Teschio:Chiuso – L’omofobia nel calcio

Per sottolineare la gravità delle esternazioni di Maurizio Sarri, qualcuno ha ricordato che il calcio è un ambiente notoriamente omofobo.

di Alessandro Lolli

Perché il calcio, e in generale lo sport di squadra, è un ambiente omofobo o, almeno, lo è in maggiore misura di un azienda agricola o della cucina di un ristorante?

Bisogna comprendere i meccanismi che fanno del calcio un struttura particolarmente ostile all’omosessualità e, tramite di essi, giungere a una comprensione più profonda di quel concetto chiamato “omofobia” che troppe volte viene semplificato anche da chi si professa suo avversario e se ne sente per questo al riparo.

Una prima semplificazione che può intervenire per spiegare l’omofobia nel calcio ci parla di uno sport agonistico fondato sulla competizione tra maschi e quindi volto alla riproduzione dell’ideale tradizionale di mascolinità: aggressiva, virile, violenta e sicuramente non “frocia”, termine che definisce strutturalmente tutto quello che non si conforma alla suddetta mascolinità tradizionale. Ma questa è solo una parte della verità. Il luogo in cui l’omofobia affonda le radici più profonde non è il campo da gioco ma lo spogliatoio. Lo spogliatoio, ambiente chiuso di soli maschi legati da un precario spirito di gruppo, condivide con la caserma, la prigione, la nave mercantile e il collegio maschile quelle dinamiche ambigue che la queer theory ha esplorato negli ultimi venti anni di ricerche.


Il luogo in cui l’omofobia affonda le radici più profonde non è il campo da gioco ma lo spogliatoio. Lo spogliatoio, ambiente chiuso di soli maschi legati da un precario spirito di gruppo, condivide con la caserma, la prigione, la nave mercantile e il collegio maschile quelle dinamiche ambigue che la queer theory ha esplorato negli ultimi venti anni di ricerche.


Antonio_Cassano_and_Scott_Parker_England-Italy_Euro_2012Le dinamiche ambigue vengono esposte da studiosi come Eve Sedgwick attraverso il concetto di open secret: un meccanismo paranoico in atto tra gli uomini che non cessa di interrogare la reciproca sessualità. Mi rendo conto che partire da una formula astratta rischia di essere oscuro, e anche un po’ arbitrario, pertanto è più utile procedere per esempi, soffermandoci sulle interazioni concrete che avvengono in questi ambienti. Ma non bisogna necessariamente rivolgerci a situazioni estreme di cui letteratura e cinema ci danno conto, come le umiliazioni sessuali ne I turbamenti del giovane Törless o la violenza nelle docce di American History X. Episodi del genere vengono regolarmente mimati in questi ambienti ma declinati nello scherzo, i cosiddetti scherzi da caserma: schiaffi con l’asciugamano, battute sulle saponette, finte sodomizzazioni. Il gioco che meglio illustra la logica bifronte che si nasconde dietro questi scherzi si chiama TESCHIO: CHIUSO ed era molto popolare tra gli adolescenti maschi della mia generazione. Per chi non lo conoscesse, ne descrivo brevemente il funzionamento. Un maschio tocca improvvisamente il cazzo a un altro (talvolta afferrandolo a mano aperta, talvolta colpendolo piano con un pugno) urlando “TESCHIO” e subito di seguito “CHIUSO”, portando una mano a protezione del suo cazzo. Tutti gli altri maschi che hanno assistito alla scena devono prontamente portare le loro mani sul cazzo e sancirne la chiusura. Chi ha donato il teschio inizia a contare fino a dieci. Se prima dello scadere, il malcapitato non riesce a toccare il cazzo di qualcuno che era distratto e non si è chiuso, donandogli il teschio, viene dichiarato frocio.


Un maschio tocca improvvisamente il cazzo a un altro (talvolta afferrandolo a mano aperta, talvolta colpendolo piano con un pugno) urlando “TESCHIO” e subito di seguito “CHIUSO”, portando una mano a protezione del suo cazzo.


