Per Umberto Eco tutto è un racconto

Il filosofo americano Costica Bradatan ci parla del rapporto tra narrativa e filosofia in Umberto Eco.


IN COPERTINA: un libro di magia etiope

Questo articolo è la traduzione italiana di un articolo uscito sul Los Angeles Review of Books, ringraziamo l’autore per la gentile concessione.


di Costica Bradatan

traduzione di Francesco D’Isa

In italiano esiste una parola particolare, “dietrologia”: l’arte di decifrare i significati nascosti delle cose, anche i più ovvi. Nulla è banale, c’è sempre qualcosa dietro. Treccani descrive questa preoccupazione come «la tendenza ad assegnare ai fatti della vita pubblica cause diverse da quelle dichiarate o apparenti, ipotizzando spesso motivazioni segrete, con la pretesa di conoscere ciò che effettivamente “sta dietro” a ogni singolo evento». La dietrologia è una cosa seria.

Eppure si ironizza spesso e volentieri sui dietrologi. Umberto Eco (1932-2016), ad esempio, lo fece in occasione di un evento importante come La Milanesiana, un festival della cultura e delle idee fondato nel 2000, che da allora si tiene ogni anno a Milano. Tra il 2001 e il 2015, Umberto Eco è stato invitato dodici volte a tenere una lectio magistralis a La Milanesiana. Del resto è stato uno dei milanesi più illustri della storia recente della città (anche se non era nato a Milano) e ha utilizzato questa città come ambientazione per alcuni dei suoi romanzi di maggior successo. La prima e più consistente delle sue conferenze, Sulle spalle dei giganti, ha dato il titolo al volume edito da La Nave di Teseo in cui sono stati raccolti tutti i suoi interventi dopo la morte. Bene, questo testo si occupa per lo più di dietrologia. Per la maggior parte della sua carriera, infatti, Eco ha intrapreso una guerra senza tregua contro la passione dietrologica. Si è divertito molto a parodiare le cospirazioni e a volte si è spinto fino a inventare complotti e complottisti solo per poi demolirli. In tutto il suo lavoro più maturo, Eco è alla ricerca dell’autentico significato delle cose, cosa che lo rende un autore estremamente rilevante per la contemporaneità.

Sulle spalle dei giganti può essere letta come una perfetta immagine, seppur poco ortodossa, del concetto Echiano di “opera aperta”. Per l’impressionante erudizione e la vastità degli argomenti trattati, Sulle spalle dei giganti è un progetto aperto, incompleto, e spetta al singolo lettore “finirlo”. Quando ci immergiamo nel libro di Eco, spesso ci ritroviamo a immaginare come deve essere stata la sua performance dal vivo. Le sue conferenze, infatti, non erano un neutro trasferimento di informazioni, ma vere e proprie performance. Volevano suscitare una precisa risposta emotiva negli uditori, per evidenziare il legame tra loro e l’oratore, in modo da creare e mantenere una forma di comunità intellettuale. Quando, durante la sua prima lezione, Eco disse che “a Medea non potrebbe certo essere intitolata una scuola materna” o quando, nella stessa lezione, toccando l’origine del conflitto di Noè con il figlio Cam, disse che “Cam che non perdona a Noè un poco di vino dopo tanta acqua”, ci deve essere stato un sorriso e qualche risatina nel pubblico e, di conseguenza, una qualche forma di simpatia che non può arrivare dalla semplice lettura. E così, se vogliamo che il libro sia completo e la lettura gratificante, dobbiamo divertirci un po’. Spetta a ciascuno di noi trovare il proprio Eco.

In  queste pagine scopriamo un Eco nel suo habitat naturale: tra i suoi pari, tra amici, avvolto da sguardi affettuosi, dall’ammirazione e dalla complicità. Un uomo a suo agio, rilassato. Eco è un raro spettacolo umano: al tempo stesso immensamente erudito e sinceramente umile; consapevole della sua statura intellettuale eppure autoironico; creatore di sofisticati mondi letterari e intellettuali, ma anche con una mente straordinariamente modesta. “I perdenti, come gli autodidatti, hanno sempre conoscenze più vaste dei vincenti”, scrive in Numero Zero (2015). “se vuoi vincere devi sapere una cosa sola e non perdere tempo a saperle tutte, il piacere dell’erudizione è riservato ai perdenti. Più cose uno sa, più le cose non gli sono andate per il verso giusto.”. Come si fa a non amarlo?

