Non sottovalutate le fate



Quando in italiano sentiamo parlare di fate la mente va a esseri per forza femminili e con poco spessore letterario. Invece si tratta di creature parte di “una natura intermedia fra l’uomo e l’angelo”. Proprio come i demoni. 


In copertina: The Fairy Tree ~ Richard Doyle, 1865.

di Francesca Matteoni

Secondo una certa cultura, assai diffusa, che trova nobili antecedenti nel teatro shakespeariano, sono grandi come un coleottero o al massimo come un riccio di campo, aggraziate e rapide nelle loro ali di insetto. Secondo un’altra, non meno popolare, esaudiscono desideri, si portano via i denti caduti dei bambini, sono buone madrine, possono essere molto vecchie, indossano lunghe tuniche e agitano una bacchetta magica. A volte prendono i loro poteri direttamente dalla stella della sera. Secondo certe produzioni televisive contemporanee sono adolescenti in abiti succinti e lunghe chiome. E per molti movimenti neopagani attraverso di loro si manifesta il mondo naturale ed elementale – sono custodi di segreti. Ma più in generale vengono viste come sciocchezze infantili dai colori pastello, ridicolaggini da propinare ai bambini per poi, con l’arroganza tipica di molti sedicenti grandi, distruggerle con lo spettro della “vita vera”. Sto parlando delle fate, anche se non posso parlare per loro.  La parola italiana purtroppo riduce il campo, femminilizzandolo, mentre il corrispettivo inglese fairies è più inclusivo, e si riferisce a tutti coloro che fanno parte del regno fatato, dai folletti alla tribù irlandese dei sidhe, popolo preistorico rifugiatosi nei terrapieni e sotto le colline, alle creature del fato di ogni forma e dimensione. Li associamo al soprannaturale, ma studiandoli un po’ vedremo che semmai sono perfino troppo “naturali”, appartengono a questo mondo di cui abitano i margini e le incertezze, più resistenti delle grandi divinità, a cui infatti sopravvivono, perché più adattabili, meno pretenziosi, più robusti per le migrazioni e le ibridazioni. Parafrasando una nota pubblicità, potrei dire che un dio passa di moda, ma un folletto o una fata, pur nella sua essenza fuggevole (folata di vento, scherzo del destino), è per sempre. Trascorrono esistenze sorelle alle nostre,  vaghi sembianti in uno specchio opaco. Sotto le travi, nelle soffitte, negli acquitrini e nelle cave, sulla riva dei mari, nei luoghi dismessi, nei tronchi animati di certi alberi, li troverete. Gli dei sono legati al potere e alla preghiera, ma i fairies hanno a che vedere con la prossimità, il presentimento. 

Chi scrive qui li ha sempre cercati, prima nelle fiabe classiche, poi nelle raccolte folkloriche, per liberarli dalla loro valenza simbolica e favolistica e toccarne l’origine, avendo sempre in testa due questioni fondamentali:

  1. Come sono fatti.
  2. Dove abitano.

Un libro che visivamente soddisfa queste richieste è l’iconico Fate di Brian Froud e Alan Lee, pubblicato per la prima volta nel novembre del 1978 e amato da generazioni di strambi e fricchettoni, che accoglie illustrazioni e ritratti dei più noti fra fate, elfi e folletti, delle isole britanniche. Mi capitò fra le mani ormai quasi trent’anni fa, in un momento in cui forse tentavo di assomigliare ai fairies, più che comprenderli. Per lungo tempo lo portai con me  in una borsa guatemalteca, accanto al flauto dolce, al quaderno, le penne e gli spiccioli nel borsellino. Forse era un modo di evocarli. Mi sentivo struggente come le fate di Selena Moor di un racconto popolare inglese, un’adoratrice di stelle, la cui religione o il cui stile di vita non aveva posto nella società degli umani. Fatto sta che trascorsa l’adolescenza non è venuto meno l’interesse per il popolo fatato, ma sempre di più mi sono chiesta: chi sono? 

