Note personali di una tarda mattinata

«Sotto l’arco in pietra sgranocchiato dall’edera, superata la finestra ovoidale ridipinta di giallo maionese, oltre il pergolato di bambù, negli spazi di luce tra le colonne di marmo e i fusti di susino, la signorina Anna Pedersen da Vøyenenga di anni venticinque realizza un cambiamento impensabile per i rigidi parametri mentali che si è imposta: non è poi così offensiva la televisione italiana di cui tanto ha sentito parlare, e alcuni tra i programmi che intravede all’interno della villa sembrano decorosi…»


IN COPERTINA: un’opera di Edward Hopper

di Gabriele Merlini

Prologo

Maggio 1971

Sotto l’arco in pietra sgranocchiato dall’edera, superata la finestra ovoidale ridipinta di giallo maionese, oltre il pergolato di bambù, negli spazi di luce tra le colonne di marmo e i fusti di susino, la signorina Anna Pedersen da Vøyenenga di anni venticinque realizza un cambiamento impensabile per i rigidi parametri mentali che si è imposta: non è poi così offensiva la televisione italiana di cui tanto ha sentito parlare, e alcuni tra i programmi che intravede all’interno della villa sembrano decorosi. È digeribile il musicarello («termine stronzo», stabilisce appoggiando la tazza sul tavolino in vimini al centro del prato) composto da tre voci alternate a notizie di sport. Al pari, è piacevole quel tizio chiamato Alighiero Noschese che introduce quel tizio chiamato Nicola di Bari che imbraccia una chitarra e intona una canzone che ha come perno il cantare medesimo. Le ballerine e la sintesi delle partite di calcio del weekend – Juventus contro Varese, due a due. La Roma fronteggia il Cagliari, uno a zero. Perde il Milan di Rocco – tra ai suoni dei jingle e il pino marittimo. «Mai niente è stato così protettivo all’interno del giardino» ha garantito il padrone di casa prendendole la mano, e tutto sommato tende a credergli.

Poi sbadiglia, la signorina Anna Pedersen da Vøyenenga. Stira le gambe che sono grissini e apre un’ennesima volta il foglietto lasciato l’intera notte sul fondo della borsa. Forza una espressione circospetta e sceglie di sfruttare il cinguettio protettivo di un passerotto per riprendere la lettura. Mica capisce il motivo di tanta segretezza ma vuole concedersi un’ultimo ripasso, un congedo teatrale da quanto è stato e alla fine staremo a vedere.

I

D’altronde quando farà rientro in patria per iniziare la Det Kongelige Frederiks Universitet di Oslo – facoltà di economia – mica rivedrà il vecchio compagno di una vita. Mica tornerà sui vecchi passi e mica sbatterà il muso proiettato al domani contro la porta spigolosa del passato. Però non rinnega niente, lei. Ha giusto un po’ di sete ed ecco come mai, scorrendo di nuovo l’incipit, spegne la prima sigaretta di giornata nel portacenere per finire con un sorso inelegante il fondo grumoso del caffè ghiacciato. Si passa le dita tra i capelli chiari e tambureggia sulla ghiaia il sandalo in cuoio al ritmo di una melodia composta da ultrasuoni, gorgheggi e singhiozzi.

Note personali di una tarda mattinata: già l’intestazione sa regalarle un disturbante sollievo, la palla da carcerato che si è tolta da quella caviglia definita dal padrone di casa «tipica dell’attrice sub-artica, leggiadra come le rondini di passaggio sulle antenne». Scemenze, naturalmente. Eppure c’è qualcosa di intrigante in Leopoldo R. e non esclude che la scintilla scatti prima della partenza. Oslo l’aliena, nella memoria rigida e sepolta dal bianco della neve persino in agosto; viceversa in Italia il mare è un brodo pure durante l’inverno e lo puoi sentire se tira vento, al di là del cancello che punta gli stabilimenti da riverniciare e i teli allineati che mica si asciugano la notte.

II

Iniziando dalla data – nemmeno due settimane prima ma già sembra un’eternità – la signorina Anna Pedersen da Vøyenenga si gratta un ginocchio e stende la schiena come la sportiva che fu. Stacca le labbra dalla tazza (perché poi c’è scritto Santuario della Maddalena Immacolata sul bordo?) e chiude gli occhi che, nello specchio dei trucchi, trova inspiegabilmente, orrendamente liquidi. Sia mai un giorno avrà dei figli – magari un maschio e una femmina – saranno campioni mondiali di menzogne.

Quando rilegge la corrispondenza dell’ex fidanzato Karl Sverdrup – i buffi paragrafi musicali della sua prosa, i ricordi delle scuole, le esperienze negli spogliatoi – riesce a immaginarselo divorato dai leoni. Un rumore di uccellino, un merlo dal becco giallo intento a scavare tra i sassolini alla ricerca di insetti, scende dalla sommità dell’arco nascosto dall’edera. Davanti al garage una barca a vela che chiamano Laser; schioccando l’albero maestro per la brezza della mattina, il rumore delle funi annodate è simile alle posate che sbatacchiano per l’attacco di nervi di una nobildonna esaurita. Del resto, c’è magia in ogni scemenza nella costa mediterranea che ha imparato a riconoscere sulla mappa: la spiaggia popolata dai religiosi sudamericani e dalle ciabatte sgraziate dei tedeschi nei pullman che valicano le Alpi. Busreisen. Tutto è plastificato nei discorsi sulla politica che origlia al bar («l’omicidio del procuratore la scorsa settimana non resterà impunito») per tacere delle risate istituzionali, fesse e offensive dei villeggianti che detestano la classe lavoratrice eppure tendono a professarsi di un luminoso progressismo.

