Noi (non) siamo Dei

Il divismo, cioè la pratica del considerare qualcuno un divo (una quasi divinità), non è così male. Anzi, è un bene. Siamo spettatori di storie vere e affascinanti, osserviamo nei mesi e negli anni persone che sono esempi di vita, compresi i loro difetti e i loro fallimenti.


IN COPERTINA e lungo il testo: opere di Lu yang

di Giovanni Colacicchi

Trovandomi nella non invidiabile condizione di quasi disoccupato, ho da vari mesi molto più tempo per me di quanto non avessi appena un anno fa. Il tempo che non devo dedicare al lavoro, lo spendo sia bene che male. Bene quando sto con mio figlio e contemplo il mondo con i suoi occhi. Bene quando studio per il concorso che forse ci sarà e forse no: in confronto a me le foglie di Ungaretti erano incollate con l’Attak, ma almeno imparo qualcosa che prima non sapevo: voi lo sapevate che Mussolini fece la marcia su Roma in vagone letto? Male invece quando passo le ore a cliccare sul sito di Repubblica per vedere se si è aggiornato, o su Twitter per vedere se le dodici persone che seguo hanno pubblicato qualcosa di nuovo. 

E poi c’è YouTube. Su YouTube ci vado per vedermi clip di circa 8 minuti dei miei “late night hosts” preferiti: Stephen Colbert e Trevor Noah. Sono belli e bravi, buffi e intelligenti, fanno monologhi sull’attualità politica e intervistano gente famosa. Alcune di queste star le conoscevo prima dell’intervista, altre no. Di solito, verso metà intervista, metto in pausa e cerco la loro biografia su Wikipedia. Leggere la loro biografia mi piace quasi più che vedere le interviste. Lo faccio perché desidero conoscere la vita degli dei. Le persone famose, infatti, sono degli dei, la versione 2.0 dell’essere umano. 

Secondo Jung ognuno di noi ha un impulso ad attuare se stesso che è ancora più forte dell’impulso sessuale. Il calciatore Messi, da piccolo, palleggiava già con le arance. Leonardo faceva scarabocchi vitruviani. Capito? Dentro di te hai una specie di urgenza, un bisogno creativo che deve venir fuori, che ti si rivela fin dai primi anni di vita: il talento, la passione, l’interesse. Di questa “ghianda” che è racchiusa in ognuno di noi, ha scritto così lo junghiano “eretico” James Hillman ne “Il codice dell’anima”:

“Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada. Alcuni di noi questo “qualcosa” lo ricordano come un momento preciso dell’infanzia, quando un bisogno pressante e improvviso, una fascinazione, un curioso insieme di circostanze, ci ha colpiti con la forza di un’annunciazione: Ecco quello che devo fare, ecco quello che devo avere. Ecco chi sono.” 

Nelle biografie di Wikipedia si vedono i tracciati di questi percorsi esistenziali. Non tutti saremo famosi. Ma l’attore, l’artista, l’atleta di successo, con la sua vita, è il simbolo della nostra ricerca incessante di esprimere noi stessi con l’opera della vita, di essere riconoscibili come “proprio noi” dietro un gesto, una parola, uno sguardo. Di trovarsi, perdersi, e ritrovarsi ancora. O forse non riprendersi più, fallire, e non sapersi rialzare, se non per un’umiliante comparsata in un programma di vecchie glorie, come la parata imbarazzante degli dei o dittatori di un popolo vinto, sbeffeggiati dai vincitori. Per questo, delle biografie, mi attirano così tanto le “controversies”, gli scandali in cui gli dei sono incappati, fino alla prigione o al crimine, nei casi più estremi, o anche solo le litigate con altre celebrities, che pure ci mostrano il loro punto di vista, le loro arroganze, le idee politiche rivelate in una gaffe improvvisa. Perché chiunque di noi sa (o dovrebbe sapere) che basta davvero poco per perdersi: 

“L’inverno conduce i loro passi su un sottile cristallo:

il precipizio è sotto il ghiaccio, 

tale è la fragile superficie dei nostri piaceri.

Scivolate, mortali, non appoggiatevi.”

