Parliamo di reincantamento

A partire dall’Ottocento il nostro modo di percepire il mondo è cambiato. La tecnologia ha fatto sì che, di colpo, ci “disincantassimo”. Oggi è tempo di tornare all’incanto?


In copertina e lungo il testo opere di j.r.r. tolkien

 

di Marco Mattei

Marco Mattei: Ciao a tutti e a tutte! Oggi vogliamo iniziare questa conversazione parlando di un argomento importantissimo, che noi abbiamo molto a cuore: il reincantamento. Che cos’è il reincantamento? Cosa intendiamo quando utilizziamo questa parola?

Alessandro Longo: Provo a dare una prima risposta io, in quanto negli scorsi mesi ho iniziato una lunga riflessione sul reincantamento. Bisogna innanzitutto dire che quello del “reincantamento” è un concetto che nasce per opposizione rispetto ad una nozione forse più nota nella storia della filosofia, ossia quella del disincantamento. A coniare questa espressione – disincanto del mondo – fu, inizialmente, il sociologo ed economista tedesco Max Weber, ne “La scienza come professione”. In quest’opera Weber associa allo sviluppo tecnologico della società e alla conseguente burocratizzazione del mondo un cambiamento di atteggiamento nei confronti del reale: in particolare, la perdita di una serie di legami e rituali – basati sul pensiero religioso, o meglio, magico – come per esempio il senso di meraviglia per i misteri del cosmo, a favore di un appiattimento della visione del mondo sui concetti di utilità ed efficienza. Bisogna fare attenzione, non voglio mettere in discussione la razionalità, è ovvio che, ad esempio, un fulmine si genera secondo specifici processi chimico-fisici e non per volontà di Zeus; il punto è come queste nuove conoscenze sulla natura vengono poi impiegate. Se una volta conoscere il mondo serviva a vivere meglio, da un certo punto in poi la conoscenza ha iniziato ad avere uno scopo organizzativo-manageriale. Il filosofo tedesco Martin Heidegger ha parlato di zu-handenheit a questo proposito. Ecco, per tornare finalmente indietro alla tua domanda: il reincantamento è il processo opposto a questo. Si potrebbe quindi definire come il tentativo di sviluppare una nuova razionalità empatica, vicina a tutte le forme del vivere, e che – questo secondo me è l’essenziale – rimanga consapevole che le nostre teorie sul mondo, e le loro conseguenti applicazioni, non colgono che una parte della realtà, lasciandone fuori quell’elemento ineffabile. 

MM: Il testo di Weber, “La Scienza come professione”, risale ad una conferenza del 1917. Addirittura, una riflessione simile viene portata avanti da Husserl, il padre della fenomenologia, dunque in ambito totalmente diverso rispetto a Weber, nel suo libro del 1936 “La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale”. Qui, il punto fondante della teoria husserliana è proprio che l’eccessiva matematizzazione del mondo, dovuta allo sviluppo delle scienze, abbia portato ad una perdita del mondo della vita, il lebenswelt, che di conseguenza ha portato una crisi generalizzata in tutta Europa. Sapresti indicarmi un momento preciso nel quale secondo te questo processo di disincanto ha avuto inizio?

AL: La faglia, a mio avviso, è stata la rivoluzione industriale, in particolare la seconda rivoluzione industriale. Ci troviamo a fine ‘800. Da quel momento la società è stata completamente ristrutturata intorno al modello capitalistico. Non che prima la tecnica fosse avulsa dal capitale, però la crisi di senso si nota principalmente nella morte del così detto “mondo antico” ex-feudale, nobiliare… tanti mondi che muoiono, tante forme di vita che finiscono. Non a caso Weber, Husserl, Heidegger… sono tutti pensatori della crisi. Il mondo è cambiato radicalmente durante le loro vite: persone nate in un mondo in cui non c’erano neanche le automobili, alcuni di loro sono arrivati a morire dopo la bomba atomica. Si tratta di un cambio di paradigma totale. L’altro evento che ha contribuito certamente al disincanto è stato il crescente atteggiamento positivista. Il punto del reincantamento non è criticare la tecnologia, ma il modo in cui il sapere tecnico ha organizzato la città e la realtà in generale. Come ha detto Heidegger, finiamo per venire pensati dalla tecnologia. Così il progresso tecnologico è diventato la nuova “escatologia occidentale”: la storia si muove col progredire della tecnica, che porterà inevitabilmente un miglioramento delle condizioni di vita di tutti. Ovviamente alcuni miglioramenti sono effettivamente successi, ma abbiamo anche perso molto in qualità della vita. Il punto del reincantamento dunque non è assolutamente una restaurazione, ma più un trovare le condizioni di possibilità della meraviglia al giorno d’oggi: dunque sviluppare nuove pratiche, teorie, che rientrino in quest’ottica “utopica”. 

MM: A proposito di quello che dici, mi vengono in mente le parole del filosofo italiano Federico Campagna. Nel suo libro “Magia e Tecnica”, Campagna afferma che la tecnica ha letteralmente modellato il nostro pensiero, modificando i nostri concetti di “esistenza” e “causalità”. Se prima le ontologie erano più o meno creative, dopo la rivoluzione industriale le teorie sono cambiate. Ora le cose esistono perché “servono”. Possono essere dunque sfruttate, utilizzate, ma per che cosa? Campagna intuisce che per fondare una tale ontologia è necessario uno specifico concetto di causalità: le cose servono, funzionano perché producono qualcos’altro. A può produrre B, dunque A ha dignità di esistenza. La causalità è ridotta ad una funzione produttiva più che creativa, al riprodursi dell’esistente più che all’apparire di qualcosa di nuovo. La natura, a questo punto, non esiste più, la metafisica diventa utilitarista. Questo è un disincanto. Perdendo un concetto, abbiamo perso un modo di relazionarci col mondo, di fatto impoverendo il reale, l’ambito delle nostre esperienze possibili. A questo punto però vorrei metterti pressione e chiederti: ma come si reincanta il mondo? Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo impegnarci in qualche forma di praxis collettiva? O, come sembra suggerire lo stesso Campagna, il segreto è solo in un cambio di atteggiamento verso il reale, in un nuovo modo di vivere la mia vita individuale?

AL: Il riferimento a Campagna è perfetto. Lui definisce la Tecnica (con la T maiuscola) un’assiomatica del pensiero. Vuol dire che, in un certo senso, il disincanto ha prodotto un insieme di regole non scritte, ma condivise da tutti, che parassitano il nostro pensiero e ci dicono cosa è possibile e cosa non è possibile nella realtà; cosa si può fare e cosa non si può fare; cosa può esistere e cosa non può esistere. Campagna fa questo paragone molto intelligente con il game design. Immaginiamo che stiamo progettando un videogioco: quali regole vorremmo inserire all’interno di quel mondo? Ecco, qui si tratta di fare un worldbuilding del mondo reale. Ovviamente il soggetto di questo processo è un noi collettivo, non noi quattro in questa discussione, né noi filosofi e filosofe, né i politici. Il noi deve includere quante più entità possibili. Infatti, specialmente per quanto riguarda le “regole” delle forme di vita, queste sono decise collettivamente. Oggi non è possibile vivere senza lavorare, ma questa non è una legge di natura, è qualcosa che noi come società abbiamo deciso che non è possibile. Per cui, in un’ottica tecnicista, burocratizzante del reale, le cose finiscono per esistere solo se utili a questo processo di organizzazione sociale. Ma così facendo stiamo anche limitando la possibilità. Se una particolare organizzazione viene interpretata come più utile, è necessario chiedersi: per chi è più utile?, a cosa è più utile? Così, poi, queste forme di pensiero apparentemente astratte fungono da modello, da grund, per categorizzazioni politiche ed economiche che hanno effetto su tutti noi. Faccio un esempio: la maggior parte dei grandi interventi fatti sulla natura – come le perforazioni petrolifere – sono serviti all’essere umano, a discapito di tutte le altre forme di vita. Il criterio che noi abbiamo adottato è l’utile per noi. Ma ancor di più, il petrolio, a lungo andare, ha causato l’inquinamento, quindi il criterio realmente utilizzato è l’utile per noi ora. Così, la Tecnica, ci ha impedito perfino di pensare al futuro. Secondo questa metafisica esiste solo il presente. 

Vincenzo Grasso: Riguardo quello che dici sulle condizioni di possibilità previste dalla Tecnica, è interessante riflettere su come veniamo caratterizzati noi esseri umani – o gli esseri viventi in generale – da questa prospettiva. Cosa ne è di noi nella Tecnica? Credo che alla fine, all’interno di questo paradigma, gli esseri umani esistano soltanto sotto forma di quelli che i filosofi francesi Deleuze e Guattari hanno chiamato “dividuali”, ossia frammenti di dati che portano informazioni su di noi. Il “dato” così si configura come l’entità minima di informazione utile, ossia che può essere sfruttata – ed è infatti quello che vediamo nella società del controllo. Facendo un salto temporale dalla rivoluzione industriale ad oggi, possiamo vedere questo paradigma all’opera nelle nostre relazioni sul web. Su internet siamo soltanto dati, anche la nostra agency è limitata alla possibilità di offrire nuove informazioni su di noi, per poi essere targetizzati meglio magari da pubblicità specifiche. Ma come possiamo tirarci fuori da queste dinamiche? Ricollegandomi a quello che diceva Alessandro, come facciamo a fare worldbuilding? Per pensare a come potrebbe essere un altro mondo dobbiamo far necessariamente ricorso ad una facoltà radicalmente creativa e rivoluzionaria: l’immaginazione. Le pratiche immaginative non si limitano alla produzione di immagini, all’arte; ma arrivano anche all’empatia – immaginare cosa sia vivere nei panni di qualcun’altro. La facoltà di immaginare, in questo senso, è una facoltà estremamente produttiva e quindi sovversiva. Questo perché nonostante le costrizioni imposte dalla Tecnica, è difficile limitare il pensiero totalmente libero. Ovviamente, dobbiamo allenarci ad usarla, dobbiamo imparare ad immaginare meglio. Ma tramite essa siamo in grado di sfuggire alla logica, possiamo pensare scenari futuri alternativi. Così, la nostra assiomatica della realtà dovrebbe basarsi più sulle possibilità “utopiche” degli scenari immaginati. Questo ci porta ad un discorso fatto dal filosofo sloveno Slavoj Zizek, il quale afferma che l’immaginazione del futuro è una forma di resistenza, in quanto è una pratica essenzialmente utopica. Qui “utopia” non è da intendere come uno stato futuro irraggiungibile, ma come una traccia concreta di uno scenario radicalmente altro possibile. 

MM: Alla fine, per come ho capito io, la questione del reincantamento ruota intorno la perdita di una dimensione “spirituale” all’interno delle nostre vite, dove per spirituale non intendo religioso, bensì intendo uno spettro di fenomeni che vanno dalla “meraviglia” alla ricerca del “senso”. Quello che intendo dire è che in un mondo efficientizzato dalla Tecnica, non c’è spazio per il radicalmente nuovo. Come sia Vincenzo che Alessandro fanno notare, il disincanto ha innanzitutto portato via il futuro, rendendo l’esistenza un eterno presente. Ora tutto è prevedibile, perché tutto è rigidamente organizzato sotto precisi schemi: il radicalmente nuovo non esiste, di conseguenza non esiste un vero futuro. Nemmeno la pandemia: al di là di quello che viene detto, è un rischio che conosciamo da decenni. I problemi del mondo contemporaneo sono, in gran parte, gli stessi problemi di cento anni fa. A sua volta, questo significa che viene meno la possibilità della meraviglia: non ci si può meravigliare della ripetizione, lo stupore accade solo nella novità. Senza meraviglia si perde il senso: quando le nostre vite iniziano a ripetersi secondo rigide organizzazioni veniamo spogliati dalla ricerca di un senso più ampio e l’esistenza è ridotta a un ingranaggio nella macchina. Anche le nostre vite seguono la logica dell’utile, ma un utile che è raramente davvero utile all’individuo. Eppure, non si può davvero vivere nel non-senso. Checché ne dicano i filosofi francesi, penso alla filosofia dell’assurdo di Camus, l’essere umano non è in grado di vivere senza una cornice di senso intorno. Così, abbiamo visto come negli ultimi anni sono pullulate tantissime narrazioni differenti che hanno assunto questo ruolo di ri-assiomatizzazione del reale, il più delle volte, però, con un esito oscuro. Penso, ad esempio, a quello che è stato QAnon. Le teorie del complotto altro non sono che tentativi goffi e inconsci di ridare un senso all’insensato, di reinfondere agency in un mondo nudo. L’immaginazione, in questo senso, può aiutarci a trovare dei framework migliori tramite cui riassiomatizzare – e quindi reincantare – la realtà. Il filosofo inglese Mark Fisher – che qui su Speculum! citiamo forse un po’ troppo – ha affermato che una politica emancipatrice deve sempre distruggere l’apparenza di un ordine naturale, deve rivelare che ciò che viene presentato come necessario e inevitabile è una mera contingenza, così come deve far sembrare raggiungibile ciò che prima era ritenuto impossibile. La potenza di immaginare un futuro vero, uno scenario radicalmente altro è proprio questa. L’immaginazioe dunque non è tanto una pratica politica, ma si situa nel pre-politico, nelle condizioni di possibilità di una politica. Oggi, pensare l’Utopia, nel senso in cui usava questo termine Vincenzo, forse non è nemmeno possibile – non abbiamo ancora le categorie giuste. Allenare le nostre pratiche immaginative è utile proprio in questo: creando nuovi scenari generiamo nuove forme di pensiero tramite le quali reincantare il mondo. La strada potrebbe essere ancora lunga, ma dobbiamo fare per forza il primo passo. 

