Non “sono solo canzonette”: gli stereotipi di genere nella musica italiana

Anche la musica mainstream è viziata dal sessismo che fino a dieci anni fa impregnava la televisione italiana: una violenza simbolica invisibile alle sue stesse vittime, che non mantiene le disuguaglianze con la forza, ma grazie alla creazione di modelli culturali che generano  adesione e consensi anche nella classe subordinata.


 in copertina: The singer, 1903, Wassily Kandinsky

di Alessia Dulbecco

Nel 2009 Lorella Zanardo mette online un documentario, realizzato insieme a Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi, dal titolo “il corpo delle donne”. «Le immagini non sono solo immagini – afferma la voce fuori campo di Zanardo in apertura del cortometraggio – sono comunicazione, memoria, sapere, educazione.» Gli spezzoni dei programmi televisivi che vengono assemblati e proposti nel breve  documentario veicolano un’immagine delle donne «contraffatta e irreale». Corpi femminili seminudi, inquadrature dal basso verso l’alto che si soffermano sulle gambe, sul sedere e sui seni, visi ridotti a maschere, uomini di mezza età che, in fascia preserale, sculacciano e ridono di ragazze che, più che “vallette”, diventano carne su cui sfogare tutto il sessismo di cui la nostra educazione è intrisa.

«Perché le donne non scendono in piazza protestando per come veniamo rappresentate?» si chiede Zanardo. In realtà, qualcosa successivamente è accaduto. Il documentario è servito per rivelare ciò che era sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno riusciva più a cogliere, anestetizzati da anni di programmi della tv generalista. Il filmato ha avuto il merito di rivelare la pervasività del linguaggio televisivo e il ruolo che assume nella trasmissione e nel mantenimento degli stereotipi di genere e dei rapporti di potere che si instaurano tra uomini e donne. A partire dal documentario, Zanardo ha messo a punto numerosi corsi di formazione per insegnare a leggere dentro le immagini e recentemente ha pubblicato un manuale, Schermi, se li conosci non li eviti, che riassume i principali argomenti su cui si snodano le docenze e gli incontri realizzati con giovani, insegnanti e formatori. 

Le immagini, continuamente riproposte dalla tv, esprimono i valori di una “cultura di massa” e costituiscono pertanto un canale privilegiato per la riproduzione di ogni potere, tra cui quello patriarcale. In altre parole, lavorano per il mantenimento di quella violenza simbolica che Pierre Bourdieu ha descritto come «quella forma di violenza dolce, invisibile per le sue stesse vittime, che si esercita attraverso le vie simboliche della comunicazione e della conoscenza». Oltre alle immagini, però, c’è un ulteriore dispositivo che sembra costituire un veicolo perfetto per il mantenimento di quelle strutture sociali che diamo per scontate, ed è la musica.

Se è vero che, grazie al pionieristico lavoro di Zanardo, le immagini sono state messe al centro della discussione femminista (su Facebook, ad esempio, vi è un gruppo molto attivo dal titolo La pubblicità sessista offende tutti che ha lo scopo di segnalare le immagini che discriminano le donne affinché l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria possa agire di conseguenza), altrettanto non si può dire dei messaggi trasmessi attraverso i testi delle canzoni.

Eppure, la musica gioca un ruolo determinante nella definizione dei rapporti sociali, in particolare per quanto concerne le relazioni affettive tra uomini e donne e il modo in cui esprimere il proprio genere di appartenenza.

Come afferma Riccardo Burgazzi, filologo, autore del volume Il maschilismo orecchiabile, «le canzonette naturalizzano e rendono orecchiabili i rapporti di potere che sono il risultato di forme di violenza che allo stesso tempo le riproducono». Anche la musica, come le immagini televisive, riproduce il dominio maschile sulle donne. Come afferma lo studioso, «ciò non significa che ogni uomo opprima una donna, ma che la classe degli uomini complessivamente trae vantaggio dal potere che viene esercitato sulle donne».

Per capire meglio questo concetto può essere utile richiamare Gramsci e la definizione di egemonia. Essa costituisce quel processo grazie al quale la classe dominante si garantisce il potere di determinare la cornice epistemica entro la quale la realtà viene letta e interpretata. Il privilegio, cioè, non si mantiene solo con la forza ma anche grazie alla creazione di modelli culturali che generano  adesione e consensi anche nella classe subordinata. 

La musica svolge la medesima funzione, decretando modelli di comportamento maschili e femminili, in particolare quando affronta il tema dell’amore.

Un po’ come le immagini, anche alle parole delle canzoni pop non prestiamo attenzione. Vengono ascoltate distrattamente, così come guardiamo con poca attenzione un programma televisivo mentre cuciniamo all’ora di cena. Pur non facendo caso al loro contenuto, ciò che vediamo e ascoltiamo lascia traccia, depositandosi in quella cornice di luoghi comuni che rivela, tra le altre cose, una cultura profondamente sessista. Le parole non sono mai “solo parole”, anche se è vero che ancora oggi facciamo fatica a considerare la loro portata in termini di definizione dei rapporti di potere.

