Perché cambiare le parole può cambiare la società

Le parole sono importanti, perché confermano o combattono lo stato delle cose e le convenzioni sociali. A volte cambiarle è necessario per modificare la realtà. Invece di chiedersi “perché non dovrei usare quel termine?”, dovremmo chiederci “perché dovrei usarlo? Che stato di cose promuovo, facendolo?”. 


In copertina: Rodolfo Marma, Senza titolo (1962), Asta Pananti di febbraio

di Francesca Anelli

Nelle consuete sessioni di Q&A sul suo canale Instagram, l’attivista per la fat liberation Yrfatfriend risponde sempre nello stesso modo a chi le chiede come fare a capire se l’uso di una determinata parola o espressione è da ritenersi accettabile o è meglio evitarlo per non recare offesa: “non chiederti se una cosa è offensiva, chiediti se danneggia qualcun*”. 

L’equivoco alla base di gran parte del discorso pubblico sul linguaggio, specie quando viene associato a femminismo, politically correct e hate speech, ha molto a che fare con la sovrapposizione di concetti come sensibilità/suscettibilità personale e posizionamento sociale, e soprattutto con il mancato riconoscimento del ruolo della parola nel determinare e/o mantenere quest’ultimo. Non c’è bisogno di scomodare John Austin, che con il suo Come fare cose con le parole (1962) ha parlato per primo della performatività del linguaggio, per rendersi conto che questo è in grado, oltre che di descrivere, anche di plasmare la realtà: basta osservare 1) in che modo riflette le strutture di potere che, a sua volta, lo influenzano e 2) la presenza (e dunque anche l’assenza) di certe espressioni in una lingua piuttosto che un’altra, specchio di sentire e necessità evidentemente differenti.

È indubbiamente significativo, ad esempio, il fatto che le slur colpiscano sempre e soltanto le minoranze, o comunque soggetti a vario titolo oppressi, ed è forse altrettanto significativo il fatto che non esista una traduzione diretta di slur nella lingua italiana –  “epiteto dispregiativo” sembra essere la soluzione più comprensibile, ma non ha né la stessa immediatezza, né la stessa iconicità dell’originale inglese (laddove to slur indica la parlata biascicante tipica ad esempio di chi assume molto alcol). Termini come fr*cio, n*gro, tr*ia, sono slur perché non sono semplicemente degli insulti, ma soprattutto dei meccanismi di rinforzo di una struttura sociale che produce discriminazione a scopo autoconservativo. In altre parole: l’esistenza stessa di una slur, e di contro la pressione per bandirla, è sempre una questione di potere, più che di linguistica. Non c’è una slur per “eterosessuale”, come non c’è per “bianco”, e non esiste neanche un equivalente maschile di tr*ia: sono parole coniate dall’oppressore per definire chi viene oppresso, e in quanto tali non possono avere un corrispettivo che indichi la categoria stessa che le ha create. Tanto più che questa “categoria” raramente –  per non dire mai – si percepisce come tale, e certi meccanismi linguistici (come il “neutro maschile” e il binarismo di genere nell’italiano) non fanno che rafforzare ulteriormente l’idea che questa rappresenti la condizione di default, o comunque privilegiata, dell’esistenza.

La battaglia per rendere scandaloso, e dunque inaccettabile, l’utilizzo di certi termini non è quindi una concessione alla suscettibilità di certi gruppi sociali (assunto per altro intrinsecamente razzista/sessista) ma piuttosto il tentativo di spostare l’ago della bilancia del potere e riconquistare agency sulla parola incriminata, decidendo cosa farne in autonomia in quanto su* legittimi portator*. Si può quindi optare per la riappropriazione (come ha fatto la comunità queer bolognese con frocia), per l’uso limitato ai membri del gruppo (n*gger nella comunità afroamericana, per altro spaccata sull’argomento) o per la sua abolizione.

Esperienze interessate alla dimensione (trans)femminista ed eventualmente queer del linguaggio come la scuola di traduzione femminista canadese, il manuale Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua con cui Alma Sabatini introduceva il tema già negli anni ’80, fino alla linguistica lavanda, non vanno viste come forme di violenza nei confronti della lingua, che per sua natura dovrebbe essere fluida e di “proprietà” del parlante, ma piuttosto come risposte alla sua, di violenza: quella per cui “neutro” è diventato “maschile”, e in cui il femminile, il diverso, il non binario, semplicemente vengono messi a tacere. 