Eco non esita a mostrarsi ai suoi ascoltatori e lettori per come è realmente: pieno di dubbi, perplesso, vulnerabile – soprattutto vulnerabile. Il libro stesso porta il segno visibile di questa debolezza. La dodicesima e ultima conferenza inclusa nel volume “Rappresentazioni del Sacro” è stata preparata per l’edizione 2016 de La Milanesiana. Eco ha finito di scriverlo, ma non ha potuto consegnarlo. Da due anni soffriva per via di un tumore. La morte, avendo vegliato sulle sue spalle mentre si occupava di cose divine e ultraterrene, deve aver esaurito la pazienza e alla fine lo ha colpito. Si possono vedere le tracce di questi colpi anche nel libro e nella sua brusca conclusione.

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C’è anche un altro tipo di performance in Sulle spalle dei giganti. In questa serie di conferenze, Eco ha rivisitato alcuni degli argomenti su cui ha lavorato per la maggior parte della sua carriera (la bellezza, la bruttezza e la verità, per esempio) e, nel frattempo, ha elaborato alcuni saggi molto belli e autonomi come “La fiamma è bella” e “Su alcune forme di imperfezione nell’arte”. Ancora più notevole, tuttavia, è come la serie di conferenze abbia intrecciato importanti filoni tematici che Eco ha seguito per la maggior parte della sua vita di studioso. Tutta la sua carriera di filosofo, romanziere e intellettuale era fondata sullo sforzo di affrontare alcune complesse questioni: Quanto possiamo sapere? Perché raccontiamo storie? Qual è il ruolo della segretezza nelle vicende umane? E perché abbiamo sempre bisogno di credere in qualcosa – in Dio, nei giornali, o nelle ultime teorie cospirazioniste? Nell’opera di Eco, queste indagini tendono a confondersi in un’unica domanda: la scocciante questione del significato, che ha alimentato la sua creatività, ha plasmato la sua biografia e lo ha reso quello che era.

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La conferenza di apertura di Eco va al cuore della questione, con quello che dovrebbe essere il primo comandamento di ogni scienziato: restare umili. Perché, in fin dei conti, non siamo un granché. Se ci sembra di sapere un po’ di più di quelli che ci hanno preceduto, è solo per via di un’illusione ottica. Probabilmente sappiamo e valiamo meno. Per quanto piccoli, però, ci capita di sederci sulle spalle di chi veniva prima di noi e questo a volte ci offre una visuale più ampia. Non meritiamo un elogio particolare per il fatto di essere lì, è solo fortuna. Eco cita Giovanni di Salisbury, che ha indicato la possibile origine della fonte: “Bernardo di Chartres diceva che noi siamo come nani che stanno sulle spalle dei giganti, così che possiamo vedere più lontano di loro non a causa della nostra statura o dell’acutezza della nostra vista, ma perché, stando sulle loro spalle, stiamo più in alto di loro.”

L’umiltà è spesso considerata come una virtù comportamentale – una questione di come ci relazioniamo con Dio o con il nostro prossimo. Ma dovrebbe anche essere una virtù epistemica – come ci relazioniamo con ciò che possiamo (e non possiamo) conoscere del mondo, di noi stessi e degli altri. Qualsiasi studioso/a con un po’ di autoanalisi prima o poi raggiunge un punto in cui, nonostante tutta la sua conoscenza, si rende conto dell’immensità di ciò che non può conoscere né capire. Anzi, più è perspicace più terrificanti sono le dimensioni di tutta questa ignoranza. Il nanismo è la condizione naturale dello studioso/a onesto/a.