Nella sua analisi, che prende in considerazione circa cinquant’anni di musica italiana “mainstream”, Burgazzi rileva che gli stereotipi afferenti il maschile e il femminile restano invariati nel corso del tempo. La rappresentazione delle donne è ancora ripartita in quel dualismo che le vuole, all’occorrenza, “sante o puttane”. È una “ragazzina bella da morire” quella che cantano gli Homo Sapiens negli anni 70, è sempre “una donna, forse ingenua ma bella”, quella che vorrebbe Grignani venticinque anni dopo. La bellezza resta quindi l’elemento che connota maggiormente il genere femminile, il tratto per cui sono ricordate e ambite. La dimensione estetica caratterizza anche le donne libertine e sfacciate che cantano i Litfiba (“sei donna, meravigliosa, sei donna…pericolosa”). Eppure, anche quando sono femme fatale, si percepisce come il potere non sia mai nelle loro mani e come la loro funzione sia sempre quella di oggetto di cui sono altri a disporre. È il caso della Susanna cantata da Vasco Rossi, una “bambina” che ti fa venir voglia di “mangiarla tutta” e per questo il cantautore di Zocca mette in guardia i suoi sodali: «attento amico: è frutta che scotta, attento amico, vacca, l’hai già rotta!». 

Queste parole non sono distanti dal cameratismo che si esprime, tra maschi, con gomitate e pacche sulle spalle al racconto dell’ennesima conquista, resoconto che si fa ancora più violento e ricco di dettagli se la ragazza, al pari di Susanna, è vergine. 

È una mascolinità tossica quella che viene espressa dalle canzoni: l’uomo è playboy, è “tremendo” come cantava Rocky Roberts negli anni ’60. Ottiene sempre ciò che vuole (con le buone o con le cattive, come canta Fibra, nei primi anni 2000, quando dice «se non me la dai te la strappo come Pacciani»), anche se una volta raggiunto l’obiettivo se ne disinteressa, annoiandosi.

Gli uomini rappresentati nelle canzoni sono seduttori, competitivi, sempre forti e sicuri di sé. Guarda caso, questi attributi ricalcano perfettamente il tipo di educazione che ancora oggi si tende ad impartire ai bambini. Come ricorda il filosofo Lorenzo Gasparrini nel suo saggio Diventare uomini, «la normalità di milioni di maschi eterosessuali è intrisa di sessismi di ogni tipo, di forme di violenza esercitate verso altri generi e orientamenti sessuali e verso i suoi simili che sembrano non aderire a quella normalità.  Questa normalità concede privilegi, ma chiede anche molto».

Ciò che esige è l’adesione a un determinato modello di mascolinità che, afferma la professoressa Chiara Volpato in Psicosociologia del maschilismo, si può declinare in varie pratiche: «mettere alla prova se stessi attraverso la competizione tra maschi, negare le emozioni per timore di essere identificati come omosessuali, (…) l’ambivalenza per cui è inaccettabile essere accostati alle donne che però permangono come oggetti del desiderio, un certo modo di vivere la sessualità vantandosi delle conquiste e rifiutando la vulnerabilità». Ogni bambino è involontariamente educato al raggiungimento di questo standard di comportamento poiché è immerso in un mondo sessista che – attraverso abitudini consolidate – lo spingerà a svolgere determinate e esperienze, a prediligere un certo tipo di giochi, di vestiti, di interessi. Non è solo la scuola o la famiglia che svolgono questo ruolo di trasmissione di routine, anche immagini e messaggi audiovisivi informano che è normale per maschi e femmine comportarsi diversamente. Così, una differenza costruita su basi culturali viene veicolata come se fosse qualcosa di naturale, esistita da sempre. Tornando a Bourdieu, si assiste a ciò che egli chiamava il paradosso della doxa con cui vengono fatti passare come naturali i rapporti di potere stabiliti su basi socioculturali, rendendoli di fatto invisibili.

Che il potere risulti mal distribuito si osserva facilmente se analizziamo come le canzoni affrontano il tema dell’abbandono. Riprendendo l’analisi di Burgazzi:«l’uomo che abbandona lo fa per un indeterminato sentimento volto alla libera ricerca di un misterioso e intrigante altrove». Insomma, per un uomo è facile “piantare in asso”, almeno dai tempi del mito di Arianna e Teseo. Quest’espressione si deve proprio alle gesta del principe ateniese, che in un primo momento accetta la proposta di Arianna (di portarla via dall’isola, in cambio dell’aiuto che ella gli avrebbe fornito per uscire dal labirinto) per poi tradire la parola data e, con un raggiro, “piantarla in Nasso” e fuggire. 