Ma rimette nella borsa la lettera quando intravede la figura in avvicinamenteo. Sorride, gratta la natica martoriata dalle zanzare poi sbuffa senza dimostrare alcuna forma di cedimento. «Libero, qui?» domanda lui. «Accomodatti» risponde Anna Pedersen da Vøyenenga che accavalla le gambe e, proseguendo nel ruolo, mica riesce a smetterla di guardare in alto.

III

Di norma, quando gira la testa alla ricerca di un accendino, non lo trova mai. È pronta a giurare che l’ultima volta in cui ha trovato un accendino evitando di impazzire, l’arte bizantina era al vertice del proprio secolare splendore. Per essere il primo fine settimana assieme, gran parte delle cose stanno filando senza spargimenti di sangue. Braccia conserte, sguardo fintamente rilassato, bocca tesa, trova quel buffo italiano poco adatto al vivere civile ma gradevole. Non ributtante e consolatorio per il modo idiota che ha di starsene tra i vivi. Alla televisione una tizia chiamata Carmen Villani canta un brano con al centro una bambina mia.

«Cosa è quel foglietto?»

«Niente. Lascia stare.»

Come sempre, Leopoldo R. obbedisce. «Sei sporco» dice lei, ché risalta la macchia di terriccio sul polso del ragazzo. Messa in evidenza dal lino, è la prova di quanto all’alba abbia davvero giocato a tennis con il figlio degli Aldobrandini, ruzzolando sconnesso sottorete.

«Santo cielo. Non è una macchia; è un tatuaggio maori. A metà del 1918 mi trovavo in Brasile a studiare le tribù locali per conto dell’università di Ekaterinigrad quando ho scelto di concedermi questo ricordino. Arte tribale, se capisci cosa intendo. Eseguito con un machete nel villaggio di Rio Branco, Putumayo. Ho resistito al dolore solo per raggiungerti qui, oggi.»

«Smettila.»

«Vedi? Le caratteristiche sociali di questa gente, no? Diverse dagli standard occidentali. Come mangiano i colleghi zelanti, come disossano le galline selvatiche, come festeggiano le gare di pesca alla balena nello Xingu, cara professoressa Ruttengartenmeier.»

«Falla finitta. Stai bene?»

«Splendidamente. Schematiche ma simboliche, gentile duchessa Von Württemberg

Dalla sterrata, oltre il glicine, uno scampanellio allegro di biciclette. Il bacio è maldestro e inatteso ma migliorabile (prima o poi anche la signorina Anna Pedersen da Vøyenenga avrà la propria coppia di bambini suoi pronti a scampanellare per scemenze. Forse un maschio e una femmina. O comunque, vai a sapere.)

«Senti» è la frase che le viene rivolta sottovoce. Crescenti nuvole sulle montagne che chiamano Apuane o qualcosa del genere. «Sii onesta: a cosa stai rimuginando?»

Epilogo

Maggio 1971

Ma Anna Pedersen da Vøyenenga non rimugina niente, anche perché non ha la minima idea di cosa significhi il verbo rimuginare (da poco ha scoperto cosa vuole dire rassettare e sgattaiolare.) Inoltre non dispone del tempo necessario per le speculazioni poiché la governante dalla terrazza già urla che la seconda colazione è pronta e sono inammissibili eventuali ritardi per le novizie del suo stampo. Ogni gesto un test da passare con pieni voti per lei che stamani ha venticinque anni e alcune posizioni da ricalibrare. Ogni movimento una dimostrazione di obbedienza, sbiadimento funzionale e resa incondizionata alla causa di una esistenza da rivoluzionare.

«Seguimi.»

Lungo le scale mica distoglie lo sguardo dal cornicione, oltre la finestra affacciata sul prato che adesso è diventato grigio mentre inaspettati tuoni aumentano di intensità in direzione della spiaggia. Qualcosa di nero e appiccicoso si arrampica tra gli ombrelloni e le sdraio per arrivare alle cabine e il cancello, o almeno questa la sensazione. Attorno al tavolo i R. sono silenziosi e identici («compresa l’impalpabilità delle espressioni») e ti piacerà, ripete Anna Pedersen da Vøyenenga superando la sedia per accelerare verso la finestra con le tende sottili che vibrano sconnesse. Nella sopresa, i piedi li sente leggerissimi. L’erba che si ingrandisce, il campo visivo che si restringe e il vento tra le ciocche che fischia una canzone conosciuta. Alle fine uno strano, pacifico mutismo. Ti piacerà e niente sarà più come prima, ogni tanto avrebbe addirittura ammesso con buona dose di ragionevolezza, un po’ di malinconia e sporadici rimpianti.


Gabriele Merlini è autore del romanzo Válečky o guida sentimentale alla Mitteleuropa (Effequ 2013) e del saggio No Music On Weekends. Storia di parte della new wave (Effequ 2020.) Ha inoltre curato le antologie Selezione Naturale. Storie di premi letterari e Odi. Quindici declinazioni di un sentimento. Suoi racconti, recensioni e reportage su numerosi magazine e quotidiani

1 comment on “Note personali di una tarda mattinata

  1. Pingback: Su l’Indiscreto. | Eastkoast: spunti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *