L’inazione collettiva ha molto a che fare col pensiero complottista. Entrambi deformano la realtà per renderla sopportabile.
IN COPERTINA e lungo il testo opere di giuseppe arcimboldo
di Flavia Di Mauro
Secondo il complottista statunitense David Weiss, il nostro pianeta non sarebbe solo piatto, ma molto più popolato ed esteso di quanto vorrebbero farci credere. Ai margini del disco verdeazzurro della Terra sorgerebbe un’enorme barriera di neve e ghiaccio, e oltre la barriera, paradisiaci e felici, tre continenti abitati da civiltà aliene: Hapis, Pitatia e l’Isola Semovibile di Toth. Per la maggior parte degli adulti ragionevoli, coltivare un’idea simile è una cosa da pazzi. Collochiamo le persone come Weiss da qualche parte sullo spettro del freak, un continuum che si muove dal ridicolo all’allarmante. Non vorremmo pensarci più diversi da lui. Ma siamo proprio sicuri di non assomigliargli un po’?
A prendere sul serio Alenka Zupančič, filosofa e psicanalista slovena, sembrerebbe che gli assomigliamo molto. Zupančič è un’esponente della scuola di Lubiana, la stessa in cui si colloca Slavoj Žižek. Ha dedicato molta della sua ricerca al rapporto tra etica e conoscenza, ma è anche una feroce critica del realismo capitalista. In Disconoscimento, un saggio del 2024 edito in Italia da Meltemi, approfondisce le sue riflessioni sulla conoscenza in chiave sociopolitica, con un’enfasi particolare sul cambiamento climatico. C’è qualcosa di malato nella nostra reazione al problema: non meno malato di professarsi terrapiattisti.
Perché non reagiamo alle cose che sappiamo?
Zupančič prende le mosse dal concetto freudiano di disconoscimento: quel meccanismo tutto umano che ci permette di ignorare verità apparentemente riconosciute – per esempio il fatto che fumare ci farà venire il cancro – e comportarci come se non avessero peso. A differenza della negazione, che elimina completamente un fatto dall’orizzonte della coscienza, il disconoscimento non fa sparire ciò che non ci piace: piuttosto, deforma il suo significato fino a privarlo di ogni effetto concreto. È un comportamento descritto bene dalla scrittrice statunitense Joan Didion, che nel suo splendido L’anno del pensiero magico confessa di conservare scarpe e abiti del marito morto, nel caso lui tornasse a casa e volesse indossarli. Ma è anche il nostro comportamento di fronte alla crisi climatica, che comprendiamo senza comprendere, e perciò osserviamo senza reagire.
Viviamo gli anni dell’inazione, e secondo Zupančič non è solo per via della crisi dei canali tradizionali di partecipazione politica. L’istinto di sopravvivenza dovrebbe imporci azioni radicali immediate, eppure la maggior parte di noi non risponde al pericolo organizzandosi politicamente o modificando drasticamente le sue abitudini di consumo, ma con il business as usual: riconosciamo che c’è un problema, ma non facciamo niente per risolverlo. Non si tratta solo di pigrizia né di senso d’impotenza, né si può ridurre questo atteggiamento alla fatica di pensarci meno consumatori, alla paura di mettere realmente in discussione il nostro stile di vita o al semplice disinteresse per il futuro. È che rifiutiamo di accettare l’entità della minaccia. «Preferiamo – direi letteralmente – lasciarci morire che farci spaventare a morte da quello che sta accadendo», scrive Zupančič, commentando la nostra non-reazione di massa. E in questo non siamo così diversi dai David Weiss di questo mondo.
I complottisti e noi
«C’è una curiosa complicità tra l’attitudine “razionale”, da ordinaria amministrazione, della società generale e l’attitudine “folle” dei teorici del complotto», scrive Zupančič, nel capitolo più provocatorio del suo libro, quello sui complottisti.
La negazione tout-court che questi mettono in atto è infatti solo la faccia un po’ meno presentabile del nostro disconoscimento. Pur di non guardare negli occhi le storture manifeste del capitalismo globale, che sacrifica all’interesse di pochi non solo la salute e la felicità di moltissimi, ma il destino dell’intero pianeta, i teorici del complotto preferiscono inventare problemi diversi e meno minacciosi: un manipolo di creature aliene che ci tiene sotto controllo, strali di sostanze chimiche che avvelenano i nostri cieli, ignobili scienziati alla ricerca di guadagni facili.
In un certo senso, l’evidenza della loro irrazionalità ci permette di guardare con più indulgenza alla nostra incoerenza. Ma la conseguenza, in entrambi i casi, è la stessa: la traumaticità del reale è sostanzialmente ignorata, e questo si riflette anche su chi ci rappresenta. «[Le élite politiche progressiste] Non negano il cambiamento climatico», spiega Zupančič «ma il loro comportamento quotidiano testimonia una convinzione inconscia non diversa da quella dei teorici del complotto». La convinzione che la crisi non esista davvero, e quindi non sia necessario prendere misure radicali.