AL: Sicuramente possiamo affermare a questo punto che il reincantamento inizi con un ri-calibramento dell’immaginazione collettiva. In questo modo, nuovi atteggiamenti – sia pratici che teorici – di convivenza e accoglienza con tutte le forme di vita esistenti sul pianeta diventerebbero possibili. Soprattutto, però, dovremmo fare in modo di accettare che nonostante le nostre scoperte scientifiche, la natura non è sotto il nostro dominio. Lo storico dell’arte Aby Warburg ha portato alla nostra attenzione un caso molto interessante: quello dell’elettricità. Forza a dir poco mitica nell’antichità, ora la corrente elettrica è disponibile a tutti. I vantaggi sono ovviamente innegabili; ma al tempo stesso l’elettricità è semplicemente una possibilità nell’universo. Non esiste per noi, non è stata creata da noi. Il reincantamento dovrebbe servire anche a spostarci dal falso ruolo di padroni della realtà che abbiamo assunto, e ricollocarci all’interno del meraviglioso reticolo di specie con cui condividiamo la nostra esistenza. In un certo senso quindi, il reincantamento auspica anche alla creazione di una nuova mitologia – una mitologia non religiosa né pagana o neopagana; bensì una mitologia che possa includere anche la scienza in una narrazione di senso che sia olistica. 

MM: Quest’ultimo punto è importante sottolinearlo. Il reincantamento non è una prassi contro la scienza, qualsiasi lettura in questo senso sarebbe faziosa. Il reincantamento è una prassi contro il modello che la tecnica ha imposto nell’organizzare le nostre conoscienza sociali, politiche, biologiche, psicologiche eccetera. 

VG: Ma oserei dire che il reincantamento non è nemmeno una prassi contro la tecnica. Non si tratta di abbandonare la tecnologia, bensì semplicemente di ristrutturare – re-immaginare, per restare in tema – le nostre tecnologie intorno ai bisogni della natura al fine di evocare un futuro auspicabile. Mi permetto di fare un esempio pratico di cosa potremmo effettivamente fare per sovvertire le linee narrative che adesso ci narrano: cambiare gli algoritmi che gestiscono i feed nei social network. Oggi siamo vittime inconsapevoli del rabbit-hole effect: una volta che i nostri gusti e i nostri interessi sono stati profilati dagli algoritmi che popolano le nostre pagine web, queste continuano a proporci nuovi contenuti sempre più radicali e più esasperati al fine di tenerci agganciati al sito. Più engagement significa più guadagno per le piattaforme. Ma a lungo andare questo ha un effetto distruttivo per la psiche degli utenti: questo è lo stesso meccanismo che ha portato alla popolarità QAnon. Aristotele propone una divisione fra aistemata e phantasmata quando parla dell’immaginazione. I primi sono i dati che ci fornisce l’esperienza, mentre i secondi sono le loro rievocazioni tramite l’anima, le loro tracce. Mi sembra che gli algoritmi siano i padroni delle nostre tracce immaginative e che quindi siano in grado di modellarci come vogliono. 

MM: A questo punto penso che abbiamo parlato abbastanza. Il tema del reincantamento dovrebbe essere almeno a prima vista chiaro a tutti. Credo sia il momento allora di introdurre il nostro ospite: Edoardo Camurri. 

Edoardo Camurri: Un saluto a tutti ragazzi! Devo dire che ho seguito la discussione con incredibile interesse. Dunque, la mia idea di reincantamento ha molto in comune con i punti che voi avete sollevato. Innanzitutto, vorrei evidenziare alcuni concetti chiave per provare a delimitare lo spazio in cui possiamo muoverci, nella ricerca necessaria per il reincantamento: per prima cosa, la contrapposizione tra i big data e il dada. I dati ed il dadaismo. “Dada” vuol dire rendersi irriconoscibili, in questo caso rispetto a una macchina, la macchina algoritmica, che invece non solo punta a renderci sempre più riconoscibili, ma anche a prevederci e dunque a sostituirci, in una specie di wodoo digitale. L’altro concetto chiave è proprio quello dell’immaginazione. Attenzione, non è semplicemente la fantasia o la fantasticheria. L’immaginazione è, come spiegavano gli antichi – ed io qui mi rifaccio agli studi di Henry Corbin sulla filosofia islamica – innanzitutto un mondo: non semplicemente una facoltà del nostro spirito, ma un mondo che noi dobbiamo re-imparare (curiosa l’assonanza con re-incantare) ad abitare, a conoscere, e a dargli spazio. Nella storia delle idee, purtroppo, l’immaginazione è stata un po’ dimenticata: se nel 1600 un gigante come Giordano Bruno lavorava soltanto sul mondo dell’immaginazione, e la sua idea di magia era strettamente legata ad essa, a un certo punto l’immaginazione scompare dalle nostre teorie, e viene sostituita dalla percezione sensibile e dall’astrazione intellettuale. Corbin, invece, dice che l’immaginazione è il luogo dove cielo e terra si incontrano, dove la concretezza delle mie percezioni sensibili si spiritualizza, e il mio pensiero astratto prende forma attraverso un simbolo. Cioè quel luogo in cui il significato e il significante collidono per un istante. Penso all’albero della vita, o al Monte Analogo di René Daumal. Ora, il mondo dell’immaginazione va abitato con disciplina. Questo è il luogo dove accade l’incantamento occulto della macchina algoritmica. Cos’è infatti il web se non la parodia dell’immaginazione tradizionale? E dov’è che accadono queste logiche oggi se non nel web? In questo luogo agisce quindi l’incantamento nero – perdonatemi se mi esprimo come un personaggio del Signore degli Anelli – quello che ci priva del pensiero del nuovo. Quindi è in questo luogo – sul web – che dobbiamo agire, con disciplina e con studio, per modificare la nostra immaginazione. Solo così potremmo tornare ad abitare liberamente il luogo magico dove tutto accade, dove si incontrano cielo e terra. Questa è l’ottica sulla quale, secondo me, deve agire il reincantamento.

