Perché associamo i funghi alla magia?

C’è una ragione se i funghi sono, tra gli esseri viventi, quelli più legati ai mondi fantastici, così come alle fate e i personaggi che li abitano. Sarà che alcuni funghi, con i loro effetti psicoattivi, sono davvero capaci di alterare la nostra percezione e “portarci in altri mondi”?


in copertina illustrazione di un artista sconosciuto

Questo articolo è apparso in inglese su Public Domain Review, che ringraziamo per la gentile concessione.

 

di Mike Jay

Dalle fiabe ad Alice di Lewis Carroll, così come nell’arte e nella letteratura i funghi sono spesso legati al mondo soprannaturale. Cosa ci dice tutto questo sulla conoscenza dei funghi allucinogeni nel passato? Mike Jay esamina i primi resoconti di trip indotti dai funghi e come una specie in particolare sia divenuta un tema standard nelle storie fantastiche del periodo vittoriano.

Il primo trip da funghi documentato in Gran Bretagna ebbe luogo nel Green Park di Londra il 3 ottobre 1799. Come molte esperienze simili, fu accidentale. Un uomo identificato nel successivo rapporto medico come “J. S.” aveva l’abitudine di raccogliere nelle mattine d’autunno dei piccoli funghi dal parco e di cucinarli in brodo a colazione per sua moglie e la sua famiglia. Ma una mattina in particolare, un’ora dopo aver finito, le cose si fecero molto strane. J. S. notò macchie nere e lampi di colore che interrompevano la sua visione; era disorientato e aveva difficoltà a stare in piedi e a muoversi. La sua famiglia si lamentava per i crampi allo stomaco e le estremità che si facevano fredde e intorpidite. Gli balzò in mente quel che sapeva di rospi velenosi e barcollò per le strade per cercare aiuto, ma nel giro di un centinaio di metri aveva dimenticato dove stava andando e fu trovato a vagare in stato confusionale.

Un medico di nome Everard Brande era di passaggio da quelle parti e fu chiamato per curare J. S. e la sua famiglia. La scena a cui assistette fu così insolita che la descrisse nel dettaglio e la pubblicò sul The Medical and Physical Journal alcuni mesi dopo. I sintomi di tutta la famiglia andavano e venivano a ondate: le pupille dilatate, le pulsazioni frequenti e il respiro affannoso tornavano periodicamente alla normalità per poi accelerare verso una nuova crisi. Tutti avevano paura di morire, tranne il più giovane, il figlio di otto anni chiamato “Edward S.”, i cui sintomi erano i più strani di tutti. Aveva mangiato una grossa porzione di funghi e fu “assalito da attacchi di risate smodate” che le minacce dei suoi genitori non riuscirono a placare. Sembrava trasportato in un altro mondo, dal quale tornava solo sotto costrizione per poi dire delle sciocchezze: “quando veniva svegliato e interrogato rispondeva sì o no a caso, senza alcun collegamento con ciò che gli veniva chiesto”.

Il dottor Brande diagnosticò “gli effetti deleteri di una specie molto comune di agarico [fungo], di cui finora non si sapeva che fosse velenosa”. Oggi possiamo essere più precisi: si trattava di un’intossicazione da Liberty cap (Psilocybe semilanceata), i “funghi magici” che ogni autunno crescono abbondantemente sulle colline, nelle brughiere, nei campi da golf e da gioco della Gran Bretagna. L’illustratore botanico James Sowerby, che stava lavorando al terzo volume del suo Coloured Figures of English Fungi or Mushrooms (1803), interruppe il suo programma per visitare J. S. e identificare la specie in questione. L’illustrazione di Sowerby include un gruppo di inconfondibili Liberty cap, insieme a una specie dall’aspetto simile (ora riconosciuta come appartenente al genere Stropharia). Nella sua nota di accompagnamento, Sowerby sottolinea che era la varietà dalla testa a punta (“con il pileo acuminato”) che “si rivelò quasi fatale per una povera famiglia di Piccadilly, Londra, che fu così sciocca da cucinarne una grande quantità” per colazione. 

