Non è “revenge porn”, ma violenza di massa

Il revenge porn non è più una vendetta né pornografia, ma un network che amplifica la violenza di decine di migliaia di uomini.


IN copertina: Renato Borsato, VoltoAsta Pananti di Aprile

di Alessia Dulbecco

La vicenda di Tiziana Cantone – la donna che nel 2016 si è tolta la vita in seguito alla pubblicazione di video e foto private che l’hanno resa oggetto di scherno – è tristemente nota. Anche grazie alla battaglia legale avviata dalla madre, che ha portato alla luce tantissime altre vittime, è stato possibile arrivare lo scorso anno alla configurazione di un nuovo reato, il cosiddetto “revenge porn” (contenuto nel ddl “codice rosso”). Con questa espressione si vogliono indicare quei reati commessi mediante la condivisione pubblica di immagini private che possono essere state sottratte alla vittima senza la sua volontà, o, al contrario, che può aver condiviso lei stessa individualmente (ad esempio facendo sexting col partner).

Per lo meno inizialmente, il focus del fenomeno è stato posto più sul concetto di vendetta che su quello di porno. L’obiettivo di chi faceva revenge porn, infatti, consisteva nella maggior parte dei casi in una rivalsa agita nei confronti di una ex o di una ragazza che non lo aveva corrisposto. Uso volontariamente il femminile per descrivere le vittime perché si tratta di un fenomeno che al maschile non è ben declinabile, nella stessa misura in cui un’espressione legata alla disponibilità sessuale come “putt**a” non trova un corrispettivo nell’altro genere.

Provo a spiegarmi: lo scopo del revenge porn è ledere la dignità della persona che lo subisce e per farlo vengono diffuse immagini in cui la vittima può apparire poco vestita o intenta in pratiche sessuali. Se si condividessero foto di un uomo che si masturba, al contrario, non ci sarebbe biasimo ma solo imbarazzo. Vi sono stati, in passato, episodi di uomini che hanno subito tentativi di estorsione attraverso la minaccia di pubblicazione, da parte di truffatrici, di video intimi: si tratta anche in questo caso di una violazione della sfera privata, ma la vittima, più che per questioni morali, viene derisa perché è caduta in un inganno. A ben guardare gli uomini possono essere oggetto di revenge porn e ricevere biasimo solo quando le immagini ledono la loro posizione di dominio: se vengono mostrate foto che li ritraggono in atteggiamenti omosessuali, ad esempio, o se si masturbano in solitaria, non se fanno sesso con una o più donne. Nella logica patriarcale, infatti, l’uomo da condannare è chi  ha rinunciato ai propri privilegi, e solo in questi casi riceve il medesimo giudizio morale riservato alle donne.

Il fenomeno, dunque, si inscrive all’interno delle varie forme della violenza di genere, perché si esprime mediante una disparità di potere che mette gli uomini in una posizione di vantaggio. Inoltre, esso appare figlio di una certa educazione – ancora intrisa di stereotipi sessisti – che richiede alle donne di aderire a un certo modello, pena lo stigma sociale. Questi episodi si possono verificare anche tra donne, ad esempio tra rivali in amore. In questo caso scopo dell’azione è criticare l’avversaria (perché ritenuta brutta, stupida, “facile”…). Per colpire un uomo, più difficilmente attaccabile, si mira alla donna cui si accompagna.

Inizialmente si trattava di vendetta privata – fino a qualche anno fa, infatti, la diffusione del materiale scorreva per lo più all’interno di chat indirizzate ai contatti della vittima, allo scopo di “svergognarla” davanti ad amici e parenti. Le conseguenze potevano essere molte, anche sul piano materiale, dato che alcune donne sono state persino licenziate.

Da qualche anno, però, il revenge porn ha cambiato forma e si è trasformato in un aggregante. Come il recente articolo di Wired ha messo in evidenza, le chat sono diventate dei network, che in passato proliferavano su Facebook sotto forma di gruppi privati e che oggi, invece, si diffondono su Telegram, un’applicazione che può garantire l’anonimato di chi si iscrive.

Chi partecipa a questi gruppi? I numeri parlano di più di novantamila utenti, all’incirca la popolazione di una cittadina italiana. A giudicare dai contenuti dei messaggi alcuni sono molto giovani, altri invece sono sposati e hanno figli/e. Tutti a caccia di foto, condivise gratuitamente o a pagamento. Anche la tipologia delle immagini subisce una variazione sostanziale, includendo foto non di nudo sottratte dai profili social della vittima. Chi le condivide rimarca in ogni caso la natura “facile” e “disponibile” della ragazza di turno – le si legge in faccia, dicono – mentre i partecipanti si raccontano, a turno, cosa le farebbero. In alcuni casi le immagini sono scene rubate tra i banchi di scuola o nei bagni degli istituti: è facile immaginare l’età di chi le posta.