AL: La dicotomia tra data e dada è molto interessante. Vorrei tornare un attimo a Federico Campagna che, nell’articolare la metafisica della Magia [in opposizione alla Tecnica, ndr], ribadisce il valore dell’anonimato. Bisogna rendersi irriconoscibili rispetto allo sguardo il cui unico scopo è quello di incasellarci. L’algoritmo, se non ci incasella, non se ne fa nulla di noi. Spezziamo una lancia a favore della tecnologia: nel momento in cui esistono dei tool che ci permettono di nascondere i nostri dati, le nostre tracce online, noi stiamo efficacemente sfuggendo alle logiche utilitaristiche della macchina. Così il concetto dell’anonimato va ben al di là del concetto giuridico di privacy, perché la questione è molto più profonda. Se non lasciamo che questi algoritmi creino i nostri dividuali in parte ci stiamo già riprendendo la nostra identità rispetto a chi vuole fare profitto sfruttando la nostra mera esistenza online. 

MM: Uno dei maggiori rischi, infatti, collegato alla creazione dei nostri dividuali è sia cognitivo che metafisico. Tramite le nostre tracce raccolte online, la macchina algoritmica è in grado di essenzializzarci. Penso alle pubblicità targetizzate. Questi contenuti hanno una dimensione normativa e quindi performativa sugli utenti. Essere un utente nella così detta “bolla” ha un effetto retroattivo: i contenuti che l’algoritmo mi propone sulla base delle sue previsioni, a lungo andare, influenzano la mia psiche e determinano il mio comportamento. L’individuale, così, subisce e diventa il dividuale che la macchina ha creato di lui. L’algoritmo spoglia gli utenti della loro agency e ve ne sostituisce una fittizia, elaborata ad hoc. Il problema è che noi siamo completamente all’oscuro di questo processo, e non ci accorgiamo degli effetti reali che ha su di noi. Un’altra funzione a cui penso è ad esempio quella dei “ricordi” di Facebook. Oggi noi siamo ossessionati dalla coerenza. Giudichiamo le persone, i politici, le informazioni, sulla base della loro coerenza, spesso anche a distanza di tantissimi anni. Ma tutto questo, tornando al discorso che facevamo all’inizio, riduce tutto alla prevedibilità. Non c’è spazio per il mutamento, per la crescita. Gli esseri viventi non sono fatti per essere coerenti, sono flussi “schizofrenici” di informazioni e creatività. I “ricordi” non fanno altro che forzare questo processo di “coerentizzazione”, il continuo confronto con il passato spinge a costruire identità poco divergenti. La coerenza crea individui prevedibili, e gli individui prevedibili sono facili da controllare. 

EC: Non è stato ancora citato il filosofo Nick Land, quindi lo farò io. Quello che descrivi è precisamente il suo concetto di iperstizione: una profezia che si autoavvera. Il modello (falso) che la macchina ha di noi diventa vero perché ne subiamo l’influsso: ci ri-racconta, ci re-reincanta. Ma il discorso è molto più ampio: non si tratta soltanto di avere delle strategie per vivere il web in maniera irriconoscibile. Il dadaismo, contro il dataismo, va trovato innanzitutto nella costruzione di noi stessi, sfuggendo alle narrazioni che tentano di essenzializzarci. Il rischio non è soltanto la “bolla”. Provo a descrivere un attimo il funzionamento logico della macchina algoritmica: noi rilasciamo in continuazione dati, tracce della nostra presenza, che contengono qualsiasi tipo di informazione su di noi. Tramite questi dati veniamo profilati dalle varie intelligeze artificiali, che costruiscono un’immagine di noi, un nostro doppio. Più dati rilasciamo, più il nostro doppio è preciso. Da un lato quindi abbiamo un flusso di dati che parte da noi e va a nutrire l’algoritmo. Dall’altro lato, un altro flusso di dati procede dall’algoritmo a noi, in quel processo che prima descriveva Marco, che ci fa diventare sempre più simili all’immagine semplificata che l’algoritmo ha di noi. In questa logica in cui noi diventiamo sempre più ciò che l’algoritmo ci dice che dobbiamo essere, sulla base dei dati che noi rilasciamo, si esaurisce, a un certo punto, il flusso di dati significativi che noi possiamo consegnare all’algoritmo, perché siamo diventati lo specchio del flusso che dall’algoritmo proviene. In questo momento, è più reale il nostro doppio che noi. C’è una perversione dei rapporti di causa-effetto: uno dei pilastri della metafisica occidentale è stato scardinato. La copia diventa l’elemento di agency, l’originale non può più nulla. Si potrebbe dire che un’attività di psicoanalisi si dovrebbe fare sulla copia algoritmica, a questo punto, piuttosto che sull’originale. Il doppio è diventato un wodoo digitale. Sfruttando questo meccanismo è possibile fare di tutto: ne parlavano già Marco e Vincenzo prima. L’algoritmo, agendo sui sentimenti più rettiliani, più primitivi della storia evolutiva del cervello, quali la paura, è in grado di controllare le opinioni degli utenti, spingendoli verso i complotti come QAnon. Un lavoro di riprogrammazione cerebrale. Questo non vuol dire lavaggio del cervello, non è una teoria del complotto, vuol dire però una enorme potere di influenza e condizionamento che hanno i proprietari delle piattaforme di comunicazione di massa a scapito dei loro utenti. Questo vuol dire anche che il nostro reincantamento possibile deve occuparsi, in primo luogo, della cura della nostra immaginazione e della nostra libertà, prima ancora delle tecniche di anonimato. Dobbiamo essere noi dadaisti per vivere in maniera più protetta e consapevole, e per contrattaccare: proporre altri tipi di immaginazione e narrazione rispetto a quella dominante. 

VG: C’è anche una questione legata alla mitologia e all’immaginario alternativo che ci è stato imposto e in cui noi siamo già da sempre immersi. Quando noi pensiamo ad internet siamo abituati a pensarlo tramite una serie di metafore – la rete, il cloud – immateriali, ma non sappiamo bene cosa sono queste entità, come si configurano, dove si trovano. L’artista statunitense Trevor Paglen nel 2016 ha sviluppato un progetto artistico dove ha cercato di sfatare questa visione del web come immateriale. Quello che Paglen ha fatto è stato rintracciare le infrastrutture che fisicamente conservano ad elaborano i nostri dati. La rete che ne viene fuori è una rete estremamente fisica: datacenter, cavi in fibraottica trans-oceanici, eccetera. Bisogna imparare a pensare ad internet come ad una struttura innanzitutto fisica, con tutto quello che ne segue: inquinamento, giochi di potere… Inoltre, parlando di anonimato, non si può ignorare la stratificazione tra surface web e dark web. Nell’internet “comune”, essere tracciati (e tracciabili) è una condizione necessaria, strutturale. Il vero anonimato è possibile solo nel dark web, che però è un insieme di siti principalmente illegali, o di luoghi di aggregazione di utenti in nazioni dove internet non è libero. 