Il resoconto di Brande sull’episodio della famiglia J. S. continuò a essere citato per decenni nella letteratura vittoriana sulle sostanze, ma per tutto il diciannovesimo secolo i Liberty cap non furono classificati come allucinogeni. Il composto psichedelico che aveva causato il misterioso squilibrio rimase sconosciuto fino agli anni 1950, quando Albert Hoffman, il chimico svizzero che scoprì l’LSD, rivolse la sua attenzione ai funghi allucinogeni del Messico. La psilocibina, cugina chimica dell’LSD, fu finalmente isolata dai funghi nel 1958, sintetizzata in un laboratorio svizzero nel 1959, e identificata nel Liberty cap nel 1963.

“The Intruder” (1860) di John Anster Fitzgerald

Durante il diciannovesimo secolo, il liberty cap è stato associato a molte cose, non tanto per le sue proprietà visionarie quanto per il suo particolare aspetto. Samuel Taylor Coleridge sembra essere stato il primo a suggerire il nome popolare in un breve pezzo pubblicato nel 1812 in Omniana, una miscellanea scritta insieme a Robert Southey. Coleridge fu colpito da quel “fungo comune, che rappresenta così esattamente il palo e il berretto della Libertà che sembra che la Natura stessa ce lo abbia donato come emblema del repubblicanesimo gallico”. Il berretto della libertà, o berretto frigio, era un berretto di feltro a punta simile al pileo indossato dagli schiavi liberati nell’impero romano. Era diventato un’icona della libertà politica attraverso i movimenti rivoluzionari del diciassettesimo e diciottesimo secolo. Guglielmo d’Orange lo incluse su una moneta coniata per celebrare la Gloriosa Rivoluzione nel 1688; il deputato anti-monarchico John Wilkes lo mise, montato sulla sua asta, nella caricatura diabolica di William Hogarth del 1763. Apparve su una medaglia disegnata da Benjamin Franklin per commemorare il 4 luglio 1776, sotto la bandiera LIBERTAS AMERICANA, che fu adottata durante la Rivoluzione Francese dai sanculotti come loro firma bonnet rouge. Furono queste associazioni – piuttosto che le sue proprietà psicoattive, di cui non aveva alcuna conoscenza – che portarono Coleridge a celebrarlo come il “Liberty cap”, un nome che passò nel folklore e nella botanica attraverso le molte ristampe di Omniana durante il diciannovesimo secolo.

Mentre le proprietà “magiche” del Liberty cap sembravano passare in gran parte inosservate, l’idea che i funghi potessero provocare allucinazioni cominciò a diffondersi in Europa durante il diciannovesimo secolo – anche se fu collegata a una specie di fungo diversa. Parallelamente al crescente interesse scientifico per i funghi tossici e allucinogeni, un vasto corpus di tradizioni fiabesche vittoriane collegava i funghi con elfi, folletti, colline cave e l’inconsapevole viaggio nel paese delle fate, un mondo dalle prospettive mutevoli che ribolle di spiriti elementali. La somiglianza di questo mondo ultraterreno con quelli generati dagli psichedelici vegetali nelle culture del Nuovo Mondo, dove i funghi contenenti psilocibina sono stati usati per millenni, è suggestiva. È possibile che la tradizione delle fate vittoriane, sotto la sua innocente apparenza, fosse collegata a una tradizione di conoscenze psichedeliche? Gli autori di queste narrazioni fantastiche – Alice nel paese delle meraviglie, per esempio – erano consapevoli dei poteri di certi funghi di condurre ignari visitatori nelle terre incantate? Stavano forse scrivendo per esperienza personale?

