Occhi che sembrano seguirti – L’eredità di Lovecraft


Capire Lovecraft (e i suoi incubi) attraverso la sua vita. Un’analisi di Edoardo Rialti, da Houellebecq, Stephen King alle lettere private dello stesso H.P.L.


I fantasmi possono essere crudeli e istruttivi. Gettano strane ombre, in particolare sulla nostra letteratura. In ogni caso, è solo quando l’anormale finisce per essere sentito come immagine del nostro essenziale spaesamento che raggiunge una certa profondità letteraria.

Flannery O’Connor, Aspetti del gotico nella narrativa del Sud

E sebbene Lovecraft, che morì prima che la Seconda Guerra Mondiale potesse avverare molte delle sue visioni di orrori inimmaginabili, non compaia molto in questi libro, il lettore farà bene a ricordare che la sua ombra, così lunga e magra, e si suoi occhi, scuri e puritani, dominano quasi tutta la migliore narrativa horror venuta dopo di lui. Li ricordo bene gli occhi, nella prima fotografia che vidi…occhi come quelli dei vecchi ritratti che ci sono ancora in molte case del New England, occhi neri che sembrano guardare all’interno come all’esterno.

Occhi che sembrano seguirti.

Stephen King, Danse Macabre

Come nasce un mito, una storia, un’immagine nella quale sia possibile che un’intera comunità, magari non geografica ma culturale, politica, letteraria, si riconosca? C. S. Lewis efficacemente sintetizzò – in Lettori e letture – il mito come una storia, o un’immagine, la cui forza resiste anche a una sua resa narrativa eventualmente meschina. Una storia che funziona anche se la racconti male, insomma. E il cui potenziale resta pazientemente in attesa che qualcuno lo faccia tornare a zampillare vigoroso in superficie, magari molto più a valle di dove ci aspetteremmo. Prendiamo i vampiri: dopo la potenza propulsiva e l’audacia di film come il Dracula di Coppola o romanzi come Intervista col vampiro della Rice, sembrava che i signori e signore della notte finissero ammazzati più dalle serie tv per adolescenti che dai paletti o dai raggi del sole, ma, ecco, basta un Lasciami entrare di Lindqvist (e le due versioni cinematografiche) per riscattarci col suo tragico, sporco realismo dalla scialba e rassicurante melensaggine di decine di Twilight, quelle storielle Coca Zero che annacquano, e non incarnano il vino degli archetipi.


Lovecraft – come l’Howard di Conan – appartiene a una categoria diversa ancora, il caso più unico che raro di un erudito culturalmente, psicologicamente e financo stilisticamente escluso dal proprio tempo, i cui racconti, dopo la sua morte, si sono inaspettatamente rivelati un pozzo inesauribile per la cultura e l’immaginario popolare.


H._P._Lovecraft,_June_1934Ci sono autori che hanno forgiato – o rimodellato – miti moderni e contemporanei con straordinaria efficacia: basti pensare a Tolkien, il cui immaginario, pur così stratificato, possiede al tempo stesso tutta la freschezza delle grandi mitologie originarie, al Gibson di Neuromante, oppure ai vittoriani Stevenson e – in misura certamente meno elevata – Stoker. Tuttavia esistono anche altri, le cui creature talvolta si sono rivelate superiori ai loro stessi creatori, come il mostro di Frankestein: pensate a Guerre Stellari, che, paradossalmente, pare più aderente al dettato originario nella misura in cui sì è definitivamente staccata da Lucas. Lovecraft – come l’Howard di Conan – appartiene a una categoria diversa ancora, il caso più unico che raro di un erudito culturalmente, psicologicamente e financo stilisticamente escluso dal proprio tempo (parafrasandolo, davvero uno scrittore venuto dallo spazio) i cui racconti, dopo la sua morte, si sono inaspettatamente rivelati un pozzo inesauribile per la cultura e l’immaginario popolare. Avrebbe mai immaginato lo schivo gentiluomo che pareva uscito dai Bostoniani di Henry James o un racconto di Hawthrone, che i suoi racconti dell’orrore avrebbero ispirato film, gruppi heavy metal… t-shirt? C’è davvero dell’ironia nel notare come siano molto più i nerd dei Comicon (tendenzialmente di sinistra, aperti e disponibili verso altre culture) a conoscere, magari nei più reconditi dettagli, la differenza che corre tra i Grandi Antichi e gli Dei Esterni, mentre alle convention repubblicane dove si levano alti lai contro il meticciato, Lovercraft sia un illustre sconosciuto. Con questo non voglio cadere nello stupido giochetto per cui si dice che “Lovecraft avrebbe votato Trump”, bensì sottolineare il paradosso per cui un evidente conservatore, dai modi affabili ma anche con idee profondamente disturbate, sia poi assurto a deità di un pantheon popolare.

