Oltre la fama, la bravura – Purgatorio Canto XI

Questo articolo è un commento a un canto della Divina Commedia, fa parte del nostro progetto “CCC”, il Commento collettivo alla Commedia in cui a L’indiscreto abbiamo pensato di far commentare ognuno dei canti dell’opera dantesca ad autori e autrici della contemporaneità. Siamo all’undicesimo canto del Purgatorio.


IN COPERTINA e nel testo: Luigi Ontani, Adone et Leda dadona d’Arcigno (1990) – China e acquerello – Asta Pananti in corso

di  Francesco Colacicchi


Con il contributo di  


Ogni pittore conosce, o forse dovrei dire conosceva, i versi di Dante Alighieri:

“Credette Cimabue nella pintura

Tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura:”

(Purgatorio, XI, vv. 94-96)

Io li conosco perché tutta la vita, per diletto, ho dipinto più che altro paesaggi e nature morte cercando quei soggetti che più mi pareva potessero diventare simbolo e proiezione della mia vita interiore.

Dante, come chiaramente scrive Sapegno, sottolinea il carattere effimero di ogni primato: Giotto supera in fama Cimabue, Guido Cavalcanti ha tolto la gloria della lingua al Guinizelli. Ma in questi famosi versi vi è anche secondo me il riconoscimento che un’epoca (artistica) può essere maggiore di un’altra e che questo miglioramento può accadere anche da una generazione a quella successiva. L’allievo impara dal maestro e talvolta lo supera. Giotto supera Cimabue non solo in fama, ma anche in bravura.

Fra gli storici dell’arte su questo argomento c’è aperto contrasto. Argan è convinto che nello scorrere dei secoli non bisogna individuare periodi di splendore e periodi di decadenza. Berenson pensa il contrario e con arguta schiettezza nel suo libro L’arco di Costantino o della decadenza della forma scrive: “Periodicamente sopravvengono momenti di crisi….L’artista rimane allora abbandonato a se stesso, senza un modello che gli sia di mèta: intaglia e gratta spalma ed imbratta…..”  

A mio parere ha ragione Berenson e non Argan, ma purtroppo da un centinaio di anni è prevalsa, anche per colpa degli intellettuali amici degli artisti, l’opinione di Argan e di tanti altri storici e critici d’arte. Sempre di più c’è uno scollamento fra quello che scrivono i curatori delle mostre i critici e in generale chi si occupa professionalmente d’arte e il resto del mondo. Persone di buona cultura interrogate sulla loro opinione non hanno il coraggio di dirla e rispondono “non mi intendo di arte”. Che malinconia. Purtroppo oggi chi decide cosa èarte e cosa non lo è sono pochissimi galleristi e critici d’arte nelle capitali d’Europa e del Nord America.

Spero si possa tornare, almeno in questo, a quando nel 1401 a Firenze l’Arte dei Mercanti (o di Calimala) composta da trentaquattro membri, una giuria del popolo, decise in Ghiberti il vincitore del concorso per la seconda porta del Battistero di Firenze. E aveva ragione la giuria: l’opera in concorso di Ghiberti è più bella di quella di Brunelleschi, come possiamo vedere anche oggi nei due pannelli originali dei due artisti presentati per il concorso, conservati al Bargello.

Luigi Ontani, Adone et Leda dadona d’Arcigno (1990) – China e acquerello- Asta Pananti in corso

Il canto, integrale

Canto XI, nel quale si tratta del sopradetto primo girone e de’ superbi medesimi, e qui si purga la vana gloria ch’è uno de’ rami de la superbia; dove nomina il conte Uberto da Santafiore e messer Provenzano Salvani di Siena e molti altri.

“O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
da ogne creatura, com’è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.

Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna.

E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.

Nostra virtù che di legger s’adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.

Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro”.

Così a sé e noi buona ramogna
quell’ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
simile a quel che talvolta si sogna,

disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.

Se di là sempre ben per noi si dice,
di qua che dire e far per lor si puote
da quei c’ hanno al voler buona radice?

Ben si de’ loro atar lavar le note
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
possano uscire a le stellate ruote.

“Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
tosto, sì che possiate muover l’ala,
che secondo il disio vostro vi lievi,

mostrate da qual mano inver’ la scala
si va più corto; e se c’è più d’un varco,
quel ne ’nsegnate che men erto cala;

ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
de la carne d’Adamo onde si veste,
al montar sù, contra sua voglia, è parco”.

Le lor parole, che rendero a queste
che dette avea colui cu’ io seguiva,
non fur da cui venisser manifeste;

ma fu detto: “A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva.

E s’io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,

cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.

Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se ’l nome suo già mai fu vosco.

L’antico sangue e l’opere leggiadre
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,

ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante

Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.

E qui convien ch’io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti”.

Ascoltando chinai in giù la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li ’mpaccia,

e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava.

“Oh!”, diss’io lui, “non se’ tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?”.

“Frate”, diss’elli, “più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.

Ben non sare’ io stato sì cortese
mentre ch’io vissi, per lo gran disio
de l’eccellenza ove mio core intese.

Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

Oh vana gloria de l’umane posse!
com’ poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.

Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.

Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ’pappo’ e ’l ’dindi’,

pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.

Colui che del cammin sì poco piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,

ond’era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com’ora è putta.

La vostra nominanza è color d’erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba”.

E io a lui: “Tuo vero dir m’incora
bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?”.

“Quelli è”, rispuose, “Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntüoso
a recar Siena tutta a le sue mani.

Ito è così e va, sanza riposo,
poi che morì; cotal moneta rende
a sodisfar chi è di là troppo oso”.

E io: “Se quello spirito ch’attende,
pria che si penta, l’orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù non ascende,

se buona orazïon lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui largita?”.

“Quando vivea più glorïoso”, disse,
“liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s’affisse;

e lì, per trar l’amico suo di pena,
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena.

Più non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
faranno sì che tu potrai chiosarlo.

Quest’opera li tolse quei confini”.

 


A questo link potete trovare i commenti a tutti i canti dell’Inferno.

Il prossimo canto sarà commentato da Eduardo Savarese


Francesco Colacicchi, Nato a Firenze nel 1942. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Firenze ha insegnato per un anno al Liceo Artistico di Lecce e dopo a quello di Firenze. Espone per la prima volta nel 1965 alla Galleria Spinetti di Firenze e fino al 2002 si presenta al pubblico con qualche regolarità (Premio del Fiorino, 1971, personale alla Galleria Il Punto, Firenze, 1979;  personale a Londra presso la New Art Centre, 1981; personale alla libreria Idea Books di Firenze, 1983; personale allo studio Yun a Washington D.C., 1999; personale alla Fnac di Parigi, 2001). Da allora ha scelto di lavorare esclusivamente per se stesso e per alcuni amici che gli sono vicini. Si considera allievo di suo padre, il pittore Giovanni Colacicchi.

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