“O Uommibatto”: Perché i Preraffaelliti erano ossessionati dal vombato



Angus Trumble racconta del grande pittore Dante Gabriel Rossetti e della curiosa passione degli artisti Preraffaelliti per il vombato – la “più bella tra le creature di Dio” – che ha trovato casa nelle loro poesie, nella loro arte, e, per un breve periodo, anche nelle loro abitazioni.


In copertina: Il frontespizio di Dante Gabriel Rossetti, completo di vombato, per la lunga poesia di sua sorella Christina Goblin Market, che include il verso “One like a wombat prowled obtuse and furry”.

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Public Domain Review)


di Angus Trumble

Traduzione di Francesco D’Isa

Nel 1857, l’artista inglese Dante Gabriel Rossetti – figura centrale del movimento preraffaellita, ormai di fama nazionale – fu incaricato di decorare il soffitto a volta, le pareti superiori e le finestre della biblioteca dell’Oxford Union. Raccolse un nutrito gruppo di aiutanti, tra cui i nuovi amici universitari di Oxford (e futuri artisti di spicco) Edward Burne-Jones e William Morris.

Mentre i muri sono stati dipinti con scene tratte dalla leggenda arturiana – opera compiuta piuttosto male, come si è scoperto, visto che da allora si sono deteriorati fino a diventare irriconoscibili – i pannelli delle finestre vennero verniciati per ridurre il riverbero che passava attraverso le pareti. Queste superfici imbiancate a calce furono presto ricoperte da schizzi, disegnati o graffiati nella pittura. Si trattava per lo più raffigurazioni di un particolare animale. Il vombato.

Gli schizzi svanirono presto perché quando gli affreschi furono terminati, la calce fu rimossa. Edward Burne-Jones era quello che li disegnava meglio e continuò a produrli per molti anni. Un vombato egiziano piuttosto accaldato, nell’atto di sfrecciare oltre le piramidi, fu scelto molto più tardi da Lady Burne-Jones come illustrazione per la parte delle sue memorie che trattavano l’episodio dell’Oxford Union.

Ricordando la piacevole esperienza di lavorare nell’Oxford Union, un altro artista – Val Prinsep – ha ricordato: “Rossetti era il pianeta intorno al quale giravamo, abbiamo copiato il suo modo di parlare. Tutte le belle donne per noi erano “storditrici”. I vombati erano le più belle creature di Dio”.

Schizzo di Edward Burne-Jones su Memorials of Edward Burne-Jones (1904) di Georgiana Burne-Jones

Perché Rossetti e i suoi protetti erano così ossessionati dai vombati?

Solo uno dei preraffaelliti visitò l’Australia: lo scultore Thomas Woolner che, non riuscendo a guadagnarsi da vivere con la sua arte, vi emigrò per cercare fortuna nei giacimenti d’oro. I preraffaelliti e i loro amici si incontravano regolarmente per leggere ad alta voce le lettere che Woolner inviava. Non ha avuto fortuna e non gli piaceva il paesaggio australiano. Confidava al suo diario di considerarlo “sottosopra”. Le stagioni erano nella direzione sbagliata, così come le ore del giorno. Gli uccelli, sosteneva, non cantavano, le ciliegie crescevano con le pietre all’esterno del frutto, gli alberi spargevano corteccia e non foglie, e così via. In un’occasione fu sconvolto dall’incontro con il profumo del lillà perché si era convinto che l’Australia era una terra sterile, “una terra senza frutta e verdura”. Anche se i vombati non ricevono una menzione specifica nelle lettere a noi sopravvissute, è possibile che abbia portato a casa con sé la notizia dell’esotico marsupiale, quando, appena un anno dopo, si è trasferito in Inghilterra.

I preraffaelliti non furono i primi inglesi a innamorarsi di questa insolita creatura. I vombati catturarono l’attenzione dei naturalisti inglesi non appena li scoprirono grazie ai primi coloni, esploratori e naturalisti. La parola aborigena wombat fu registrata per la prima volta vicino a Port Jackson, e sebbene fossero state notate varianti come wombach, womback, wom-bat e womat, la forma attuale del nome si è imposta molto presto, almeno dal 1797. Sono sopravvissuti dei bellissimi disegni ai viaggi dell’Investigator e de Le Géographe del 1802. Ferdinand Bauer, che navigava con Matthew Flinders, e Charles-Alexandre Lesueur, che si trovava nella spedizione francese rivale di Nicolas Baudin, disegnarono entrambi questa creatura. I wombat sono stati ritratti e attentamente studiati in casa. Erano ammirati per la loro forza, la loro pazienza, la loro attitudine placida – per non dire beneducata – e anche per una sorta di determinazione stoica. Occasionalmente erano ritenuti goffi, insensibili o addirittura stupidi, ma queste osservazioni isolate non sono in linea con la maggior parte delle opinioni ottocentesche.