yog sothoth rising, by TentaclesandTeeth
Yog sothoth rising, by butttornado

Persino la possibilità di fare facilmente parodia del suo stile solenne e concettoso, innamorato delle parole erudite e astratte (provate a leggere con voce fantozziana “ancestrali cicli vitali, agghiaccianti e proibiti, con i quali il nostro mondo e i nostri concetti non hanno nulla che vedere”) costituisce in fondo solo un’altra prova della sua unicità indimenticabile, del suo essere ormai un classico.


I suoi stessi limiti – se così li vogliamo chiamare -, gli elementi più piatti o legnosi dei racconti, costituiscono parte integrante della sua forza, appunto, mitica. Quando è al culmine della forma Lovecraft sa forgiare dei capolavori capaci, ancora oggi, di restarti negli occhi e nella mente (penso a L’Orrore di Dunwich o Il colore venuto dallo spazio), ma anche in esiti meno felici, la potenza delle sue immagini non si stempera. A volte basta anche solo un titolo per evocare qualcosa di ben più vasto di quanto possa essere catturato da una trama: Le Montagne della Follia resta un terribile e riuscito esempio di horror in linguaggio quasi scientifico ( la sua influenza arriva fino al terribile Blindsight di Watts, e all’Area X di Vandermeer), ma chiunque abbia letto quelle semplici quattro parole si porterà sempre dentro l’inquietudine ambigua che contengono, come nelle ultime parole del conte Ugolino (le montagne sono il semplice scenario della pazzia, o sono folli esse stesse?). Il Solitario di Providence (un soprannome che potrebbe benissimo essere il titolo di un suo racconto) vive come vibrazione di fondo in autori moto più popolari in vita di quanto lui si sarebbe mai potuto sognare: Stephen King o il Martin di A Song of Ice and Fire (sono l’unico a sentire un’eco del detto chtulhiano Anche la morte può morire nel mantra del Dio Abissale dei Greyjoy, Ciò che è morto non muoia mai?). Persino la possibilità di fare facilmente parodia del suo stile solenne e concettoso, innamorato delle parole erudite e astratte (provate a leggere con voce fantozziana “ancestrali cicli vitali, agghiaccianti e proibiti, con i quali il nostro mondo e i nostri concetti non hanno nulla che vedere”) costituisce in fondo solo un’altra prova della sua unicità indimenticabile, del suo essere ormai un classico.


Al cuore dei suoi miti più efficaci, c’è lo stesso smacco personale che si sarebbe avvitato e avviluppato anche a un’allucinata xenophobia, punta dell’iceberg del suo progressivo e universale “No alla vita”.


cthulhu oil painting by tentaclesandteeth
cthulhu oil painting by tentaclesandteeth

