Orwell e la magia tribale delle convinzioni

Nei suoi saggi il celebre scrittore ha ben evidenziato i rischi di qualunque ideologia, anche e soprattutto di quelle che consideriamo “giuste”.


IN COPERTINA e nel testo: Family Portrait Chang Hong Ahn, Ko Chang-seok, 1982

di Edoardo Rialti

Nonostante le apparenze razionali l’influenza esercitata dalla sala ricreativa è ascrivibile ai fenomeni di magia collettiva. Questa mescolanza di razionalismo dottrinale e magia avviene eliminando ogni libera discussione.

Milosz, La mente prigioniera

La mia voce, nell’assedio

Cerchiamo sempre di scorgere volti nelle nuvole, sentieri e orme nella neve, intravedere arazzi di senso e destino negli eventi, che col tempo paiono caricarsi del peso delle profezie, delle vocazioni. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro;/i miei giorni erano fissati,/quando ancora non ne esisteva uno, recita il Salmo. Wilde bambino che cinguetta tronfio ai compagni “Da grande io sarò protagonista di un processo”, il giovane Goethe che rabbrividisce incupito scorgendo nel padiglione delle nozze di Maria Antonietta e Luigi di Francia una rappresentazione di Giasone e Medea. È con questa gravità simbolica che i lettori di George Orwell ripensano al proiettile del cecchino franchista che in Spagna lo colpì alla trachea, abbassandogli la voce. “Tutto quello che ho è la mia voce”, Christopher Hitchens (che a sua volta morì per un cancro alla gola festeggiato dai fanatici cristiani) ricordò i versi di Auden proprio omaggiando l’autore di 1984 e La Fattoria degli Animali. Quel sussurro roco, fattosi tratti d’inchiostro e caratteri sulla carta, non avrebbe smesso di additare gli orrori totalitari di fascismo, colonialismo, comunismo stalinista, le ipocrisie della borghesia imperialista occidentale ma anche del pacifismo intellettuale, i due poli costanti della perversione, il piacere di comandare e quello parimenti distorto di ubbidire, nella sintesi coniata dallo stesso Hitchens. Non c’è bisogno di richiamarsi a tristi eppur sintomatiche banalizzazioni mediatiche come “Il Grande Fratello”; anche nei discorsi ufficiali di politici, opinionisti e giornalisti, Orwell (come Pasolini in Italia) resta l’autore forse più citato e meno effettivamente letto del ‘900. Gli elogi e i richiami continui, il brandirlo come una clava, sono davvero gli omaggi che secondo La Rochefocauld il vizio tributa alla virtù. Ascoltare quel filo di voce comporta infatti l’esposizione costante a “certi fatti spiacevoli”, mai troppo lontani dall’ombra che gettiamo a terra. Già prima dei romanzi più celebri, come nella denuncia degli stalinisti in Omaggio alla Catalogna o negli interventi radiofonici durante e dopo la guerra, si può aprire il suo reportage sui minatori inglesi La strada di Wigan Pier, e incappare in riflessioni come la seguente, tuttora difficile da mandar giù per tanti che magari discettano a gran voce di lotta sociale e migranti, razzismo e intersezionalità:

Il fatto che si deve affrontare è che l’abolizione delle distinzioni di classe significa l’abolizione di una parte di noi stessi. Prendiamo me, membro tipico del ceto medio. È facile per me dire che voglio liberarmi delle differenze di classe, ma quasi tutto ciò che penso e faccio è il risultato di differenze di classe. Tutte le mie nozioni – nozioni del bene e del male, del piacevole e dello spiacevole, del buffo e del serio, del bello e del brutto – sono essenzialmente nozioni piccoloborghesi; il mio gusto in fatto di libri, di cibi e di abiti, il mio senso dell’onore, il modo in cui so stare a tavola, il giro delle mie frasi, il mio accento, perfino i movimenti caratteristici del mio corpo, sono i prodotti di un genere particolare di educazione e di una nicchia particolare a mezza via della scala sociale. Quando capisco questo capisco anche che non serve a nulla dare una manata sulle spalle di un proletario, dicendogli che è un uomo bravo quanto me; se voglio avere un autentico rapporto con lui, devo fare uno sforzo per il quale molto probabilmente non sono preparato.

