Streghe, poltergeist, esorcismi: la pubertà femminile fa paura

La pubertà per una ragazza segna il primo passo verso la sessualità adulta: Il suo sangue è spaventoso perché il potere che incarna è una minaccia; per assicurarsi la sopravvivenza, il patriarcato ha bisogno di demonizzare e controllare la sua fertilità. Dunque la pubertà, il momento in cui le figlie si trasformano in madri, diventa un evento sovrannaturale in cui avviene il mutamento da essere umano a mostro.


IN COPERTINA, China saqra of the Saqra (devil, in Quechua) dance, Paucartambo, Cusco, Peru 2010, foto di Mario Testino. nel testo, opere di José Guadalupe Posadaca

Questo testo è un’anteprima da “Il mostruoso femminile” di Jude Ellison S. Doyle. Ringraziamo Tlon editore per la gentile concessione.


di Jude Ellison S. Doyle

È molto bella. È molto giovane. E dentro di sé ha il potere degli dèi.

Fenomeni paranormali incontrollabili (1984) 

Un bel giorno, nella primavera del 1892, Edwin Brown di Exeter, Rhode Island – in salute, benvoluto, con una buona posizione lavorativa, un «giovane sposo dalle sane abitudini» secondo il giornale locale – mangiò il cuore di sua sorella ancora adolescente. 

Be’, in realtà lo bevve. Il cuore di Mercy Brown, insieme a molti altri organi, le era stato strappato dal petto e bruciato dai vicini. Fortunatamente la ragazza era già morta quando accadde; anzi, era morta da più di due mesi, sebbene testimoni giurassero che il cadavere sembrava ancora fresco. Una volta ridotto in cenere, lo mescolarono con l’acqua e lo servirono a Edwin. Ed Edwin, che la storia forse ricorderà come il fratello più tragicamente persuasibile del mondo – il tipo che se gli metti qualcosa sotto il naso e gli dici di annusarlo lo annuserà di sicuro –, mandò giù il miscuglio. 

Questo è tutto ciò che sappiamo. Non sono stata in grado di trovare una testimonianza che parlasse di come Edwin si sentisse. Non so se pianse, se ebbe un conato, se manifestò disgusto o una qualche normale e umana esitazione. È del tutto possibile che non lo fece. Forse ingoiò sua sorella con gratitudine, o speranza, oppure con cupa determinazione. Anche questo sarebbe rientrato tra le possibilità. Perché Edwin, qualunque cosa si pensi di lui, non era un uomo cattivo. 

In realtà nessuno di coloro che esumarono Mercy era cattivo. Erano solo terrorizzati, cercavano di fare i conti con qualcosa che andava ben oltre la loro comprensione. Edwin aveva ventiquattro anni e stava morendo. Aveva visto i vicini e gran parte della sua famiglia morire allo stesso modo, preda di terribili dolori, soffocati dal proprio sangue. La famiglia Brown, un tempo numerosa, era stata falcidiata fino a che non erano rimasti Edwin e suo padre, e il figlio stava cominciando a mostrare i primi sintomi di quel male. 

Edwin pensava, e ci credeva con tutta l’anima, che il colpevole fosse il cadavere di sua sorella. Era certo che a diffondere quella piaga fossero stati i vampiri e che Mercy fosse una di loro. Di notte usciva dalla tomba per infettarlo e, se non l’avesse eliminata, avrebbe ucciso molte altre persone. 

Non solo Edwin, era l’intera città a credere nella mostruosità di Mercy. Ed è per questo che insieme dissotterrarono il corpo e lo bruciarono. Creature come Mercy venivano catturate e neutralizzate in tutto il New England: l’esperto di folclore Michael Bell conta almeno ottanta esumazioni attestate di “vampiri”. Era un passatempo locale. Una memorabile, per quanto macabra, testimonianza da Manchester, in Vermont, racconta che «di fronte all’altare Timothy Mead officiò il sacrificio per il demone vampiro, che si riteneva stesse ancora succhiando il sangue dell’allora vivente moglie del Capitano Burton. Era il mese di febbraio e la neve era ideale per le slitte».