C’è un luogo che suggerisce questa rivelazione: la biblioteca. Circondati da scaffali e scaffali pieni di “giganti”, ci si può sentire schiacciati. A poco a poco, però, ci abituiamo alla nostra condizione, e ci sentiamo persino attratti da questo luogo imponente; col tempo, la nostra attrazione cresce e assieme ad essa la nostra tendenza a soffermarci un po’ tra i libri. Alla fine facciamo della biblioteca la nostra casa e ci congediamo dal mondo. E prima di rendercene conto, ci ritroviamo in una relazione perversa con la biblioteca.

Umberto Eco conosceva fin troppo bene questa situazione. Era affascinato dalle biblioteche, un loro devoto e felice servo. I suoi libri sono pieni di biblioteche. La parte migliore de Il nome della Rosa si svolge nella “più grande biblioteca della cristianità”, il cui sovrano assoluto, in modo abbastanza appropriato, è un mostro e una mente squilibrata: Jorge de Burgos (un omaggio verso Jorge Luis Borges, che Eco ammirava molto). Le biblioteche personali di Eco erano una leggenda; quella di Milano, da sola, raccoglieva circa 30.000 volumi.

Ma i numeri, per quanto grandi, non sono il punto. Perché quello che la biblioteca ti dice non è che ci sia molto da leggere, ma che non ci sono limiti a quanto c’è da conoscere. L’essenza della biblioteca è la sua infinitezza. Più tempo ci passi dentro, più ti rendi conto che il tempo non sarà mai abbastanza; non importa quanto ti sforzi, non saprai mai tutto. La rivelazione della vostra finitudine arriva con un dolore imbarazzante. Quando infine ti rendi conto che non puoi vivere senza quel dolore, il tuo rapporto perverso con la biblioteca ha raggiunto il culmine. Un rapporto “normale” con una biblioteca non è un vero rapporto amoroso.

Dire, quindi, che Eco – o chiunque come lui – fosse un “lettore vorace” sarebbe un errore. Non divorava i libri, semmai ne era divorato. Ciò che una biblioteca offre non è solo l’apprendimento (lo si può ottenere online), ma un senso di profondo disorientamento esistenziale. La funzione della biblioteca non è quella di darvi risposte, ma di sommergervi di domande sempre più frequenti. Si può andare in biblioteca in cerca di un’illuminazione, ma non si fa altro che perdersi. “La biblioteca è un grande labirinto, simbolo del labirinto del mondo”, osserva fra Guglielmo di Baskerville in Il nome della rosa. “Tu entri e non sai se ne uscirai”. Ci si avventura pieni di fiducia, innamorati dei libri, e si esce – se mai lo si farà – in frantumi, come l’ombra del proprio passato.

Questa è la parte più importante. Perché frantumarsi può essere la cosa migliore che ti possa capitare quando sei alla ricerca di un senso, come lo era Eco.

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Come faremo, allora, a rimetterci in sesto? Ci serve una buona storia. Il significato è soprattutto una questione di narrazione. Ecco perché la religione rimane la migliore fonte di significato mai concepita: una religione crea il mondo raccontandolo, fa esistere le cose perché le inserisce in una storia. Attraverso un atto di narrazione suprema, la religione porta ordine nel caos, e significato in un mondo privo di senso. E poiché viene fatto a lungo nel tempo, il significato così prodotto è sia autorevole che efficace. In Occidente, questa comprensione narrativa del significato era così importante che, nel Medioevo, i cristiani guardavano il mondo come se stessero leggendo un libro – il “libro del mondo” (liber mundi), come lo chiamavano. Come dice lo stesso frate Guglielmo, “l’intero universo è sicuramente come un libro scritto dal dito di Dio, in cui tutto ci parla dell’immensa bontà del suo Creatore”.

Nonostante l’adesione giovanile al cattolicesimo, Eco in seguito perse la fede. Fu grato a una grande figura cattolica – San Tommaso d’Aquino – per averlo miracolosamente guarito dalla sua fede in Dio. Il santo gli ha insegnato a usare la mente con rigore per conciliare ragione e fede; ma Eco deve aver esagerato un po’ troppo con il rigore, perché le due cose gli parvero inconciliabili. Anche se non poteva percorrere il sentiero della religione, la vecchia ricetta era ancora lì; doveva solo rispolverarla e adattarla. Per quanto smarrito o disorientato, poteva sempre creare il suo mondo raccontandosi. Eco ha iniziato a scrivere romanzi in tarda età (48 anni), ma, come gli piaceva dire, sia che scrivesse di semiotica, di filosofia, di estetica o di medievalia, che lavorasse su libri o saggi scientifici, articoli per i giornali o altri scritti occasionali, “raccontava sempre”. Era un narratore nato, e farlo come professione non ha cambiato molto la sua vita intellettuale.