Se il desiderio di libertà, dunque, pare connaturato alla natura maschile, la stessa cosa non può dirsi per quella femminile. Nei loro confronti, gli uomini reagiscono con disperazione (ricordando all’amata che «c’è ancora il letto come lo hai lasciato tu») o con rabbia («io ti odio», canta Baglioni in quanto ti voglio, nel 1972). Anche quando esprimono afflizione, però, non sono mai perdenti: in questo si esprime la mascolinità tossica. La colpa per quanto subito, infatti, è sempre di qualcun altro: della donna, della sua tendenza a vendersi a chi dispone di status-simbol migliori. Emblematico è in questo senso il testo Colpa d’Alfredo: «è andata a casa con il neg*ro, la tro*a». Perché lo ha fatto? Forse perché «è la macchina che c’ha, che conta». 

Tutto questo potrebbe suonarvi come “già sentito”: in effetti, è esattamente quanto sostengono gli Incel, neologismo che identifica gli “involontary celibate”, ossia quegli uomini che hanno difficoltà a stringere relazioni con le donne, anche se vorrebbero, incolpando il genere femminile per i loro insuccessi. Non è colpa loro se non riescono ad avere una partner, si sono solo ritrovati dalla parte sbagliata, privi di quegli attributi (bellezza, soldi, e successo) con cui avrebbero potuto contrattare alla pari una relazione (che, a loro dire, non è determinata da affinità emotive ma pilotata dalle donne che vogliono solo uomini ricchi, belli, potenti).

Torniamo alla musica. Ciò che abbiamo detto ci serve per capire anche quali siano le reazioni che seguono un abbandono. Deresponsabilizzati, disabituati al rifiuto, le canzoni ci restituiscono scenari intrisi di violenza psicologica, fisica, stalking. Pappalardo in Ricominciamo canta «so dove passi le notti, ti seguo, ti curo, non mollo lo giuro, perché sono nel giusto, perché io ti amo», mentre negli anni 2000 J-Ax litiga con la partner dicendole: «Grida grida fino che un ghisa chiama I carabinieri, Non sei la stessa tipa con cui ho dormito ieri, Cos’hai sei annoiata hai la luna girata? (…) o ti amo o t’ammazzo, il tuo ragazzo è pazzo».

Si potrebbe obiettare che anche le cantautrici aderiscono a questo modello perpetrando gli stessi stereotipi proposti dai colleghi, anziché discostarvisi. Prendiamo ad esempio la canzone che, più di tutte, è diventata un vero e proprio manifesto per tantissime donne, mi riferisco a Fiorella Mannoia e alla sua Quello che le donne non dicono. Mannoia canta un universo femminile fatto di donne “delicate”, “dolcemente complicate”, che cambiano “per la voglia di piacere” al partner. Donne che non ascoltano più i “complimenti dei playboy” che vengono loro rivolti mentre sono per strada. Sono infaticabili, le donne descritte dalla cantante romana, sempre pronte a perdonare il proprio uomo a patto che porti loro “delle rose, nuove cose”. Vero, peccato che il testo di questa canzone fu scritto dai cantanti e compositori Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone. Il maschilismo egemonico è anche questo: inscrivere nell’orizzonte culturale definito dal patriarcato  le parole che le donne usano per descrivere se stesse.

Considerando tutto ciò, si potrebbe riprendere quella domanda che Zanardo pone nel documentario sopracitato: perché le donne non scendono in piazza per protestare contro il modo in cui vengono rappresentate? Esattamente come per le immagini televisive, anche in ambito musicale le donne si autodefiniscono a partire da quella cornice di senso data per naturale. Così come sullo schermo, per lungo tempo, la loro presenza è stata possibile solo aderendo a un preciso modello  imposto dai canoni di una società profondamente maschilista che concepisce il femminile come un oggetto di intrattenimento (per anni e, in parte ancora oggi, le donne in tv assumono il ruolo di valletta, più o meno vestita, più o meno muta) allo stesso modo le cantanti hanno imparato a parlare e descriversi in musica usando le espressioni impiegate dalla loro controparte maschile. Il modello vincente è quello stabilito dalla maschilità tossica, pertanto la donne vincente è quella forte.

Significativo il testo della rapper italiana Baby K che in Anna Wintour canta «fai la signorina, ma pensa come un uomo, essere diva è un lavoro a tempo pieno (…) io sono un boss».