Anche se la tradizione fatata appartiene a tutto il mondo e in Italia abbiamo, per esempio, un considerevole bagaglio di creature, la mente va sempre a Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda, quando si entra nell’argomento. Oppure più su, a nord, nelle terre scandinave. La ragione sta nel trattamento ambiguo della materia folklorica, in cui solitamente fate e affini vengono iscritti. Il suo valore scientifico è dubbio, mentre se lasciato a se stesso diviene un archivio di informazioni senza scopo, buono per i collezionisti. Ma se entra in contatto con la mente immaginativa innesca la poesia. Nei paesi anglofoni o scandinavi l’elemento folklorico e fatato popola le opere letterarie, respira attraverso di loro. I fairies escono dai loro anfratti con frequenza, per questo gli artisti hanno ancora il desiderio di raffigurarli, di conoscerli. Ed è proprio nell’opera di Froud e Lee che, aggirandomi fra folletti-porcospino, fate su funghi di ogni dimensione, esseri mostruosi e ghignanti, mi imbattei in un tale Robert Kirk, e nel suo Il Regno Segreto (The Secret Commonwealth, in originale), un trattato che prometteva di esporre tutto quanto c’è da sapere sugli esseri fatati diffusi fra gli scozzesi celtici. Cosa ha di particolare questo libro rispetto agli altri sull’argomento? 

Primo: è un testo composto alla fine del diciassettesimo secolo, mentre ancora imperversa la caccia alle streghe e alcuni notevoli casi scozzesi hanno per protagonista la Regina delle Fate al posto di Satana, così come nella highlands si parla di un marchio fatato invece che di un marchio stregato o diabolico, lasciato sul corpo degli accusati. Avere a che fare con i fairies significa essere fey, ovvero dotati di seconda vista, capaci di comunicare con questi spiriti e spesso sospettati di stregoneria. Perché se i fairies non sono del tutto o propriamente diabolici, certo sono ben più lontani dalle schiere angeliche. Non provengono da Dio. 

Secondo: l’autore del testo è un reverendo. Un ministro presbiteriano, che mentre descrive le fate sta traducendo la Bibbia in gaelico, al fine di combattere l’analfabetismo fra i suoi compaesani.

Terzo: è un reverendo e crede nelle fate, le difende, o meglio difende la facoltà della seconda vista, come strumento per affermare la veridicità di un universo spirituale, contro l’ateismo. Del resto Kirk era un settimo figlio e, tradizionalmente, i settimini hanno il dono della guarigione e comunicano con gli spiriti. 

Infine il trattato, redatto poco prima della morte, che avvenne all’improvviso nel 1692 e fu pubblicato solo nel 1815 grazie all’interessamento di Sir Walter Scott, non aveva alcuna pretesa artistica: come lo sforzo di Kirk per il suo Salterio dipendeva dalla dedizione alla causa religiosa, così questo testo dipendeva dalla necessità del reverendo di dire la verità.  Faccio mie le parole che W.B. Yeats usò per le opere sugli spiriti di Emanuel Swedenborg: lo stile è così diretto che l’autore deve essere sincero, non si può che credere alla sua bontà e convinzione se non alla sua versione. 

Ministro nel villaggio di Aberfoyle situato alla porta delle highlands, il reverendo camminava spesso seguendo un sentiero ad anello che dal paese conduce in cima a Doon Hill, la collina abitata dalle fate, dove sorge un antico pino. Proprio sotto l’albero una mattina di maggio del 1692 Kirk, che si stava lentamente riprendendo da una malattia, fu trovato morto per un colpo apoplettico. Ma la voce che si sparse fu che i fairies, contrariati perché il reverendo aveva raccontato le loro faccende personali, lo rapirono, lasciando, come sempre fanno, un sostituto modellato con la sua immagine e portando con loro il vero Kirk, nella loro terra crepuscolare. 

Chi erano le fate per Kirk e per la gente della sua epoca? Scrive il reverendo:

Questi Siths o Fairies (…) si dice che siano di una natura intermedia fra l’uomo e l’angelo (come si riteneva fossero i demoni nei tempi antichi) con una mentalità intelligente e appassionata, e corpi leggeri e mutevoli di natura analoga a quella di una nube condensata e che si vedono meglio al crepuscolo. 