Da questo punto di vista, in Eco c’è un bel po’ di Baudolino. Il protagonista dell’omonimo romanzo, che si dice provenga dalla nativa Alessandria di Eco, in Piemonte, è nato con due doti: sa inventare storie in un batter d’occhio e impara una lingua straniera al primo ascolto. Per entrambi gli alessandrini è difficile distinguere il vivere la propria vita dal raccontarla: i due si rispecchiano e si arricchiscono a vicenda. “Mi sentivo vivo solo perché la sera potevo raccontare quello che mi era successo la mattina”, osserva Baudolino. Come ogni cantastorie degno di nota, Baudolino è un bugiardo impenitente, ma nel suo lavoro verità e menzogna sono sempre questioni complicate da dirimere. “Quando dici qualcosa che hai immaginato, e altri dicono che è proprio così, finisci per crederci tu stesso”, osserva. Se una comunità di lettori è disposta a giurare sulla veridicità del tuo racconto, cosa puoi fare tu, povero autore? In effetti, ciò che sembra finzione può, in certe circostanze, apparire più dolorosamente reale della realtà stessa. Quando Baudolino perde i suoi quaderni durante la sua fuga dal Regno fittizio di Prester John, il suo dolore è insopportabile, anche se solo immaginato: “È stato come perdere la vita stessa”.

Leggendo Baudolino, ci rendiamo conto che quel che Eco ci offre in questo libro, così come altrove, non è solo un romanzo coinvolgente, ma anche una riflessione sulla de-realizzazione della realtà attraverso la narrazione, lo statuto ontologico della finzione e il ruolo della narratività nella ricerca di senso dell’uomo. La produzione letteraria di Eco può risultare disomogenea, con alcuni romanzi migliori di altri, ma questa linea di pensiero, che si estende in tutto il suo lavoro, fino a Sulle spalle dei giganti, rimane convincente.

Il consiglio che Otto di Frisinga (una persona reale) dà al giovane Baudolino può essere letto come l’idea di Eco per quanto riguarda il complesso negoziato ai confini tra finzione e realtà:

“Se tu vuoi diventare uomo di lettere, e scrivere magari un giorno delle Istorie, devi anche mentire e inventare delle storie, altrimenti la tua Istoria diventerebbe monotona. Ma dovrai farlo con moderazione. Il mondo condanna i bugiardi che non fanno altro che mentire anche sulle cose infime e premia i poeti, che mentono soltanto sulle cose grandissime.”

Eco ha seguito con piacere l’esortazione del vescovo Otto. C’era qualcosa di sensuale, persino di edonistico, nel modo in cui si avvicinava alla narrazione. Si dispiaceva spesso – scherzosamente – per quegli scrittori di narrativa che escogitano un nuovo romanzo ogni anno o due. “Si perdono il piacere di passare sei, sette, otto anni a preparare una storia”, diceva. Perché per raccontare una storia, come scrive Eco nel post scriptum de Il nome della rosa, “bisogna prima di tutto costruire un mondo e arredarlo il più possibile fin nei minimi dettagli”. Per lui, questa era la parte migliore, la più piacevole della scrittura di romanzi, la forma suprema di godimento, che cercava di prolungare il più possibile. (Gli ci vollero circa otto anni per finire il Pendolo di Foucault).