Nella sua ricerca, Burgazzi è consapevole di escludere determinati generi musicali: alcuni – come la musica trap – erano inesistenti nel periodo preso in esame dall’autore (che si concentra in particolare nella fascia Settanta-Duemila), altri – come il neomelodico – si stavano consolidando per poi esplodere agli inizi del nuovo millennio con la coppia D’Alessio-Tatangelo. Il filologo compie questa precisa scelta di campo perché il suo obiettivo è svelare il sessismo di quelle canzoni che spesso non scegliamo di ascoltare, ma che ci vengono direttamente proposte dai programmi televisivi, dalla radio, dalla musica in filo diffusione nei centri commerciali, al supermercato. In questi contesti, è raro sentire pezzi di Young Signorino o IoSonounCane, mentre è molto facile imbattersi in Arisa, Emma, Achille Lauro.

Oggi, però, le modalità di fruizione della musica sono radicalmente cambiate: la nuova generazione conosce poco la radio poiché è abituata a scegliere le playlist direttamente da app come Spotify o iTunes. Per queste ragioni, è interessante fare un’incursione (senza pretesa di esaustività o completezza) nella musica ascoltata con volontà e interesse dalla generazione Z, per verificare siano sottoposti allo stesso tipo di messaggi della mia generazione o quella ancora precedente. Per provare a capirci qualcosa ho chiesto aiuto agli under 20 di Instagram, che mi hanno fornito nomi e titoli di canzoni per me pressoché sconosciute. Quello che ho potuto osservare è che, oggi, la musica mainstream è costituita spesso da artisti fuoriusciti dai talent (Michielin, Maneskin, Ariete, Elodie, Mahmood…) e che godono in ogni caso ottimi ascolti. Analizzando i testi di alcune canzoni, sembra che determinati stereotipi permangano, seppur fortemente diluiti, anche grazie all’attenzione verso altre tematiche. Non si parla solo dell’amato/a o delle crisi affettive col partner; spesso mettono a nudo il proprio io, le insoddisfazioni, le debolezze personali. 

Di converso  si assiste a una radicalizzazione di stereotipi misogini, violenti e sessisti in parte della musica trap e rap. Se è vero che questo genere musicale è sempre stato caratterizzato da un linguaggio forte, funzionale alle tematiche trattate (il disagio sociale, la povertà, l’abuso di sostanze…), bisogna dire le nuove leve lo orientano spesso nei confronti delle donne. Così, Massimo Pericolo canta «Non ho voglia di sco*are, succhiami il ca**o (…) Non sai quanto bisogno c’ho di mettertelo in cu*o, pensare mentre sco*o che di me importi a qualcuno, fan*ulo», mentre Emis Killa e Jake La furia si riferiscono alle loro serate in questo modo: «ll mood è schivare le vipere, mettere il ca**o in queste fig*e infime, finché non muoio di aids o sifilide».

Ovviamente, non è possibile fare previsioni sull’effetto nelle nuove generazioni di queste modalità  rispetto a violenza di genere e discriminazioni. Ciò che mi preme ricordare è che la riflessione sui linguaggi televisivi e musicali rappresenta un tema da non sottovalutare per contrastare adeguatamente questi fenomeni. Se è vero che oggi moltissime persone si dichiarano apertamente contro i soprusi e le violenze vissute quotidianamente dalle donne (ricordiamo, dati Istat alla mano, che sono più di sei milioni le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno dichiarato di aver subito, nella loro vita, almeno una forma di violenza o maltrattamento), è molto più difficile combattere la logica del “ma è solo una battuta”. Il linguaggio sessista di cui sono intrise molte canzoni ha un ruolo importante nel sostenere e legittimare la violenza di genere. Anmesty international ha rappresentato la violenza subita dalle donne (dalle micro aggressioni quotidiane passando per le minacce, fino alla violenza fisica che può esplodere in un femminicidio) come un iceberg. Se è vero che una parte di esso è ormai stato portato in emersione, è altrettanto vero che moltissimi atteggiamenti giacciono sotto la superficie. La vera sfida consiste nel cambiare l’orizzonte di senso affinché battute sessiste non siano più considerate “solo una battuta”. Castelli afferma che «una rivolta non avviene quando prendi il comando, ma quando sposti il simbolico, quando cambi l’immaginario e inventi nuovi pratiche di resistenza». Quello che possiamo augurarci è che, dopo il cambio d’immaginario che ha contraddistinto ciò che vediamo, esso possa riguardare presto anche ciò che ascoltiamo.


Libri citati

 

Lorella Zanardo, il Corpo delle donne, Feltrinelli, 2010

Lorella Zanardo, Cesare Cantù, Schermi, se li conosci non li eviti, Franco Angeli, 2020

Riccardo Burgazzi, Maschilismo orecchiabile, Prospero Editore 2021

Lorenzo Gasparrini, Diventare uomini, Settenove, 2016

Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo, Laterza 2013

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli 1998

Marilisa D’Amico, Una parità ambigua, Cortina, 2020


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza.

 

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1 comment on “Non “sono solo canzonette”: gli stereotipi di genere nella musica italiana

  1. Ottimo articolo. Documentato, chiaro ed efficace!
    Maria

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