Due letture si possono dare di questa piccola follia che girava tra i banchi di scuola nei tempi morti. La prima, metaforica, ci vede la palese messa in scena di una castrazione: la virilità rubata deve essere riconquistata a scapito di un altro maschio. La seconda, letterale, si limita all’osservazione dei fatti: maschi eterosessuali che si toccano il cazzo a vicenda per non diventare froci.  Entrambe le prospettive sono vere e la dialettica di queste due verità, la loro presenza alternata nell’aria che si respira durante queste interazioni fonda la logica bifronte cui accennavamo. Nello spogliatoio, come nel collegio maschile o nella nave, l’omosessualità non è veramente rimossa, è piuttosto sollecitata ed esorcizzata in un ciclo continuo. I corpi si toccano per non toccarsi davvero, spingono sempre più in là il limite del comportamento lecito tra eterosessuali per scongiurare l’evenienza di comportamenti omosessuali. Qual è la sola cosa proibita all’interno di questa logica? Uscirne fuori, coming out, dichiararsi omosessuale.


Nello spogliatoio, come nel collegio maschile o nella nave, l’omosessualità non è veramente rimossa, è piuttosto sollecitata ed esorcizzata in un ciclo continuo.


Roberto_Mancini_RED_BULL_STADIUM_JERSEY_NYL’apparizione di un vero omosessuale, o meglio, lo smascheramento della vera identità di quello che prima era “uno di noi”, è in grado di risignificare tutti quei comportamenti, anche retroattivamente. Si diffonde come un virus il dubbio di non aver giocato “in maniera maschia” con altri maschi, ma di essere stati coinvolti in comportamenti omosessuali. La nudità generale dello spogliatoio, la sua promiscuità esorcizzata nello scherzo, viene radicalmente turbata dall’omosessuale che scoperchia l’open secret. L’omosessualità è contagiosa e il suo mezzo di trasmissione è il contatto fisico che suscita la fantasia di uno stupro, prima sollecitato nel gioco e contemporaneamente allontanato dalla “nota eterosessualità” (quella attribuita a Mancini dalle autorità sportive) di tutti i membri, ora reso presente e attuale da chi “quelle cose le fa davvero”. Intendiamoci, non c’è la paura concreta di subire una violenza, come quella che può provare una donna camminando nell’iconico vicolo buio accanto alla stazione, avviene piuttosto una reinterpretazione di gesti minimi: prendere un asciugamano sul culo da un eterosessuale è la parodia di una lotta, riceverlo da un omosessuale è un approccio, un avance erotica che ti trascina nelle forme del suo desiderio.

Alcuni personaggi del calcio hanno incarnato meglio di altri questa ambiguità. Pensiamo a Zlatan Ibrahimovic, arrogantissimo fuoriclasse, centravanti imponente di un metro e novanta, cintura nera di taekwondo, stella maggiore attorno a cui si costruisce ogni squadra in cui milita. Ibrahimovic ha l’abitudine di dominare lo spogliatoio con comportamenti violenti e casuali, cui la definizione di bullismo calza perfettamente.

È lo stesso Ibrahimovic che, però, ha sollevato voci su una omosessualità nascosta per via di alcune foto che lo ritraggono teneramente vicino ad altri calciatori come Piqué o Abate. Nessuno sa quali siano i veri desideri e le vere pratica di Ibrahimovic, ma non c’è contraddizione tra i suoi atteggiamenti. E non solo perché la sopraffazione del maschio dominante può spingersi sino alla minaccia di stupro come estrema umiliazione (atteggiamento comunque presente in Ibrahimovic come ci ricorda la famosa foto in cui si porta le mani al pacco nel gesto “famme na pompa”). Ma perché la stessa riduzione della distanza tra i corpi che permette la violenza, scherzosa o meno che sia, facilita un altro tipo di vicinanza. Ibrahimovic non ha paura dell’altro corpo maschile e, come quella di Mario Brega, la sua mano po’ essere ferro o po’ esse piuma. Caso simile quello di Cassano. Il giocatore barese si è tanto prodigato negli scherzi da caserma/spogliatoio da battezzarli con la sua antonomasia: “cassanate”. Alcune di queste “cassanate” rientrano così bene in quella tensione omoerotica sotterranea che sembrano solo pretesti per toccare l’altro, come le simpatiche imboscate al sedere di Beckham: «La mattina, quando arrivava, era abbastanza discreto. Io, visto che devo sempre rompere le palle a qualcuno, siccome era seduto di fianco a me, una volta gli mettevo una mano sotto al sedere, una volta scherzavo in altro modo, scherzavo spesso con lui perché è un ragazzo che sa scherzare». Eppure, l’ultimo scandalo omofobico del calcio italiano ha riguardato proprio Cassano che, in una conferenza stampa agli europei del 2012 ha dichiarato: «Froci in nazionale? Sono problemi loro ma spero di no. Mi auguro che non ci siano, in Nazionale. Ma sono questioni loro».