Questo passo solleva oggi molte domande – per esempio: è davvero il tempo ideale per usare la slitta se si aggirano dei demoni vampiri? – e per la verità ne sollevò molte anche allora. Gli anni Novanta del xix secolo non erano esattamente i “vecchi tempi”: Mercy morì circa trentatré anni prima della pubblicazione de Il grande Gatsby. E al di fuori delle isolate aree rurali del New England non era affatto comune credere nei vampiri, figurarsi profanare cadaveri per tenerli lontani. 

«Il selvaggio nell’uomo non è mai del tutto sradicato», scrisse Henry David Thoreau nel lontano 1859. «Ho appena letto che in Vermont una famiglia, dopo che molti dei suoi membri erano morti di consunzione, ha bruciato i polmoni, il cuore e il fegato dell’ultimo, per evitare che altri si ammalassero».1

Nel frattempo sui giornali si ipotizzava che ad aver spinto la comunità a quei gesti fossero state le relazioni incestuose che intercorrevano fra i suoi abitanti. I cacciatori di vampiri erano i bifolchi dell’Età vittoriana: quando un raffinato uomo di città ne sentiva parlare canticchiava quello che allora equivaleva al motivetto di Un tranquillo weekend di paura (J. Boorman, 1972). 

Tuttavia ai propri occhi, e a quelli della società in cui viveva, Edwin non era un cannibale, non era uno che profanava cadaveri. Nel suo particolarissimo contesto sociale Edwin era un eroe: aveva mangiato il cuore della sorella per salvare non solo la propria vita, ma anche quella di tutti i suoi cari. 

In ogni caso morì nel giro di qualche settimana. Si scoprì che era malato di tubercolosi e come lui anche Mercy, i suoi familiari e i vicini. A devastare Exeter era stata un’infezione batterica, non la ripugnante razzia di un gruppo di non-morti. E se c’è una cosa che sappiamo sulla tubercolosi è che divorare gli organi di un altro infetto di certo non apporta alcun sensibile beneficio al decorso della malattia. 

Altre persone morirono durante l’epidemia di tubercolosi che colpì la campagna del New England, e forse qualcuno continuò ad attribuire la colpa a potenze sovrannaturali, ma dopo Edwin nessuno tentò più di mangiare un cadavere. Senza saperlo, la diciannovenne Mercy Lena Brown passò alla storia – una spregevole e dimenticata parte della storia – portando con sé un titolo inglorioso. Il suo fu l’ultimo cadavere profanato durante la “grande febbre” da vampiro del New England: l’esempio più teatrale che la storia americana ricordi della follia di cui una società può essere capace quando individua nel corpo di una giovane ragazza la minaccia alla propria sopravvivenza. 

Magia di sangue 

Neanche oggi Mercy può riposare in pace, perché si è reincarnata in uno dei più famosi vampiri della letteratura. Ma, anche se è stata una delle ragazze-mostro più bizzarre d’America, non fu né la prima né l’unica. Infatti sembra che gli uomini non si sentano mai così tanto in pericolo come quando sono in presenza di una preadolescente. 

«È assai singolare che […] le due regole – non toccare il terreno né vedere il sole – vengano in molte parti del mondo osservate dalle fanciulle alla pubertà, sia separatamente che insieme», scrisse l’antropologo James Frazer ne Il ramo d’oro. 

Le ragazze vengono tenute in isolamento, obbligate a indossare paraocchi o a distogliere la vista in pubblico («perché il suo sguardo non andasse a profanare il cielo»), oppure cucite dentro sacchi con buchi per l’aria. Frazer attribuì queste prescrizioni al «timore profondamente radicato che l’uomo primitivo ha costantemente del sangue mestruale», un timore che gli uomini provavano «in ogni tempo ma specialmente al suo primo apparire». 