Il viaggio della famiglia J. S. nel 1799 è un utile punto di partenza per le nostre indagini. Mostra che i liberty cap crescevano a quel tempo in Gran Bretagna e che erano comuni anche nei parchi di Londra. Ma il resoconto dimostra anche che gli effetti allucinogeni del fungo erano poco noti, forse addirittura inauditi: certamente abbastanza insoliti perché un medico londinese li facesse notare ai suoi dotti colleghi. Allo stesso tempo, tuttavia, studiosi e naturalisti stavano diventando più consapevoli dell’uso di intossicanti vegetali nelle culture non occidentali. Nel 1762 Carl Linneo, il grande tassonomista e padre della botanica moderna, compilò la prima lista di piante tossiche: una monografia intitolata Inebriantia, che riuniva una farmacopea globale che si estendeva dall’Europa (oppio, giusquiamo) al Medio Oriente (hashish, datura), al Sud America (foglia di coca), all’Asia (noce di betel) e al Pacifico (kava). Lo studio di tali piante stava emergendo ai margini degli studi classici, dell’etnografia, del folklore e della medicina, per diventare una materia a sé stante.

L’interesse per le culture tradizionali si estese al folklore europeo. Una nuova generazione di studiosi di folklore, come i fratelli Grimm, si rese conto che la migrazione delle popolazioni contadine verso la città stava cancellando con una rapidità allarmante secoli di storie popolari, canzoni e racconti orali. In Gran Bretagna, Robert Southey fu un importante studioso di tradizioni popolari in via di estinzione, sollecitando e pubblicando molti esempi offerti dai suoi lettori. La tradizione vittoriana delle fate, così come emerse, era impregnata di una sensibilità romantica in cui le tradizioni non erano più rozze e arretrate ma pittoresche e semi-sacre, una fuga dalla modernità industriale verso un’antica e spesso pagana terra incantata. Il soggetto si prestava a scrittori e artisti che, sotto la maschera dell’innocenza, erano in grado di esplorare temi sensuali ed erotici con un’audacia off limits nei generi più realistici, e di reimmaginare la campagna fangosa e impoverita attraverso il prisma delle scene classiche e shakespeariane degli spiriti della natura. La tradizione delle piante e dei fiori fu accuratamente riportata e tessuta in arazzi dai temi soprannaturali con fate e boschi incantati, e ancora funghi e rospi che spuntavano ovunque. Gli anelli delle fate e gli elfi che cavalcano i rospi furono ripresi nella cultura pittorica per motivi e decorazioni, fino a diventare simboli dello stesso paese delle fate.

Illustrazioni di James Sowerby. Dal suo “Coloured Figures of English Fungi or Mushrooms” (1803)

Questo fascino per il soprannaturale segnò un cambiamento rispetto alle precedenti rappresentazioni dei funghi. Negli erbari e nei testi medici dal Rinascimento in poi, questi erano stati tipicamente associati al marciume, ai letamai e al veleno. La nuova generazione di folkloristi, tuttavia, seguì Coleridge. Thomas Keightley, la cui indagine The Fairy Mythology (1850) esercitò molta influenza sulla tradizione delle fate, fornisce esempi gallesi e gaelici di nomi tradizionali per i funghi che invocano elfi e creature come il Puck shakespeariano. In Irlanda, il termine gaelico per i funghi è “pookies”, che Keightley associava allo spirito elementale della natura Pooka (da cui Puck); un termine che persiste nella cultura irlandese legata alle droghe, anche se non ci sono prove dell’uso pre-moderno gaelico di funghi magici. A un certo punto Keightley si riferisce a “quei piccoli e delicati funghi, con le loro teste coniche, che sono chiamati Fairy-mushrooms in Irlanda dove crescono in abbondanza”. Anche questa sembra una descrizione del Liberty cap, anche se Keightley, come Coleridge, si concentra sull’aspetto fisico del fungo e sembra ignaro delle sue proprietà psichedeliche.

Nonostante la sua ubiquità e l’occasionale e timida associazione con gli spiriti della natura, il fungo che divenne il motivo distintivo del paese delle fate non era il liberty cap ma lo spettacolare agarico rosso e bianco (Amanita muscaria). L’Amanita muscaria è psicoattivo, ma a differenza del Liberty cap, che fornisce psilocibina in dosi affidabili, contiene un mix di alcaloidi – muscarina, muscimolo, acido ibotenico – che generano un cocktail imprevedibile di effetti. Questi possono includere stupore e disorientamento, bava, sudore, intorpidimento delle labbra e delle estremità, nausea, contrazioni muscolari, sonno, e un vago, spesso retrospettivo senso di coscienza liminale e sogni lucidi. A dosi più basse, nessuno di questi sintomi può manifestarsi; mentre dosi più alte possono portare al coma e, in rare occasioni, alla morte.