Cassano spera di no. Chi glielo spiega poi che potrebbe aver palpato il culo di un frocio?

0tdaovgNello stesso anno ebbe fortuna un tweet di Morgan Freeman che dichiarava di odiare la parola omofobia perché “non sei spaventato, sei uno stronzo”. A discapito delle buone intenzioni che miravano a eliminare ogni vittimismo insito nella posizione dei discriminatori, l’affermazione è falsa. L’omofobo è realmente inquietato dalla presenza dell’omosessuale, dalle possibilità che la sua sola esistenza apre. Per questo i conservatori, quando si arrendono alla degenerazione dilagante, provano a negoziare con quel “però fatelo a casa vostra, non per strada”. Addirittura la vista può essere contaminante, figuriamoci il contatto fisico che è così frequente negli ambienti che abbiamo preso in esame.

Ma si può trarre una conclusione ulteriore. L’omofobia, presa come discorso che circola, è qualcosa che riguarda più eterosessuali che omosessuali. Questo per un semplice fattore numerico: sono molti di più coloro che si identificano come eterosessuali di coloro che sono apertamente gay o bisessuali. Ma il discorso omofobico riguarda tutti e il suo primo effetto è produrre un’eterosessualità monolitica con un’ortopedia preventiva: sii uomo! non fare il frocio!

Venendo ai fatti recenti, è interessante notare la confusione nelle dichiarazioni a caldo di Mancini: «Lui ha iniziato a inveire contro di me, urlando, dicendo “frocio”, “finocchio”. Io sono orgoglioso di esserlo, se lui è un uomo». Timothy Small, su Ultimo uomo, ha sottolineato come questa risposta riposi ancora sulla logica machista: Mancini gli ha praticamente detto: “frocio ci sarai”. Entrambi, ad un certo livello, sanno che “non essere uomo”, cioè essere un frocio, è la peggiore cosa che si possa dire a un maschio.


Guardare sul serio il Sarri in noi vuol dire riconoscere di essere cresciuti in un linguaggio per il quale “frocio” e “troia” sono le peggiori cose che si possono dire rispettivamente a un uomo e a una donna. E, nota ulteriore, sono praticamente lo stesso insulto e segnalano il punto in cui omofobia e misoginia combaciano


Lafond_Sappho_and_HomerNonostante mi trovi d’accordo con la condanna di Sarri e mi auguri profondamente un mondo libero, non condivido il tono dell’articolo di Small, comune a tante altre voci indignate che si sono levate. La mostrificazione di Sarri, il quale per Small deve fare un corso patrocinato dall’unione europea o qualcosa del genere, ha due effetti: compatta attorno a lui tutti coloro che usano spesso quel linguaggio e non ci stanno a diventare mostri, e allontana da chi condanna Sarri quell’insieme di pulsioni e paure che condivide con Sarri stesso. Quando Small chiude retoricamente l’articolo, in contrasto con la posizione censoria fin lì tenuta, invitandoci a fare i conti con noi stessi, si chiede “Quanto ci costa cambiare?”. La risposta è: tanto. Molto più di quanto si possa pensare.

