecco i rilievi su roccia a Yazilikaya dove il dio Sharruma stringe in un abbraccio il suo re-amministratore Tudhaliys, ecco la pianta della città turca Çatal Hüyük, e le tombe olmeche tra l’800 e il 300 a.C., gli scritti di Sahagùn, uno dei primi scrittori di cose mesoamericane, ed ecco i testi di incantesimi rinvenuti in Assiria, le figure o gli idoli mesopotamici riportati alla luce a Lagash, Uruk, Nippur, Susa e Ur, le decapitazioni dei morti durante la dinastia dei Cocom che regnò su Mayapàn attorno al 1200 d.C. e le analoghe decapitazioni della cultura natufiana di Gerico del 7800 a.C., la letteratura cuneiforme, i pittogrammi di Uruk, gli dèi padroni della Mesopotamia, il rapporto tra Warad-Sin, re di Larsa, con il suo dio Enki che gli fece ricostruire un’intera città, il dio-artigiano Mummu, le cerimonie del lavaggio della bocca, il blocco di granito sul quale è riportata la Teologia menfita, e Osiride ovvero la voce del re morto, il dio Khnum che plasma i re con la mano destra e il suo ka con la mano sinistra (e la lateralizzazione di questa rappresentazione), la statua di Hammurabi che riceve in forma allucinatoria i giudizi del suo dio Marduk, e le sue tavole della legge prive di qualsiasi soggettività… Tutto porta a quella che per Jaynes è l’unica teoria capace di tenere insieme l’Iliade e i profeti, la consegna delle tavole della legge a Mosè e il trance poetico, gli schizofrenici e i lunghi discorsi di Apollo ad Achille: in estrema sintesi, fino al mille avanti Cristo la mente dell’uomo era scissa in due. Una mente bicamerale, la definisce Jaynes. L’emisfero sinistro non aveva coscienza di sé – non sapeva pensare ai propri pensieri; l’emisfero destro ragionava ed elaborava strategie fuori dal controllo di quello sinistro, e quando lo stress superava un certo limite faceva sentire la propria voce. La voce di un dio.


L’emisfero sinistro non aveva coscienza di sé – non sapeva pensare ai propri pensieri; l’emisfero destro ragionava ed elaborava strategie fuori dal controllo di quello sinistro, e quando lo stress superava un certo limite faceva sentire la propria voce. La voce di un dio.


(c) Mahendra Singh
(c) Mahendra Singh

Secondo Jaynes il passaggio dal nomadismo all’economia agricola dopo l’ultima glaciazione, e la conseguente nascita di villaggi e piccole città, determina una nuova esigenza di organizzazione. I compiti che ciascun individuo deve compiere sono più complessi, e spesso non in evidente relazione con lo scopo finale da ottenere. In un mondo in cui gli uomini non hanno coscienza, è indispensabile che qualcuno diriga costantemente questa attività; ma le nuove dimensioni rendono necessario che i comandi impartiti dal re, che non può essere sempre presente, si facciano sentire autonomamente, anche in sua assenza. In che modo? Sotto forma di allucinazioni uditive. Voci. 

In questo periodo tutti i villaggi hanno la medesima struttura: piccole case disposte attorno a un edificio più grande e sollevato rispetto gli altri. Chiunque, alzando  gli occhi, può vedere il proprio re e richiamare alla mente i suoi ordini. Ma poi i re, che sono esseri umani, muoiono. Alcuni villaggi crollano, e spariscono, travolti dalla loro incapacità di gestire la perdita di una guida; altri, invece, tirano fuori la più potente e più terribile delle invenzioni dell’uomo: la teocrazia. A Enyam, minuscolo villaggio medio orientale, giace un re defunto. Alla sua morte, avvenuta undicimila anni fa, sopra la sua casa viene costruito un nuovo piano, e lì viene deposto il corpo, con il capo sollevato. Quest’uomo è il primo dio della storia. Le sue parole, i suoi ammonimenti, i suoi ordini, memorizzati nell’emisfero destro del cervello, possono essere richiamati alla mente – all’emisfero sinistro ancora incosciente – semplicemente guardando verso quella costruzione sempre visibile che ricorda, con la sua presenza, ciò che comandava il re. I sudditi diventano dei fedeli, e i re, una volta morti, i loro dei. E mano a mano che le città si ingrandiscono, i templi crescono in altezza, in visibilità; nascono anche i primi dei da passeggio – amuleti tascabili con occhi giganti che consentono di ricreare il contatto visivo con la divinità anche quando si è lontani.

Dio, dunque, è l’emisfero destro che parla a quello sinistro. Dio è un re morto che continua a comunicare con i suoi sudditi. Dio è il ricordo di quel re. Dio è la voce che ti dice, o ti ordina, cosa fare nei momenti difficili – è il patrimonio di conoscenze che ciascuno porta con sé.

Ma poi le allucinazioni finiscono, e la spiegazione del motivo per cui ciò succede è forse la parte più debole di questo libro meraviglioso. Secondo Jaynes, l’ascesa dell’Assiria, brutale e crudele impero, getta nella disperazione decine di popoli. Iniziano le migrazioni. Le città vengono distrutte, i templi abbattuti. L’eruzione del vulcano di Santorini rade al suolo, con uno tsunami alto 200 metri, tutte le città lungo le coste della Grecia, decretando la fine della civiltà micenea. Le lingue si confondono.