Non aveva torto, perché scrivere è un compito difficile in cui c’è sempre tanto da fare. “Devo conoscere il numero di gradini d’una scala prima di far salire il mio personaggio”, ha detto Eco in un’intervista. Aveva bisogno di sapere tutto. Se voleva avvelenare un monaco in una storia, doveva prima vedere la sua faccia. Se un personaggio era coinvolto in un incidente stradale, doveva vedere il sangue versato sulla strada, percepire il disordine, sentire il panico. Eco doveva vedere, sentire e annusare tutto ciò che i suoi personaggi vedevano, sentivano e odoravano. Usava le loro voci: Il Nome della Rosa è scritto nel modo in cui scrivevano gli scrittori medievali (usava la sua esperienza di medievalista per ricostruire i giri di parole e i modi di dire medievali). E i loro occhi: Eco ha viaggiato e ha trascorso un po’ di tempo nel Pacifico del Sud per sperimentare ciò che l’eroe dell’Isola del giorno prima deve aver passato lì. Si de-realizza la realtà solo quando la si ricrea completamente.

Mentre fa tutte queste cose – creare mondi, popolarli e governarli – un romanziere è un Dio che crea il mondo attraverso un atto di narrazione divina. Eco può aver perso la sua fede in Dio, ma non quella nella narrazione. “Scrivere un romanzo è una questione cosmologica, come la storia raccontata dalla Genesi”, osserva. Eppure recitare Dio è un’esperienza drammatica, quando il protagonista è un semplice mortale – né priva di pericolo, se è ateo.

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In un breve saggio pubblicato nel 2004 (poi raccolto in A passo di gambero), Eco parla della sua idea della morte. “Io sono tra coloro che non rimpiangono la giovinezza (sono lieto di averla vissuta, ma non vorrei ricominciare da capo) perché oggi mi sento più ricco di quanto non fossi un tempo”. Cosa rendeva Eco così realizzato, ci si potrebbe chiedere. Forse non era l’impressionante corpus di opere letterarie e accademiche che aveva prodotto (che gli era sicuramente molto caro), né la fama globale che ne è derivata (che a volte gli ha dato fastidio). Era qualcosa di ancor più importante – forse perché molto più fragile: la storia di se stesso. È qualcosa che la morte disfa senza lasciare alcuna traccia:

Ora, il pensiero che nel momento in cui muoio, tutta questa esperienza andrà perduta, è motivo di sofferenza e timore. Anche pensare che i miei posteri un giorno sapranno quanto me, e anche di più, non mi consola. Che spreco, decine di anni spesi per costruire un’esperienza, e poi buttare tutto. È come bruciare la biblioteca di Alessandria, distruggere il Louvre, fare sprofondare nel mare la bellissima, ricchissima e sapientissima Atlantide.

Le storie che ci inventiamo, per quanto avvincenti, sono solo l’espressione del nostro inevitabile fallimento nel preservare l’unica storia degna di essere conservata: “Eppure, per tanto che possa trasmettere raccontandomi e raccontando (anche scrivendo queste poche pagine), anche se fossi Platone, Montaigne, o Einstein, per tanto che scriva o dica, non trasmetterò mai la totalità della mia esperienza vissuta”. Raramente è esistito uno scrittore più dolorosamente lucido.

Nel suo testamento, Umberto Eco chiese che non ci fossero conferenze o seminari dedicati alla sua opera per dieci anni dopo la sua morte. Nel nostro mondo di egocentrismo e autopromozione, è una dichiarazione quasi inaudita – e tremendamente gradevole. Ma più che dell’umiltà, dovremmo vedere in questa richiesta una sana dose di realismo: nessun seminario commemorativo lo riporterà in vita. Semmai, non faranno altro che confermare la sua assoluta, irrimediabile scomparsa. Quando moriamo e il nostro significato muore con noi.

Dovremmo forse cercare un significato altrove. E se il significato fosse qualcosa di collettivo, più grande del proprio io, che lo trascende e gli sopravvive?