Incisione di vombati su disegno di Charles-Alexandre Lesueur, tavola 58 nel Voyage de Découvertes aux Terres Australes (1824) di Arthus Bertrand

Dal 1803 circa, un flusso costante di vombati in carne e ossa raggiunse l’Europa. Sappiamo che c’era un vombato tra gli uccelli e gli animali del serraglio dell’imperatrice Giuseppina Bonaparte a Malmaison, vicino a Parigi. Un altro dei primi proprietari di wombat fu il naturalista inglese Everard Home, il cui articolo sull’argomento, “An Account of Some Peculiarities in the Anatomical Structure of the Wombat”, apparve nel marzo 1809 sul Journal of Natural Philosophy, Chemistry and the Arts. Il wombat di casa, un maschio, fu catturato da George Bass, probabilmente a King Island, dove sappiamo che Bass e i suoi compagni spararono diversi altri esemplari. Una volta provocato, questo particolare wombat ha combattuto duramente, strappando  dalle maniche del cappotto di Bass e facendo forti rumori “sfreccianti”. Ci vollero secoli affinché si calmasse. Bass lo tenne in vita, lo accudì e lo mandò in Inghilterra. Lì, a Londra, ha vissuto in quello che Home descriveva come “uno stato addomesticato per due anni”. La seguente descrizione non è oggi meno affascinante di quanto doveva essere per i lettori scientifici inglesi quasi due secoli fa.

[Il vombato] scavava nel terreno ogni volta che ne aveva l’occasione, e si copriva con la terra con sorprendente rapidità. Era tranquillo di giorno, ma costantemente in movimento di notte: era molto sensibile al freddo; mangiava ogni tipo di verdura; ma era particolarmente affezionato al fieno, che mangiava stelo dopo stelo, portandolo in bocca come un castoro, in piccoli pezzetti. Non mancava d’intelligenza, e appariva attaccato a coloro a cui era abituato e che erano gentili con lui. Quando li vedeva, si alzava sulle zampe anteriori e dormiva loro in grembo. Permetteva ai bambini di tirarlo e portarlo in giro, e quando li mordeva non sembrava che lo facesse con rabbia o con violenza.

Alcune idee errate si sono protratte per decenni. Nel 1827 un incisore che lavorava per il museo di Newcastle ritraeva il wombat in piedi come un canguro, cosa che chiaramente sfuggì all’attenzione dei correttori di bozze.

Ma lo sviluppo più importante per la reputazione inglese del wombat fu la comparsa nel 1855 del de luxe The Mammals of Australia di John Gould. Gould si trovava in Australia molto prima, negli anni Trenta del diciannovesimo secolo, e fu certamente attraverso Gould che l’artista Edward Lear, che illustrò gli uccelli ma non i mammiferi, realizzò un meraviglioso foglio di disegni stravaganti degli “Inditchenous Beestes of New Olland”, una rarità che oggi si trova nella collezione della Pierpont Morgan Library di New York. Si tratta di caricature abbastanza accurate di varie specie di canguro e wallaby, dell’ornitorinco, dell’“opossum up his gum tree” e del diavoletto della Tasmania. Ci sono anche folli rappresentazioni del bandicoot, dell’echidna e del gatto locale, per non parlare delle apparizioni a margine della mucca, del cane, della pecora e del cavallo. Meravigliosamente rotondo, nell’atto di occupare la maggior parte del foglio, ecco il vombato, con la “sua i”.


Ritratti delle bestie indigene di New Olland, disegno non datato di Edward Lear, anche se probabilmente tra il 1831 e il 1837.

La descrizione del 1855 del vombato di Gould è accattivante quasi quanto quella di Everard Home cinquant’anni prima.

È notturno, vive in profonde tane di pietra che scava da solo durante il giorno, ed emerge all’approssimarsi della sera, ma raramente si allontana dalla sua roccaforte, alla quale accorre in cerca di sicurezza se vede un intruso. Gli indigeni affermano, tuttavia, che a volte si abbandona a lunghe passeggiate, e che, se deve attraversare un fiume, cammina tranquillamente nell’acqua e attraversa il fondo del torrente fino a raggiungere l’altra sponda… è tranquillo e docile, si addomestica presto e apparentemente si lega a coloro che lo alimentano; a riprova di ciò, posso citare che i due esemplari che oggi e da molto tempo vivono nei Giardini della Società Zoologica del Regent’s Park, che non solo si fanno avvicinare, ma possono essere accarezzati e strapazzati da chiunque voglia fare conoscenza con loro.