Oggi Lovecraft è oggetto di molta polemica, negli Usa e in Inghilterra, a causa del razzismo che tracima soprattutto dalla fitta corrispondenza e dalle poesie. Sulla miopia di non saper distinguere tra il debito oggettivo che un genere deve a un autore e le sacrosante distanze che si devono prendere da elementi insostenibili del suo pensiero, ho già scritto (non potremmo allora leggere più Dante perché dice che gli Ebrei sono stati giustamente cacciati da Gerusalemme per aver ucciso Cristo, o Leopardi perché parla delle anguste fronti femminili). Ma l’uscita della nuova, sontuosa traduzione – a opera di un maestro come Sergio Altieri – del cosiddetto Ciclo del Sogno, nel volume Feltrinelli Il profeta dell’incubo, permette, se sovrapposta alla riflessione di un lettore lovecraftiano d’eccezione, di intuire come, al cuore proprio dei suoi miti più efficaci, ci sia lo stesso smacco personale che si sarebbe avvitato e avviluppato anche ad un’allucinata xenophobia, punta dell’iceberg del suo progressivo e universale “No alla vita”. L’espressione è proprio di Michael Houellebecq– sì, l’autore del tanto dibattito e strattonato Sottomissione – che a Lovecraft ha dedicato una splendida monografia Contro il mondo – contro la vita (Bompiani) che ambisce a guardare il mondo attraverso le palpebre sottili e nervose del creatore di Cthulhu e Nyarlathotheph. Riuscendoci appieno. Un libro che, partendo da Lovecraft, si interroga anche sulla dinamica artistica in generale – “Se si ama la vita, non si legge. Né, d’altro canto, si va al cinema. Checché se ne dica, l’accesso all’universo artistico è riservato quasi esclusivamente a che ne abbia un po’ le palle piene”– e il tipo di relazioni che determinate narrazioni di successo stabiliscono col pubblico- “creare un grande mito popolare significa creare un rituale che il lettore aspetti con impazienza, che ritrovi con piacere sempre crescente, ogni volta sedotto da una nuova ripetizione in termini leggermente diversi, percepiti come un nuovo approfondimento”- senza risparmiare battute feroci sulla miopia dei critici laureati, che per decenni hanno snobbato gli autori cosiddetti popolari -“la critica finisce sempre col riconoscere i propri torti, più esattamente, i critici finiscono col morire e vengono sostituiti da altri”. Nella sua postfazione, Stephen King, che di paura se ne intende, aggiunge una notazione importante per questa nostra riflessione: “Se ci mostrate quello che ha terrorizzato una generazione (o, se preferite, gli incubi che si annidano in un cuscino collettivo), allora nove volte su dieci vengono alla luce molte altre scelte – legali, morali, economiche e anche militari – prese ai tempi in cui quella narrativa è stata pubblicata.” Occorre dunque chiedersi cos’abbia potuto spaventare Lovecraft stesso. Ovviamente, al fondo di tutti i suoi racconti c’è uno sguardo che è stato giustamente definito cosmico, un’intuizione spaventosa, rispetto a cui traumi e paure più circostanziati sono solo castelli di carte sui doccioni di una gigantesca cattedrale abbondonata.


Nella vita e nella scrittura di Lovecraft, una di queste date spartiacque fu quando scorse per la prima volta New York, dove si era recato con sua moglie Sonia per trovare lavoro e fortuna.


Come spiega bene Houellebecq, “certo, la vita non ha senso. Ma neppure la morte ne ha –  è una delle cose che gelano il sangue quando si scopre l’universo di Lovecraft. La morte dei suoi eroi non ha alcun senso. Non porta alcun tipo di conciliazione”. Si percepisce poi una profonda repulsione per tutte le esperienze viscerali dell’esistenza, quelle meno cerebrali e distillate dalle maniere, come il cibo, e ancor più il sesso. Prendiamo il Grande Cthulhu, “la creazione vaginale di Lovecraft. Dopo aver osservato questa tentacolare, viscosa, gelida creatura attraverso gli occhi di Lovecraft, abbiamo ancora bisogno di chiederci perché Lovecraft manifestò ‘scarso interesse’ per il sesso?” si chiedeva sempre Stephen King in Danse Macabre.