Oppure si prenda la scena di sesso rozzo, brutale e sporco con cui il protagonista di 1984 si getta sulla ragazza che, come egli stesso inizia a intraprendere malcerto, cova un’opposizione goffa ma radicale verso il regime. Uno scrittore più banale, più consolatorio, avrebbe dipinto una scena romantica e passionale.  Orwell sa essere ben più controintuitivo ed effettivamente straziante:

«Ascolta. Più uomini hai avuto, più ti amo. Capisci?» «Perfettamente.» «Odio la purezza, odio la bontà! Non voglio virtù da nessuna parte. Vi voglio tutti corrotti fino al midollo.» «Be’, allora dovrei andarti bene, mio caro. Sono corrotta fino al midollo.» «Ti piace farlo? Non parlo di me. Parlo della cosa…» «Adoro farlo.» Ecco che cosa voleva sentirsi dire più di tutto. Non l’amore per una persona, ma l’istinto animale, il desiderio assoluto e indifferenziato: era quello il potere che avrebbe polverizzato il Partito. La premette sull’erba, tra le campanule cadute.

Conosco poche scene capaci di afferrare il lettore alla gola in questo modo, di raccontare la gioia feroce di un lungo assedio che si spezza, d’un balbettio che è più intenso e denso d’un lungo poema. Qui il regime distopico, al pari di certe tendenze odierne che ad esempio si notano nello stile di vita del consumismo cinese e nordcoreano ma che iniziano a diffondersi pure in Occidente, punta all’ infantilizzazione dei cittadini e contemporaneamente alla completa asessualizzazione della società. La fosca tenebrosità animale del sesso è stata domata e rimossa da una grigia contraffazione emancipata del vecchio moralismo religioso. Ed è proprio in quella fame senza morale o sentimenti edificanti, in quel desiderio di spingere, lacerare e mordere, è contenuta una fonte di verità e comprensione e tenerezza autentica, anzitutto verso sé e poi, forse, gli altri.

Scostò la tuta e studiò il morbido biancore del fianco. Ai vecchi tempi, pensò, un uomo guardava il corpo di una ragazza e lo trovava desiderabile, fine della storia. Ma adesso non potevi più sentire puro amore o pura attrazione fisica. Nessuna emozione era pura, perché tutto si mischiava con la paura e con l’odio. Il loro abbraccio era stato una battaglia, l’orgasmo una vittoria. Un attacco al Partito. Un atto politico.

Il prestigio competitivo delle identità

È la stessa chiarezza e torbida intensità, la stessa commistione di visione purificata da una fiamma ossidrica e capacità di compromissione coi nodi più scuri della natura umana a percorrere un saggio di Orwell la cui rilevanza, oggi, risulta ancora più decisiva, visto il salto quantico permesso dai mezzi di comunicazione globale di cui egli vedeva ancora il primo diffondersi.  Ma proprio considerando tale contesto embrionale, i suoi Appunti sul nazionalismo, del 1945, risultano adesso persino terrificanti nella loro prescienza.

Per “nazionalismo” Orwell non intende semplicemente il tifo e lo spirito di parte tributato a questa o quella nazione geografica, ma qualunque spirito ideologico di appartenenza, a un paese, tradizione culturale o identitaria, movimento politico, esso può attagliarsi a una chiesa o classe, assumere semplicemente valore negativo contro qualcosa o qualcuno senza per questo implicare un preciso fine di lealtà…il patriottismo è per sua natura difensivo, sia militarmente sia culturalmente. Il nazionalismo, al contrario, è inseparabile dal desiderio di potere. Lo scopo costante di ogni nazionalista è guadagnare sempre più potere e prestigio non per sé ma per la nazione o unità alla quale ha scelto di sacrificare la propria individualità. Negli anni di Orwell ciò includeva movimenti e tendenze come il comunismo, il cattolicesimo politico, il sionismo, l’antisemitismo, il trotzkismo e il pacifismo, quasi tutte vive e operanti tutt’oggi, ma la riflessione risulta particolarmente stimolante se la si applica a realtà più recenti, come il sovranismo di destra a la Trump o Putin, certamente, ma anche movimenti progressisti nei cui orizzonti e nelle cui finalità io per primo mi riconosco, come Black Lives Matter o le battaglie femministe e LGTB. Sarebbe così facile, così rassicurante, scaricare questa risacca oscura sugli altri, i rozzi, i fascisti, i cattivi. È assai più salutare prendere qualcosa di profondamente caro e vedere se anche quella battaglia e quell’ideale non può essere e magari già viene brandito con violenza e miopia. Il nazionalismo infatti non è la conseguenza o la traduzione di un credo necessariamente negativo o repressivo o aggressivo, ma un atteggiamento che può accompagnarsi a qualsivoglia finalità. È un clima mentale basato per Orwell su una sorta di darwiniano prestigio competitivo. Il cinismo compie il giro completo e arriva a scimmiottare le virtù dell’innocenza, le vittorie e conquiste effettive dal punto di vista storico servono a rafforzare qualcosa di infinitamente più vasto, perché il primo campo di battaglia nel quale occorre un trionfo schiacciante è sempre quello della coscienza personale: Il nazionalismo è sete di potere frammista a illusione. Ogni nazionalista è capace della più atroce disonestà ma è anche – in quanto consapevole di servire qualcosa più grande di lui – incrollabilmente certo di essere nel giusto. Per questo nell’intellettuale impegnato incombe sempre la tentazione di dichiarare cattivo dal punto di vista letterario qualsiasi libro del quale si avversa la tendenza. Persone di forte inclinazione nazionalistica praticano spesso questo gioco di destrezza senza rendersi conto della loro disonestà.