Si procede timidamente, inseguendo obiettivi a dir poco modesti, da realizzare se tutto va bene entro il 2050. Intanto abbiamo già fallito con gli obiettivi per questo decennio: il budget di carbonio per restare sotto 1,5°C si è quasi esaurito, e bruceremo il resto in meno di tre anni se proseguiamo al ritmo attuale. Dell’assurdità di questo approccio i teorici del complotto sembrano accorgersi meglio di noi, ed è proprio nella noncuranza generale di fronte alla crisi che il loro negazionismo trova la sponda più forte. Sotto uno degli ultimi post di un famoso filosofo negazionista, un commentatore scriveva: «vietato il barbecue ma via libera alle mega navi da crociera sempre più grandi». Un’osservazione, bisogna ammetterlo, decisamente più razionale della realtà che descrive.
La politica come cura
Insomma, anche noi siamo malati. Anche noi, come i teorici del complotto, non siamo del tutto a nostro agio con la realtà. Ma secondo Zupančič, non sarà la psicanalisi a curare questo malessere: l’unica medicina è l’azione politica, che implica l’incontro diretto con il trauma disconosciuto. Agire ci terrorizza perché significa riconoscere il pericolo, prenderlo sul serio, e accettare perfino che potrebbe distruggerci. «Il pensiero emancipatorio si sviluppa nell’identificare questo divario [tra realtà e coscienza], questo glitch, questo spazio decisionale dove la responsabilità, la agency, e sì, anche la politica entrano in gioco», scrive la psicanalista. E su questo punto, anche la ricerca sperimentale le dà ragione.
Contrariamente a quanto si tende a pensare, la paura reale della crisi climatica in moltissimi casi non è paralizzante, ma piuttosto un motore che stimola all’azione. Diversi studi mostrano che chi prova sintomi ansiosi in relazione al cambiamento climatico tende con maggiore facilità a passare all’azione. Soprattutto perché per per farlo non è ancora troppo tardi, e come calcola l’organizzazione no profit Climate Change Tracker a partire dall’ultimo rapporto IGCC, abbiamo ancora dodici anni per rimanere sotto 1,7°C e venticinque per i 2°C.
Immaginare la fine del mondo
Letto durante l’estate più calda della storia, il testo di Zupančič ha una forza particolare. Per descrivere lo stesso atteggiamento di fronte alla catastrofe, la critica culturale ricorre spesso a una citazione di Frederic Jameson: «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Ma a stare a sentire Zupančič, la questione è forse ancora più grave di così. La verità è che immaginare la fine del mondo è difficilissimo, quasi impossibile: così difficile che alcuni di noi preferiscono immaginare il mondo piatto.
Nei quasi quaranta gradi di questo agosto spaventoso, siamo però di fronte a un’occasione senza precedenti. «Il cambiamento climatico si manifesterà sotto forma di una serie di disastri osservati attraverso gli schermi dei cellulari, con filmati che si avvicinano sempre di più al luogo in cui vivi, finché non sarai tu stesso a riprenderli», recita un adagio del web, e oggi quel momento è arrivato anche per noi. È la nostra occasione per riconoscere la violenza del reale una volta per tutte, e risponderle con tutta l’urgenza che la situazione richiede. Se non agiamo adesso che stiamo finalmente guardando in faccia il trauma, il rischio di insabbiarlo di nuovo, e accettare le bieche proposte di adattamento di chi ci governa, è enorme.
Come rimedio provvisorio, propongo a chi legge un piccolo esercizio d’immaginazione. Facciamo un respiro profondo, connettiamoci al nostro io più inveterato e cancelliamo per un istante tutti i pensieri positivi. Lasciamo che la negatività ci riempia dalla testa ai piedi e abbandoniamoci completamente all’angoscia. Ora proviamo a visualizzare. Le campagne dell’Emilia distrutte dalle alluvioni. Onde di 16 metri sulle coste della Sicilia. Milano colpita da grani di grandine della dimensione di palle da tennis. E poi migliaia di chilometri di terra bruciati, decine di migliaia di persone crepate, forniture di acqua interrotte per giorni interi. Presto, molto presto, la corrente del golfo collasserà, il ciclo delle stagioni sarà definitivamente compromesso, e tu non potrai mai più vivere un bel giorno d’estate. Prova a immaginare che questo sta succedendo a te, che accade sotto i tuoi occhi, e che sei davvero ancora in tempo per cambiare le cose.
Non sarebbe una cosa da pazzi non provare a salvarsi?




Concordo con la tesi di fondo espressa in questo pezzo. A supporto citerei la timida reazione pubblica al film Digger. Facciamo molta fatica a prendere consapevolezza di qualcosa che percepiamo più grande di noi. Il cambiamento climatico ha la forza di un Dio, incommensurabile.