L’elemento aggregativo di questi gruppi è una violenza che trascende la malcapitata di turno e si rivolge indistintamente a tutte le donne. Le protagoniste possono essere più o meno vestite, con foto parziali o anche solo del viso – l’opinione di chi partecipa alle chat non cambia: sono tutte assetate di sesso. Non c’è più una colpa personale da espiare – la famosa vendetta – dato che gli autori spesso non conoscono le vittime, ma una violenza giustificata dalla mera presenza della donna, che “provoca” sessualmente anche quando indossa abiti normalissimi. Il meccanismo è analogo allo stupro, perché anche in questo caso si tratta di un atto violento che colpisce le donne in quanto genere femminile.

Il fenomeno ribalta in negativo alcune caratteristiche della pornografia, in particolare l’assunto di on/scenity coniato da Linda Williams (Porn studies, 2004). Il gruppo costituisce un ambiente protetto in cui i partecipanti mettono in scena gli stupri e inneggiano alla violenza, senza percepire il peso della responsabilità, perché l’oggetto del loro odio non è presente e spesso nemmeno conosciuto. La distanza fisica ed emotiva facilita alcune azioni esortate in chat, come le molestie telefoniche o via Messenger, laddove siano stati diffusi anche i dati personali delle ragazze. Come nella pornografia si partecipa a un rituale, ma si ribalta il nesso tra finzione e realtà: nei filmati porno la finzione è fruita come se fosse realtà, nelle chat in questione accade esattamente il contrario.

Alcuni spiegano questi fenomeni ipotizzando che i partecipanti siano persone con gravi problemi sul piano relazionale o sessuale. Considerando i numeri, però, è altamente improbabile. All’interno ci sono anche persone di questo tipo (uomini che chiedono come stuprare le figlie, ad esempio, o che cercano foto pedopornografiche) ma sono una minoranza, che gli altri partecipanti non riescono né a distinguere né a estromettere. Le dinamiche di gruppo, invece che mitigare questi comportamenti, li aggravano alzando l’asticella della violenza di tutti i partecipanti. Questo sottolinea come il revenge porn, eletto a network, funzioni da cassa di risonanza della ferocia. Tra gli uomini che si iscrivono a queste chat ci potrebbe essere il vostro collega di lavoro, l’autista del bus che prendete ogni mattina, il signore distinto e cordiale con cui avete scambiato qualche battuta in coda dal fornaio. Perché davanti a richieste di consigli su come stuprare le figlie senza farle piangere non si tirano indietro e denunciano la chat? Credono che faccia tutto parte del gioco? Il limite tra finzione e realtà palesa qui tutta la sua pericolosità.

Renato Borsato, Volto – Asta Pananti di Aprile

Il fenomeno è complesso e molti/e si sono già interrogati in merito a come arginarlo. Come alcuni/e fanno notare, chiedere a Telegram di controllare queste chat apre a ulteriori problemi relativi alla privacy degli utenti che usano l’applicazione in modo innocuo. Non è un caso che gli admin di questi canali abbiano pensato di migrare su una piattaforma di messaggistica abbandonando il meno anonimo Facebook.

Forse un modo per contenere questo fenomeno può essere fornire una narrazione alternativa. Così come per lo stupro, anche in questi casi si tende a stare dalla parte delle vittime richiamando il concetto di “umiliazione subita”. È umiliante ricevere questo tipo di trattamento, per questo ci sentiamo di solidarizzare con loro. A ben vedere, però, è la categoria stessa di umiliazione che spesso frena le donne dal denunciare gli aggressori. Come ricorda Virginie Despentes, che lo stupro la ha subito poco più che adolescente, in The King Kong theory:

[…] Il punto è che finché non viene chiamata per nome l’aggressione perde la sua specificità, può essere confusa con altri tipi di aggressione, come subire una rapina a mano armata […]. Questa strategia della miopia ha la sua utilità. Perché dal momento che chiamiamo il nostro stupro “stupro”, è tutto il sistema di controllo sulle donne che si mette in moto: vuoi davvero che si sappia quello che ti è successo? Vuoi che tutti ti vedano come una donna a cui è  successo? E comunque, come puoi esserne uscita viva, senza essere una troia fatta e finita? Una donna che tenga alla propria dignità avrebbe preferito farsi ammazzare. La mia sopravvivenza è di per sé una prova ai miei danni.