Il concetto di annientamento simbolico a cui faceva riferimento George Gerbner già nel 1976, parlando dell’impossibilità di esistere pienamente nel mondo sociale se non si è rappresentat*, può infatti essere applicato non soltanto ai media, ma anche alla lingua che parliamo tutti i giorni. La sempre crescente attenzione al corretto utilizzo dei pronomi personali nel mondo anglosassone, che ha portato al riconoscimento di they come parola dell’anno 2019 da parte di Merriam-Webster, riflette la necessità di fare spazio a identità non conformi che altrimenti non avrebbero modo di esprimersi linguisticamente e, dunque, non godrebbero di legittimazione. Per noi che ci esprimiamo nell’idioma di Dante e non godiamo quindi né di un genere neutro né della tradizione di usare la terza persona plurale come indicatore di “persona dal genere non indicato”, invece, se non sei lei e non sei lui, semplicemente non sei: devi necessariamente fare una scelta tra due alternative insufficienti, ridimensionare la tua complessità e quindi, di conseguenza, rinunciarvi.  Per intervenire su questo rapporto di forze, squilibrato a discapito di identità “altre”, la lingua può (e deve), quindi, rappresentare un importante agente di cambiamento: l’asterisco come de-marcatore di genere, per quanto non sempre pratico né l’unica possibile soluzione (un’alternativa proposta è l’uso della “u”, che ha il vantaggio di poter essere pronunciata ma che rimane ancora poco popolare), nasce proprio per questa ragione – problematizzare la normalizzazione dei “due generi” e far emergere soggettività che non si riconoscono nel binarismo – ed è per questa ragione che lo trovate anche qui. 

In questo senso, il lavoro della traduzione transfemminista queer, che punta alla costruzione di una lingua non binaria nonostante le resistenze di una struttura frutto di logiche ormai superate (o almeno così dovrebbe essere), o quello di saggi come il recente Femminili singolari di Vera Gheno, sull’importanza di utilizzare il femminile per le categorie professionali, è fondamentale per restituire la lingua al parlante, affinché rispecchi le sue esigenze, inevitabilmente ( e fortunatamente) mutevoli. 

In fondo, come ricorda la stessa Gheno, non c’è bisogno che il* grammarnazi di turno si scaldi troppo: la lingua cambia, per l’appunto, in risposta a determinate necessità e non certo indiscriminatamente. Non è un caso, infatti, che non ci sia alcuna domanda per declinare al maschile nomi di genere promiscuo come la vittima, o al femminile il pedone, ma solo quelli relativi a certe categorie professionali. In questi casi, infatti, si  tratta di dare voce ad un femminile che è sempre esistito in potenza, come ingegnera o magistrata, ma che non è mai stato utilizzato per ragioni storiche e/o inclinazioni sessiste. D’altronde, se magistrata “ci suona male” è anche e soprattutto perché prima del 1963 nessuna donna italiana poteva svolgere questo lavoro e dunque “non esisteva”. 

Nessuna “dittatura del politicamente corretto”, insomma. Come spiega Lorenzo Gasparrini in Non sono sessista ma, per altro, politically correct è una delle espressioni più tragicamente fraintese nel dibattito sull’uso performativo della lingua. Dal punto di vista linguistico, essa dovrebbe indicare un codice comunicativo creato artificialmente in ambito accademico per evitare che, in precisi contesti istituzionali, il linguaggio possa produrre delle discriminazioni. Nulla ha a che fare con l’uso quotidiano della lingua, per sua natura molto più fluido e complicato, e invocarlo come una sorta di anatema ad ogni piè sospinto, perciò, non serve ad altro che portare avanti gli interessi di chi in queste rivendicazioni vede una minaccia. E non alla libertà di espressione, che è viva e lotta insieme a noi, ma piuttosto ai propri privilegi. Invece di chiedersi “perché non dovrei usare quel termine?”, varrebbe quindi la pena farsi la domanda opposta: “perché dovrei usarlo? Che agenda porto avanti, facendolo?”. 