EC: A propisto di arte e dark web. Ho recentemente visto un lavoro di digital art dove la struttura a rete dell’universo e la struttura a rete del web venivano comparate, ed è incredibile ma sono isomorfe. Così come solo il 5% dell’universo è formato da materia ed energia tradizionali, ed il restante è materia ed energia oscura, così le proporzioni rimangono identiche per il web. Ovviamente tra queste due immagini speculari non v’è nessun rapporto di causa effetto, però sollecita la nostra immaginazione. Sollecita, cioè, un pensiero analogico, che è un ingresso perfetto per entrare in quel mondo dell’immaginazione dove cielo e terra si incontrano di cui parlavamo prima. 

VG: Tornando appunto al discorso sull’immaginazione come forza creatrice, come questo mondo dove abbiamo la possibilità di ri-assemblare e ri-comporre. Mi sembra di ritrovare in questa tua concezione forti richiami anche all’alchimia – uno dei tentativi secondo me di reincantamento che è stato messo in atto in passato. Parlando di immaginazione in questi termini a me viene subito da pensare alla fantascienza. Che ruolo ha la fantascienza nel profilare nuovi futuri? Credo che sia pratica da cui ci siamo un po’ troppo distaccati ultimamente. Diamo molto peso al pensiero apocalittico attualmente, e quindi alle distopie, ma non c’è nessuna vera corrente utopica nella fantascienza. Ma anche all’interno della storia della filosofia in generale: c’è stato un momento in cui l’utopia era al centro del discorso, era un genere filosofico, invece a partire da un certo punto nel ‘900 pensare un nuovo mondo diventa impossibile. Se prima all’immaginazione si associavano la meraviglia, l’incanto, la produzione del nuovo, ad un certo punto si è iniziato a negare anche solo l’esistenza della capacità immaginativa – penso al comportamentismo e a Ryle. Oggigiorno siamo catapultati nel pieno della distopia, nell’esasperazione di particolari degeneranti. Tu cosa ne pensi?

EC: Qui torna, per certi versi, Mark Fisher. Quando Mark Fisher scrive che il messaggio principale del capitalismo è che “non c’è alternativa”, ci sta dicendo che il capitalismo non concepisce l’immaginazione. In breve, ci dice che la storia è finita. A me interessa far dialogare il pensiero di Fisher con il pensiero di quello che secondo me è il più grande interprete di Hegel, Kojève. Questo filosofo ha una storia interessantissima: nipote di Kandinskij, è scappato dalla Russia per laurearsi ad Heidelberg insieme a Karl Jasper, con una tesi sul filosofo russo Soloviev. Successivamente, prende altre due lauree in sanscrito e tibetano; diventa il miglior amico di Leo Strauss, poi arriva a Parigi e, per puro caso, dal ‘33 al ‘39 si trova ad insegnare la fenomenologia dello spirito a George Bataille, Raymond Quenau, Jean Paul Sartre, Jacques Lacan, Pierre Klossowski, Raymon Aron… insomma, i migliori hanno studiato con lui. E Kojève scopre leggendo la fenomenologia dello spirito, che la storia era finita con Napoleone: l’uomo ha trovato nello stato liberale del codice napoleonico piena soddisfazione. Le ragioni per cui l’uomo è nato dall’animale sono state esaurite. Questo è l’impianto teorico che sta alla base dell’impossibilità di pensare il nuovo, e quindi l’utopia, e quindi la fantascienza come capacità di prefigurare mondi nuovi. Da questo punto di vista Fisher fa un discorso interessante nei pochi frammenti che abbiamo nell’ultimo libro che ha tentato di scrivere prima di morire, Comunismo Acido. Fisher racconta che nel capitalismo la storia è finita, e dunque l’unica cosa possibile è la retromania – il recupero di forme dal passato. La stessa identica cosa c’è in Kojève: nel mondo della post-storia non potremmo fare altro che continuare a staccare le forme dai contenuti passati. Però Fisher aggiunge: siamo sì condannati alla retromania, ma le forme del passato non hanno esaurito tutte le loro possibilità. Ciascuna forma del passato ha espresso solo una delle tante possibilità che aveva in sè. Fisher sembra recuperare il concetto darwiniano di atavismo e lo riporta dal punto di vista della storia delle idee. Così, esattamente come dagli uccelli è possibile far rinascere i dinosauri, perché contengono atavicamente le informazioni genetiche dei dinosauri, noi possiamo culturalmente andare a riattivare momenti della storia passata che non hanno espresso perfettamente tutte le loro potenzialità e farli rinascere. Dobbiamo lavorare sull’atavismo. E Fisher aveva individuato questo elemento atavico nella stagione della controcultura psichedelica americana. Lì si cela una possibilità per rompere la logica del capitalismo. Qui si inserisce la fantascienza: buona parte di questo filone costruisce ucronie. L’ucronia è un tentativo di reincatare il passato – un tentativo brutale sì, pieno di errori – ma comunque un tentativo di riscrivere il passato. Fate attenzione che la riscrittura del passato non è una prerogativa degli stati totalitari, ma anche le forze della liberazione possono farlo. Tramite questa riscrittura si può provare a riattivare alcuni discorsi che quello stesso passato non era riuscito a sviluppare pienamente. Il discorso psichedelico è un esempio perfetto, ritengo. La psichedelia ci offre innumerevoli appoggi e stimoli per affrontare il discorso del reincantamento. 

MM: Interessantissimo quello che dici. Noi, con il nostro progetto Filosofia dal Futuro, ci siamo occupati spesso di de-estinzione, ossia dell’idea che sia possibile riportare in vita specie ormai estinte tramite complesse tecniche biologiche. Quella che tu proponi mi sembra una sorta di de-estinzione culturale, dove forme di pensiero che sono andate perdute senza poter sviluppare appieno il loro potenziale utopico vengono forzosamente riportante in essere, de-estinte appunto, per riprenderci il futuro a partire dai “futuri perduti”. Riappropriarci del passato a cui siamo condannati a causa del realismo capitalista e riscatenarlo contro il presente. 

EC: Esatto! Una sorta di Jurassic Park delle idee!