Se non da Thomas Woolner, la cui visione dell’Australia era piuttosto deprimente, Rossetti e i suoi amici potrebbero aver tratto il loro particolare entusiasmo per i vombati da Gould o da qualche altra descrizione accattivante. O magari si sono semplicemente innamorati dei vombati del Regent’s Park Zoo.

Negli anni Sessanta del diciannovesimo secolo, Rossetti portava spesso i suoi amici a visitare i vombati allo zoo, a volte per ore e ore. In un’occasione Rossetti scrisse a Ford Madox Brown: “Caro Brown: Lizzie ed io proponiamo di incontrare Georgie e Ned [i Burne-Jones] domani alle 14:00 presso il luogo di incontro dei Giardini Zoologici, la Tana del vombato”. In questo periodo arrivarono al Regent’s Park Zoo dei nuovi vombati: un raro esemplare di vombato dal naso peloso il 24 luglio 1862 e due vombati comuni spediti dallo Zoo di Melbourne il 18 marzo 1863. Rossetti fece anche visite regolari con il fratello, William Michael, alla Acclimatisation Society di Londra e la sua controparte a Parigi, per tenere d’occhio i vombati dal naso peloso che risiedono in entrambi i luoghi. Non si trattava di una moda passeggera.


Schizzi dallo zoo (presumibilmente Regent’s Park) di Christina Rossetti, tra cui, naturalmente, in basso un vombato, 1862 ca.

In precedenza, nel 1862, Rossetti si era trasferito a Tudor House, al numero 16 di Cheyne Walk, Chelsea. Una residenza enorme, con molto spazio per la famiglia e gli amici, tra cui George Meredith e il poeta sadomasochista Algernon Charles Swinburne – che amava scivolare nudo lungo le ringhiere – la casa aveva quasi un ettaro di giardino, con vari tigli e un grande gelso. Appena arrivato, Rossetti iniziò a riempire il giardino di uccelli e animali esotici. C’erano gufi, armadilli, conigli, ghiri e un procione che si rinfrescava in una cassettiera. C’erano pavoni, parrocchetti, canguri e wallaby, di cui purtroppo però sappiamo poco. C’era una marmotta, un cucciolo di Pomerania chiamato Punch, un cervo irlandese chiamato Wolf, una salamandra giapponese e due iene ridens. Sappiamo che i vicini di casa erano tolleranti ma fino a un certo punto; Thomas Carlyle, per esempio, impazziva per il rumore. A lungo ci fu un piccolo toro bramino che dovettero scacciare quando inseguì Rossetti per il giardino, e, nel settembre 1869, l’atteso vombato, il culmine di oltre dodici anni di entusiasmo per questo esotico marsupiale.

Poco prima di questa data si era verificato un certo numero di morti di animali a Cheyne Walk, così Rossetti si mosse per raccoglierne di nuovi. Nel novembre 1867, stava negoziando con il suo fornitore di animali selvatici, Charles Jamrach. Il suo oggetto era l’acquisto di un giovane elefante africano, ma rifiutò di pagarlo 400 sterline. Il reddito di Rossetti nel 1865 era di 2000 sterline. Rossetti si accordò finalmente per acquistare un vombato, sempre tramite Jamrach, quando riuscì a trovare un esemplare adatto. Questo arrivò mentre Rossetti era in Scozia per riprendersi da una sorta di crisi di nervi, causata per lo più da problemi di vista, insonnia, abuso di stupefacenti e soprattutto dalla sua crescente infatuazione con Jane Morris, la moglie del suo vecchio amico e protégé dai tempi dell’Unione di Oxford.

Un notevole disegno di Jane Morris e del vombato del British Museum illustra il livello di fusione dell’amante e dell’animale domestico nella mente di Rossetti quali oggetti di santificazione. Ognuno di loro ha un’aureola. Ma Jane ha il wombat al guinzaglio, ed è chiaro che Rossetti ha usato il suo wombat anche come crudele e comico simbolo del marito cornuto e sofferente di Jane. Fin dai tempi dell’università William Morris era conosciuto dai suoi amici come “Topsy”; il nome che Rossetti scelse per il suo wombat fu “Top”.