Ci sarà sempre qualcos’altro. Come diceva Steiner, ogni interpretazione critica che si proponga come definitiva, è in realtà solo frettolosa. Detto questo, ci sono tuttavia eventi, nella vita degli autori, che sono come i sassi negli stagni: si svolgono in un preciso momento di tempo, eppure i cerchi che sollevano si allargano in tutte le direzioni.


coming of azathoth, by tentaclesandteeth
coming of azathoth, by tentaclesandteeth

Tuttavia, non è raro trovare anche ampi passaggi, se non interi racconti, che evocano non solo mostri e orrori alieni, ma anche fantasie sognanti e delicate. Lo nota anche Houellebecq: “la sua scrittura, infatti, non si sviluppa solo nell’ipertrofia e nel delirio: nella sua prosa troviamo spesso una delicatezza e una sorta di luminosa profondità decisamente rare” Anche questi passaggi e descrizioni fanno della sua “archittetura totale”; anzi, c’è una intensa e precisa connessione tra la dolcezza di certe immagini da sogno e gli incubi più spaventosi. Una connessione profondamente, dolorosamente biografica. È sempre pericoloso mettersi col bisturi ad analizzare i motivi ispiratori di un’opera letteraria. Bisogna ricordarsi bene che il risultato finale, la sintesi artistica supera sempre la somma degli elementi che la compongono, e delle ispirazioni occasionali. Ci sarà sempre qualcos’altro. Come diceva Steiner, ogni interpretazione critica che si proponga come definitiva, è in realtà solo frettolosa. Detto questo, ci sono tuttavia eventi, nella vita degli autori, che sono come i sassi negli stagni: si svolgono in un preciso momento di tempo, eppure i cerchi che sollevano si allargano in tutte le direzioni.
E, nella vita e nella scrittura di Lovecraft, una di queste date spartiacque fu quando scorse per la prima volta New York, dove si era recato con sua moglie Sonia per trovare lavoro e fortuna.
Il ragazzino che si era auto-proclamato antico romano, l’adolescente dalle conoscenze enciclopediche, il giovane uomo che si entusiasmava per l’alone bicentenario delle magioni di Providence, e che non poté mai visitare l’agognata Europa, posa i suoi occhi sulla Grande Mela, all’alba del suo trionfo espansionistico, con i ponti e grattacieli che in quegli stessi anni avrebbero ispirato la poesia di Hart Crane, e la novità vertiginosa, unita alle grandi speranze che evoca quel mondo di infinite possibilità, lo riempie di commozione e aspettativa.

Lovecraft lo racconta così, in una lettera:

Ammirando quella prospettiva mi sono sentito quasi svenire di frenesia estetica-quell’atmosfera vespertina con le innumerevoli luci dei grattacieli, i riflessi sfavillanti e i fanali dei battelli che scivolavano nell’acqua-a sinistra la scintillante Statua della Libertà e a destra il lucido arco del Ponte di Brooklyn. Era qualcosa di ancor più possente dei sogni della leggenda del Vecchio Mondo-una costellazione di una maestà infernale-un poema tra le fiamme di Babilionia!

È un mondo nuovo, eppure la sua bellezza e ricchezza sfaccettata pare contenere, per la sua immaginazione così ricca di filtri storici, tutte le promesse del passato mitico.

Si paragoni la lettera, come giustamente fa Houellebecq, con questo passaggio da un suo racconto newyorkese:

Una finestra alla volta, essa si era illuminata riverberando sui flutti dove scivolavano lanterne oscillanti e dove sirene antinebbia emettevano strane armonie, e si era fatta essa stessa fantasmagorico firmamento di sogno screziato di musiche fiabesche.

E non solo. Prendiamo la prima. celebre descrizione di Kadath, la citta fiabesca per eccellenza, nella splendida traduzione di Altieri, quando Carter la intravede in sogno:

Dorata e splendida, la città fiammeggiava nel tramonto. Mura, templi, colonnati, ponti ad arcata costruiti in un marmo costellato di venature. fontane dalle vasche d’argento e dagli zampilli prismatici adagiate in ampie piazze giardini profumati…tutto questo era come pervaso da un mistero simile a nubi che si aggrappano a una montagna mitica inviolata.