AL: Questo è un discorso pienamente benjaminiano. Riscattare il passato, riattivare il passato… è l’angelus novus di Benjamin. Anche Fisher, che inizialmente ha disprezzato alcune sottoculture come quella hippie, probabilmente perché legato a correnti più vicine al punk o all’elettronica, più in avanti nella carriera ha riconosciuto le potenzialità di riscattare quel passato, di riscattare la potenza psichedelica. Questo paradigma mi sembra incredibilmente fruttuoso per capire l’idea di reincantamento – re-incantamento. C’è un “re” davanti che potrebbe far pensare ad un restauro. Il punto non è restaurare – ne parlavo una volta con Marco mentre passeggiavamo – non c’è nessuna nostalgia nel concetto. Non ci si appella né ad un passato mitico, né ad un mondo antico più semplice o più organico. Siamo in un’ottica anti-nostalgica noi, ci troviamo in un’epoca desiderosa di futuro e di utopie. Il punto però è riattivare delle forze e riutilizzarle e rimetterle in gioco nel mondo contemporaneo. Riportare le idee islamiche come fa Corbin, o riportare il dada – che potrebbe sembrare un’avanguardia che ha fatto il suo corso storico – si rivelano idee incredibilmente fruttuose, di una devastante attualità. 

EC: Vorrei aggiungere una breve nota. Se noi iniziamo ad obiettare che qualsiasi ritorno al passato è nostalgico, se noi pensiamo alla nostalgia come concetto negativo, ci troviamo ancora nel realismo capitalista, ossia la logica secondo la quale disponiamo le cose su una linea temporale classica, per cui le idee devono essere sempre nuove altrimenti non valgono niente. Questa è la metafisica tecnica di cui parlavate all’inizio, è l’idea malata di progresso, è la propaganda del realismo capitalista. Io penso che noi dobbiamo fregarcene di queste categorie e di queste regole, e fare del passato e del presente quello che ci pare. Anche in maniera molto barbare, con disciplina sì, ma potente. Hugo Ball, il fondatore del dadaismo insieme a Tzara, ha detto che il vero significato della parola “dada” fosse “Dionigi Aeropagita Dionigi Aeropagita”, e poi scrisse un libro bellissimo “Cristianesimo Bizantino”, dove lui racconta la vita di Dionigi l’Aeropagita. Questo libro sembra essere scritto nel VI secolo dopo Cristo. Ball è riusito a riattivare quelle forme originarie, in nome di una immensa disciplina, di uno studio profondissimo, di una serietà rigorosa, sempre tenuta mantenendo fede alle promesse di rottura del dadaismo. Un genio come Ball ha cercato di contrapporsi alle logiche della prima guerra mondiale attraverso una ferrea disciplina e un profondo studio della filosofia tardo-neoplatonica. Tutto questo è meravigliosamente irriconoscibile. Dove sta l’algoritmo capace di tenere insieme, di prevedere, Hugo Ball? Anche questi esempi ci devono incantare, per poi provare a reincantare il mondo. 

MM: Ma quali tendenze ripescare? Come riorientare il reincantamento? Nulla è reale e tutto è lecito?, o c’è una logica – meglio, un’etica – a cui attenerci? Quali narrazioni potremmo ripescare? Io personalmente sono un po’ scettico riguardo la parola “narrazione”. Credo sia una categoria che appartiene alla “propaganda del realismo capitalista”, per usare l’espressione che hai usato tu prima, Edoardo. Una narrazione è un modo di raccontare la realtà che modifica la nostra percezione di essa senza intaccarne minimamente la sostanza. In questo senso, una narrazione è un’illusione, uno specchietto per le allodole. Preferisco il termine marxiano praxis, o prassi. Quali pratiche, allora, recuperare dal passato? Su questa falsariga, il primo esempio che mi viene in mente è il Cosmismo Russo. Una filosofia altamente visionaria, che vedeva nel futuro e nell’utopia la vera realizzazione dell’essere umano. Una filosofia così avanti rispetto al suo tempo che le sue potenzialità rimangono inespresse e rimarranno inespresse per altre migliaia di anni. Tema centrale di questo pensiero è la trasformazione di tutte le –logie in -urgie, ossia degli studi teorici nelle risoluzioni pratiche. Conoscere vuol dire interagire, teoresi vuol dire praxis, immaginare vuol dire creare. Questo va sì in conflitto con il presupposto che l’essere umano non è il padrone della natura, ma è un conflitto secondo me pienamente risolvibile. I cosmisti credevano che l’azione fosse una capacità creatrice. Attraverso la prassi si può fare di tutto: quest’idea è profondamente politica e profondamente affine al reincantamento. E poi le loro immagini erano fuori dal mondo: Fyodorov auspicava la resurrezione di tutte le creature mai esistite affiché potessero gioire anche loro nel mondo post-rivoluzione, poiché era ingiusto che le persone morte prima dell’arrivo dell’utopia non ne potessero far parte; Tsiolkovsky proclamava un processo di perfezionamento cosmico attraverso il quale l’essere umano avrebbe abitato infiniti mondi, infiniti pianeti, incontrando infinite altre forme di vita che gli avrebbero mostrato la gioia; Vernadsky parlava di panpsichismo e menti collettive… insomma, una fabbrica di forme inesaurite.

EC: Secondo me, nel recuperare le tendenze passate, vale il principio del filosofo Paul Feyerabend: anything goes, va bene qualsiasi cosa. Noi qui dobbiamo iniziare a scatenare l’immaginazione, e non possiamo proporre a chiunque voglia provare a reincantare il mondo delle costrizioni, delle regole. Non esiste, per così dire, un Comitato Centrale del Reincantamento. Altrimenti, vinceranno i cattivi. Il reincanto oscuro della macchina algoritmica funziona già così: loro hanno molti meno pregiudizi di noi ed ha funzionato, facciamolo anche noi quindi, senza perderci in inutili timori. Mettiamo in gioco reincantamenti diversi. L’esempio cosmista è fantastico. Chi è, oggi, più vicino ai cosmisti russi? I transumanisti della Silicon Valley. Sono loro che hanno in mano la maggior parte delle tecnologie oggi. Eppure, ideologicamente, il pensiero della Silicon Valley è quanto di più distante possa esistere dal pensiero politico del cosmismo. La questione è di wirkungsgeschichte, di storia delle virtù. Freghiamocene delle questioni etico-morali, dei punti di partenza diversi, quello che conta è il fatto. Poi si può discutere se lo stiano facendo in senso emancipatorio o meno, ma intanto lo stanno facendo. A me personalmente, una delle cose che interessano maggiormente, che mi sembra che sia una delle parti più feconde per questa riflessione è proprio la psichedelia, il rinascimento psichedelico. 