Un disegno di Dante Gabriel Rossetti raffigurante Jane Morris e Top, 1869

Ancora traballante, Rossetti non vedeva l’ora di tornare a Chelsea dal gelo scozzese. Così scrisse a Jane le seguenti battute eroiche:

Oh! How the family affections combat

Within this heart; and each hour flings a bomb at

My burning soul; neither from owl nor from bat

Can peace be gained, until I clasp my wombat!

Nel frattempo, nel giro di pochi giorni, la sorella di Rossetti, Christina, gli aveva inviato dei versi in italiano dal titolo “O Uommibatto”, in cui descriveva l’animale come “agil, giocondo”, così come “irsuto e tondo”. Scrivendo dalla Scozia pochi giorni dopo, Rossetti chiese a suo fratello William Michael di ringraziare Christina anche per il “santuario di gusto italiano, che ha approntato per il vombato. Temo che le sue abitudini tendano accanitamente a rovinare l’architettura… sembra che il wombat segua la gente per tutta la casa!”. Rossetti tornò a Londra il 20 settembre, e il giorno dopo scrisse a William Michael la sua più famosa e suggestiva osservazione sulla nuova aggiunta al suo serraglio: “Il vombato è una gioia, un trionfo, una delizia, una pazzia”. Ma purtroppo il povero vombato era anche invalido.


La poesia “O Uommibatto” di Christina Rossetti, pubblicata sul giornale di Sydney The Bulletin, vol. 25 n. 1262 (21 aprile 1904)

William Michael aveva intuito da subito che qualcosa non andava: “Sono andato a vedere l’animale, che è il più incapace dei vombati, con un’aria di stupidità fanciullesca – probabilmente non è molto cresciuto. Non fa che inseguire le persone per la stanza, o adagiarsi contro le persone per sgranocchiare i polpacci o i pantaloni”. Col wombat si trovano molto bene anche gli altri animali, in particolare i conigli.

Top però si ammalò presto. William Michael scrisse: “Il wombat mostra i sintomi di qualche malattia simile alla rogna, ed è assistito da un medico che è un cane”. Il giorno dopo: “Ho visto di nuovo il wombat a Chelsea. Ho molta paura che perda la vista, un male che colpisce così tanti vombati”. Alla fine, il 6 novembre, Top morì. Rossetti lo fece impagliare e poi esporre nella sala d’ingresso.

Il famoso autoritratto di Rossetti con Top, il vombato defunto, è satirico, ma a quanto pare è stato spinto da un dolore sincero. I versi di accompagnamento sono davvero deprimenti:

I never reared a young wombat

To glad me with his pin-hole eye,

But when he most was sweet and fat

And tailless, he was sure to die!


Autoritratto di Dante Gabriel Rossetti con il suo Top, appena deceduto

Questi versi sono la parodia rossettiana di quelli in apertura de “Gli amanti del fuoco”, poesia apparsa in un bizzarro ma estremamente popolare romanzo di Thomas Moore intitolato Lallah Rookh, pubblicato nel 1817, che parla del fidanzamento della figlia dell’imperatore con un principe straniero e del viaggio da Delhi al Kashmir per incontrare il suo futuro marito. Lungo la strada incontra un bel menestrello di cui si innamora, e, naturalmente, alla fine si scopre che questi non è altro che il principe sotto mentite spoglie. Queste battute sono cantate da Lallah Rookh:

I never nurs’d a dear gazelle

To glad me with its soft black eye,

But when it came to know me well

And love me, it was sure to die!

La sostituzione del vombato con l’esotica gazzella di Lallah Rookh è tipica dell’umorismo autoindulgente di Rossetti, che chiaramente non si è fatto problemi nell’indossare i panni di una principessa orientale innamorata.

Durante la sua breve vita, il primo dei due wombat di Rossetti si è assicurato un posto di rilievo nella mitologia interna alla sua cerchia di amicizie. Il 28 settembre del 1869 Rossetti riferì allegramente a William Bell Scott che il vombato aveva interrotto un lungo e noioso monologo di John Ruskin, grattando con diligenza tra la giacca e il gilet dell’eminente critico. Quanto avrei voluto vederlo. Molto più tardi, James McNeill Whistler inventò una frottola su come il vombato fosse morto dopo aver mangiato un’intera scatola di sigari. Ford Madox Brown pensava che l’abitudine di Rossetti di portare l’animale a cena e lasciarlo dormire nella grande épergne o come centrotavola sul tavolo della sala da pranzo ispirò il ghiro nell’incidente della teiera al Tea Party del Cappellaio Matto in Alice’s Adventures in Wonderland. Ma questo è impossibile, perché Lewis Carroll scrisse quel capitolo nel 1863, e il romanzo, con le sue famose illustrazioni di John Tenniel fu pubblicato due anni dopo, nel 1865. C’erano anche storie che circolavano sulla dieta del vombato  a base di cappelli di paglia dimenticati distrattamente dalle signore, e così via.


