Il rapporto tra tecnologie digitali e benessere mentale, soprattutto nei cosiddetti “nativi digitali”, è oggi al centro di un acceso dibattito, spesso polarizzato tra allarmi catastrofici e visioni entusiastiche. Ma cosa ci dicono davvero i dati? Al di là delle semplificazioni, le ricerche mostrano una realtà più sfumata e legata a fattori sociali, culturali e individuali. Comprendere questo intreccio è cruciale per affrontare le sfide del presente e del futuro.
Questo testo è tratto da “Oltre la Tecnofobia”, appena pubblicato da Raffaello Cortina Editore.
In copertina e lungo il testo opere di Zdzislaw Beksinski
di Vittorio Gallese, Stefano Moriggi, Pier Cesare Rivoltella
Nel corso della storia, l’introduzione di nuove tecnologie capaci di alterare la rappresentazione e la riproduzione del mondo ha costantemente generato critiche severe e previsioni di catastrofi imminenti. Da Platone in poi, tecnologie cognitive come la scrittura, la fotografia, il cinema, la televisione, Internet e gli smartphone sono state vilipese per i loro presunti effetti negativi su individui e società. Tuttavia, queste tecnologie hanno progressivamente ampliato le capacità umane di espressione creativa. Sebbene si possano liquidare le preoccupazioni legate alle tecnologie digitali come ansie convenzionali derivanti da atteggiamenti conservatori verso il progresso, come abbiamo visto sin qui, non si può ignorare il potenziale di cambiamenti senza precedenti che queste tecnologie apportano alle nostre vite e alla società.
Il dibattito attuale sulla mediasfera digitale e il suo impatto sulla vita umana è polarizzato tra un entusiasmo tecnologico acritico e un elogio nostalgico dei tempi analogici. Questa polarizzazione diventa più evidente quando si discute della relazione tra l’uso pervasivo dei media digitali e il benessere mentale, specialmente per le generazioni più giovani, i cosiddetti “nativi digitali”. Il libro del filosofo americano Jonathan Haidt, La generazione ansiosa (2024), ha di recente alimentato il dibattito pubblico rappresentando questa visione con affermazioni come: “La Gen Z è stata la prima generazione della storia a vivere la pubertà con un portale in tasca che li chiamava lontano dalle persone vicine e in un universo alternativo eccitante, instabile e inadatto ai bambini e agli adolescenti” (p. 19); “La prima generazione a vivere la pubertà con gli smartphone (e l’intero Internet) in mano è diventata più ansiosa, depressa, autolesionista e incline al suicidio” (p. 74).
Questa visione apocalittica si basa su ricerche empiriche che mostrano un aumento improvviso e costante di episodi autolesionistici e suicidi tra gli adolescenti a partire dal 2010, l’anno in cui Apple introdusse la fotocamera frontale nell’iPhone e i social media presero piede. Secondo Haidt, la sostituzione del gioco fisico e della socializzazione in presenza con smartphone e social media ha modificato radicalmente lo sviluppo umano.
Ma quanto sono fondate queste affermazioni? Dimostrare che l’uso delle tecnologie digitali e i problemi di salute mentale negli adolescenti aumentano insieme è, al massimo, un dato correlativo, senza prove di una reale relazione causale tra i due fenomeni. In una recente recensione del libro di Haidt pubblicata su Nature, la psicologa Candice Odgers sottolinea che “centinaia di ricercatori, inclusa me stessa, hanno cercato di trovare effetti significativi come quelli suggeriti da Haidt, producendo risultati misti o di modesta entità” (2024, p. 29).
Le meta-analisi convergono su messaggi simili: uno studio di Orbin e colleghi (2019) su una coorte di 12.672 giovani ha dimostrato che l’uso dei social media non è un forte predittore della soddisfazione di vita degli adolescenti. Un’altra meta-analisi condotta da Hancock e colleghi (2022) ha analizzato 226 studi, mostrando effetti significativi ma di piccola entità, con un bilanciamento tra aumento di ansia/depressione e miglioramento del benessere sociale. Uno studio recente in Norvegia ha rilevato che l’uso dei social media correla con un maggiore tempo trascorso con amici offline, senza influire sulle abilità sociali, a meno che l’adolescente non presenti sintomi di ansia sociale elevati (Steinsbekk et al., 2024).
Sebbene i tassi di suicidio e i problemi di salute mentale tra gli adolescenti siano aumentati, altri fattori, come l’accesso alle armi, la discriminazione, l’isolamento sociale e le difficoltà economiche, sono considerati cause principali (MartínezAlés et al., 2022). In conclusione, sono necessari studi longitudinali di vasta scala per chiarire il ruolo delle tecnologie digitali sullo sviluppo cognitivo e psico-affettivo degli adolescenti.