Questi corpi sono così mutevoli per la tenuità degli spiriti che li animano, che essi possono farli apparire o scomparire a piacere. Alcuni hanno corpi ossia veicoli (materiali) così spugnosi, sottili e depurati che possono venire nutriti soltanto assorbendo qualche sottile liquido spiritoso che penetra come l’aria pura e come un olio; altri si nutrono in modo più grossolano della parte più nutritiva o sostanza di grani e di liquidi ovvero addirittura di grano che cresce sulla superficie della terra, che questi fairies portano via, in parte invisibilmente, in parte predando il grano come fanno le cornacchie e i topi. Perciò anche in questi nostri tempi li si ode qualche volta cuocere il pane, battere martelli e fare altri lavori del genere entro le piccole colline che essi per lo più abitano. 

E prosegue:

I loro corpi di aria coagulata a volte vengono portati in alto, altre volte strisciano sul suolo in diverse forme ed entrano in ogni crepaccio o fenditura della terra in cui può entrare l’aria, fino alle loro abitazioni solite, perché la terra è piena di cavità e di buchi, e non vi è nessun posto o essere creato che non si supponga abbia qualche altro animale, più grosso o più piccolo, che viva in esso o su di esso come abitante, né esiste in tutto l’universo un luogo che sia un vero deserto. 

Abitano ogni luogo della terra a cui adattano la loro forma; compiono mestieri che ricordano i nostri, anche se in realtà le loro figure sono spesso inganno, gioco di luce per attrarre o respingere il viandante, e si sostengono con la  quintessenza degli alimenti, fra cui prediligono il latte umano che assorbono direttamente nei corpi. 

Per lo più si nutrono di quintessenze e di essenze eteree; soltanto la forza spiritosa del latte di donna nutre i loro bambini, venendo portata loro artificialmente (come l’aria e l’olio penetrano nei nostri corpi) per renderli vigorosi e vivaci; e questo modo rapido di portare un alimento puro, senza le solite digestioni, trasfondendolo e trasudandolo attraverso i pori nelle vene e nelle arterie e nei condotti che riforniscono il corpo, non è per nulla più assurdo di quello per cui un infante viene nutrito attraverso l’ombelico prima di nascere ovvero una pianta cresce attraendo un succo vitale dalla terra attraverso molte piccole radici e barbe.

Una delle credenze più diffuse a ogni latitudine vuole che le fate rapiscano bambini umani, scambiandoli con i propri. Non lo fanno per poco amore verso la loro prole, tanto che un modo sicuro per riavere il proprio figlio è quello di esporre a un pericolo mortale il bambino fatato. Lo fanno piuttosto nel tentativo di rinvigorire la specie che, pur longeva, non ha mai la pienezza vitale dell’umano. Da qui la tradizione di lasciare un piattino di latte o crema per i vari folletti della casa. Delle abitudini alimentari dei fairies, che possono talvolta avere risvolti pericolosi per gli umani, restano tracce tangibili. Si credeva infatti che le punte di selce ritrovate sul terreno, spesso reperti preistorici, fossero proiettili fatati, che causavano il “colpo elfico” (elf-shot), con cui esse perforavano i corpi delle mucche o delle pecore per suggere l’essenza del latte, causando però a volte il deperimento dell’animale. Questa è una delle tante pratiche che dai fairies trasmigra alle streghe, accusate di procurare lo stesso male a uomini e bestie, succhiando così i loro liquidi vitali. Ed è anche uno dei motivi per cui in Irlanda di streghe ne furono perseguitate poche: in quel paese il credo nei fairies era ben saldo e certe colpe ricadevano immancabilmente su di loro. 