A differenza del Liberty cap, l’Amanita muscaria è difficile da identificare erroneamente e la sua tossicità è nota da secoli (il suo nome latino, per esempio, deriva dalla sua capacità di uccidere le mosche). Si potrebbe quindi sostenere che la sola aura di livida bellezza e pericolo sarebbe sufficiente a spiegare la sua associazione con il regno ultraterreno delle fate. Eppure i suoi effetti di alterazione mentale stavano diventando più noti, non tanto per la tradizione inglese, ma per l’inaspettata scoperta che il fungo veniva usato come stupefacente tra i remoti popoli della Siberia. Sporadicamente nel corso del diciottesimo secolo, esploratori svedesi e russi erano tornati dalla Siberia con racconti di sciamani, possessioni di spiriti e auto-avvelenamenti da rospi dai colori vivaci; ma fu un viaggiatore polacco di nome Joseph Kopék il primo a scrivere un resoconto della sua esperienza con l’Amanita muscaria, che apparve in una pubblicazione del 1837 del suo diario di viaggio.

Intorno al 1797, dopo aver vissuto in Kamchatka per due anni, Kopék si ammalò di febbre e fu informato da un locale di un fungo “miracoloso” che lo avrebbe curato. Mangiò mezza Amanita muscaria e cadde in un vivido sogno febbrile. “Come magnetizzato”, fu attirato attraverso “i giardini dove regnavano solo il piacere e la bellezza”; belle donne vestite di bianco lo nutrivano con frutta, bacche e fiori. Si svegliò dopo un sonno lungo e curativo e prese una seconda dose, più forte, che lo fece precipitare di nuovo nel sonno e in un epico viaggio in un altro mondo. Riviveva ampie porzioni della sua infanzia, incontrava gli amici di tutta la sua vita e prediceva persino il futuro con tale sicurezza che un prete fu chiamato a testimoniare la vicenda. Quel testo si conclude con una sfida alla scienza: “Se qualcuno può sconfessarne l’effetto e l’influenza, smetterò di difendere questo fungo miracoloso della Kamchatka”.

L’epifania del rospo di Kopék fu una delle numerose descrizioni dell’uso dell’Amanita muscaria da parte dei popoli siberiani che furono riportate in varie riviste accademiche e opere popolari in tutta Europa alla fine del diciottesimo e del diciannovesimo secolo. Furono questi resoconti a far partire la moda di cercare nel folklore e nella tradizione europea gli effetti dell’intossicazione da Amanita muscaria. Ad esempio viene da qua l’idea che i Berserker, le truppe d’assalto vichinghe dell’ottavo e decimo secolo, bevevano una pozione di Amanita muscaria prima di andare in battaglia e combattere come invasati – una storia riportata non solo tra gli appassionati di funghi e vichinghi, ma anche nei libri di testo e nelle enciclopedie. Non c’è, tuttavia, alcun riferimento all’Amanita muscaria, o a qualsiasi stimolante vegetale esotico, nelle saghe o nell’Edda: la teoria dei guerrieri Berserker intossicati dai funghi fu suggerita per la prima volta dal professore svedese Samuel Ödman nel suo Attempt to Explain the Berserk-Raging of Ancient Nordic Warriors through Natural History (1784), una speculazione basata su alcuni rapporti settecenteschi provenienti dalla Siberia.