Il metodo con cui Frazer e molti altri antropologi del xix secolo tendevano ad attribuire alle popolazioni studiate le proprie categorie di pensiero è ormai superato. Il «timore» di cui parla, infatti, non appartiene alle minoranze etniche colonizzate, ma all’uomo bianco e britannico, e la paura «primitiva» del primo sanguinamento fa ancora parte di noi. In molte culture, alle donne che hanno le mestruazioni è proibito toccare o preparare alimenti. La materia prima può variare – latte, maionese, carne cruda, sugo, verdure in scatola, dolci –, ma il pericolo è sempre lo stesso: il cibo si guasterà. Le donne che sanguinano sono agenti di corruzione. Ad alcune è stato vietato di partecipare a funerali, ad altre di toccare fiori («li fa appassire», dice Frazer) o di tenere in braccio i bambini, che a contatto con una donna che perde sangue si ammaleranno.

Non ci sono solo aspetti negativi. Chi pratica la magia, ed è audace e spregiudicata, può sfruttare a proprio vantaggio il potere insito nel sangue mestruale: secondo la magia popolare americana far scivolare un po’ del proprio sangue nel caffè di un uomo o nel sugo della pasta lo renderà fedele in eterno. L’occultista inglese Aleister Crowley, che si autoproclamò “l’uomo più malvagio del mondo”, lo indica come ingrediente del “Pane di luce”, l’eucaristia nelle cerimonie di Thelema, la sua religione. «Il miglior sangue è quello della luna, mensilmente» scrive, «poi il sangue fresco di un bambino». È ovvio, il sangue lunare fuoriesce naturalmente dalla vagina circa ogni ventotto giorni, mentre quello del bambino non lo si può ottenere senza fargli del male. Nonostante ciò le mestruazioni costituiscono ancora il più grande dei tabù. 

Scrisse il naturalista latino Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia: 

Dopo di che non ci sono più limiti [ai poteri attribuiti alle donne]. Anzitutto dicono che il sangue mestruale esposto di fronte alle saette allontana la grandine e i turbini: così si placherebbe la furia degli elementi […] Dalle mestruazioni che producono per altri versi effetti sovrannaturali, come a lungo dicemmo, si traggono presagi sinistri ed esecrabili.

Una donna poteva uccidere un uomo avendo con lui rapporti sessuali durante il ciclo, soprattutto se in coincidenza con un’eclissi: «Allora per i maschi i rapporti sessuali sono rovinosi e funesti». Ma Plinio non è l’unico a preoccuparsi. Frazer sostiene che tra i baganda alle donne mestruate non è permesso toccare nulla che appartenga al marito: «Se avesse toccato le sue armi, egli sarebbe morto certamente nella prossima battaglia». Nel Talmud babilonese è scritto che «se una donna mestruata passa tra due [uomini] ed è all’inizio del suo ciclo, ucciderà uno dei due».

Il sangue di una donna poteva essere letale anche a distanza, attraverso il contagio. Plinio raccontava che se i cani assaggiano il sangue mestruale «diventano rabbiosi e il loro morso è contaminato da un mortale veleno». Se una donna incinta avesse calpestato o sfiorato il sangue di un’altra donna, avrebbe abortito. Non c’era una magia più potente o oscura di questa; solo un po’ di sangue spalmato su una porta, scriveva Plinio, e «si vanificano le arti dei Magi».

Secondo le credenze popolari la magia tende a condensarsi nei momenti liminari, nei punti di passaggio, quando qualcosa non è né a e né b, ma è entrambe nello stesso momento. Le spose, ad esempio, che non sono ancora mogli ma neanche più nubili, sono particolarmente vulnerabili alla magia maligna e non è un caso che in occasione dei matrimoni si sfoderi un ampio assortimento di superstizioni. Mezzanotte è l’ora delle streghe perché non è più oggi, ma non è ancora domani. Nell’antichità, in Grecia e a Roma, i fantasmi apparivano sia a mezzanotte che a mezzogiorno, poiché il mezzodì articolava le due metà della giornata: era infatti lo stato di sospensione, e non l’oscurità, a favorirne la manifestazione. L’adolescenza è una delle forme più durature e spaventose di tale liminalità, un periodo in cui non si è bambini né adulti, ma si può avere l’aspetto di entrambi. Le mestruazioni hanno sempre qualcosa di magico, ma quando fa la sua comparsa il menarca, sangue versato allo stesso tempo da una donna, da una bambina e dalla luna, nel mondo si crea uno squarcio. 