I lavori scientifici della psicologa di Harvard Laura Marciano sui social media evidenziano che l’impatto dell’uso degli stessi sul benessere dei giovani è complesso e variegato (Marciano et al., 2022; Liu, Marciano, 2024). In una meta-analisi del 2024, Marciano e colleghi hanno esaminato la relazione tra l’uso dei social media e gli esiti positivi di benessere, indicando che l’uso dei social può avere sia effetti positivi che negativi sul benessere degli adolescenti, a seconda di vari fattori contestuali e individuali (Marciano et al., 2024). Pertanto, le ricerche di Marciano dimostrano che non è appropriato generalizzare l’impatto dei social media sul benessere dei giovani, poiché questo varia in base a molteplici fattori individuali e situazionali.
La scienza non dovrebbe essere prescrittiva, poiché il suo ruolo principale è fare luce sui fenomeni piuttosto che giudicarli. Il dibattito contemporaneo sulle tecnologie digitali troppo spesso si basa su pregiudizi e giudizi stereotipati, acriticamente negativi o positivi, invece di affidarsi a ciò che può essere empiricamente accertato dalla ricerca. Come abbiamo visto in questa prima parte, sappiamo ancora poco su come i media digitali influenzino il sé e le relazioni sociali: è necessario condurre ulteriori ricerche.
Inoltre, le tecnologie digitali rappresentano solo un aspetto delle società occidentali contemporanee. Prima di incolpare la tecnologia digitale, dovremmo forse considerare il fatto che il suo utilizzo specifico è dettato e condizionato dal modello di società contemporaneo in cui la stessa tecnologia è prodotta e utilizzata. Il nostro modello tardo-capitalistico occidentale privilegia l’individuo rispetto al gruppo, esalta l’autoaffermazione e la competizione a scapito della solidarietà, spingendo le persone a una crescente e ansiosa lotta per l’auto-promozione. Il calo del tasso di natalità genera sempre più famiglie con figli unici, favorendo atteggiamenti timorosi e iperprotettivi che penalizzano lo sviluppo dell’autonomia e del senso di responsabilità dei bambini.1 A questo si aggiunge un discorso politico che, per meri fini elettorali, spesso alimenta un senso frustrante di paura e ansia nei cittadini, sfruttato cinicamente per ottenere consenso e consolidare il potere. Tutti questi fattori si sommano e probabilmente incidono sulla salute mentale delle persone.
Dovremmo anche considerare che le visioni inquietanti sui media digitali potrebbero essere integrate da scenari più ottimistici, che lasciano ampio spazio allo sviluppo creativo di nuovi modi di vivere mediati digitalmente. Carbone e Lingua hanno recentemente scritto: “Le forme confessionali molto reali adottate sugli schermi possono anche promuovere pratiche di soggettivazione che ci permettono di appropriarci discorsivamente delle nostre identità […] Nel raccontare storie – insieme verbali e iconiche – praticato sui social media, gli utenti evidenziano un reale bisogno di stabilire legami sociali, e la loro esperienza di individualità frammentata risulta funzionale alla costruzione di nuove identità che compongono e ricompongono le relazioni rese possibili dall’ambiente digitale” (2023, pp. 168, 173).
Come queste parole suggeriscono, siamo entrati in una nuova dimensione che porta con sé nuove forme di soggettivazione e socialità; dobbiamo quindi aspettarci, soprattutto per le giovani generazioni, un cambiamento radicale – nel bene e nel male – nella qualità e quantità delle relazioni interpersonali nella vita quotidiana. È possibile che ciò avrà – e secondo molti già ha – forti implicazioni anche per il benessere mentale degli individui, particolarmente per quelli più fragili. Se consideriamo la psicopatologia in termini di “disallineamento interpersonale” (Bolis et al., 2023), allora le nuove forme di interazione sociale promosse dalla sfera digitale dovrebbero essere sempre più al centro della ricerca empirica, dove le neuroscienze sociali possono offrire un contributo fondamentale.
Esplorando la complessità del mondo di oggi, è imperativo esaminare criticamente il ruolo delle tecnologie digitali nel plasmare la vita sociale e il discorso politico. Comprendendo l’interazione tra contenuto, contesto emotivo, metodi di trasmissione e condivisione nella mediasfera, potremo sviluppare strategie per utilizzare sempre meglio e con maggior profitto queste tecnologie e per mitigarne gli effetti negativi e promuovere decisioni consapevoli nel nostro mondo che è e sarà sempre più digitale.



0 comments on ““Nativi digitali” e benessere mentale”