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Filosoficamente, Il Pendolo di Foucault è uno dei romanzi più riusciti di Eco, e probabilmente uno dei migliori romanzi filosofici mai scritti. Il fatto che la sua storia rimanga così misteriosa la rende ancora più avvincente. Tre amici, che lavorano per un piccolo editore di Milano – tutti e tre intelligenti e fantasiosi, eppure annoiati a morte dagli innumerevoli manoscritti da vagliare, molti dei quali riguardano folli teorie cospirazioniste – decidono di divertirsi e escogitano la loro cospirazione: “il Piano”. La madre di tutte le cospirazioni e anche la loro beffa, perché consiste in una grottesca combinazione di tutte le cospirazioni esistenti. Il metodo è semplice perché coincide con la follia: buttare dentro qualsiasi cosa, non importa quanto fuori di testa, e vedere cosa succede. Se si vuol davvero trovare un significato segreto nelle cose, si troverà. “La sorte ci premiava”, osserva Casaubon, narratore del romanzo e uno dei tre protagonisti, “perché a voler trovare connessioni se ne trovano sempre, dappertutto e tra tutto, il mondo esplode in una rete, in un vortice di parentele e tutto rimanda a tutto, tutto spiega tutto”. Niente è troppo inverosimile, troppo illogico. Le associazioni di idee più selvagge possono essere spacciate per ragionevoli. Dietro le combinazioni più casuali, anche generate dal computer, si può sempre trovare una qualche connessione segreta. Gradualmente, però, il Piano assume una vita propria. Le sue esigenze crescono: ha bisogno di essere alimentato con sempre più dettagli, richiede tempo e attenzione, gran parte della vita dei tre amici. Le loro biografie si impigliano nel Piano; ciò che è iniziato come un loro gioco finisce per giocare con loro.

Il Piano può essere stato concepito per scherzo, ma questo non significa che quel che doveva soddisfare – il nostro fondamentale bisogno di significato – non sia serio. I tre protagonisti si fanno pericolosamente beffe di questo bisogno. Balbo, inizialmente il più cinico dei tre, si rende conto del prezzo da pagare: “Sei caduto nella trappola, ecco che cerchi di lasciare tracce nella sabbia. Hai osato cambiare il testo del romanzo del mondo, e il romanzo del mondo ti riprende nelle sue trame, e ti avvinghia al suo intreccio, che tu non hai deciso”. Fate attenzione a quali storie raccontate e a quali cospirazioni sognate! Non perché potreste finire per crederci, ma – cosa ancora più importante – perché potrebbero vendicarsi, trascinandovi nella loro trama per trasformare voi in un personaggio letterario e la vostra vita in un incubo. Quando il Piano viene divulgato, i cospiratori – i Templari e i Massoni, i Rosacroce e gli alchimisti, tutti i folli dell’Europa occidentale – ci credono all’istante. E loro (“Essi”, nel romanzo) sono disposti a fare qualsiasi cosa – rapimento, omicidio, terrorismo – per scoprire il segreto. Casaubon riflette:

“Abbiamo inventato un Piano inesistente ed Essi non solo lo hanno preso per buono, ma si sono convinti di esserci dentro da tempo, ovvero hanno identificato i fram­ menti dei loro progetti disordinati e confusi come momenti del Piano nostro, scandito secondo un’inconfutabile logica dell’analogia, della parvenza, del sospetto. Ma se inventando un piano gli altri lo realizzano, il Piano è come se ci fosse, anzi, ormai c’è.”

Le persone sono alla disperata ricerca di un significato – qualsiasi tipo di significato – ed è proprio questo che rende le teorie cospirazioniste non solo possibili, ma anche pericolosamente contagiose.

Il Pendolo di Foucault offre una fenomenologia della mente cospirazionista, ed è per questo che, tra tutti i romanzi di Eco, potrebbe essere il più rilevante per il lettore di oggi. Con questo romanzo, Eco mette in luce un insieme di argomenti che gli rimarranno sempre vicini: cospirazionisti e cospiratori, società segrete e agenti segreti, falsari e truffatori. Almeno due conferenze in Sulle spalle dei giganti toccano questo cluster tematico, e lo stesso vale per gran parte degli articoli e ricerche di Eco, per non parlare della sua narrativa (Il Cimitero di Praga e Numero Zero non parlano quasi d’altro). Mentre prende in giro i cospiratori, Eco indica una questione più seria: la grande crisi di senso che ci colpisce, con effetti devastanti e lontana dal concludersi.