A metà del diciannovesimo secolo, quindi, l’Amanita muscaria diventò sinonimo del paese delle fate. Il fungo veniva inoltre considerato, proprio per via delle fonti siberiane, come un portale per la terra dei sogni e un’ispirazione pe il folklore europeo. Esattamente fino a che punto e in che modo siano intrecciati questi due viaggi culturali dell’Amanita muscaria è difficile da stabilire. Molto prima dei racconti siberiani, sia nell’arte che nella letteratura, i funghi di tutti i tipi sono rappresentati come un elemento del paese delle fate. Nel poema di Margaret Cavendish della metà del XVII secolo “The Pastime of the Queen of Fairies”, un fungo funziona da tavolo da pranzo della regina Mab, e nei dipinti della fine del diciottesimo secolo di Henry Fuseli e Joshua Reynolds, il fungo è la superficie sulla quale si riuniscono fate, folletti e simili. Una tale presenza dei funghi nei mondi soprannaturali potrebbe suggerire una conoscenza nascosta o semi-dimenticata dei loro poteri allucinogeni nella cultura britannica. Tuttavia, questi funghi non assomigliano all’Amanita muscaria (o a qualsiasi altro fungo allucinogeno) e, naturalmente, per le piccole creature del bosco la grande cappella di un fungo sembra un arredo naturale. È solo in epoca vittoriana, dopo i racconti siberiani, che un fungo allucinogeno si afferma saldamente in Gran Bretagna come fungo delle fate.

Illustrazioni di Ivan Bilibin

Passiamo ora alla più famosa e discussa unione tra funghi, psichedelia e fiabe: la serie di funghi e pozioni di Alice’s Adventures in Wonderland (1865). Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie testimoniano una conoscenza di prima mano dei funghi allucinogeni?

Le scene in questione sono molto celebri. Alice, nella tana del coniglio, incontra un bruco seduto su un fungo, che le dice con una “voce languida e assonnata” che il fungo è la chiave per navigare nel suo strano viaggio: “un lato ti farà diventare più alta, l’altro ti farà diventare più bassa”. Alice prende un pezzo da ogni lato del fungo e inizia una serie di vertiginose trasformazioni, salendo verso le nuvole prima di imparare a mantenere le sue dimensioni normali con bocconi alternati. Per tutto il resto del libro Alice continua a mangiare il fungo: entrando nella casa della Duchessa, avvicinandosi sempre di più al coniglio, e finalmente entrare nel giardino nascosto con la chiave d’oro. 

A partire dagli anni Sessanta il romanzo è stato letto spesso come un’opera iniziatica della letteratura sulle sostanze, una guida esoterica ai mondi aperti dagli psichedelici – è famoso, ad esempio, l’inno psichedelico dei Jefferson Airplane intitolato proprio Coniglio bianco, “White Rabbit”, nel 1967, che evoca il viaggio di Alice come un percorso di scoperta di sé in cui gli stantii consigli dei genitori sono trascesi dalla guida ricevuta dall’interno “alimentando la propria mente”. Questa lettura è spesso liquidata dagli studiosi di Lewis Carroll, ma è vero che farmaci e insoliti stati di coscienza esercitavano un profondo fascino su Carroll, che leggeva spesso resoconti e studi in merito. Il suo interesse era stimolato dalla sua delicata salute – insonnia e frequenti emicranie – che curava con rimedi omeopatici, compresi molti derivati da piante psicoattive come l’aconito e la belladonna. La sua biblioteca comprendeva libri sull’omeopatia così come testi che discutevano di sostanze che alterano la mente, compreso il compendio completo di F. E. Anstie, Stimolanti e Narcotici (1864). Carroll fu incuriosito dall’attacco epilettico di uno studente di Oxford al quale era presente e nel 1857 visitò il St Bartholomew’s Hospital di Londra per assistere all’anestesia con cloroformio, una nuova procedura che era arrivata all’attenzione del pubblico quattro anni prima, quando fu somministrata alla regina Vittoria durante il parto.