Guardare sul serio il Sarri in noi vuol dire riconoscere di essere cresciuti in un linguaggio per il quale “frocio” e “troia” sono le peggiori cose che si possono dire rispettivamente a un uomo e a una donna. E, nota ulteriore, sono praticamente lo stesso insulto e segnalano il punto in cui omofobia e misoginia combaciano: una viscerale repulsione verso la passività, letta nella penetrazione subita che, con la violenza dell’insulto, vuole allontanare da sé ogni agente contaminante. Da questa condizione, continuamente rinnovata dai limiti del nostro linguaggio, non si esce mai una volta per tutte e possiamo solo augurarci che i nostri figli e nipoti, con un’educazione migliore, costruiscano un mondo che non si strutturi intorno a questa dicotomia. Noi, grandi grossi e patriarcali, dobbiamo continuamente fare i conti con l’educazione che abbiamo ricevuto e sfidare noi stessi ogni volta che ci troviamo presi dall’ideologia che ci ha formati.

Il calcio è un ambiente in cui queste contraddizioni sono portate al parossismo, come abbiamo visto, e nel quale la comparsa di un frocio scuote le fragili fondamenta su cui si regge il cameratismo di undici maschi seminudi che sfidano a spallate altri undici maschi seminudi. In altri luoghi, l’omofobia circola a minore intensità ma con la stessa pervasività che abbiamo rilevato: non si esprime solo nel pestaggio occasionale di una coppia gay in centro, ma in tutte le microrelazioni che mettono al sicuro la sana eteromascolinità di tutti.

Chiudo con un aneddoto. Qualche mese fa diventò quasi virale il video di una sfilata di moda con uomini molto effemminati. Nei commenti abbondavano risate e considerazioni disgustate sull’andazzo che aveva preso il maschio di oggi, provenienti da uomini e da donne. Cliccando sulle loro foto profilo, scorrendo fino a giugno, le loro facce si coloravano di arcobaleno.


Alessandro Lolli nasce a Roma nel 1989. È redattore di Dude Magazine e ha scritto su Nuovi Argomenti, Prismo, VICE, Soft Revolution Zine e altrove. Ha una laurea in filosofia e un lavoro in un centro di scommesse sportive.
Immagini (c) Wikimedia.

6 comments on “Teschio:Chiuso – L’omofobia nel calcio

  1. Shabine

    La virilità, ben diversa dalla mascolinità che suona per lo piu una nota anagrafica, si identifica con un atto sessuale. Non necessariamente con qualcuno di sesso opposto. Il concetto è la capacità di penetrare qualche orifizio, se consenziente bene, se non consenziente forse meglio. La femminilità si manifesta con aspetti molto piu sfaccettati, seduzione, grazia, forme e formalismi di varia natura. Omosessuale ai nostri tempi (io cinquantenne ex allunno di gesuiti) era fondamentalmente la parte passiva di un rapporto anale – a Genova dicevano con grande eleganza ‘ o se carega da derré comme un cannon’ (si carica da dietro come un cannone) – o per dirla con il padre-rettore ‘chi è uso fornicare in vaso improprio’. Per anni l’idea di una sessualità a largo raggio che includesse anche le dame era limitata in un hortus conclusus, una corte sconta per dirla con Pratt, munita di alte mura e cortine oscurate accuratamente, riserva di caccia di menti evolute, sesso elitario e incravattato non accessibile, consciamente almeno, a ceti incolti e borghesie involute. A Genova ‘buliccio’ era ed è un insulto familiare e bonario, quasi ammesso nelle famiglie. Don Gallo salutava i suoi meravigliosi trans d’antan (portuali con la parrucca e l’ancora sull’avambraccio peloso) con un rituale ‘…alua comme anemmo bulicci…’ quando andava a visitarli in carcere. Omofobia, che dall’etimo suonerebbe come paura dell’uguale mentre in realtà viene fatta significare l’esatto opposto, LGBT e derivati LGBTQ e LGBTQA erano termini di la da venire, mentre il politically correct era normalmente riassunto in un generico ‘buona educazione’ e la discrezione, si parva licet.., di un viveur come Gianni Agnelli evitava scandaletti alla Lapo pur non avendo l’Avvocato avuto vita noiosa e morigerata. Di questo nostro antico mondo Sarri è chiaramente un figlio, omaccio scafato in campi periferici dove le botte di ‘ricchione risuonano come spari all’apertura della caccia, ai cui occhi un Mancini, avvezzo a pashmine pastello e chiome educate, deve risultare un fighetto un po’ antipatico e come tale evocare insulti sminuenti la sua virilità. Non la farei tanto lunga. Esistono dimensioni ludiche dell’insulto, sportivo-agonistiche, a volte terribili familiari. Per quanto si vada a scavare non credo si possa trovare in questa vicenda una riflessione che non sia relativa alla buona educazione che dovrebbe limitare le espressioni e alla discrezione che,nel malaugurato caso vengano usate, ne dovrebbe limitare la pubblicità.
    Sfortunatamente entrambi gli auspici sembrano assai improbabili.
    Saluti