E se questo è vero nei confronti di autori di cui si avversa nettamente l’ideologia o i pronunciamenti, il gioco si fa più sottile verso chi magari condivide le nostre stesse battaglie, ma con sfumature e distinguo per cui occorre accusarli di “servire oggettivamente la reazione” (il vecchio mantra della sinistra tetragona di Sartre e compagnia per aggirare e svuotare obiezioni come quelle sollevate da Camus).

I sottocapitoli in cui Orwell suddivide il suo scritto paiono estratti da qualche analisi sui certi atteggiamenti spaventosamente diffusi nei social media degli ultimi vent’anni: Ossessione. Instabilità. Indifferenza alla realtà. Quella che si cerca di conseguire non è una vittoria con argomenti e metodi razionali, proprio perché alla sua stessa base non c’è un’esigenza razionale, ma la l’esigenza di soddisfare fattori che affondano nei taboo delle superstizioni rituali. Basti pensare alla ferocia con cui si desidera non confutare l’avversario politico, ma vilificarne l’aspetto e il nome, svuotarlo d’umanità, scacciarlo in qualche modo dalla comunità umana, farne un orco senz’anima, irredimibile, che va cancellato come i faraoni delle generazioni successive annullavano i nomi dei predecessori o degli sconfitti: Il pensiero nazionalista dà spesso l’impressione di essere permeato dalla credenza nella magia, una credenza che probabilmente deriva dall’abitudine diffusa di bruciare le effigi dei nemici politici o di usare i loro ritratti come bersagli da tiro a segno.

Sovranisti coi confini degli altri, rivoluzionari con le barricate degli altri.

C’è chi si definisce trumpiano o putiniano pur sedendo tra i banchi del parlamento italiano (si pensi a Matteo Salvini) o scrivendo su social e giornali che non hanno bisogno di essere Fox News o Izvestija, come il cattolico Antonio Socci o  Maria Giovanna Maglie. Anche questo, era già vero negli anni ’40: È piuttosto comune trovare grandi capi e fondatori di movimenti nazionalistici che non appartengono neppure al paese che hanno magnificato. E quanto è possibile per il grande personaggio pubblico lo risulta anche – se non di più – per il singolo privato. Si può inneggiare a Orban che chiude i confini ai migranti o riempire i social con hashtag sulla rimozione delle statue coloniali senza muoversi dal proprio salotto.  Dichiararsi sostenitore di una comunità identitaria lontana mette in condizione di essere molto più nazionalistico, volgare, sciocco, pernicioso, disonesto di quanto mai potrebbe essere nei confronti del suo paese natale o unità della quale abbia un’autentica conoscenza. È molto facile, e senza costi particolari, e Orwell sa sintetizzarne la dinamica con una definizione che merita di campeggiare tra altri suoi detti ben più celebri: Il nazionalismo trasposto, come la pratica del capro espiatorio, è un modo di raggiungere la salvezza senza modificare la propria condotta.

