La nuova retorica del silenzio

Un tempo l’argomento canonico di chi non aveva argomenti era la fallacia di pertinenza, ovvero sviare il discorso allontanandosi dall’argomento contro il quale si sbatteva il muso attraverso l’attacco all’interlocutore (Ad hominem) o la fallacia della brutta china, il tu quoque e così via.

La fallacia di pertinenza non è davvero un modo efficace di evitare un’impasse, perché se l’interlocutore è attento, o se semplicemente non ha lasciato che il fiele prevalesse sul suo emisfero sinistro, si renderà conto, se non di aver vinto nel gioco delle parole, almeno di aver segnato un sostanzioso punto. Ma se è vero che il tentativo di sviare il discorso può essere una mossa autolesionista, simile all’ammissione di incapacità argomentativa, è anche vero che a seconda dell’uditorio può essere un buon modo di evitare l’unica alternativa che è sicuramente peggiore della fallacia di pertinenza: il silenzio.

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(immagine via bispensiero)

In un’epoca in cui le argomentazioni, e soprattutto le opinioni, vedono la luce online, il silenzio si è vestito però di un abito nuovo, velato, e, a volte, persino efficace.


In un’epoca in cui le argomentazioni, e soprattutto le opinioni, vedono la luce online, il silenzio si è vestito però di un abito nuovo, velato, e, a volte, persino efficace. Se si assiste a uno scambio verbale dal vivo chi rimane in silenzio per un tempo eccessivo avrà fatto contemporaneamente due mosse a suo sfavore: la prima sarà di aver ceduto il passo a un ulteriore intervento dell’interlocutore, allungando, di fatto, l’altrui turno di parola; la seconda sarà di aver espresso una mancanza di sicurezza che andrà a inficiare inevitabilmente la percezione di ciò che il silente poco prima sosteneva. Di nuovo, non sarà come aver vinto l’intero duello argomentativo, ma resta un sostanzioso punto a favore del non silente. Ma quando il dialogo avviene online non si assiste a quel silenzio imbarazzante quanto invece a un’assenza, più o meno prolungata, di quel dialogo stesso. La differenza è tutt’altro che sottile. Dopo un tweet riprovevole chiunque ha il tempo di progettare una scappatoia – e nel caso non se ne trovasse una decente fare lo scaricabarile e dire che è stato il social media manager. È un silenzio nuovo, durante il quale non si viene osservati mentre si suda freddo.

salvini-e-latomicaIn questo panorama comunicativo può sussistere quindi una vera e propria necessità di presenzialismo, che risulta conveniente anche grazie al costante dileguarsi della responsabilità personale. Per comprenderne le importanti implicazioni, si pensi al mondo della comunicazione politica. Ben prima di internet si è stati capaci di cogliere l’importanza dell’ammontare della presenza delle opinioni all’interno del discorso pubblico. È così, infatti, che è nata la legge sulla par condicio in TV che prevede “la parità di trattamento e l’imparzialità rispetto a tutti i soggetti politici, l’accesso ai mezzi di informazione per la comunicazione politica”. Una legge che è frutto di una consapevolezza: la presenza di un’opinione è importante tanto quanto la qualità dei contenuti presenti nell’opinione stessa. Per questo ha senso parlare dell’ossessivo presenzialismo di Salvini in TV, proprio perché a prescindere da quello che dirà si è consapevoli che il suo esserci, anche fosse un puro presenziare, si tradurrà in voti. È una versione contemporanea della massima pubblicitaria secondo cui l’importante non è che se ne parli bene o male, ma semplicemente che se ne parli.
La domanda che sorge spontanea allora è: come si fa a regolamentare per amor di democrazia la presenza mediatica ai tempi dei social network? Semplicemente non si può; ovvio. E se la presenza sui media pesa sulle percentuali di voto non resta che prenderne atto e provare a diffidare del clickbait, altro che le agiografie che si leggono su Casaleggio.

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L’argomento di chi non ha argomenti, ora più che mai, resta la fallacia di pertinenza, ma con una differenza sostanziale: il dibattito su twitter e sui social impone che non ci siano arbitri, paletti o regole di sorta e il silenzio, sia quello di chi si trova in una impasse argomentativa sia quello di chi fa una figuraccia, suona meno ridicolo. Si aveva, anche ai tempi recenti del predominio televisivo, un silenzio che era giudice, capace di punire e inchiodare alle posizioni. Un silenzio capace di marcare un’assenza. Oggi invece il silenzio è il fisiologico intermezzo temporale tra un’opinione e quella successiva. Un silenzio che non sgrida l’imbecille ma si impone come ovvietà del nostro quotidiano dire in differita. Ecco che l’universo delle opinioni permette a un Gasparri qualsiasi di rimanere politicamente vivo nonostante il suo uso di twitter o a un fascista qualsiasi di dare la propria versione sui social dopo una sonora figuraccia dovuta al suo essersi filmato durante un ridicolo raid da bulletti che rovinano i fumetti altrui. Grazie ai ritmi della comunicazione online anche il più palese dei fail ad alcuni può non apparire come tale.


L’argomento di chi non ha argomenti, ora più che mai, resta la fallacia di pertinenza, ma con una differenza sostanziale: il dibattito su twitter e sui social impone che non ci siano arbitri, paletti o regole di sorta e il silenzio, sia quello di chi si trova in una impasse argomentativa sia quello di chi fa una figuraccia, suona meno ridicolo.


ipuwgfpiuqgw-680x366Il confrontarsi delle opinioni sul web ha offerto due nuove armi potentissime, l’orizzontalità del dibattito e la memoria interna al media. Detto altrimenti: la possibilità di chiunque di interagire con chiunque e la possibilità di dialogo diacronico, da cui consegue l’enorme vantaggio del fact checking costante e del poter inchiodare il mentitore alle sue affermazioni passate – come quando si confrontano due tweet contraddittori dello stesso utente.
Queste due armi, così potenti e relativamente nuove, hanno convinto fette enormi di popolazione della bontà e della intrinseca democraticità del web. I risvolti politici vanno dai numeri del partito pirata islandese al successo politico di un leader politico come Gianroberto Casaleggio, passando per i football leaks.

salvini-6-e1458744536689Le enormi possibilità offerte dalla struttura del web pare però che facciano dimenticare troppo spesso i molti altri aspetti del web, sovente negativi e strettamente dipendenti da quelli positivi. Così non è sottovalutato solo il differente ruolo del silenzio e del ritmo all’interno delle forme retoriche in atto sul web, ma lo sono anche le implicazioni della progressiva scomparsa degli ipertesti di cui parla Hossein Derakhshan, l’oligopolio verso cui spingono i giganti come Facebook e tanti altri aspetti di un web, che, volente o nolente, avrà un ruolo sempre più centrale nelle forme di circolazione delle informazioni, e, di conseguenza, del nostro comunicare.

di Enrico Pitzianti


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione di Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Copertina: Odilon Redon, Silence (1911), immagini (c) Wikimedia, i meme che girano su internet, Bispensiero per il montaggio di Gasparri

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