Normale a chi?

Cos’è la normalità? Perché la società occidentale è così affezionata a questo concetto statistico, tanto da applicarlo a qualsiasi ambito della vita, dalla bellezza alla salute, dall’affettività all’abbigliamento?


IN COPERTINA e lungo il testo opere di Jan Toorop

 

di Donata Columbro

La normalità ci attrae, ci interroga, ci fa dubitare di noi, ci manda dallo psicologo. 

Mona Chalabi, giornalista e information designer, vincitrice del premio Pulitzer 2023 nella categoria Illustrated Reporting and Commentary, esplora l’idea di normalità in un podcast di TED Audio Collective, in cui in ogni puntata si confronta con una domanda sulla “normalità” di una situazione o una sensazione personale, a cui risponde grazie ai dati e all’intervento di una persona della comunità scientifica. Quanti amici dovrei avere? Se non riesco ad avere figli sono sbagliata e come faccio a saperlo? 

Domande che ci assillano da qualche secolo, come ben racconta Sarah Chaney nel suo saggio “Sono normale?”, pubblicato in Italia lo scorso aprile da Bollati Boringhieri, dove affronta la storia della cosiddetta normalità a partire dal 1800 a oggi, dalla sua applicazione sui corpi alle gestione delle emozioni: “prima”, scrive, “la parola «normale» non veniva associata al comportamento umano. Era un termine matematico che indicava un angolo retto”. 

Normale è la curva che distribuisce valori su una sequenza in una rappresentazione chiamata appunto normale o curva a campana o curva di Gauss, dal cognome del matematico tedesco che però non aveva alcuna intenzione di usarla per misurare i comportamenti umani. Carl Friedrich Gauss aveva preso il lavoro dell’astronomo italiano Giuseppe Piazzi per individuare un pianeta tra Marte e Giove, che si rivelò poi una stella. Piazzi cominciò a monitorarla ma Ceres, così l’aveva chiamata, scomparve. Gauss riprese quegli studi, ricavando una media che, trasposta su un grafico, si presentava esattamente come una curva a campana, con un picco arrotondato al centro e una coda ai lati. La curva della normalità era una curva degli errori commessi nella misurazione astronomica. 

Ma come è arrivata a diventare il parametro con cui confrontare e valutare il nostro aspetto fisico e persino il nostro comportamento? Chaney racconta che a unire i puntini fu il matematico belga Adolphe Quetelet, che nel 1835 pubblicò Sur l’homme et le développement de ses facultés, ou Essai de physique sociale dove prese la curva degli errori sviluppata dagli astronomi e la usò per confrontare le misure umane. “Non era scontato che il suo metodo avrebbe funzionato, data la notevole differenza tra i due tipi di dati”, scrive Chaney, ed è importante notare che “la trasposizione dei concetti di verità ed errore dall’astronomia al campo degli studi umani fece sì che l’idea di normalità umana si legasse fin da subito al presupposto che «normale» significasse corretto, oltre che nella media”. 

Ma la persona media non esiste. 

Secondo Guido Caldarelli, professore ordinario di fisica teorica all’università Ca’ Foscari di Venezia, di cui ho potuto seguire una lezione per “curatori di dati” al museo MAXXI di Roma, “l’unico senso di normalità è matematico”. Non c’è niente di simile nella società, che invece è piena di disuguaglianze. “Se vado in una borsa valori e guardo il valore delle aziende che vengono trattate o anche il patrimonio degli azionisti, la curva non viene fuori a campana. È più probabile che tra gli azionisti di queste aziende ci siano poche persone con reddito alto e tante persone con reddito basso, e se guardo la società trovo una distribuzione di questo tipo”.

Questo ce lo ha spiegato l’economista Vilfredo Pareto nel 1890, ma ormai il senso di normalità applicato alla “media” era entrato nella mentalità comune. 

Infatti, quando abbiamo deciso che i numeri e i dati sarebbero diventati la guida alle decisioni umane, abbiamo anche iniziato a far rientrare comportamenti e corpi dentro uno standard. In particolare, lo hanno deciso le élite al potere in Europa e in America del nord, usando misurazioni e approcci validi solo per le popolazioni cosiddette W.E.I.R.D, cioè (Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic, occidentali, educate, industrializzate, ricche, democratiche – ma anche male e white, maschili e bianche, aggiunge Chaney). 