Fake News ad Maiorem Progressus Gloriam

La dedizione incondizionata altera i nessi nello spazio e nel tempo. Da una parte lo spirito di parte alimenta una straordinaria capacità di non cogliere la rassomiglianza tra serie simili di fatti. Gli stessi soprusi che si imputano alla parte avversa si svuotano della loro negatività se a commetterli sono i nostri. E ciò avviene anche nei confronti della storia, recente o remota. Si vogliono negare i campi di concentramento, la persecuzione di Galileo, il genocidio degli armeni, l’antisemitismo della Chiesa Cattolica, l’evoluzione darwiniana, la violenza sulle donne? Laddove non si abbia l’audacia di sferrare un colpo diretto, si lavora martellando sui fianchi. Ogni nazionalista è ossessionato dall’idea che si possa modificare il passato. Trascorre parte della sua vita in un mondo fantastico nel quale le cose vanno come si vorrebbe che andassero – l’Invincibile Armada fu un successo, la Rivoluzione russa fu schiacciata nel 1918 – e trasferisce, ogni volta che è possibile, frammenti di questo universo nei libri di storia. Molti scritti propagandistici del nostro tempo altro non sono che pura mistificazione. Ancora una volta, la spinta di base non è neppure il calcolo, ma la necessità narcisistica di restare immersi nella propria narrazione, e diffonderla per osmosi. Più probabilmente essi sono convinti che la loro versione era ciò che accadde al cospetto di Dio e che di conseguenza si è giustificati allorché si riordinano gli eventi. Questa tendenza fanatica è possibile anche per ideali laici e progressisti, giacché la mentalità religiosa non è certamente appannaggio delle strutture confessionali. L’alzare costantemente il volume degli slogan urlati, l’indebolimento progressivo dello spirito critico, lo svilimento aprioristico dei propri opponenti politici e ideologici, genera un dialogo tra sordi e uno stato nebbioso dove niente è vero e ogni ghetto si rafforza. I vaccini diventano malattie diffusi dalle lobby, gli ebrei sono robot creati in laboratorio come recita il culto xenofobo di Anastasia, omosessuali e lesbiche vogliono rincoglionire i bambini “col gender”, i registi sono omofobi se non fanno recitare i ruoli gay ad attori gay, i docenti islamofobi se ricordano che l’obbligo del velo è un’usanza delle culture patriarcali. L’esempio più eclatante è proprio di queste settimane, con milioni di Statunitensi tuttora convinti che Trump abbia effettivamente vinto le elezioni: L’incertezza generale verso ciò che realmente accade facilita l’attaccamento a credo folli. Poiché niente viene quasi mai provato o smentito, la cosa più lampante può essere impudentemente negata. Inoltre, pur rimuginando continuamente sul potere, la vittoria, la sconfitta, la vendetta, il nazionalista è spesso disinteressato a ciò che realmente accade. Quello che vuole è constatare che la sua unità ha il sopravvento su di un’altra, meglio se umiliando l’avversario piuttosto che analizzando i fatti per vedere se questi gli danno ragione. La controversia nazionalista si riduce a una pura disquisizione accademica. Non vi sono conclusioni poiché ogni parte in causa crede invariabilmente di poter ottenere la vittoria. Alcuni nazionalisti non sono lontani dall’essere schizofrenici, felici di potersi cibare di sogni di potere e conquista completamente avulsi dalla realtà fìsica.

