Ogni opinione è un compromesso tra parti diverse del cervello



Le nostre opinioni sono dei compromessi tra parti della mente con storie evolutive molto diverse che entrano in conflitto tra loro.


In copertina: Nicola De Maria, La testa allegra di un angelo bello, la notte azzurra, testa bella, Asta Pananti in corso

(Questo testo è un estratto da “Imperfezione”, di Telmo Pievani. Ringraziamo Raffaello Cortina Editore per la gentile concessione)


di Telmo Pievani

La plasticità cerebrale è un Giano bifronte. Da un lato, la malleabilità della nostra mente la rende facilmente indottrinabile e i fattori culturali possono letteralmente plasmare le condotte dei singoli e delle folle, anche verso gli esiti più turpi. Dall’altro lato, un’educazione precoce ai valori di civiltà può disattivare e reprimere gli istinti più bassi, che non sono per noi cogenti e invincibili come lo sono in altri animali. Un esempio preso dalle neuroscienze illustra bene questa dualità.

Secondo diversi studi recenti di visualizzazione attraverso risonanza magnetica funzionale, quando il nostro cervello è esposto alla visione dei volti di persone estranee – in quanto appartenenti ad altre popolazioni umane con fisionomie diverse (quelle che una volta erroneamente si chiamavano “razze umane”) – manifesta una reazione contraddittoria molto interessante. Se a un bianco si mostra un afroamericano o viceversa, di primissimo acchito si attivano zone subcorticali profonde, soprattutto l’amigdala, che segnalano una potenziale minaccia. Il cervello sembra dire: “Chi è questo? Non fa parte della mia comunità, è insolito, non è uno di noi”. Ma questa percezione inconscia dura pochissimo perché quasi immediatamente subentrano le aree corticali superiori che contraddicono e regolano la reazione emotiva automatica e un’altra area ancora provvede a conciliare le prime due. È come se una voce di ragionevolezza e autocontrollo fosse entrata in scena e avesse riportato la calma, rendendoci consapevoli che quello è semplicemente un volto umano come un altro.

In pratica, gli scienziati hanno registrato in presa diretta un conflitto interno nel parlamento della nostra mente. Un conflitto, tra impulsi negativi immediati e intenzioni egualitarie, tra attitudini implicite ed esplicite, che sembra avere una precisa ragione evolutiva. Come già Darwin aveva ipotizzato e molti dati hanno poi confermato, Homo sapiens proviene da una lunga storia di socialità a piccoli gruppi. La nostra forza consisteva nel far parte di una ristretta comunità ben organizzata, coesa, solidale al proprio interno, e quasi sempre in conflitto con altre tribù. Dunque, paradossalmente, la conflittualità (tra gruppi) è stata la levatrice dell’altruismo (dentro il nostro gruppo). Da qui la nostra forte propensione a catalogare subito qualcuno come appartenente o non appartenente al nostro ristretto “noi”. Era cruciale fare questa distinzione, e rapidamente. Non è difficile intravedere in questa attitudine la radice ambivalente della cooperazione, da una parte, e del conformismo, del tribalismo, del settarismo, dall’altra.

Nicola De Maria, La testa allegra di un angelo bello, la notte azzurra, testa bella

Il retaggio odierno di questa storia è che regioni neurali con storie evolutive molto diverse entrano in conflitto quando sono poste davanti all’altro da noi e trovano di volta in volta, se tutto va bene e non ci sono altri condizionamenti, un compromesso. Ne deriva un primo insegnamento: se il contesto culturale e educativo, la propaganda e gli stereotipi sociali in cui cresciamo favoriscono le discriminazioni e la paura per il diverso, la nostra predisposizione naturale a rifugiarci in un “noi” protettivo e a vedere nell’ “altro da noi” un pericolo prevale. È una tendenza latente, che cova sotto la brace. Con una certa dose di indottrinamento e di propaganda, torna fuori e può fare danni. Basti pensare al successo che hanno avuto, anche nella storia recente, le criminali operazioni di costruzione intenzionale del diverso e del nemico, sfociate puntualmente in massacri e pulizie etniche.

Se qualcuno può approfittare malignamente di questa imperfezione infiltrandosi nelle nostre preferenze implicite, vale per fortuna anche il contrario. Negli esperimenti prima ricordati, si nota che l’apprendimento culturale e sociale può mitigare di molto le reazioni istintuali. Se per esempio il volto dell’altro è quello di un famoso atleta o cantante, l’amigdala non scatta, perché subito lo riconosciamo come familiare, come “uno di noi”, a riprova del fatto che le esperienze individuali, la cultura e l’educazione contano eccome. Le differenze di reazione all’alterità che si osservano all’interno di ciascun gruppo, soprattutto tra gli afroamericani rispetto ai bianchi, dipendono molto dalle storie individuali dei soggetti. Quindi esistono antidoti ai pregiudizi e alle reazioni “di pancia”.

Il problema è che oggi non solo vi è chi specula (con successo) sui peggiori pregiudizi umani, giocando con il fuoco della storia che si ripete, ma la nostra mente è oggettivamente sfidata dall’allargamento di quel “noi” da cui proveniamo, un noi oggi sempre più ampio, metropolitano, globale, sfrangiato. Un noi che i grandi documenti internazionali sui diritti universali identificano, da meno di un secolo, con la specie umana stessa. Nel tiro alla fune della nostra mente sbilenca, quel noi può affascinare ma anche spaventare, e allora torniamo a rifugiarci nella vecchia e insana tribù, reale o digitale che sia. Come notiamo da molte notizie di cronaca, mentre progettiamo di andare su Marte il sistema limbico che dirige il nostro universo emozionale è ancora quello dei primati. Lo sanno bene i pubblicitari e i capipopolo.


Telmo Pievani insegna Filosofia delle scienze biologiche all’Università di Padova. È direttore di Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, e collabora con il Corriere della Sera, le Scienze e Micromega. Nelle nostre edizioni ha curato Le trame dell’evoluzione (2002) e pubblicato La vita inaspettata (2011) e Imperfezione (2019).

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