Nelle parole del reverendo riecheggiano le idee neoplatoniche sul daimon e la descrizione che Sant’Agostino fornisce dei demoni ne La città di Dio, ma non c’è condanna e anche le loro nature, per così dire rovesciate, non sono viste come nemiche. Piccoli ladri, perennemente alla ricerca presso l’umano di qualcosa che non hanno, incastrati fra il corpo e l’anima nello spirito, essenza che i filosofi del tempo assimilavano a un vapore sottile, “espresso dal sangue” come spiegava il dotto Robert Burton nel suo Anatomia della malinconia , ovvero l’anello di congiunzione fra la fisicità della vita e la sua forma spirituale.  

Si ricorderà che Sant’Agostino scriveva dei demoni quali creature dai corpi immortali e l’anima caduca, saturi di conoscenza, ma privi di saggezza, perché a loro mancava l’amore divino. Le fate di Kirk invece vivono, come si diceva, lungamente, ma come in un sogno fermo in se stesso, finché la morte non arriva con l’alba. Così in uno dei frammenti più poetici:

Non sono soggetti a malattie dolorose, ma invece si estenuano e decadono a un certo momento, tutti a un dipresso alla stessa età. Alcuni dicono che la loro continua malinconia è dovuta alla loro condizione sospesa fra due.

È questo stato malinconico che sopravvive nella nostra fantasia, che si attarda nella sensazione che queste creature ci riguardino. Come nota il filosofo e anglista Mario Manilo Rossi, curatore dell’opera di Kirk in italiano e autore del bellissimo saggio, “Il cappellano delle fate”, che lo accompagna, il punto irrisolto nella sua trattazione dei fairies è il rapporto che questi hanno con i morti. Secondo storie diffuse coloro che scompaiono sulla terra o muoiono giovani sono in realtà intrappolati nel mondo fatato, che è qui, nel nostro stesso mondo, oltre una superficie d’acqua, dentro un bosco dove perdiamo la via, in una cavità fra le rocce che conduce al sottosuolo. Basterebbe un gesto di riconoscimento e i nostri cari sarebbero liberi. Ma, ecco, i fairies non sono i morti. Non si diventa fate morendo, si può sostare presso di loro, forse, o si possono intravedere, viaggiando con un piede in questa dimensione e con uno nell’altra, accettando quindi di divenire dei folli o dei perduti per i nostri simili, ma anche dei bardi, dei sapienti trasognati eppure profondamente coinvolti nelle sorti di tutti. Come cantano alcune antiche ballate scozzesi il fiume del sangue umano separa noi da loro, quel sangue che è la nostra esistenza e la loro brama. Chi attraversa quel fiume è amico della morte, anche se vive ancora. Vale ripetere che le teorie del reverendo non sono novità. Altri scrivevano degli spiriti fatati, ma sempre in connessione alle accuse di stregoneria, o comunque insistendo sulla sorte sciagurata di questi spiriti, che non si risveglieranno nel giorno del giudizio. Kirk invece tramite loro descrive quegli umani che li vedono, li conoscono e di conseguenza sono segnati dalla medesima malinconia. In conclusione dell’opera infatti risponde a una serie di possibili obbiezioni, la prima della quali riguarda proprio l’eventuale patto diabolico come fonte della seconda vista.

Benché questa comunicazione con il popolo elusivo intermedio (che sta fra l’uomo e l’angelo) non sia usuale per tutti noi che siamo superterranei, tuttavia questa vista, poiché capita ad alcune persone per caso ed è connaturata ad altre fin dalla nascita, l’origine di essa non può essere sempre maligna. Troppo grande desiderio di acquistare una capacità non necessaria può esser degno di biasimo, ma alcuni di quel regno segreto possono col permesso [divino] rivelarsi a noi che siamo in un altro stato tanto innocentemente come alcuni di noi uomini lo fanno ai pesci che sono in un altro elemento quando noi ci immergiamo e ci tuffiamo in fondo al mare, loro regione nativa

E ancora questo dono è per molti versi equiparabile a una malattia, una debolezza che accompagna il veggente, un languore che può portarselo via prima del suo tempo. Questo aspetto della seconda vista crea un forte parallelo con alcune caratteristiche tipiche di tutti coloro che camminano fra due terre, che siano i benandanti friulani nati con la camiciola, ovvero col sacco amniotico; i tàltos ungheresi, figure a metà fra gli sciamani e gli stregoni, che nascono con un dito in più o addirittura con i denti, e infine gli sciamani artico-siberiani, segnati da una differenza fisica come un osso in sovrannumero, ma anche talvolta, da quanto altrove si definirebbe malattia psichica o da crisi epilettiche. 