MM: Ecco, parliamo di psichedelia. Questo discorso interessa molto anche a noi. Leggevo, un po’ di tempo fa, un articolo sul New York Times forse, su come gli psichedelici possano essere usati per cambiare l’opinione politica delle persone. Della serie, l’esperienza psichedelica può essere davvero intensa, e una volta finita continuiamo a portare con noi quello che abbiamo visto e vissuto. Così questo può scatenare un profondo cambiamento nelle persone, rendendole radicalmente diverse – sia nel loro pensiero politico ma soprattutto nella forma della loro vita. Come approcciarsi a questo fenomeno? è da intendere come qualcosa di emancipatorio o inquietante?

EC: La preoccupazione sul fatto che gli psichedelici possano alterare radicalmente il nostro essere – e che questa cosa sia un male – parte dall’idea che noi siamo individui autonomi e per così dire puri ed incondizionati, perennemente padroni di noi stessi, dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti; e poi arriva un mondo esterno cattivo che ci condiziona, e quindi noi dobbiamo proteggerci. Ma questa è un’astrazione. Siamo sempre, noi, gettati nel mondo, diceva Heidegger. Siamo già da sempre condizionati, siamo parlati da una lingua, da una tradizione. Ogni volta che noi facciamo un’esperienza intelettuale o sentimentale accade una modificazione importante. Non dovremmo allora nemmeno andare a scuola, perché anche l’educazione può cambiarci radicalmente al vita. Non saremmo ciò che noi siamo se nella nosra non avessimo incontrato dei libri, delle musiche, dei film, delle persone che ci hanno fatto diventare così come noi siamo. Quindi, il problema non c’è: siamo già da sempre condizionati da qualcosa di esterno. Allora, il vero passo interessante da fare, sarebbe quello di iniziare a concepire la farmacologia non più come una disciplina che riguarda la salute o la chimica, ma la farmacologia come categoria politica. Oggi, c’è una diffusione massiccia di psicofarmaci – medici di base che prescrivono Xanax a gente un po’ triste – abbiamo una società cocainizzata sotto molti aspetti… e noi non possiamo non pensare che questi due farmaci non condizionano la mente e dunque lo stato d’animo della politica. Guardate caso, infatti, che la politica vincente almeno nel mondo occidentale è una politica basata sull’ansia, sulla paura, sulla performance. Questi sono gli elementi base che ruotano intorno a Xanax e Cocaina. Anche noi che non prendiamo psicofarmaci, che non assumiamo cocaina, viviamo in un mondo condizionato da queste sostanze. E’ un po’ come dire “io non guardo la televisione commerciale”… anche se non la guardi ne sei guardato, perché il mondo è condizionato da quell’immaginario lì, che colonizza le nostre menti. Siamo sempre colonizzati. Allora, qui l’idea è che il farmaco psichedelico è un farmaco completamente diverso rispetto a questi, e che fra l’altro è all’origine della nascita del web così come noi lo conosciamo. Questo è interessante: è l’elemento primigenio anche nella nascita della macchina algoritmica. La psichedelia non ti fa diventare “di sinistra” o “ecologista” – quasliasi cose queste significhino. Piuttosto, è un superacceleratore della tua identità profonda. Varie ricerche sul consumo di psilocibina, tramite l’utilizzo di risonanze magnetiche, hanno visto cosa succede al nostro cervello mentre utilizziamo queste sostanze: le attività di filtro che organizzano l’esperienza sensoriale e intellettuale quotidiana vengono sospese, e quindi il cervello inizia a muoveri, cercando nuovi percorsi neurali, nuove connessioni possibili. E questo è un elemento che a me sembra decisivo, perché significa attrezzare il nostro cervello ad affrontare temi e questioni che richiedono una complessità nuova. Significa praticare quello che diceva Rimbaud, il ragionevole sregolamento di tutti i sensi, che è una delle porte d’accesso per provare a dare corpo a quelle istanze di irriconoscibilità e riscoperta di se stessi. Così è un tentativo di accesso a quel mondo di immaginazione di cui parlavamo all’inizio, con cui reggere l’urto di questi tempi. Così, studiando la psichedelia, studiando la storia delle tecnologie algoritmiche – storia profondamente psichedelica, perché i due attori in campo sono da un lato l’esercito, e quindi il controllo, l’ordine la disciplina; e dall’altro la controcultura, i liberatori – si lavora sul momento di origine, e cosa abbia rappresentato e quali visioni utopiche o distopiche si siano celate in quel momento. L’importante è affrontare queste tematiche con grande disciplina. D’altronde, nella tradizione psichedelica si trovano figure quali gli sciamani, i mistici, gli psiconauti… i mistici e gli psiconauti fanno esperienze simili: escono dalla caverna, vanno al di là dello specchio, accedono ad un mondo magico, ne traggono dei significati e poi – come Bodhisattva, o come il personaggio del mito della caverna – tornano indietro e da lì provano a reincantare il mondo. La lettura dell’Ulisse di James Joyce a me ha cambiato la vita. Dopo averlo letto, io sono diventato diverso, è stata un’esperienza psichedelica per me: ho avuto accesso a un mondo dell’immaginazione da cui poi non si poteva più tornare indietro. E questo ha cambiato tutto. Il segreto sta nel trovare le porte della percezione, punti di ingresso per rompere il filtro che organizza la nostra esperienza, così da accedere ad un mondo di significati nuovi. 

MM: Tra l’altro, noi sappiamo dalle neuroscienze, che questi cambiamenti sono reali, lasciano tracce nel nostro cervello e nel nostro corpo. Gli studi sulla plasticità mostrano chiaramente come il cervello più che un organo sia un processo, in continua evoluzione. I filosofi contemporanei ne parlano come mindshaping, quelli antichi parlavano di partecipazione. Credo che questo fenomeno ci dica molto anche sulle categorie che la filosofia ha sempre usato per interpretare il reale: idealismo e realismo sono insufficienti. Il mondo non è né un’entità statica, indipendente dalle menti come vuole il realismo, né un entità completamente immateriale e dipendente dalla volontà come vuole l’idealismo. Piuttosto, è un melange, di menti e materie che si compenetrano e si modificano l’un l’altro. Per questo, ritorno a un punto che facevamo all’inizio, è importante meravigliarsi davanti l’incredibile portata metafisica della praxis. L’agency è il vero mistero del cosmo. Il filosofo Ernst Bloch diceva che solo Marx ha capito davvero la reale portata metafisica dell’agire. 