La Furia

Si dice che sia la pubertà ad attirare i poltergeist. Questi spiriti – c’è chi li considera fantasmi collerici, chi poteri telecinetici sfuggiti di mano – lanciano in aria piccoli oggetti, fanno rumore e mandano in frantumi tutto ciò che è fragile: sono, in sostanza, esplosioni di rabbia che hanno lasciato un corpo per prendere vita propria. I sostenitori di questa interpretazione di solito sanno bene a chi attribuire tali emozioni rabbiose. 

«Negli ultimi decenni di studi sul paranormale, i ricercatori hanno rilevato che un’alta percentuale di poltergeist è associabile alla presenza di una ragazza appena all’inizio del ciclo mestruale» scrive Kenneth W. Behrendt in The Physics of the Paranormal. Meno frequentemente alla presenza di donne adulte, sebbene anche loro abbiano regolarmente le mestruazioni; ma comunque «di rado un poltergeist è stato osservato in un’abitazione senza donne».

Tra gli esperti di fenomeni paranormali le spiegazioni sul perché siano le ragazze con il ciclo ad attirare gli spiriti divergono. Penny M. Kroll dello Psican (Paranormal Studies and Inquiry Canada) ne attribuisce la causa a «rabbia repressa, aggressività, tensione sessuale» e afferma che sono «molti i cambiamenti cui va incontro una ragazza in quel particolare periodo, i quali possono comportare un notevole aumento dello stress e quindi provocare l’attività di un poltergeist». Behrendt osserva da un punto di vista scientifico (?) che «per effetto degli ormoni sui globuli rossi il sistema circolatorio può emanare radiazioni di antimateria». La maggior parte delle volte, però, si ritorna alla cara e vecchia isteria femminile. «Una mente disturbata o sotto l’effetto di droghe o alcolici può rilasciare emozioni residuali o addirittura impronte in un ambiente», scrive sul suo blog Sharon Day, che si autodefinisce un’investigatrice del paranormale. «Forse quei meravigliosi ormoni, che durante le mestruazioni ci rendono dalla lacrima facile o irascibili, giocano un ruolo anche nella psicocinesi».

Essere un’adolescente, a quanto pare, vuol dire abitare una casa ricolma della propria rabbia inespressa. Ma se si guarda con maggiore attenzione i singoli casi, le cause appaiono molto più comprensibili – e molto meno ormonali – di quanto si pensi. Lo Psican cita un caso del 1967: quello di Annemarie Schneider, una segretaria di diciannove anni che, per sua stessa ammissione, odiava il proprio lavoro; inoltre il suo ufficio era stato “misteriosamente” vandalizzato e bersagliato dagli scherzi telefonici (in uno dei suoi momenti più diabolici il poltergeist fece sessanta chiamate in un’ora, solo per far salire la bolletta telefonica del capo). Fa riferimento anche alla diciottenne Esther Cox, protagonista di una vicenda ancora più controversa, oggetto di uno dei primi bestseller sul paranormale in Nord America. 

Quasi contemporanea di Mercy Brown (il libro basato sulla sua storia, The Great Amherst Mystery, fu pubblicato nel 1888), Esther Cox cominciò a soffrire di alcuni disturbi poco dopo essersi salvata da un tentativo di stupro a mano armata. Nel mezzo della notte era preda di strani attacchi (sembrava dover lottare per riuscire a respirare) e una volta si svegliò urlando: «Mio Dio! Sto morendo!». Il poltergeist la trafiggeva con aghi, spilli e, in una terribile occasione, anche con un coltello. Questi episodi vennero registrati come prove di un’attività paranormale, ma era altrettanto evidente la loro compatibilità con disordini da stress post traumatico, attacchi di panico, dissociazione e autolesionismo, tipiche e (ora) ben note conseguenze di una violenza sessuale. Bisogna ammettere, però, che la scritta comparsa sopra al suo letto, «Esther Cox, sei mia e ti ucciderò», fosse insolita. 