Le parole producono e riproducono immaginari: analogamente al potere discriminatorio di pratiche come la black face, le slur, anche utilizzate con leggerezza, perpetuano sistemi culturali precisi e sono tanto percepite come problematiche quanto più sentita è la discriminazione ad esse connaturata nel contesto sociale di riferimento. Alitalia può produrre nel 2019 uno spot pubblicitario con un attore il cui viso è dipinto di nero senza che nessun* la fermi perché il rapporto del nostro paese con la questione razziale è fatto di sistematica rimozione. Allo stesso modo, concetti come quello di whiteness – ovvero l’impatto che l’identità bianca ha su tutte le altre – o di white feminism – incapace di guardare oltre le istanze delle donne bianche, di classe medio-alta e privilegiate – sono praticamente irricevibili nel contesto italiano, con la scusa che la nostra storia è ben diversa da quella americana; una scusa che, però, nasconde sotto il tappeto la nostra esperienza di colonialist*, praticamente rimossa collettivamente, e le vite delle persone di colore che vivono nel nostro paese.

La mancanza di adeguate traduzioni – e conseguentemente di diffusione – di espressioni che invece avrebbero grande rilevanza anche oltre i confini del paese in cui sono nate o comunque hanno raggiunto la popolarità ha conseguenze importanti sul discorso pubblico e sulla vita delle categorie che potrebbero beneficiare maggiormente da un lessico più inclusivo. Pensiamo ad esempio all’assenza di un corrispettivo italiano per sexual misconduct, ovvero letteralmente “cattiva condotta sessuale”, che negli Stati Uniti si applica ai casi in cui non si può parlare di violenza dal punto di vista giuridico, ma di atteggiamenti problematici e dannosi all’intersezione tra sesso, carriera e potere. Il caso Louis CK ne è un esempio cristallino: un uomo che sfrutta la propria influenza per mettere le sue colleghe in una posizione impossibile, forzandole (senza coercizione fisica, ma agendo proprio sulla disparità tra i loro ruoli) a guardarlo mentre si masturba. Il fatto che in italiano non ci sia un termine preciso per fare una distinzione, anche tecnica, tra una molestia (harrassment) e un comportamento di natura sessuale che altera gli equilibri di un ambiente di lavoro e/o di una relazione personale in maniera irreversibile (misconduct), facendoli ricadere entrambi sotto lo stesso termine ombrello, è un peccato e un problema.  L’assenza di un termine specifico è, infatti, una delle varie ragioni per cui è così facile buttarla in caciara ogni volta che un* femminista cerca di gettare luce sulla cultura sessista nei contesti professionali (e non solo), e contemporaneamente l’effetto di quella stessa cultura, non interessata a dare un nome a qualcosa che evidentemente non viene percepita come un problema. Paradossalmente, perché questi due fenomeni vengano considerati riconducibili alla stessa matrice violenta è, quindi, importante che la lingua trovi per ciascuno di essi una definizione distinta.

Rodolfo Marma, Senza titolo (1962), Asta Pananti di febbraio

Un discorso analogo si può fare per il termine catcalling, che in italiano è tradotto spesso con “molestie verbali (di strada)”.  Indica, in buona sostanza, l’atto di importunare una donna rivolgendole epiteti sessisti, da chi le fa o vi assiste spesso ritenuti soltanto “complimenti”. L’origine del nome parrebbe essere legata ad un oggetto che faceva il rumore di “un gatto arrabbiato” utilizzato dai presenti per esprimere la propria insoddisfazione durante gli spettacoli teatrali. È un termine particolarmente azzeccato per trasmettere il disagio che una donna prova nell’essere approcciata da un catcaller, disagio costantemente sottovalutato da molt* ma soprattutto da chi non ci deve convivere. La presenza di una parola come “molestia” nella locuzione porge il fianco, ancora una volta, all’intervento del* paladin* della coerenza di turno, dedit* a ristabilire l’ordine naturale delle cose ed evitare categoricamente la tentazione di scorgere il legame per niente sottile che intercorre tra il sentirsi libero di gridare oscenità ad una donna sconosciuta ed esercitare su di lei il proprio privilegio in chiave oppressiva. Quale privilegio, nello specifico? L’appartenenza a una categoria avvantaggiata: quella dell’uomo cis, più forte fisicamente, nonché più credibile (e creduto) in contesti sociali e istituzionali. Subire approcci mossi da chiari intenti di natura sessuale in contesti che non garantiscono una condizione di sicurezza e agio e che non prevedono neanche lontanamente la dimensione del consenso costituisce, in un sistema che è appunto costruito su differenze di fatto e di percezione tra i sessi/generi, una situazione di pericolo, una fonte di preoccupazione, o nel migliore dei casi un fastidio che meriterebbe una sua definizione italiana più specifica di “molestia”, non perché in ultima istanza non lo sia, ma proprio affinché venga riconosciuta come tale. Ricordiamolo: se una cosa non ha un nome, non esiste. 