Snobismi camuffati, la ferocia passivo-aggressiva delle buone intenzioni 

Orwell elenca alcune forme di faziosità nazionalistica, tutte ancora vive e operanti, magari sotto forme e denominazioni diverse: neoconservatorismo, nazionalismo celtico [ossia il sovranismo che si richiama alle tradizioni locali], comunismo, cattolicesimo politico, pregiudizio sul colore della pelle, anglofobia [alimentata dai sensi di colpa post-coloniali] antisemitismo, trotzkismo [ossia la minoranza di qualche credo ideologico che sia stata ripudiata dalla mozione vincente, ma che se avesse ottenuto il potere sarebbe stata altrettanto persecutoria], senso di classe, pacifismo. Questi ultimi due meritano di particolare attenzione. Lo stesso Orwell che – abbiamo visto – smascherava le pose paternalistiche degli intellettuali che si dichiarano a favore delle lotte sociali, sa fiutare anche il riflusso opposto che si annida nel medesimo atteggiamento (vale la pena qui estrarre dal cilindro l’abusata espressione radical-chic), dal momento che nella vita di ogni giorno la lealtà nazionalistica verso il proletariato e il più subdolo odio verso la borghesia spesso coesistono con un trito snobismo. Lo stesso dicasi del pacifismo, che va ben distinto dall’obiezione a questa o quella guerra, o alla consapevolezza che non esistono mai fulgidi eserciti della luce. Quello che Orwell già additava è invece l’atteggiamento mentale secondo cui, se ti schieri per combattere anche militarmente l’Isis, allora sei un guerrafondaio a favore dell’imperialismo occidentale. L’avversione per le colpe e tare dell’America può portare a chiudere più di un occhio verso i suoi nemici politici, per cui il sessismo di Hollywood risulta infinitamente più grave di quello della società iraniana, che non si ha problemi a visitare entusiasti. E qui Orwell, da sempre sensibile alle sottocorrenti erotiche nei rapporti di potere, sa individuare da par suo la fascinazione per la violenza dei sistemi che paiono opporsi ai nostri avversari più vicini e immediati: I pacifisti in larga parte, o appartengono a oscure sette religiose o sono semplicemente dei filantropi che rifiutano di accettare la vita com’è e non vanno al di là di questo punto. Eppure c’è una minoranza di intellettuali pacifisti le cui vere – sebbene inconfessate – motivazioni sono l’odio per la democrazia occidentale e l’ammirazione del totalitarismo. Negli anni ’30, era stato anche il disprezzo per i corrotti regimi liberali democratici a lasciare campo libero al fascismo: Tutto sommato, non è difficile credere che il pacifismo, così come esso si manifesta in una parte dell’intellighenzia, sia intimamente ispirato da ammirazione per il potere e la crudeltà. Si è commesso lo sbaglio di riversare questo sentimento su Hitler, ma esso potrebbe essere facilmente trasposto di nuovo. Sappiamo bene che è effettivamente successo, e continua tuttora.

Il nemico del mio amico è mio amico

È interessante notare anche come diversi tipi di nazionalismo, anche tipi che si elidono a vicenda, possono coesistere nella medesima persona. Al pari delle teorie complottiste, che sanno sovrapporsi e fondersi a vicenda e che attingono allo stesso calderone psicologico. Tutto questo è molto facile da riconoscere e biasimare in posizioni distanti e diverse dalle nostre. Tutt’altra fatica si annida nel saperle individuare guardandosi allo specchio, sorprendendosi nella pausa tra due pensieri o gesti. Questo perché si tratta di tendenze che esistono nella mente di ognuno e inquinano il nostro modo di pensare senza per questo esistere allo stato puro e operare ininterrottamente. Ancora una volta, è piuttosto immediato cogliere tali intermittenze, tali momentanee o costanti parzialità negli altri, specialmente se si tratta di qualcuno che avversiamo e persino disprezziamo, tuttavia noi dobbiamo onestamente ammettere che, se ci lasciassimo andare, somiglieremmo un poco a loro. Il punto sta tutto in quel “lasciarsi andare”, a che cosa? Il fatto è che non appena entrano in gioco la paura, l’odio, la gelosia e l’adorazione del potere, il senso della realtà viene stravolto. Come ho già detto, anche il senso di ciò che è giusto e sbagliato viene meno. Non v’è delitto – di nessun tipo – che possa essere perdonato, persino quando a commetterlo è la nostra fazione. Anche se non si nega che il crimine è avvenuto, anche se esso è esattamente lo stesso che si è condannato in altro caso, anche se si ammette a livello intellettuale che esso è privo di qualsiasi giustificazione, tuttavia non si riesce a sentire che è veramente iniquo. Quando si tratta di lealtà a un’idea, la pietà viene meno.