Più di recente, nel 1984, a Columbus (Ohio), la mia città natale, si scatenò un folle circo mediatico attorno Tina Resch, una quattordicenne la cui casa era diventata il teatro di un’intensa attività di un poltergeist. Sui giornali locali girava una curiosa fotografia in cui sembrava che Tina stesse schivando un telefono scagliato contro di lei dall’altro lato della stanza. Testimoni raccontarono che la casa era ricoperta da vetri rotti e altri detriti, e che in presenza di Tina le luci sfarfallavano, gli orologi si inceppavano e sedie e tazzine fluttuavano in aria. Nessun oggetto però si mosse mentre i giornalisti erano lì presenti: per convincere il poltergeist a manifestarsi, chi scattò la famosa fotografia del telefono fu costretto a puntare l’obiettivo e poi distogliere lo sguardo. Esiste inoltre un filmato, girato di nascosto, in cui Tina spinge giù dal tavolo una lampada e poi grida come se avesse subito un attacco. Ma comunque il caso divenne nazionale e nel 1993, quando ormai il mistero era risolto, il programma televisivo Unsolved mysteries le dedicò un episodio. La storia era troppo succosa perché andasse sprecata. 

Con questo non voglio dire che Tina stesse semplicemente cercando la notorietà o che fosse bugiarda. Poteva aver avuto delle buone ragioni per voler attirare lo sguardo degli adulti sulla sua casa. Era passata da una famiglia adottiva all’altra fin da quando era piccola. Era stata ritirata da scuola e non aveva contatti con i suoi coetanei. I suoi genitori adottivi, i Resch, erano… “severi”, per usare le parole di allora. 

«Tina aveva una tale urgenza di esprimersi da non riuscire a contenersi» ha scritto William Roll, un parapsicologo che l’aveva osservata nella casa in Ohio. «In famiglia spesso “faceva rumore” e perciò le veniva chiesto di stare in silenzio, ma lei esplodeva in un torrenziale turpiloquio. Allora Joan le tirava uno schiaffo in faccia, oppure, quando Tina era ormai diventata troppo grande, John la picchiava».

Eravamo molto più interessati a scoprire se si trattasse davvero di fantasmi che a comprendere il motivo per cui una giovane ragazza, sola e vittima di abusi, si fosse inventata un modo per distruggere la casa dei genitori e rimanere impunita. Si può dire veramente molto su Tina e sul suo poltergeist, sul lancio dei telefoni, sulla rottura dei vetri e sull’esplosione delle lampadine. Ma la cosa più ovvia è che «faceva rumore». 

Desideriamo credere a Tina. E desideriamo crederle più di quanto vogliamo comprenderla o aiutarla. Che si tratti di vampiri, di poltergeist o altro, il fatto è che continuiamo ad attribuire alla pubertà delle nostre figlie qualcosa di corrotto, terribile, numinoso. Prima di essere una persona, una ragazzina è un portale che in ogni momento può aprirsi e da cui qualcos’altro può strisciare fuori. 

Cosa le è successo? 

Infine arriviamo al 1973, l’anno in cui è uscito L’esorcista, la pietra di paragone, il film che ha posto le basi per tutte le successive storie di mostruosità adolescenziale. 

Finzione e superstizione hanno una relazione biunivoca. Se per un verso il genere horror attinge materiale dalle leggende metropolitane e dalle credenze popolari (se non ci fossero state quelle storie sulle mestruazioni e sugli oggetti volanti non avremmo Carrie o Stranger Things), dall’altro determina quali mostri vogliamo vedere nella realtà. 

Ponendo sullo stesso piano i mostri di fantasia e le donne “mostruose” storicamente esistite, non voglio suggerire che realtà e finzione abbiano la stessa portata morale. Gli esseri umani hanno sentimenti reali, affrontano dolori reali e muoiono di una morte reale. Ma sia le donne reali che i personaggi immaginari vengono utilizzati, senza alcuna distinzione, per soddisfare gli scopi della cultura, vengono rielaborati e ridefiniti nelle nostre narrazioni, affinché le paure che nutriamo riguardo al mondo femminile possano in essi trovare conferma, e la nostra idea di “donna” possa continuare a essere plasmata. 

