Ottone Rosai: storia di un tondino



La storia di un bambino, di un pittore e di un piccolo ritratto.


In copertina, un’opera di Ottone Rosai

di Ermanno Manco

Salgo verso quel gioiellino che è Poppi Alto in Casentino a trovare Gianni, il figlio del mio più caro amico, Dino Caponi, pittore e allievo di Ottone Rosai, come lo sono stato anch’io nel 1956. Gianni lo vidi per la prima volta quando avrà avuto dodici o tredici anni. Me lo indicò il padre mentre stava attraversando Piazza San Marco a Firenze. Eravamo sotto i portici dell’Accademia delle Belle Arti.

Oggi Gianni è un omone adulto. È stato un esperto restauratore di affreschi prima, e poi di sculture di marmo di Carrara medievali e rinascimentali. Ora vive qui a Poppi, in un delizioso palazzetto sotto i portici settecenteschi della strada principale. La facciata opposta guarda un vasto panorama che sale fino al lontano Prato Magno. Ha un bellissimo giardino che scende a terrazze e che Gianni coltiva ogni mattina presto. Sono venuto a trovarlo perché mi racconti i suoi ricordi di bambino con Ottone Rosai, che Gianni ha sempre chiamato Tato; Rosai lo chiamava Nano.

Da quando è nato per Gianni è sempre stata viva la presenza di Rosai nelle diverse case dove vivevano i Caponi. Era spesso presente alle loro feste e alle cene, in compagnia degli amici. Rosai, come si sa abitava e lavorava in via San Leonardo, in una ex casa colonica a due piani tra muri serpentini e ulivi. Gianni, invece, abitava in casa della Cecchina, la moglie del pittore, con la madre di lei, Zaira, in via dei Benci davanti al Bar delle Colonnine. Gianni l’adorava ed era per lui un’altra nonna che Io colmava di attenzioni. Si ricorda che in quel periodo soffriva di congiuntivite e ogni mattina Zaira gli faceva impacchi con la camomilla. La figlia, Cecchina, invece aveva un carattere duro e Gianni mi racconta che era gelosa di lui perché Rosai voleva più bene a lui che a lei. In via dei Benci visse alcuni anni felici.

“Tutte le domeniche partivo dalla casa della moglie con una valigetta piena della biancheria pulita di Rosai sino alla via San Leonardo e prendevo un’altra valigetta identica, già pronta, con i panni da lavare. Facevo la staffetta quando ce n’era bisogno”.

Racconta poi che un giorno, quando fu il suo compleanno, andò a trovarlo allo studio: suonò campanello, e, dalla finestra in alto sotto la grondaia, si affacciò Rosai, che la riempiva tutta, e urlò: “Auguri Nano!” facendomi cadere sulla testa una pioggia di pennelli nuovi perché sapeva che avevo cominciato a dipingere. “Aspettami costà” aggiunse “che scendo e si va a fare colazione da Fontana”, il bar vicino sul Viale Michelangelo. “Mangiane ancora”, mi diceva. “Appena finita la prima. Mangiane. E son bone! Dobbiamo festeggiare il tuo compleanno”. Poi siamo tornati allo studio. Lui riprendeva Il lavoro e io mi mettevo di lato, sul divanetto, in silenzio e lo osservavo. Non capivo quello che faceva. Per me dipingere era riempire gli spazi tra i contorni di un disegno con i colori. Ma lui si fermava. cancellava, e poi ricominciava. Capii molto più tardi cosa volevano dire i tutti i suoi ripensamenti.

Nello studio Rosai aveva in un angolo un grosso barattolo di latta dove gettava i tubetti dei colori finiti. Io andavo sempre a frugare per vedere se ce ne fosse qualcuno con un po’ di colore rimasto. Lui se ne accorgeva e, di nascosto, ne gettava altri consumati a metà. Sapeva quali colori preferivo perché avevo cominciato a dipingere e mi chiedeva di portare i miei quadretti a farglieli vedere e di lasciarne qualcuno allo studio. “Non si sa mai, a qualche visitatore gli può sempre interessare”. Da adulto Gianni restauratore capitò a Roma per lavoro e andò a trovare Corrado Cagli, amico di famiglia. Vide attaccato alla parete, vicino a un quadro di Morandi, un suo piccolo quadretto dipinto quando era bambino. Lo guardava con tenerezza e Cagli gli disse: “Quello lo comprai da Rosai”. Il pittore ogni tanto riusciva a venderli, per pochi soldi, in modo che guadagnassi dal mio lavoro. Dopo qualche anno ci siamo trasferiti da via dei Berci a via Giotto. Una notte venni svegliato dalla Cecchina. “La Zaira sta morendo. Corri dal babbo, che avverta Rosai”. Corsi senza fermarmi Feci tutti Lungarni sino a San Niccolò da Uzzano dove abitavano i miei. Prendemmo la macchina per andare in via San Leonardo. E Gianni aggiunge, “Rosai era molto affezionato alla Zaira”. Ricordo dei giorni di completa pacchia perché Rosai, dopo un avviso di mal di cuore, preferì scendere a Firenze in via Giotto. La moglie lo accudiva come una moglie ideale. In fondo al giardino c’era una limonaia e Rosai la usò come studio. Mi ricordo che allora faceva soprattutto acquarelli. Rosai era sempre scherzoso e pieno di attenzioni, come un nonno. Presto stette meglio e tornò alla sua solitudine. Un giorno subii una ramanzina dalla Cecchina per aver mangiato dei biscotti senza avergli chiesto il permesso. Si arrabbiò a tale punto che mi disse, urlando: “Bacia il picchio dell’uscio e vattene. E non farti più vedere”. Così feci. Andai via per sempre.

Rosai un giorno mi regalò una piccola macchina da proiezione con alcune pellicole di Buster Keaton e Charlot. Certe sere dopo cena, quando c’erano degli amici, con Rosai organizzavo una proiezione e, alla fine, gli amici raccattavano dei soldi per poter comprare altre pellicole.

Nel 1957 Rosai morì. “Lo seppi dal Gazzettino Toscano alla radio. Mi vestii di nero e misi la cravatta. Rimasi così alcuni giorni in silenzio”.

Gianni conserva un ritratto a lapis che Rosai gli fece a nove anni, nel 1952, su un cartone tondo, di quelli che si usano sotto i dolci. È stato fatto la notte dell’ultimo dell’anno nel 1952: chi disegna l’ultimo dell’anno disegna per tutto l’anno, diceva. È delizioso. Con uno sguardo attento e curioso guarda fisso il pittore con un sorriso dolce. Questo ritratto l’ho sempre visto in casa Caponi. Chiedo il permesso di farne una fotocopia. È interessante come un bambino ricordi un suo amico, pittore importante. E il sorriso di quel ritratto gli è rimasto: il sorriso di un uomo sereno e gentile.

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