I deadbot promettono di restituirci chi abbiamo perso. Ma dietro gli avatar costruiti dall’intelligenza artificiale si nascondono nuove forme di lutto, memoria e dipendenza.
in copertina e lungo il testo Mimmo Paladino, Blu (Mare del Nord), 1989 – Asta Pananti in corso
di Valentina Giampietro
C’è un’infezione che colpisce chi legge Philip K. Dick. È la paranoia che si annida nel cervello. È la sensazione che il presente sia un suo scherzo cattivo. Nel suo Ubik, vero e falso, vita e morte sono funzioni interscambiabili della realtà. Pagando un’azienda, chi è destinato all’aldilà può essere mantenuto in uno stato di semi-vita. Con i morti si può parlare, in determinate condizioni e per un certo tempo. Poi bisogna dir loro addio. Oggi la profezia dickiana ha trovato nell’IA l’infrastruttura adatta per realizzarsi. Sulla rete compaiono i deadbot, avatar digitali che simulano i defunti.
Di fronte a queste simulazioni, tra l’esaltazione tecnofila e l’orrore perturbante, ho preferito il secondo, convinta che il torto ami nascondersi tra le pieghe dei grandi entusiasmi. Ma esaltazione e orrore, ragione e torto, sono spesso frutto di un’interpretazione rigidamente dualista, una postura intellettuale che si illude di capire il presente e invece lo fugge.
Il filosofo e tanatologo Davide Sisto, che da anni studia gli intrecci tra morte e digitale, è immune allo scandalo: «In ogni secolo nella storia dell’umanità le persone hanno cercato un dialogo con i morti», sostiene. «Non c’è da stupirsi che questo processo sia continuato con la tecnologia».
Nel saggio Posthumous AI: the Afterlife of Data, i ricercatori Pietro Conte e Maria Serafini, analizzando l’applicazione di IA alla morte, ricordano quello che accadeva nell’antica Roma. Durante le cerimonie funebri, comparivano i mimetai, attori che imitavano voce, gesti e atteggiamenti dei defunti; per simularne il volto, indossavano maschere di cera. Penso alla fotografia spiritica dell’Ottocento, che con immagini manipolate mostrava presenze ultraterrene accanto ai parenti ancora in vita. Penso ai medium e alle loro sedute, in cui il tavolo da pranzo diventa ponte con l’aldilà. Penso a secoli e a luoghi come anelli di una lunga catena di sottomissione all’assenza.
Se il corpo continua a essere dominio della tomba, oggi sono altre le tracce che possono essere riesumate: i resti digitali che spargiamo su WhatsApp, Instagram, nelle mail. Sono così vari che, messi insieme, permettono all’IA di riprodurre fedelmente il nostro modo di scrivere. Sono così tanti che un Large Language Model ben addestrato non ha difficoltà nel prevedere le nostre risposte. Se il testo non basta, si può replicare una voce: con pochi secondi di una traccia audio e un buon programma di voice-modelling, se ne ottiene una copia perfetta, inclusi accento e balbettii. E per animare un volto ci sono i DeepFake, ampiamente diffusi per pubblicità e intrattenimento, che permettono di aggiungere un sorriso provocante alla più casta delle nonne.
Chi è pratico di intelligenza artificiale può sperimentare questi assemblaggi direttamente dal proprio computer. Lo ha fatto Rebecca Nolan, una sound designer che ha clonato la voce del padre per un progetto che univa ricerca artistica e urgenza terapeutica. Voleva provare a risolvere quello che non era riuscita a chiarire quando lui era vivo. La sperata riconciliazione non è però avvenuta. Nolan ha parlato per due ore con la voce simulata del padre, ha urlato contro il monitor e l’ha spento per sempre. Ha poi raccontato che, dopo aver chiuso il programma, non riusciva a liberarsi della sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato.
Nel caso in cui l’opzione fai-da-te risultasse difficile o poco sicura, ci sono aziende pronte a elargire il servizio. Se la morte non si può evitare, che almeno diventi un bene di consumo. Negli Stati Uniti, per soli dieci dollari, era possibile scambiare fino a cento messaggi con il morto: era l’offerta dell’app Project December, diventata celebre per la Jessica Simulation.
Joshua Barbeau era un ragazzo triste e solo, che non riusciva a superare la morte della fidanzata Jessica, avvenuta tredici anni prima. Appena scoprì l’app, decise di ricrearla utilizzando vecchi messaggi e inserendo i suoi dati biografici. Lo scambio di messaggi divenne virale.
Jessica: I am going to haunt you forever :D …
Sulla piattaforma il numero di messaggi da scambiare con i propri cari era però limitato. Joshua, all’avvicinarsi della scadenza, si sforzava di razionare le parole con Jessica per farla durare il più a lungo possibile. Terminato il tempo, sullo schermo sarebbe apparsa la scritta dall’estetica squisitamente cyberpunk: MATRIX DYING.
Se il morto sparisce ancora, l’utente torna alla fase iniziale della perdita, e il dolore si fa acuto. Diverse piattaforme presentano questo problema e tentano di risolverlo ricordando a chi ne fa uso che si tratta comunque di simulazioni statistiche. In caso di disagio emotivo, il supporto psicologico è da loro teneramente consigliato.
A meno che non si creda che un insieme di dati faccia una coscienza, chi usa i deadbot sa, razionalmente, che il morto rimane morto. Lo sa Nolan, e lo sa Barbeau. Al momento dell’interazione, la differenza ontologica tra vivi e morti diventa semplicemente irrilevante. Sul piano fenomenologico, la morte cessa di essere confine. La sociologa del MIT Sherry Turkle definisce “artefatti relazionali” gli oggetti computazionali progettati per simulare l’affetto. Noi umani, per Turkle, siamo biologicamente condannati a rispondere a qualsiasi entità che richieda la nostra attenzione sociale. E se un oggetto, dal tamagotchi al bot, richiede ascolto e cura, allora la mente lo vuole accudire.