Dio, dunque, è l’emisfero destro che parla a quello sinistro. Dio è un re morto che continua a comunicare con i suoi sudditi. Dio è il ricordo di quel re. Dio è la voce che ti dice, o ti ordina, cosa fare nei momenti difficili – è il patrimonio di conoscenze che ciascuno porta con sé.


L’uomo bicamerale era governato nei fatti banali della vita quotidiana da abitudini inconsce, e quando si trovava di fronte a un comportamento nuovo o insolito, le sue visioni-voce gli dicevano cosa fare. Strappato dal suo contesto entro il più vasto gruppo gerarchico e gettato in una situazione in cui né l’abitudine né le voci bicamerali potevano più aiutarlo e dirigerlo, doveva essere una creatura veramente miseranda. Come poteva l’esperienza ammonitoria accumulata e raffinata nel pacifico ordinamento autoritario di un regno bicamerale dirgli qualcosa che fosse ancora efficace?

(c) Mahendra Singh
(c) Mahendra Singh

Qualcosa deve cambiare. Ma perché la risposta a questi problemi è la coscienza? Perché avviene la transizione della mente bicamerale a una mente dotata di coscienza? Jaynes propone alcune ipotesi: l’indebolimento delle allucinazioni uditive in conseguenza dell’avvento della scrittura, l’intrinseca fragilità del controllo allucinatorio, l’inefficienza degli dèi nel caos degli sconvolgimenti storici, l’osservazione delle differenze che potrebbe essere l’origine dello spazio della coscienza; l’epica che, raccontando relazioni tra eventi passati, porta alla narratizzazione; la necessità di tradimenti o inganni a lungo termine, che richiedono l’invenzione di un sé da proiettare in un mondo immaginario la selezione naturale. Nessuna di queste convince davvero. E poi: perché questa trasformazione accade contemporaneamente in tutto il mondo?

In ogni caso, è in questo momento che l’uomo si accorge che gli dei se ne sono andati. Le religioni ne prendono atto. Gli dei diventano celesti creature del cielo, che parlano poco, e solo attraverso i loro rappresentanti ufficiali. Le strutture architettoniche dei templi cambiano, diventando quasi delle piattaforme di atterraggio per gli dei, dei quali si attende, invano, il ritorno. Iniziano i tentativi di indovinare la voce degli dei attraverso l’interpretazione dei presagi, l’ascolto degli oracoli, le predizioni tratte dai sogni, la cleromanzia, la divinazione augurale. La scrittura cambia: l’Iliade viene seguita dall’Odissea, dove l’arte dell’inganno di Ulisse dimostra come la coscienza sia ormai un fatto acquisito; le parti del corpo (il thumos, il nous, le phrenes) si smaterializzano e diventano metafore della mente e della sua complessità. Ma rimane la nostalgia delle voci. Gli inni delle nazioni sono spesso invocazioni divine. I nostri re, presidenti, giudici e funzionari assumono le loro cariche e iniziano le loro funzioni con giuramenti agli dei oggi muti, fatti sugli scritti di coloro che per ultimi ne hanno udito la voce.

Questa vicenda, questo immenso dramma recitato dall’umanità nel corso degli ultimi 4000 anni, è chiaro quando adottiamo la grande prospettiva della tendenza intellettuale centrale della storia del mondo. Nel II millennio a.C. abbiamo smesso di sentire le voci degli dèi. Nel I millennio a.C. si sono estinti anche quelli di noi che ancora udivano le voci, i nostri oracoli e profeti. Nel I millennio d.C. è attraverso i loro detti e le parole divine da loro udite e preservate nei testi sacri che noi continuiamo a obbedire agli dèi perduti. E nel II millennio d.C. questi scritti perdono la loro autorità. La Rivoluzione scientifica ci distoglie dagli antichi detti per andare alla scoperta dell’autorizzazione perduta. Ciò che abbiamo vissuto in questi quattro millenni è la lenta, inesorabile profanazione della nostra specie. E nell’ultima parte del II millennio d.C. questo processo sta, a quanto pare, completandosi. E’ la grande ironia umana della nostra impresa più nobile e più elevata che nella ricerca dell’autorizzazione, nella nostra lettura del linguaggio di Dio nella Natura, leggiamo così chiaramente che a tal punto ci siamo sbagliati.

di Paolo Zardi


Paolo Zardi(1970) ha esordito nel 2008 con un racconto nella raccolta Giovani cosmetici (Sartorio) curata da Giulia Belloni. Ha pubblicato le raccolte di racconti Antropometria (Neo, 2010) e Il giorno che diventammmo umani (Neo, 2013), i romanzi La felicità esiste (Alet, 2012) e XXI secolo (Neo, 2015), e i romanzi brevi Il signor Bovary (Intermezzi, 2014) e Il principe piccolo (Feltrinelli zoom, 2015). Ha curato la raccolta di racconti L’amore ai tempi dell’apocalisse (Galaad, 2015). Suoi racconti sono presenti in diverse raccolte e riviste. Cura il blog letterario grafemi.wordpress.com.
Copertina e immagini (c) Mahendra Singh.
Da: The Hunting of the Snark by Lewis Carroll, made into a graphic novel for the first time, with explanatory postface by this artist, published by Melville House Press. Encyclopaedia of Hell: An Invasion Manual for Demons Concerning the Planet earth and the Human Race Which Infests It … Translated from the Demonic by Martin Olson. Feral Press. An anthology of verse by D.A. Powell, translated into German by Christian Lux, with English en face (2009).

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