New York è stata la Kadath di Lovecraft, la città fiammeggiante dai minareti delicati verso cui ha teso le mani e lo spirito. E, al pari degli avventurosi sognatori dei suoi racconti, anche lui avrebbe visto quella visione retrocedere come un miraggio, lasciando spaio a un incubo ben più concreto, e vicino.


Certo, vi è molto Lord Dunsany (e molto estetismo europeo: basti pensare a quanto frasi come “Più di qualsiasi altra cosa, Kuranes desiderava salpare su una delle galee dirette verso quei luoghi lontani dei quali aveva udito tanti strani aneddoti…” riecheggino il Baudelaire di Là non c’è nulla che non sia beltà,/ ordine e lusso, calma e voluttà./ Vedi su quei canali/ dormire bastimenti/ d’animo vagabondo,/ qui a soddisfare i minimi/ tuoi desideri accorsi/ dai confini del mondo./- Nel giacinto e nell’oro/ avvolgono i calanti/ soli canali e campi/e l’intera città/ il mondo trova pace/ in una calda luce”) ma anche una precisa circostanza personale. New York è stata la Kadath di Lovecraft, la città fiammeggiante dai minareti delicati verso cui ha teso le mani e lo spirito. E, al pari degli avventurosi sognatori dei suoi racconti, anche lui avrebbe visto quella visione retrocedere come un miraggio, lasciando spaio a un incubo ben più concreto, e vicino. Basti vedere con quale netta, terribile avversativa, con quale “ma” prosegua il racconto newyorkese:

Ma le mie speranze furono rapidamente deluse. Là dove la luce della luna aveva creato l’illusione della bellezza e del fascino, la cruda luce del giorno non mi rivelò altro che squallore, estraneità e una forsennata elefantiasi cementizia.

Il luogo si rivela duro, inospitale, e per Lovecraft inizia un umiliante calvario di due anni, nei quali non riuscirà a trovare un impiego, sarà costretto a separarsi e poi divorziare, e infine ripiegare per l’eremitaggio di Providence. Per la solitudine e il misconoscimento. Per la sconfitta. Come scrive Houellebecq, “per una persona come Lovecraft non c’è letteralmente posto nell’economia americana dell’epoca”. Ed ecco che la sua innata avversione per gli stranieri si esacerba in una vera e propria paranoia xenofoba. Sempre nel racconto newyorkese gli edifici rozzi tracimano le rozze masse degli immigrati: “l’orda di persone che brulicavano in quelle strade simili a canali era composta quasi universalmente di stranieri tarchiati e scuri, con facce dure e occhi stretti.” Come il Satana di Milton, il giovane gentiluomo di campagna sente “offeso il proprio merito”- e la frustrazione per il suo fallimento ha gioco facile nel trovare un capro espiatorio. In quei poveri ignoranti e chiassosi, che ascoltano musica in strada, che mangiano piatti dagli odori intensi, che ridono anche nelle ristrettezze, e riescono a farsi largo o quantomeno a sopravvivere meglio di lui, egli scorge i protagonisti del mondo di oggi e di domani. Odiandoli. Ancora una volta, biografia e narrativa poterebbero tranquillamente scambiarsi; una descrizione dei quartieri latini e italiani potrebbe figurare tranquillamente in un racconto sui tenebrosi villaggi di pescatori mostruosi:

Le cose organiche che infestano questa cloaca non si potrebbe definirle umane nemmeno torturandosi con l’immaginazione. erano mostruosi e nebulosi abbozzi di pitecantropo e ameba, vagamente plasmati in qualche limo fetido e viscoso prodotto dalla corruzione della terra.


La consapevolezza di provenire da un passato ancestrale fatto di morsi, lacerazioni, organi che premono per imporsi su altre membrane, di sangue e sperma – i Titani di cui parlavano i Greci – e la sensazione, spaventosa eppure seducente, che basti un attimo per tornare a sprofondarvi, che magari sia semplicemente inevitabile.