(Pierre Charles Roy)

Ed è proprio la mortalità e la fallibilità degli dei moderni, a rendermeli simpatici (tranne quando sono costretti a scusarsi dopo un’ondata di rancore da parte dei fan: le bollette anche loro le devono pagare, del resto). Belli, brutti ma affascinanti, sorridenti o tenebrosi, forti o, se vecchi, saggi e calmi, intelligenti o bravissimi a fare gli stupidi, sulla cresta dell’onda da decenni o sul viale del tramonto, ma non per questo meno carismatici. Alle loro vite mi ispiro, alla loro benevolenza mi affido. E quando scopro, su YouTube, che esistono delle clip di “Celebs meeting their celebrity crush”, le celebrities che incontrano i loro idoli, me le guardo stracurioso, intenerito e divertito, ma non certo stupito che gli dei possano innamorarsi, anche solo platonicamente, tra di loro. Di chi altri, di grazia?

Sono felici gli dei? E noi lo siamo? Pavese ha scritto, con profonda commozione, nei Dialoghi con Leucò, degli incontri tra uomini e dei, dove quasi sempre gli uomini, per aver visto od osato troppo, sono scesi anzitempo nell’Ade. Ma non è un libro allegro, il suo, come non lo era Pavese. A me invece, vedere gli dei su YouTube mette allegria. Certo, non è come incontrare Artemide mentre passeggi tra i boschi o vedere Ercole che abbatte un toro. Eppure Lady Gaga, gioiosa Medusa, Matt Damon, giovane Apollo, Monica Bellucci, indolente Giunone, popolano il mio immaginario e conosco i loro tormenti, perché ce li hanno raccontati, i tradimenti che hanno sopportato con fare superiore, e gli scherzi che si fanno tra loro (Matt è molto amico di Ben Affleck, e il loro successo, con Will Hunting, un film sul talento, iniziò insieme).

“Si suol dire che gli antichi attribuivano agli Dei le qualità umane, perch’essi avevano troppo bassa idea della divinità. Se essi attribuirono agli Dei le qualità umane, ne fu causa eziando [soprattutto] grandemente l’aver essi degli uomini e delle cose umane e di quaggiù troppo più alta idea che noi non abbiamo […] Tanto poco intervallo posero fra quello [l’uomo] e la divinità, ch’essi stimarono la divinità e l’umanità potersi congiungere insieme in un solo subbietto, formando una persona sola [….] i semidei”

(Leopardi, Zibaldone, 3496)

Ecco dunque chi sono i divi che contemplo rapito su YouTube, con la stessa commozione dell’artista di fronte all’opera che sa di non poter rifare, o del quindicenne che vede la ragazza più bella della scuola mentre si appoggia al muro ridendo tra le braccia di un coglione che non sa di esserlo: semidei. Certo, loro sono diventati, con il loro successo (caro agli dei, quelli interi), archetipi immortali, mentre noi, quaggiù, “della razza che rimane a terra” – diceva così Montale -, gli archetipi possiamo soltanto sognarli. Ma non sono così lontani. Non sono così diversi da noi. Il politeismo, infatti, come colse Leopardi, non mortifica come il pensiero dell’infinita distanza tra Dio e la sua creatura.

Come noi, anche i divi hanno un talento a cui essere fedeli, cadute e passioni, e anche se sono stati certo fortunati ad arrivare così in alto, lavorano ancora tutti i giorni (mail incluse, riunioni incluse) per mantenere la gloria effimera ma esaltante che i Greci ci hanno lasciato in dono. 

Così, se mi incontrate per caso, non chiedetemi della scuola, di Jung o di mio figlio, ma con chi sta Johnny Depp, quel Mercurio sempreverde con l’occhio da pirata che un giorno, a casa di Marlon Brando – Zeus in persona! – scoprì che entrambi sapevano a memoria uno stesso brano teatrale.


GIOVANNI COLACICCHI, PHD, CLASSE 1982, SI È LAUREATO IN FILOSOFIA A BOLOGNA, SPECIALIZZANDOSI POI A FIRENZE, E HA COMPLETATO IL SUO DOTTORATO SULL’ETICA DI JUNG PRESSO LA UNIVERSITY OF ESSEX. HA INSEGNATO LINGUE A FIRENZE E IN INGHILTERRA. ATTUALMENTE LAVORA COME DOCENTE DI INGLESE, STORIA E FILOSOFIA IN UN LICEO PRIVATO.

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