È il mese di agosto, c’è una pioggia leggera. Siedo dopo una passeggiata semplice e quieta presso l’albero fatato a Doon Hill. Dai rami come è consuetudine moderna pendono nastri, preghiere, versi e oggetti intrecciati alle foglie, incastonati nella corteccia, dedicati a questi spiriti non divini né diabolici, che a volte si innamorano di noi o ci maledicono – il risultato è lo stesso: ci infondono la loro inesauribile gaiezza che muta in un attimo in malinconia. Perché pregarli? Cosa potranno mai fare per noi? A loro manca la grazia divina, nemmeno possono morire, sanno solo svanire. La loro assenza di grazia ultraterrena assomiglia però alla bellezza inquieta delle cose, del poter dire: sono qui, ora, qualsiasi cosa accada, anche io ho una schiena cava e zoccoli al posto dei piedi, anche io appartengo al tramonto che mi fa piangere e non so perché. Non li vedrò nemmeno questa volta, come vedo gli scoiattoli sfacciati, una ghiandaia, gli insetti che emergono dai buchi nel terreno. Ma il mio pensiero non va a Kirk. Mentre leggo i bigliettini e ascolto il silenzio mi ricordo di un’installazione di Bill Viola del 2007, Ocean without a shore, Oceano senza riva. Una parete trasparente ci separa dai morti. Quando i morti provano a riemergere dove siamo noi, passando dal bianco e nero al colore del vivo, la parete si anima, diviene una cascata d’acqua che loro attraversano. Eppure quando finalmente tornano, bagnati dall’acqua e non dal sangue, restano stupiti, perplessi, non hanno più niente che a loro parli, qui. Non importa la loro età, non importa come sono morti. Si voltano. Rientrano. Ho pensato che i fairies, se sono da qualche parte, sono in quella parete che si fa acqua scrosciante. Desiderio e perdita.

Vedere le fate è stare sulla soglia e portarla in sé. Il primo scopo degli appunti di Kirk era certo attestare la veridicità di un mondo spirituale, ma quello nascosto resta, a mio avviso, il tentativo di dire l’ineffabile, la sensazione di fuga ed eternità intrappolata nel paesaggio, in ciò che abbiamo abitato e abbandonato, a cui diamo il nome di memoria e sogno. Ma non si tratta solo di memoria e sogno. Si tratta di presenza. Una presenza quasi tangibile, che non ci salva o punisce come un dio, che sta con noi nell’ombra e che anche quando noi non ci saremo farà muovere le foglie o cadere le pentole in cucina, come certi venti dispettosi e improvvisi.

In un periodo in cui parlare dell’universo spirituale coincideva con il trattare degli atti del diavolo, delle ansie del quotidiano tradotte in accuse ai vicini e processi orrendi, i fairies di Kirk ricordano che il seme della precarietà, piantato in questo mondo e inestirpabile, è anche il seme di una vita strana, potente e fragile che ovunque rimanda la nostra immagine, scomponendola e togliendole il verbo, come un volto fatato a cui spuntano rami nella bocca, come qualcuno di amato e troppo presto fuggito dal tempo, e che ovunque, come acqua che si ricompone sul sasso sprofondato, ci dimentica.


francesca matteoni conduce laboratori di tarocchi, scrittura e immaginazione. Ha pubblicato vari libri di poesia, fra cui Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014) e il romanzo Tutti gli altri (Tunué, 2014). Scrive saggi di storia e folklore. È redattrice di Nazione Indiana.

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1 comment on “Non sottovalutate le fate

  1. Annalisa Scillitani

    Bellissimo articolo ma mi dispiace non siano citate almeno le fiabe irtandesi di W.B. Yeats

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