EC: Questo è stupendo! Se le esperienze modificano realmente il nostro cervello allora leggere un libro dada è come avere Hugo Ball in testa! Si rompono le connessioni! C’è un esempio classico: la cocaina crea un solco nel cervello del cocainomane, si diventa ossessionati, paranoici… la psichedelia invece agisce in maniera contraria. Non è un attrattore, ma è un divergente: cerca nuovi percorsi, nuove connessioni. Una grande figura della psichedelia novecentesca è Amanda Fielding, che oggi finanzia gli studi sulla psichedelia dell’Imperial College di Londra. Fielding ha sempre fatto vedere questa immagine: una tavola di gioco del go con una boccetta di LSD sopra. Il gioco del go è un gioco antichissimo, ancora più antico degli scacchi, ed ha una complessità incredibile – Geroges Perec ha scritto dei libri meravigliosi sul gioco del go. Cosa c’entra con la psichedelia? Fielding spesso giocava contro campioni di go dopo aver microdosato LSD, e quasi sempre vinceva, perché la sostanza agiva sulla sua percezione della complessità. Tutto questo è molto interessante. Dunque lo studio disciplinato della farmacologia della realtà, agisce anche sulla nostra vita politica, laddove i messaggi della macchina algoritmica favoreggiano la paura, le pulsioni, noi dobbiamo avere una consapevolezza luminosa. 

VG: L’invito che emerge da questa nostra conversazione è quello di riappropriarsi della tecnica, attraverso vari strumenti – che potremmo racchiudere sotto il termine “Magia”, per rimanere fedeli alla tradizione di Federico Campagna. Imprevedibilità, imponderabilità… caratteristiche che ci permettono di superare l’algoritmo. Un’altra cosa però che mi preme molto sono le diverse implicazioni che il discorso sulla psichedelia ha sulla costruzione dell’essere umano. Huxley ha parlato di droga narcotica che schiavizza e di droga psichedelica per potersi riprendere le proprie immagini. Mi sembra che ora stiamo andando verso una sorta di illuminismo psichedelico, dove l’essere umano riprende in mano i propri strumenti per pensarsi oltre. Secondo me, non è solo importante riprendersi gli strumenti per arrivare a questo obiettivo, ma anche le conoscenze su questi strumenti. Tu Edoardo hai menzionato giustamente la farmacologia, mi vengono in mente anche l’endocrinologia così come ne parla la filosofa Helen Hester in Xenofemminismo, sulla possibilità di intervenire sul proprio corpo consapevolmente ma liberamente, alle pratiche dei biohacker, a CRISPR… queste pratiche non sono solo interessanti scientificamente ma anche metafisicamente. E’ una transizione epocale, queste tecniche sono occasioni interne per reincantare la scienza tutta. 

MM: Vorrei anche aggiungere: bisogna rendere pubblici i processi di conoscenza. Molto spesso non solo le informazioni riguardanti la scienza o qualcos’altro sono segregate dal grande pubblico – penso ai costi delle pubblicazioni accademiche ma anche al costo di accesso alle informazioni – ma anche i modi del conoscere sono inaccessibili, l’ingiustizia epistemica assoluta. 

EC: Il diritto alla conoscenza dovrebbe essere uno dei diritti fondamentali, infatti. Penso all’Associazione Luca Coscioni, all’attivismo di Marco Cappato.

AL: Tornando al discorso di Vincenzo, dovremmo pensare una farmaco-politica. La nostra società è già totalmente alterata. Bisogna ritrovare dunque una nostra medicina, un uso di sostanze per sciogliere l’inevitabilità del mondo. Credo sia questo il motivo per cui Fisher utilizza il comunismo acido come antitesi del realismo capitalista. Il potere psichedelico è quello di mostrare la contingenza. L’esperienza psichedelica è un’esperienza di profonda realizzazione della contingenza del mondo, e per questo allora anche del loro grande valore. Il discorso potrà sembrare naif, ma la thaumazein, la meraviglia psichedelica, è la semplice meraviglia delle cose che esistono. Questo è il valore ineffabile, l’esistenza. Il reincantamento è anche una presa di coscienza del valore dell’esistenza, al di là di facili retoriche che si sono costruite su queste premesse. Mi permetto di aggiungere una cosa anche su Gilles Deleuze: nell’abecedario, per la lettera “G”, parla di gauche, di sinistra. Deleuze, in particolare dice che la sinistra è una questione di percezione: essere di sinistra significa percepire il confine prima del territorio intorno a noi. La psichedelia funziona così: allarga le porte della nostra coscienza al di là della vicinanza del corpo fino ad arrivare lontano, a ciò che sembra irrilevante o ininfluente nella nostra vita, e poi ci permette da lì di tornare indietro fino a noi. Così iniziamo a sentire come vicine anche le cose lontane, ed è questo il senso di preservare le varie forme di esistenza: è una questione di sensazione. 

EC: Lo stupore e la meraviglia, sì! E’ tutto lì! E’ lo stesso motivo per cui noi ci siamo riuniti, questa domenica, per parlare delle nostre idee, delle nostre passioni… perché tutto questo ci dà felicità! Ci regala stupore! Ci sono state giornate, pomeriggi, notti, in cui ciascuno di noi con i propri amici, fidanzate, da soli in casa guardando le macchie sul soffitto… abbiamo pensato a queste cose e ci siamo stupiti e meravigliati, abbiamo provato gioia. Questo sentimento primordiale è tutto. C’è una conferenza bellissima di Aldous Huxley che si intitola “Perché le pietre preziose sono preziose?”. Huxley prova a rispondere a questa domanda zen dicendo che la questione non è economica. Le pietre preziose sono preziose perché brillano, e l’essere umano è attratto da ciò in maniera primordiale, perché l’essere umano serba, nelle profondità della sua anima, il ricordo di un mondo luminoso e brillante. Le pietre preziose sono uno mnemoneuma di un’altra realtà a cui noi avevamo accesso e da cui noi siamo caduti. Questa visione gnostica, questo gnosticismo acido, va di pari passo con il comunismo acido di Fisher. Come diceva Aristotele, la meraviglia è all’inizio della filosofia, ed è all’inizio di qualsiasi riflessione. 


MARCO MATTEI (FROSINONE, 1997 – TORINO, ANCORA PER MOLTO) HA TANTE IDEE MA SCRIVE RARAMENTE. I SUOI TESTI SONO APPARSI SU KAIAK, RADIO 3, LEGANERD E COSMOS.ART. HA COLLABORATO CON L’INSTITUTE OF THE COSMOS PER LA BIENNALE DI RIGA ED È TRA LE FIRME DEL PROGETTO INSTAGRAM REINCANTAMENTO. SI INTERESSA DI MENTE, NATURA E SOCIETÀ, MA SOPRATTUTTO DI PATAFISICA.

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