Poche storie hanno segnato la nostra cultura più de L’esorcista. È stato il film horror con più incassi di sempre e ha conservato questo titolo per più di quarant’anni, dal 1973 al 2017. Un tale prodotto non cambia soltanto il corso dell’horror, o del cinema in generale – sebbene L’esorcista abbia raggiunto entrambi gli obiettivi – ma muta i paradigmi della nostra coscienza. Dopo l’uscita del film, la Chiesa cattolica visse un “boom di esorcismi”: improvvisamente una marea di fedeli cominciò a riconoscere i segni della possessione demoniaca in sé e nei propri cari. E se un oscuro rito medievale è divenuto una pietra angolare della fede cattolica, probabilmente le ragioni sono da ricercare proprio nell’impennata di quegli anni. Il film ebbe un impatto talmente forte da scuotere il papa: raggiunse una fama immensa. 

Ciò non significa, però, che fu amato da tutti. Roger Ebert lo definì un «assalto frontale», e aggiunse: «Contiene scene brutali e oscenità indescrivibili. È stupefacente che gli sia stato dato un bollino giallo anziché rosso». Circolavano voci su svenimenti avvenuti durante le proiezioni, vomito in sala e spettatori rimasti fisicamente segnati dall’esperienza. Gruppi cristiani sostennero che L’esorcista non parlasse di demoni, ma che i demoni li contenesse davvero: Billy Graham, come di sicuro tutti ricordano, mise in guardia i suoi seguaci perché il «Diavolo è in ogni inquadratura» del film. Una leggenda metropolitana vuole che il set fosse maledetto e che durante le riprese Satana stesso avesse fatto del male o avesse addirittura ucciso gran parte degli attori. Un’altra, che fosse chiuso nella pellicola e che proiettandola lo si sarebbe evocato nella sala lasciandolo libero di possedere gli spettatori. 

Il film fu così sconvolgente non solo perché incuteva terrore, ma perché i suoi effetti erano realmente diabolici. Quando viene toccato un nervo scoperto, è importante capire quale sia questo nervo.

Una possibile risposta è nelle «indicibili oscenità» di cui parlava Ebert. Molto probabilmente, il critico faceva riferimento alla famigerata scena in cui Regan, la ragazza posseduta, si masturba con un crocifisso. Forse nel farlo Regan si ferisce o forse ha le mestruazioni, fatto sta che nella sequenza c’è un primo piano sui suoi genitali insanguinati e, colta sul fatto da sua madre, cerca poi di violentarla premendole sul volto i genitali di cui sopra. Questa serie di eventi occupa pochi secondi e di certo non è il momento più disgustoso del film (il pezzo in cui Regan riesce a vomitare nella bocca del prete è l’unico che mi rovina davvero l’appetito); è una scena, però, che ruota quasi interamente attorno alle brutte cose che possono capitare a una vagina, o a causa di essa. Di solito non si vedono molti genitali femminili nel cinema mainstream, ma quelli che vediamo fanno la differenza. 

Sebbene parli perlopiù di Dio e dell’invisibile, L’esorcista si concentra ossessivamente sui corpi, specialmente su quello giovane e femminile di Regan, che diventa il luogo del male, la sede di ogni attività sovrannaturale. Anche se ogni tanto c’è qualche mobile che vola per la stanza (senza quelli una storia su una ragazzina mostruosa non avrebbe mai funzionato), i momenti di terrore derivano quasi sempre dalle sue trasformazioni fisiche. Urina, vomito, muco, sangue vomitato, sangue vaginale e ovviamente pus (quando si incrosta il sangue): a un certo punto praticamente ogni sostanza fluida o semifluida che un corpo può produrre fa la sua comparsa, e proviene sempre da lei; manca solo la diarrea, ma dal romanzo di William Peter Blatty, da cui è tratto il film, sappiamo che Regan indossa un pannolone. 