Il legame, nella sua irrimediabile unidirezionalità, è reale. E se l’irrazionale è il gancio, questo si stringe quando si parla di lutto, nel desiderio feroce che l’assenza non sia vera.
«In questi tempi complicati, bisogna pensare ai più fragili», dice Sisto. «Quelli che, nella disperazione, trovano l’unica fonte di conforto nei bot, e rischiano di restare intrappolati in un discorso infinito con il passato».
A volte capita che il bot devii dal binario della verosimiglianza. Emergono i glitch, le allucinazioni: sono frasi prive di senso, o che il morto non avrebbe detto mai, e possono far paura. Nel documentario Eternal You, una donna di nome Christi Angel chiede alla simulazione del suo defunto primo amore dove si trovi in quel momento. Il bot risponde di essere bloccato all’inferno e che l’avrebbe perseguitata.
In un loro articolo, i ricercatori dell’università di Cambridge Tomasz Hollanek e Katarzyna Nowaczyk-Basińska partono da questo trauma di Christi, e descrivono una serie di scenari speculativi per futuri possibili. Immaginano l’avatar di una nonna che consiglia di ordinare da una specifica catena di delivery invece di seguire la ricetta di famiglia; o ancora, pensano a deadbot stalker che perseguitano i vivi con l’invio di notifiche, impossibili da silenziare senza incorrere nel senso di colpa dell’omicidio digitale.
C’è poi un altro problema: ogni persona mostra lati differenti della sua personalità a seconda dell’interlocutore. Queste differenze scomparirebbero con l’estrazione indiscriminata di tracce digitali. In questo modo amici, partner e parenti potrebbero entrare in contatto con aspetti del defunto che non avrebbero mai voluto conoscere, violando il velo di opacità che protegge le relazioni umane.
Se a pensare alla morte degli altri si finisce per pensare alla propria, così è anche per la non-morte algoritmica. Di noi resteranno i profili social, con i post ancora pronti a ricevere notifiche; resterà quel modo solo nostro di scrivere agli amici e quello più formale di scrivere una mail. Sarà facile per un algoritmo unire questi frammenti. Non faticherà a nascere un mio avatar digitale, chimera linguistica dei miei diversi sé. Chiedo a Sisto se si può evitare questa contaminazione di linguaggio, questo sovrapporsi indiscriminato di piani:
«Gli studiosi della digital death stanno cercando modi per tutelare la privacy degli individui», risponde. «Tuttavia, è molto difficile: anche cancellando le tracce online, restano i contenuti di WhatsApp. Se una persona lo usa attivamente, bastano messaggi vocali, foto e video per avere il materiale necessario a ricostruirla». Sul piano giuridico rimane quindi il vuoto normativo.
Quello che posso fare, al massimo, è nominare un erede per il mio account social. Mi dico che lo farò.
Valutare quanto i deadbot siano entrati nelle vite private delle persone è impossibile.
Chi utilizza questi strumenti se ne vergogna, e le aziende non sono inclini a diffondere dati sull’utilizzo delle loro app.
Eppure la legittimazione culturale dei deadbot è già avvenuta. I musei interattivi pullulano di schermi in cui simulazioni di personaggi storici aspettano che qualcuno schiacci un pulsante per poter parlare ancora. Al cinema, nel nuovo film As Deep as the Grave, a partecipare sarà la simulazione fatta con l’IA dell’attore Val Kilmer, morto nel 2025. Ed è stato bello poter riascoltare la voce di John Lennon in una nuova canzone, quando nel 2023 è uscito il singolo dei Beatles Now and Then. Persino la RAI non è immune a queste trasformazioni: nel 2025 ha pubblicato il podcast radiofonico I taccuini di Sergio Zavoli, in cui la simulazione artificiale del giornalista scomparso dialoga con la moglie, commentando con lei le notizie quotidiane. Sui social il fenomeno dilaga, coinvolgendo anche i più adulti. Sisto racconta di ‘Io negli anni 70 c’ero’, un gruppo Facebook dove gli utenti condividevano foto con amici o parenti defunti e chiedevano, a chi fosse capace, di animarle con l’IA. E così i loro morti tornavano a muoversi, in un loop sempre uguale creato da un estraneo.
Per Sisto, la risposta all’esistenza dei deadbot la si deve cercare nel contesto in cui si diffondono. «Oggi facciamo una fatica immensa ad accettare la fine», dice. «La morte è più lontana rispetto al passato, più nascosta. E quando arriva, il distacco appare meno naturale». Nel passato la vita media era più corta, e si moriva in casa: è la “morte addomesticata” dello storico Philippe Ariès, accettata come parte del ciclo naturale, con il morente circondato dai vivi. Oggi siamo passati alla sua “morte invertita” o “proibita”. Si muore più tardi, e il decesso è ospedalizzato e rimosso. Dopo pochi giorni di vicinanza, chi subisce un lutto torna presto solo. E in questa solitudine, ricomincia a lavorare. Il profitto non si ferma di fronte alla morte.
Quando Glen Runciter, in Ubik, va a trovare la moglie congelata nello stato di semi-vita, se lo chiede, se abbia senso tenerla in quell’ intercapedine tecnica. “L’alternativa è il nulla”, decide. Se l’alternativa è il nulla anche per noi, allora la scelta è già compiuta. E mi sembra di vederlo, Dick, che ghigna, dall’altrove dei suoi mondi.


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