“Quando cede la religione, l’arte provvede”, osserva Belbo, come di sfuggita, ma in realtà indicando la radice di questa crisi. Eco pensa che la nostra crisi di senso derivi da uno dei principali sottoprodotti della modernità: la radicale secolarizzazione. Il pensiero cospirazionista è in definitiva una fede dislocata. Nel Pendolo di Foucault, come altrove, si confronta con Karl Popper, per il quale la “teoria cospirazionista della società” è nata “abbandonando Dio e chiedendosi poi: ‘Chi c’è al suo posto?’”. Per quante imperfezioni abbiano trovato  i filosofi nella vecchia idea di Dio, funzionava comunque abbastanza bene come fonte di significato – sociale ed epistemico, individuale e collettivo, per i poveri e i ricchi, in questo mondo e nell’altro. Ha portato un’idea di ordine cosmico e una misura di conforto spirituale.

Ecco perché quando quell’ordine è svanito, è come se alla gente fosse mancata la terra sotto i piedi. Nietzsche parlava della “morte di Dio” come di un evento di proporzioni catastrofiche. Per trovare una nuova fonte di significato dal potere analogo, ci vorrebbe niente di meno che un Übermensch. Ma l’Übermensch non è mai arrivato, e quello che abbiamo è una crisi continua. L’Occidente non risolverà nulla – disuguaglianza dilagante, cambiamenti climatici, mancanza generalizzata di empatia umana – a meno che non arrivi a comprendere le vere dimensioni di questa crisi e non trovi una via d’uscita. Una delle più belle realizzazioni del Pendolo di Foucault sta nella sua rappresentazione della completa, crudele devastazione che può portare l’assenza di significato.

Eco affronta il problema senza il conforto della fede. Ha perso la sua fede giovanile per non ritrovarla mai più, e ha dovuto affrontare l’assenza di senso alle sue condizioni:

“Poiché credo che il nostro mondo sia stato creato per caso, non ho difficoltà a credere che la maggior parte degli eventi che lo hanno travagliato nel corso di migliaia di anni, dalla guerra di Troia ai giorni nostri, siano avvenuti per caso o per il concorrere di una serie di follie umane.”

È proprio l’idea che il nostro mondo sia stato creato “per caso” – e che tutto accade per caso – che la maggior parte delle persone trova intollerabile. Se Dio non funziona più come fonte di significato, allora qualsiasi cosa – ma proprio tutto – può sostituirlo. Eco amava citare l’aforisma spesso attribuito a Chesterton: “Quando le persone smettono di credere in Dio, non è che non credono più in niente, ma credono in tutto”. Eppure credere in tutto porta a guai seri, come cominciamo a comprendere. Quando le persone sono “affamate di” significato, come dice un personaggio nel Pendolo di Foucault, accetteranno anche la più incredibile delle cospirazioni. Se gliene offri una, ci cadono dentro come un branco di lupi. Tu inventi, e loro ci crederanno. Come il presidente degli Stati Uniti sembra sapere fin troppo bene, non importa quanto folli siano le storie che si inventano, perché comunque la gente se le beve. Si possono privare le persone dei loro beni e delle loro libertà, ma non dell’unica cosa che rende la loro vita degna di essere vissuta: il senso. Come qualcuno ha detto una volta, la gente soffrirà volentieri, e soffrirà terribilmente, purché sappia perché farlo.

La dietrologia sarà anche nata nella patria di Eco, ma si sta rapidamente trasformando in un’epidemia. Gli italiani di una generazione fa potevano permettersi di prenderla in giro, ma oggi è la dietrologia a scherzare con noi. Siamo tutti dietrologi, e abbiamo un gran bisogno di una cura.


Costica bradatan, è professore di Humanities alla Texas Tech University e  professore onorario di filosofia alla University of Queensland, Australia. è Dying for Ideas. The Dangerous Lives of the Philosophers (Bloomsbury, 2015), ha anche scritto per il New York Times, The New Statesman, Times Literary Supplement, Dissent Magazine, The Boston Review, The Daily Beast, Christian Science Monitor, The Globe & Mail, e molte altre testate. è anche  editor su temi di religione e cultura per il Los Angeles Review of Books. in italiano è disponibile Morire per le idee. Le vite pericolose dei filosofi, Carbonio editore

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