“Mr William Bell Scott Wondering Wondering What It is Those Fellows Seem to See in Gabriel”, da Rossetti and his Circle di Max Beerbohm (1922)

Molti anni dopo, ricordando le malefatte del Cheyne Walk, Max Beerbohm ideò una serie di caricature che avevano il serraglio del giardino come scenario. Non sappiamo se questo bizzarro animale dalle enormi orecchie fosse lo strano omaggio di Beerbohm al vombato, ma sembra probabile.

In poco tempo la marmotta canadese compensò l’incapacità di Rossetti di conservare i suoi due vombati da compagnia. La marmotta durò molto più a lungo. Ma per molto tempo venne scambiata proprio per il vombato. Il 9 febbraio 1871, William Bell Scott osserva la marmotta in grembo a Rossetti e realizza un affascinante disegno a matita su carta intestata Cheyne Walk. Ha sempre pensato che si trattasse di un vombato. E probabilmente era la marmotta che dormiva tranquillamente nell’épergne al centro del tavolo della sala da pranzo, non il vombato.

Il vombato di Rossetti seduto in grembo al maestro, di William Bell Scott
(1871)

È l’idea stessa del vombato, non tanto la creatura, a catturare costantemente l’immaginazione dei visitatori di Cheyne Walk, e a distinguersi tra i vari oggetti di scena boemi di cui Rossetti si circondava. La mania del vombato degli anni Cinquanta e Sessanta del diciannovesimo secolo, pur essendo limitata a un gruppo relativamente ristretto di amici, rappresenta un affascinante sottoprodotto della colonizzazione britannica dell’Australia.

Gli uccelli e gli animali australiani sono stati notati raramente dalla stampa londinese. Palmer trova sul Times un solo riferimento a un opossum e un’echidna in tutto l’Ottocento, mentre i canguri sono menzionati raramente – anche se le poche citazioni sono così bizzarre che vale la pena citarle.

Il primo riferimento venne nel febbraio 1834 e riguardava una vecchia signora che, vivendo da sola in una casa a Castle Hill nel sud di Londra, si svegliò una mattina per trovare

uno strano animale sdraiato sulla schiena, con una delle zampe appoggiate sulla sua spalla. Urlando per lo spavento, si alzò dal letto, e, afferrando un asciugamano, lo picchia con tutte le forze, quando questi, con un salto, si ritrova nell’angolo più lontano della stanza, e si rifugia in un altro letto dello stesso appartamento.

Questo canguro piuttosto disinvolto era scappato dal Wild Beast Show di Mr Wombwell, che in seguito aveva occupato The Mound.

Il secondo riferimento arriva sedici anni dopo, nell’ottobre 1850, e riguarda anch’esso un canguro in fuga, questa volta da uno zoo che apparteneva a un deputato neoeletto, W. J. Evelyn, di Wotton, vicino a Dorking nel West Surrey. Dando l’allarme, Evelyn chiamò i cacciatori locali, un branco di beagles e così via. Il canguro cercò rifugio in un luogo chiamato il Duke of Norfolk’s Copse, ma fu trovato e messo all’angolo nella Abinger Rectory. Il rapporto vale la citazione:

Il particolare modo di incedere dell’animale era tale da restare stupefatti: una singolare successione di salti che lo sollevano da terra a un ritmo sorprendente. Solo coloro che erano a cavallo riuscivano a stargli al passo, e si trovarono rapidamente in cima alla Leith Hill, dove si dirigeva il canguro. Per circa un miglio e mezzo correvano tutti, aumentando rapidamente in numero man mano che procedevano nell’inseguimento.

A dispetto di questi rari avvistamenti di canguri, il vombato, “la più bella delle creature di Dio”, sembra aver attirato l’attenzione più di ogni altro animale australiano, e aver raggiunto tutti i recessi dell’immaginazione – almeno tra quel gruppo di artisti che negli anni ’50 e ’60 del diciannovesimo secolo si sono raggruppati intorno a Dante Gabriel Rossetti.


Angus Trumble è stato direttore della National Portrait Gallery di Canberra. In precedenza è stato Senior Curator of Paintings and Sculpture presso lo Yale Center for British Art di New Haven, Connecticut, e, in precedenza, Curator of European Art presso la Art Gallery of South Australia di Adelaide.

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