Accettare di focalizzarsi sul concetto di umiliazione porta a fare lo stesso gioco dei violentatori. Non voglio essere fraintesa: lo stupro porta con sé gravi conseguenze sul piano individuale ed è importante per le vittime farsi aiutare, se lo ritengono necessario, per superare il trauma. Quello che intendo, però, è che potremmo aiutare il lavoro di queste persone sostenendole con una narrazione collettiva alternativa, in grado di superare una visione foriera degli stessi stereotipi sessisti. L’umiliazione che molti vedono nella diffusione di foto e video che possono ritrarre le donne in modo più o meno provocante o in atti sessuali, rimanda all’idea che quel tipo di condotta sia disdicevole. Ma perché mai dovrebbe esserlo? È per via di questo stigma che le donne sono frenate dal denunciare gli aggressori, perché implica l’ammissione pubblica di aver compiuto azioni sconvenienti e dunque di “essersela cercata”. Il meccanismo è figlio della cultura dello stupro, che insegna alle donne come difendersi dalla violenza (non uscire la sera, non rincasare da sole, non indossare abiti appariscenti, non dare confidenza…) ma non dice una parola sugli uomini che la agiscono.

In questo senso l’educazione, unita a una potente revisione dei modelli culturali e sociali, può risultare una strategia per contrastare questa visione del mondo. Educare alla parità e fornire uguali opportunità a entrambi i sessi permette di ripensare gli equilibri e i rapporti di potere. È inoltre importante educare alla differenza tra la pornografia mainstream e questi canali, non solo perché questi ultimi implicano soggetti non consenzienti, ma perché questa assimilazione rischia di far passare una realtà come mera finzione. Se nei filmati pornografici la recita è fruita come se fosse reale, nelle chat accade il contrario, col rischio che delle gravi violenze si travestano da semplici bravate.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza.

3 comments on “Non è “revenge porn”, ma violenza di massa

  1. Ignazio Attili

    Se una donna si degrada a farsi filmare da chiunque mentre fa sesso allora se ne deve assumere le responsabilità in pieno. La rete non dimentica e se non si possiede un modicum di alfabetizzazione informatica nel 2020, be’ che dire…

    • Sono un uomo. Se un uomo si degrada a riprendere una situazione per poi (il nesso può essere più o meno stringente) pubblicare una documentazione del fatto per me resta un umano solo per una questione biologica, ma culturalmente non trovo parole per descriverlo. Inoltre, su un piano strettamente ipotetico, se io desidero inviare a te mio (miei? perchè no) partner una foto resta inteso che nel reciproco rispetto la sto inviando a te (voi?), non ad altri.
      Una piccola inesattezza, un lapsus nel commento: non è che una persona decida di farsi filmare da chiunque. In una situazione intima è plausibile che sia io, o il mio partner, il cameraman. Nell’ articolo non si parla di persone che sanno che il materiale verrà divulgato. Esagero: non lo vogliono! E non è tollerabile che la si usi come metodo di ricatto futuro: ah! Mi hai fatto soffrire! Beccati questo! Oppure: Non ti azzardare a lasciarmi/contraddirmi, altrimenti pubblico le tue foto in mutande.
      La rete non dimentica? Vero, infatti abbiamo la fortuna ad esempio di poter ricordare a qualsiasi personaggio pubblico ogni sua incoerenza, nel limite delle sue prese di posizione pubbliche. Il punto è che una presa di posizione pubblica, una foto resa pubblica da giornali o profili social, è accessibile. Se invece io ho un profilo privato dove metto le foto del mare (nell’articolo citato c’erano anche cose così) e un amico dei social prende una mia foto e la mette in giro, è come se stesse rovistando nei cassetti dei quali gli avevo consegnato la chiave sulla fiducia: bell’amico del cazzo.
      Siamo nel 2020? Appunto. Sarebbe ora di cambiare approccio.
      Poi se si vuole sollevare un discorso di morale per cui sarebbe sbagliato riprendere o riprendersi in situazioni intime è un altro paio di maniche. E’ una posizione morale, può essere condivisa o meno, con i suoi limiti e le sue ragioni, ma resta lì e non dà nessun presupposto di legittimità per azioni così ributtanti, a meno di credersi il padreterno. Nel qual caso consiglio la prova del miracolo: se metti due dita in un bicchiere d’acqua e diventa vino, benone, altrimenti vai a farti vedere da uno bravo e staccati da internet che ti fa male.

  2. E’ un articolo che fa davvero riflettere …

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