Tuttavia sembra improbabile che i viaggi di Alice debbano qualcosa alle reali esperienze farmacologiche del loro autore. Sebbene Carroll – nella vita quotidiana il Reverendo Charles Dodgson – fosse un moderato bevitore e, a giudicare dalla sua biblioteca, si opponeva alla proibizione dell’alcool, aveva una forte antipatia per il fumo di tabacco e nelle sue lettere si dimostra scettico per la pervasiva presenza di potenti narcotici come l’oppio negli sciroppi e nei tonici calmanti – la “medicina così abilmente, ma inefficacemente, nascosta nella marmellata della nostra prima infanzia”, scriveva. Ciononostante le avventure di Alice potrebbero avere le loro radici in un’esperienza psichedelica da fungo. Lo studioso Michael Carmichael ha dimostrato che, pochi giorni prima di iniziare a scrivere il racconto, Carroll fece la sua unica visita in assoluto alla biblioteca Bodleiana di Oxford, dove era stata depositata una copia dell’indagine sulle droghe di Mordecai Cooke, The Seven Sisters of Sleep (1860), pubblicata di recente. La copia Bodleiana di questo libro ha ancora la maggior parte delle pagine intonse, ad eccezione del sommario e del capitolo sull’Amanita muscaria, intitolato “The Exile of Siberia”. Carroll era particolarmente interessato alla Russia: fu l’unico paese che visitò al di fuori della Gran Bretagna. E, come dice Carmichael, Carroll “era attratto da Seven Sisters of Sleep di Cooke per due ragioni ovvie: aveva sette sorelle ed era da sempre un insonne”.

Illustrazione di Richard Doyle

Il capitolo di Cooke sull’Amanita muscaria è, come il resto del suo libro, una fonte preziosa di conoscenza delle sostanze che era familiare alla sua generazione di Vittoriani. Si riferisce al racconto di Everard Brande sulla famiglia J. S. e raccoglie varie descrizioni siberiane di esperienze con l’Amanita muscaria, inclusi dettagli che appaiono nelle avventure di Alice. “Impressioni erronee di grandezza e distanza sono eventi comuni”, annota Cooke a proposito dell’Amanita muscaria. “Una paglia che giace sulla strada diventa un oggetto formidabile, per superare il quale si fa un salto sufficiente a liberare un barile di birra, o il tronco prostrato di una quercia inglese”.

L’ipotesi è suggestiva, anche se a questa distanza di tempo è impossibile sapere con certezza se Carroll abbia letto o meno questa copia della Bodleian, o qualsiasi altra copia del libro di Cooke. Può darsi che Carroll abbia incontrato il reportage sull’Amanita muscaria siberiana altrove – sappiamo, per esempio, che possedeva una copia di The Chemistry of Common Life di James F. Johnston (1854) che include la menzione dell’Amanita muscaria e delle illusioni dimensionali – o può essere che abbia semplicemente attinto alle fertili risorse della sua immaginazione. Ma qualche contatto con i casi siberiani riportati sembra molto più probabile dell’idea che Carroll abbia attinto a una tradizione britannica segreta rraltiva all’uso di funghi magici, per non parlare di quella dell’autore. Se così fosse, egli non era né un iniziato segreto alla droga né un gentiluomo vittoriano del tutto ignaro degli effetti delle sostanze. In questo senso, le esperienze ultraterrene di Alice sembrano librarsi, come gran parte della letteratura fiabesca e della fantasia vittoriana, in una terra di confine tra l’innocenza ingenua nei confronti delle sostanze tali droghe e i riferimenti consapevoli. Noi leggiamo questi testi da un punto di vista molto diverso, in cui i funghi magici sono molto più utilizzati rispetto all’epoca vittoriana o in qualsiasi altra epoca precedente. Nella nostra fiorente cultura psichedelica, l’Amanita muscaria si incontra solo ai margini; al contrario, i funghi psilocibini sono un fenomeno globale, coltivati e consumati praticamente in ogni paese della terra, tanto che fanno persino breccia nella psicoterapia clinica. Oggi il liberty cap è l’emblema di una nuova lotta politica: il diritto alla “libertà cognitiva”, l’alterazione libera e legale della propria coscienza.


Mike Jay ha scritto molto sulla storia della scienza e della medicina. I suoi libri sulla storia delle droghe includono High Society: Mind-Altering Drugs in History and Culture e il suo più recente Mescaline: a Global History of the First Psychedelic.

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