Non hai il diritto a credere a quello che vuoi

Abbiamo il diritto di credere a qualunque cosa? Questo diritto viene spesso rivendicato da chi si ostina a credere a falsità, come chi crede che il cambiamento climatico sia una bufala. Ma questo diritto ha senso di esistere?


IN COPERTINAun’opera di Williams Emmett, all’asta da pananti casa d’aste

Questo testo è una traduzione di un articolo uscito precedentemente su Aeon, che ringraziamo.


di Daniel DeNicola

Pensiamo di avere il diritto di sapere certe cose. Ho il diritto di conoscere le condizioni del mio impiego, la diagnosi di un medico riguardo ai miei disturbi, i voti che ho ottenuto a scuola, il nome del mio accusatore e la natura delle accuse, e così via. Ma la credenza non coincide con la conoscenza.

Le credenze sono fattive: credere è considerare vero. Sarebbe assurdo, come osservò il filosofo G. E. Moore negli anni ’40, dire: “Sta piovendo, ma non credo che stia piovendo”. Le credenze aspirano alla verità, ma non la implicano. Possono infatti essere false, non giustificate da prove o adeguate considerazioni. Possono essere anche moralmente ripugnanti. Tra i candidati in questo campo le convinzioni sessiste, razziste o omofobe; la convinzione che la corretta educazione di un bambino richieda piegare la sua volontà e severe punizioni corporali; la convinzione che gli anziani debbano essere abitualmente eutanizzati; la convinzione che la pulizia etnica sia una buona soluzione politica e così via. Se troviamo queste cose moralmente sbagliate, condanniamo non solo gli atti potenziali che scaturiscono da tali credenze, ma il contenuto stesso della credenza, l’atto di crederci, e di conseguenza chi la crede.

Questi giudizi possono implicare che credere sia un atto volontario. Ma spesso le credenze sono più simili a stati d’animo o atteggiamenti che ad azioni volontarie. Alcune credenze, come i valori personali, non sono scelte deliberatamente; vengono “ereditate” dai genitori e “acquisite” più o meno inavvertitamente dai propri pari, inculcate da istituzioni e autorità, assunte per sentito dire. Per questo motivo penso che il problema non sia come si giunge a sostenere una credenza, ma il rifiuto a cambiare opinione, che può essere un atto volontario ed eticamente sbagliato.

Se il contenuto di una credenza è giudicato moralmente sbagliato, viene anche ritenuto falso. La convinzione che una razza sia meno che degna di un’altra non è solo un principio moralmente ripugnante; è ritenuta anche un’affermazione falsa – sebbene non dal credente. La falsità di una credenza è una condizione necessaria ma non sufficiente perché una credenza sia moralmente sbagliata; né la bruttezza del contenuto è sufficiente perché una credenza sia moralmente sbagliata. Ahimè, ci sono davvero verità moralmente ripugnanti, ma non è la credenza a renderle tali. La loro bruttezza morale fa parte del mondo, non delle credenze sul mondo.

Chi sei tu per dirmi in cosa credere? Risponderebbe il fanatico. È una sfida sbagliata: implica che certificare le proprie credenze sia una questione di autorità. Ignora il ruolo della realtà. La credenza ha quel che i filosofi chiamano una “direzione di adattamento mente-mondo”. Le nostre credenze sono destinate a riflettere il mondo reale – ed è qui che le credenze possono andare in tilt. Ci sono credenze irresponsabili; più precisamente, ci sono credenze che sono acquisite e mantenute in modo irresponsabile. Si possono ignorare le prove, accettare pettegolezzi, voci o testimonianze da fonti dubbie, ignorare l’incoerenza con le altre credenze, abbracciare il pensiero magico o mostrare una predilezione per le teorie del complotto.

Non intendo ritornare al severo evidenzialismo del filosofo e matematico del XIX secolo William K. Clifford, che sosteneva: “È sbagliato, sempre, ovunque e per chiunque, credere a qualcosa su prove insufficienti”. Clifford stava cercando di prevenire l’irresponsabile “creduloneria” dove il pensiero magico, la fede cieca o il sentimento (piuttosto che le prove) stimolano o giustificano la credenza. È troppo restrittivo. In ogni società complessa, si deve fare affidamento sulla testimonianza di fonti affidabili, sul giudizio degli esperti e sulle migliori prove disponibili. Inoltre, come ha risposto lo psicologo William James nel 1896, alcune delle nostre convinzioni più importanti sul mondo e la prospettiva umana si formano senza avere prove sufficienti. In tali circostanze (che negli scritti di James sono definite a volte in modo ristretto, a volte in modo più ampio), la “volontà di credere” ci autorizza a credere all’alternativa da cui consegue una vita migliore.

Nell’esplorare le varietà dell’esperienza religiosa, James ci ricorda che il “diritto di credere” può stabilire un clima di tolleranza religiosa. Le religioni che si definiscono in base a credenze obbligatorie hanno intrapreso repressioni, torture e innumerevoli guerre contro i non credenti, che possono cessare solo con il riconoscimento di un reciproco “diritto di credere”. Tuttavia, anche in questo contesto, delle confessioni estremamente intolleranti non possono essere tollerate. I diritti hanno dei limiti e comportano delle responsabilità.

Sfortunatamente, molte persone oggi sembrano prendersi una grande licenza con il diritto di credere, ignorando le propria responsabilità. L’ignoranza intenzionale e la falsa conoscenza che sono comunemente difese dall’affermazione “ho diritto a credere quello che voglio” non soddisfano i requisiti di James. Consideriamo coloro che credono che gli allunaggi o il massacro alla scuola Sandy Hook fossero drammi irreali e creati dal governo; che Barack Obama è musulmano; che la Terra è piatta; o che il cambiamento climatico è una bufala. In questi casi, il diritto di credere è proclamato come un diritto negativo; il suo intento cioè è quello di precludere il dialogo, di deviare tutte le sfide, di impedire ad altri di interferire con il proprio credo e agire. La mente è chiusa, non aperta al dubbio. Possono essere “veri credenti”, ma non credono nella verità.

Credere, come volere, sembra indispensabile alla propria autonomia, è il fondamento ultimo della propria libertà. Ma, come ha osservato anche Clifford: “La convinzione di un uomo non è sempre una questione privata, che riguarda solo lui”. Le credenze danno forma ad atteggiamenti e motivazioni, guidano le scelte e le azioni. Credere e conoscere si formano all’interno di una comunità epistemica, che ha delle conseguenze pratiche. C’è un’etica del credere, dell’acquisire, sostenere e abbandonare le credenze – e questa etica genera e limita il nostro diritto a credere. Se alcune credenze sono false, o moralmente ripugnanti, o irresponsabili, sono anche pericolose. E a quelle non abbiamo diritto.


Daniel DeNicola è professore di filosofia al Gettysburg College in Pennsylvania e autore di Understanding Ignorance: The Surprising Impact of What We Don’t Know (2017), che ha ricevuto il premio PROSE 2018 in filosofia dall’Associazione degli editori americani.

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