Il concetto di W.E.I.R.D è stato introdotto da Joseph Henrich, psicologo e antropologo culturale, di cui Il Saggiatore ha pubblicato in italiano il libro omonimo, per evidenziare come la maggior parte delle ricerche scientifiche in psicologia, economia e altre discipline sia stata basata su campioni di persone nate e cresciute in contesti culturali specifici e non confrontabili, anche se oggi sono usate in modo generalizzato per interpretare i comportamenti dell’intera umanità. Questo produce una sorta di “bias culturale” dovuto al fatto che si giudicano i comportamenti e le persone su dati basati… su una netta minoranza di persone.

Sì, perché la “normalità” diventa eccezione quando si sposta lo sguardo su chi non è protagonista di queste misurazioni. 

Lo ha fatto notare anche Caroline Criado Perez in “Invisibili” (Einaudi 2020): viviamo in una società maschile di default, dalla storia alla medicina, l’anatomia si studia sul corpo degli uomini, lo ha ribadito anche Antonella Viola in “Il sesso è (quasi) tutto” (Feltrinelli 2022). 

Perez cita anche un dato riguardo ai libri di testo raccomandati dalle venti università più prestigiose di Europa, Stati Uniti e Canada: su 16329 immagini usate per rappresentare il corpo umano quello degli uomini è presente tre volte di più rispetto al corpo femminile, considerato “una deviazione” dallo standard. 

Se un corpo è deviazione, è sottorappresentato, è fuori dalla media, sarà marginalizzato e invisibilizzato. E oppresso. 

Il concetto matematico di normalità è arrivato nei secoli a spiegarci e a convincerci dell’esistenza di persone, comportamenti e corpi, come ricorda Noemi Wolf ne “Il mito della bellezza” (Tlon 2022), che in qualche modo sono desiderabili perché rispecchiano aspettative costruite artificialmente su modelli irraggiungibili.  

Dove guardare allora per decostruire l’immaginario di normalità? Fuori. Lontano, nel tempo e nello spazio. La lente con cui confrontiamo la curva della normalità è “situata”, per citare la “conoscenza situata” di Donna Haraway, non può essere diversamente. Viviamo dentro uno spazio e un tempo ben preciso, siamo il prodotto di secoli di storia nata su relazioni sbilanciate tra una nazione e l’altra, abbiamo usato la statistica, i dati, le curve della media e della normalità per opprimere intere popolazioni, come ricorda anche Chaney: occuparsi della storia della normalità vuol dire occuparsi di come “intere comunità siano state alterizzate e definite in opposizione agli standard occidentali che fissavano il «giusto» modo di essere”, e perché chi definiva queste regole “erano in stragrande maggioranza uomini bianchi, benestanti, occidentali ed esclusivamente eterosessuali (per lo meno in pubblico)”, e l’obiettivo con cui usavano questo concetto era difendere lo status quo, i loro privilegi, e di conseguenza “a marginalizzare altri gruppi”.

Queste stesse norme matematiche oggi entrano dentro meccanismi decisionali automatici chiamati algoritmi per cui restare fuori dalla “norma”, non rientrare in uno standard, è altamente discriminante. 

La matematica spiega il mondo, così come la curva della normalità spiega la distribuzione di un fenomeno, ed è meraviglioso che lo faccia, ma dobbiamo ricordarci che parliamo di un costrutto sociale, una semplificazione della realtà e in alcuni casi un pericoloso strumento di controllo. Normale non è un obiettivo, non può esserlo, anche se in statistica gli outlier, i valori anomali, sono spesso esclusi dalle analisi. Mona Chalabi dice invece che i “lost birds”, gli uccelli perduti, i dati che si allontanano dal valore medio, sono quelli che raccontano le storie più interessanti.


Donata Columbro è giornalista, formatrice e scrittrice. Per il suo modo accessibile e inclusivo di divulgare la cultura dei dati è stata definita una “data humanizer”. Collabora con «L’Essenziale» e «La Stampa», per cui cura la rubrica Data Storie. Insegna Data Visualization all’università Iulm, tiene un corso di Data Humanism per la Scuola Holden ed è tra i docenti del Master di Giornalismo di Torino. Ogni mercoledì pubblica una newsletter su dati, algoritmi e tecnologia. Il suo primo libro è Ti Spiego il Dato (Quinto Quarto ed.), seguito da “dentro l’algoritmo” (effequ)

1 comment on “Normale a chi?

  1. Rubo e condivido! Grazie per questo intelligente articolo

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