Tutto concorre a provocare il nostro totale disgusto; e perché non dovremmo essere disgustati? Anche sua madre lo è. Scrive Blatty: 

Aveva notato un improvviso e drammatico cambiamento nel comportamento della bambina e nella sua indole. […] Insonnia. Improvvisi attacchi di rabbia. Prendeva a calci gli oggetti, li lanciava via. Urlava. Mancanza di appetito. Inoltre sembrava possedere un’energia insolita, si muoveva in continuazione, toccava ogni cosa, si girava di scatto, picchiettava continuamente con le dita sul tavolo, correva e saltava. Poco interesse e pessimi risultati con i compiti […] strane strategie per attirare l’attenzione.

La situazione peggiora: la pelle liscia da bambina comincia a spaccarsi e a riempirsi di croste, diventa incolore, trasuda, è irriconoscibile. Esplode di rabbia, insulta le figure autoritarie e si oppone, si fa beffe di Dio e dell’uomo lanciando inutili provocazioni. Parla ossessivamente di sesso, soprattutto per scandalizzare gli altri. Impreca, urla, odia tutti, e il minuto dopo è l’adorabile bambina che vuole la mamma. La voce si abbassa. Si masturba. Sanguina dalla vagina.

In parole povere, Regan diventa adolescente; e, alla luce dei suoi dodici anni, è proprio quello che dovrebbe accadere, con o senza la benedizione della Santa Chiesa. «Tua madre succhia cazzi all’inferno» non è proprio come «ci sei, Dio? Sono io, Margaret», ma ci si avvicina: anzi, probabilmente riflette meglio il linguaggio di una ragazza di quell’età. Il demone che abita il corpo di Regan non è soltanto qualcosa che le è capitato durante la pubertà, il suo demone è la pubertà. In sostanza il messaggio al cuore de L’esorcista è che la maturità sessuale delle donne è immorale e che Dio condanna le giovani ragazze che crescono. 

Ecco la forza ideologica che guida quelle storie sulla tossicità del ciclo e sui fantasmi evocati dalla sindrome premestruale. In una cultura in cui ci insegnano a proteggere i bambini e ad aborrire le donne, la zona di confine tra le due età è un luogo di profonda superstizione e di terrore. La pubertà per una ragazza segna il primo passo verso la sessualità adulta, ma anche l’inizio della capacità riproduttiva, quella facoltà di procreare di cui il sangue mestruale è segno. Il suo sangue è spaventoso perché il potere che incarna è una minaccia; per assicurarsi la sopravvivenza, il patriarcato ha bisogno di demonizzare e controllare la sua fertilità. Dunque la pubertà, il momento in cui le figlie si trasformano in madri, diventa un evento sovrannaturale in cui avviene il mutamento da essere umano a mostro. 

Quando il corpo cambia, Regan diviene qualcun altro, qualcuno in cui il desiderio sessuale irrompe come un oscuro visitatore, corrompendola e svuotandola dal di dentro. Il sesso è un veleno che distrugge tutto ciò che c’era in lei di amabile e buono. La sua prima esperienza sessuale passa attraverso masturbazione, lesbismo, sadismo, masochismo, stupro e incesto in trenta secondi e un solo «leccami». Diventare donna significa diventare il peggio che c’è sulla Terra, il nemico di tutto ciò che è puro o santo. 

Ne L’esorcista i sacerdoti sono in grado di rimettere il demone al suo posto riconsegnando Regan all’infanzia. Nella vita, però, la trasformazione è irreversibile. Ogni donna è una bambina che ha perduto la grazia, un mostro che un tempo era umano. La pubertà costituisce il limite oltre il quale una ragazza smette di essere un individuo e comincia a essere una donna, il momento in cui diventa cruciale assicurarne la sottomissione al potere dell’uomo. Se questo significa insegnare alle ragazze a odiarsi o a considerare la propria sessualità come il peggior abominio immaginabile, così sia. Cosa potrebbe mai andare storto? 


JUDE ELLISON S. DOYLE (1982) vive nello stato di New York e scrive di femminismo, cinema, letteratura e cultura di massa per numerosi blog e riviste online. La sua firma è apparsa su «The Guardian», «Elle», «The Atlantic» e sul magazine «GEN» di Medium, che ne ospita una rubrica settimanale. Con il nome di Sady Doyle ha pubblicato Trainwreck: The Women We Love to Hate, Mock and Fear… and Why (Melville House, 2016).

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