Ancora, a costituire un ostacolo nella consapevolezza e la comprensione di certi fenomeni possono essere alcuni “limiti” della lingua d’arrivo, che spesso impediscono una discussione più aperta e informata su questioni rilevanti in ottica, ad esempio, femminista. Pensiamo ad emotional labour, espressione coniata negli anni ‘80 dalla sociologa Arlie Hochschild per indicare l’atto di nascondere le proprie emozioni negative in contesti lavorativi in modo da non ostacolare la propria carriera e poi trasformatasi in una buzzword femminista. Dopo l’uscita di questo articolo di Gemma Hartley, infatti, il termine ha iniziato ad essere connotato dal punto di vista di genere (anche perché definisce una necessità soprattutto femminile) e a indicare il carico fisico e mentale che le donne sono costrette a sopportare in quanto “amministratrici della casa” fare tutto o ricordare agli uomini di fare qualcosa “per aiutarle”, perché “bastava che me lo chiedessi” ma anche più in generale tutto il lavoro emotivo e di cura che ci si aspetta da parte loro all’interno di una relazione, ma che non è richiesto alle controparti maschili. Ripudiata dalla sua stessa creatrice, questa accezione ha preso piede nell’ambito del femminismo mainstream internazionale perché, banalmente, ce n’era un enorme bisogno, ma in Italia è ancora semi-sconosciuta. Oltre alla cultura tenacemente patriarcale che caratterizza il paese, un motivo potrebbe essere la mancanza, nella nostra lingua, di una vera distinzione tra labour e work (fusi ormai in un unico concetto di “fatica” però in chiave positiva, nobilitante o comunque necessaria) e quindi di una legittimazione del concetto di lavoro come impegno fisico e mentale (labour) oltre che come prestazione professionale e solitamente retribuita (work). Eppure parlarne anche in questa accezione è fondamentale per i femminismi, come sottolinea anche Tamara McLeod qui: ridare peso e dignità all’emotional labour femminile è il primo passo per la sua redistribuzione all’interno della coppia e della società.

Senza addentrarci oltre nell’analisi di (mancate) corrispondenze linguistiche, per altro inevitabilmente manchevole e tragicamente eurocentrica, non si può in ogni caso negare il valore del linguaggio come, per dirlo con le parole di Michel Foucault ma anche di Laura Fontanella nel suo utilissimo Il corpo del testo, “dispositivo di controllo”. Scegliere un termine piuttosto che un altro può danneggiare concretamente un gruppo sociale, non soltanto urtarne la sensibilità, perché riproduce meccanismi di potere, rapporti di forza e discriminazioni che hanno effetti diretti sulla vita delle persone. Varrebbe anche la pena spendere due parole sul perché, tra l’altro, essere attent* alla sensibilità altrui venga vissuto come un oltraggio piuttosto che un necessario esercizio di empatia, ma questa è una proverbiale altra storia. Per ora limitiamoci a riconoscere, come suggerisce lo scrittore Jonathan Bazzi, che il rifiuto del politically correct è piuttosto un rifiuto di tutto ciò che è intrinsecamente politico – “corretto”, o meno.


Francesca Anelli vive a Milano, dove lavora come traduttrice. Ha creato il progetto di traduzione attivista RompiBolle, e scrive di femminismo intersezionale e rappresentazione mediatica

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