  2. Michele R

    Ce lo immaginiamo un omofobo maschio che viene a sapere che l’omofobia è una paura? Un omofobo che rifiuta l’omosessualità in onore del valore della mascolinità? Bè, questo omofobo non potrebbe riconoscersi in qualcuno che ha paura di qualcosa. Il vero maschio non ha paura, e non ha paura soprattutto di un omosessuale, che nella versione maschile è un maschio che non è veramente maschio. L’omofobo riuscirebbe quindi a mangiarsi gli omosessuali a colazione, altro che. Perchè dovrebbe avere paura? L’unica risposta è che in fondo, in un angolino, anche l’omofobo è un pochino omosessuale, certo non del tutto magari, ma lo è. Tanto che forse basterebbe una sbronza o una fumata di troppo per fargli germogliare fantasie e voglie poco ortodosse con l’atteggiamento inflessibile della coscienza nel pieno della sua vigilanza. Cari omofobi, voi avete paura, paura di voi stessi ma non volete ammetterlo. Perchè sia così fastidioso pensarsi omosessuali è una questione lunga e invito gli autori del sito a parlarne ancora. Concordo dunque con il tweet di Morgan Freeman, l’omofobo non ha paura, è proprio uno stronzo: che vada un pò in analisi da uno bravo.

    • non so se gli omofobi siano tutti omosessuali latenti o repressi, qualcuno lo sarà ma sono sicuramente tutti stronzi

  3. io ho trent’anni e sta cosa del “teschio-chiuso” è la prima volta che la sento e l’idea stessa di toccare il pene di un uomo per non diventare “froci” mi sembra perlomeno contraddittoria. Io sono più terra-tera: Sarri è un vecchio sessantenne ignorante cresciuto in una certa epoca e ha avuto l’educazione che ha avuto e ha sbagliato, certamente. io sono cresciuto negli anni 80-90 delle tv berlusconiane e proprio perchè sono certo che l’orientamento sessuale non si può cambiare e che nella storia ci sono stati sempre etero, gay e bisex nelle stesse percentuali di oggi e che nessuno si identifica come etero o gay o bisex ma è etero, gay o bisex, proprio perchè sono certo che se sei etero resti etero, se sei bisex resti bisex, se sei gay resti gay (e ho il sospetto che quelli che si “scoprono” gay dopo essersi sposati e aver fatto fgli e aver fatto all’amore con membri dell’altro sesso tranquilamente siano sempre stati bisex in realtà, ci sono bisex più attratti sessualmente e sentimentalmente dal sesso opposto e bisex più attratti dall’altro,) eccetera non temo alcun “contagio”, non considero debole che in un rapporto penetrativo consensuale (gli stupri sono un’altra cosa) il “penetrato/a” sia più debole, no, gode come quell’altro. anche rispetto al rapporto anale a me non attira nè attivo nè passivo ma se due persone (uomo-donna o uomo-uomo) vogliono fare sesso anale e si divertono buon per loro, essere penetrati analmente non è degradante se ti piace, se anche tu lo vuoi, è terribile quando è imposto con la forza a chi non lo desidera, ma vale anche per il coito.
    Quanto alla competitività, non è una cosa solo maschile, è anche femminile e non è solo negativo. Che poi gli spogliatoi e le caserme fossero luoghi pieni di allusioni omoerotiche, più o meno scherzose più o meno latenti, si sapeva

  4. melantone

    Sei molto bravo. Ci sono forse un migliaio di battute di troppo. Ci vorrebbe un editor che ti accorcia con rispetto.
    Purtroppo quando le donne lasciano i luoghi di lavoro ai maschi, quando viene meno il presidio femminile. È subito caserma.

  5. SfnBls

    la prima cosa intelligente che leggo sulla questione. bene, finalmente.

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