La soluzione parrebbe quella di arrendersi, dichiarare che le posizioni ideologiche sono in fondo tutte uguali e tirarsi fuori dal gioco: si può anche argomentare che non esiste alcuna visione totalmente imparziale, che tutti i credo e tutte le cause presuppongono le stesse menzogne, follie ed efferatezze; questo è spesso una ragione per tenersi del tutto lontani dalla politica. Ma questa ignavia e qualunquismo – si pensi al refrain retorico “ma ancora senso parlare di destra e sinistra?”- non sono ciò che ha spinto Orwell a combattere contemporaneamente fascisti e stalinisti in Catalogna, e continuare a scrivere e intervenire nei pochi anni che gli restavano, accettando di inimicarsi spesso quella che sarebbe dovuta essere la sua stessa fazione. Rispetto alla marea di menzogne e omissioni che pare abbattersi da ogni parte e montare anche dentro di noi, la sua risposta può colpire come stranamente discreta e grigia, ma è di questa stoffa che paradossalmente sono fatte le fibre più resistenti. Chi ha rifiutato di credere alla magia redentiva e alle stampelle ideologiche ha solo questo da offrire: Credo che ci si debba impegnare in politica – intesa in modo ampio – e che si debbano avere delle preferenze: vale a dire, si deve riconoscere che alcune cause sono obiettivamente migliori di altre, anche se promosse con mezzi slealiPer quanto riguarda le fedi o gli odi nazionalistici dei quali ho parlato, essi fanno parte della nostra formazione, che ci piaccia o no. Se sia possibile liberarcene non so dire, tuttavia ritengo che sia possibile combatterli e che questo è, essenzialmente, uno sforzo morale. Non c’è molto altro da fare, per dirla coi versi di Mario Luzi, basta poco – quel poco taglia come spada, esporre ogni giorno le proprie convinzioni al crogiuolo e non lasciarsi andare alle seduzioni così riposanti di qulasiasi credo più vasto che pretenda di rimuovere i nostri limiti e le nostre contraddizioni. Mangiare l’albero della conoscenza permise ad Adamo e Eva di scoprire di essere nudi, il distacco dal conforto dell’armonia universale, che ogni culto religioso o laico ripropone in chiave storica, è il prezzo della consapevolezza.

Un prezzo per il quale occorre affinare quotidianamente le nostre priorità. “Se dovessi scegliere tra il tradire il mio paese e tradire il mio amicospero di avere il fegato di tradire il mio paese”, è un celebre detto di E. M. Forster. Finchè si tratta di scegliere tra lo Stato e gli affetti, la scelta forse non è così difficile; le cose si fanno differenti quando “paese” diventa una comunità che si è scelta, in cui ci si riconosce e per la quale si sono fatti sacrifici, che ha accolto e magari risolto alcune nostre ferite, e invece l’amico è una presenza più prossima ancora, meno limpida eppure più intensa nella sua particolarità limitata, nel suo bene concreto. Può essere la parola incontrata in un libro, una tradizione locale, qualcosa o qualcuno verso cui la nostra esistenza ha un debito che in fondo non si può saldare. Saremmo in grado di essere eretici nella nostra stessa chiesa per difendere questo elemento del nostro paesaggio interiore da chi lo volesse livellare o sacrificare in nome d’una presunta verità superiore? E cosa succede se tale debito sentiamo di doverlo riconoscere a qualcosa di impugnato ed espresso da chi ci è lontano per convinzioni, a un alleato così improbabile e scomodo come un nostro nemico?


EDOARDO RIALTI (1982) È TRADUTTORE DI LETTERATURA ANGLO-AMERICANA E LETTERATURA FANTASY, SCI-FI, HORROR, PER MONDADORI, LINDAU, GARGOYLE, MULTIPLAYER. TRA GLI ALTRI HA TRADOTTO E CURATO OPERE DI J.R.R. MARTIN, C. S. LEWIS, J. ABERCROMBIE, P. BROWN, O. WILDE, W. SHAKESPEARE. E’ COLLABORATORE DE “IL FOGLIO” DOVE SI OCCUPA DI CRITICA LETTERARIA E HA SCRITTO LE BIOGRAFIE A PUNTATE DI J. R. R. TOLKIEN, G. K. CHESTERTON, C. S. LEWIS, C. HITCHENS. HA INSEGNATO IN ITALIA E CANADA. DIPENDESSE DA LUI, LA SUA GIORNATA COMPRENDEREBBE SOLO CAFFÈ, SPORT E SCRITTURA.

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3 comments on “Orwell e la magia tribale delle convinzioni

  1. Decisamente interessante.
    Maria

  2. Tiziana

    Articolo da applauso ma con imperdonabile errore mostruoso ‘ha combattere ‘. Rettificate per piacere

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