Pastorale mediterranea, Gerardo Spirito



2000 caratteri per parlare di un libro, ogni settimana o quasi, per chi legge L’Indiscreto e vuole leggere ancora di più.


In copertina, elaborazione da un’opera courtesy Pananti

Di Giorgiomaria Cornelio

«Non cessate mai di pregare» dice San Paolo. Da questa esortazione incomincia quel leggendario poema, venerato da Cristina Campo, e chiamato I racconti del pellegrino russo, in cui un pellegrino viaggia proprio per rispondere alla domanda sul come si possa pregare incessantemente. Scrive Campo: «come quell’eroe nordico che a ogni prezzo voleva “imparare a rabbrividire”, il Pellegrino russo è risoluto a procedere all’infinito dinanzi a sé oltre le steppe e le foreste, le città e i villaggi, oltre l’interminata curva del globo (se occorra)». Queste parole mi sembrano appartenere a quest’altro poema (o fiaba) scritta da Gerardo Spirito, dal cognome già così parlante: Pastorale mediterranea. Non solo perché i Racconti dell’anonimo russo sono citati in coda al libro, ma perché in questo libro di viandanza e inumazione senza sosta, calderai, questuanti, banditi e sante apocalittiche non fanno altro che procedere – di villaggio in villaggio – verso l’altro mondo, anche dove l’altro mondo «è una ciarla, una falsa promessa», come urla il maestro alla folla nella prima parte: «Esiste solo il gesto, e la maestà del gesto».
E il gesto, nella lingua di Spirito, è maestoso e scarno, è ruvido e acuminato; pur ripetendo ossessivamente quell’unica preghiera della lingua sannita, Pastorale mediterranea  ha una vocazione ambulante: cambia versante, intruglia, smotta la punteggiatura, richiama il dialetto, il fondale basso delle parlate contadine. Ma di quella memoria fa collera e nuova vocazione: archeologia della lingua come innesco. È un libro, questo, da leggere per cambiare misura sulla letteratura italiana contemporanea (lo tengo accanto al bellissimo Terre che non sono la mia di Matteo Meschiari, di cui tutta l’opera è un prontuario per la letteratura del tempo a venire). Gerardo Spirito scrive sempre di cose sacre ma il suo testo, come ‘onna Tebe – la santa malannata -, non odora di cose sacre, ma di cenere e funghi avvizziti, di umido e fangaia. Di corpi umani.
E di futuro.

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