Tutto questo, in un ingegno altrettanto disturbato ma meno potente, si sarebbe esplicato solo nel miserabile disprezzo del narcisista sconfitto, non abbastanza forte da agire in prima persona secondo le proprie razzistiche convinzioni, ma capace di crogiolarsi a distanza in quelle altrui. Invece, uno scacco simile e una simile delirante xenofobia – che come tutti i razzismi si deve inventare una mitica purezza ancestrale di sangue e modi che non è mai esistita – si fusero a un pessimismo storico ben più vasto, e narrativamente fecondo. A salvare l’arte di Lovecraft è proprio la sua desolazione universale, il fatto che, in fondo, alla scoperta che non solo New York o l’America, ma l’universo stesso sia il parto orribile di un dio idiota e mostruoso, egli non abbia da contrapporre nessun contrafforte luminoso, eccetto un po’ di aristocratica decenza: anche per lui, come per Tomasi di Lampedusa, il gentiluomo “in fondo non è altro che qualcheduno che elimina le manifestazioni sempre sgradevoli di tanta parte della condizione umana e che esercita una specie di profittevole altruismo”; avrebbe solo aggiunto che le buone maniere sono solo un modo dignitoso per ingannare il tempo prima di morire e/o impazzire. È questo che permette alla sua prosa di elevarsi, nei suoi momenti migliori, alla tenebrosa gravità di un sermone del terrore.

Allora gli uomini saranno divenuti simili agli Antichi: liberi, feroci, al di là del bene e del male, avversi a ogni legge morale, e nel corso di allegri baccanali si scanneranno l’un l’altro emettendo urla ferine. Gli Antichi liberati insegneranno loro nuovi modi di urlare, di uccidere, di fare bisboccia, e tutta la Terra fiammeggerà in un olocausto di estasi sfrenata.

Per fortuna, la miserevole avversione al jazz e ancor più alla cultura nera che ispirò questo suo passo, è oggi giustamente avversata e condannata (avrei voluto scrivere “sconfitta”, ma basta guardare a cosa succedere in America, per vedere come il problema sia tutt’altro che risolto); ma il passo, con la sua allucinata potenza, rimane e continua a lavorarci sottopelle, attingendo a uno dei nodi più forti del nostro patrimonio psicologico e persino genetico: la consapevolezza di provenire da un passato ancestrale fatto di morsi, lacerazioni, organi che premono per imporsi su altre membrane, di sangue e sperma- i Titani di cui parlavano i Greci- e la sensazione, spaventosa eppure seducente, che basti un attimo per tornare a sprofondarvi, che magari sia semplicemente inevitabile. Il paradiso è un pio augurio, l’Apocalisse è certa. Di questo dono, di questo scrigno antiquato, dalla forma stranamente inquietante, il cui interno foderato di raso contiene un oggetto all’inizio solo apparentemente bizzarro, ma che col tempo comunica un folle, insostenibile paura, non saremo mai abbastanza grati a HPL. È questo il vero segreto di quegli occhi che tanto colpirono Stephen King, e che tanti prima e dopo di lui continuano a incrociare nei suoi racconti.
Occhi che davvero ci seguono e paiono chiedersi, con educata, felina pazienza, quando anche noi ci sveglieremmo dai sogni i cui tendiamo le mani verso le città del sogno, e apriremo gli occhi sull’incubo che ci circonda. Kadath svanisce nel buio, dove si fanno sempre più forti i latrati e i gorgoglii dei mostri da cui tutti veniamo, la beffarda risata di Nyarlathothep, i versi idioti dell’informe Azathot. Come scrisse proprio HPL in una lettera, La gioia fugace dell’infanzia non si riesca mai più ad agguantarla, L’età adulta è l’inferno.

di Edoardo Rialti


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.
Immagini: (c) fallschirmjager on Tumblr, Onikaizer (cover artwork), TentaclesandTeeth

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