Perché dobbiamo parlare in modo nuovo di questione maschile

È possibile per gli uomini riflettere sul maschile e integrarlo in maniera consapevole senza cadere in mascolinità tossica o reazionaria?


IN COPERTINA, Giorgione, guerriero con scudiero, 1505- 1510

di Gianluca Didino

Quando nell’aprile 2017 venne trasmessa la prima puntata di The Handmaid’s Tale, la serie televisiva con Elisabeth Moss tratta dal romanzo di Margaret Atwood, l’impressione fu quella di una finestra aperta sul futuro prossimo: Donald Trump aveva appena vinto le elezioni negli Stati Uniti e una deriva misogina e reazionaria del Paese sembrava diventata improvvisamente plausibile. The Handmaid’s Tale era una critica all’America bigotta e un tentativo lucido di metterci in guardia sull’orrore a venire, ma in qualche modo ha funzionato anche come un’iperstizione: la sua profezia si è autoavverata, la realtà si è adeguata alla fiction.

Complice anche la pandemia, tra il 2020 e il 2021 la parità di genere è tornata ai livelli di 40 anni fa, la violenza sulle donne è cresciuta del 30% a livello mondiale, e il 2022, come ha scritto Rolling Stone, è stato “l’anno in cui la misoginia è tornata di moda”, al punto che il nome dell’influencer misogino Andrew Tate è stato googlato più di quello di Donald Trump. Negli Usa, il ribaltamento della sentenza Roe vs. Wade ha significato una restrizione drastica dei diritti riproduttivi delle donne, e persino in un ex paradiso dell’uguaglianza di genere come la Spagna nei primi due mesi del 2023 ci sono stati sei femminicidi, un dato che ha portato il governo a invocare lo stato d’emergenza nazionale (in Italia al 9 giugno i femminicidi sono stati diciannove, tra cui quello molto discusso di Giulia Tramontano). Cosa sta succedendo?

Ci sono due modi di rispondere a questa domanda e non si escludono a vicenda. Il primo è che stiamo vivendo un momento di picco della controffensiva reazionaria contro la cosiddetta cultura “woke”, una fase in cui le sorti della guerra civile globale sembrano pendere verso destra. Il secondo è che l’ormai decennale crisi della mascolinità ha preso una piega nuova e più aggressiva, e che la polarizzazione sul tema dei rapporti di genere ha portato sempre più uomini che non si identificano con le idee della sinistra ad avvicinarsi alla destra reazionaria. Questo è successo anche, penso, perché negli ultimi anni il dibattito sulla mascolinità non è stato in grado di parlare alla grande maggioranza degli uomini, con la conseguenza che ampie parti del discorso sono state consegnate al backlash misogino.

Di questione maschile si è cominciato a parlare negli anni Settanta in relazione alle lotte femministe. Già all’epoca c’era un’ala destra e un’ala sinistra del movimento, la prima preoccupata a difendere i diritti degli uomini di fronte alla minaccia percepita del nuovo potere femminile e la seconda che intendeva ripensare il ruolo e i valori tradizionali della mascolinità in relazione alle rivendicazioni del femminismo. Quest’ala progressista aveva modellato i propri metodi su quelli del femminismo, a partire dal format del circolo di uomini, e si era posta in maniera talvolta più dialettica e talvolta più allineata rispetto alle rivendicazioni femministe. Nel corso del tempo, il movimento maschile ha sviluppato una sua autonomia, sia come campo di studi accademico che come pratica autoriflessiva, sociale e politica.

È stato però solo negli anni Ottanta che il discorso ha raggiunto davvero le masse, in gran parte grazie al lavoro del poeta Robert Bly. Amico di James Hillman e influenzato da Joseph Cambpell, Bly aveva portato avanti un lavoro decennale su quelli che aveva chiamato gli “archetipi” della mascolinità, lavoro culminato nel 1990 con la pubblicazione di Iron John: A Book About Men. Il libro di Bly ha inaugurato una decade di pubblicazioni che ancora oggi formano la base della letteratura mainstream sul tema, ha reso la pratica dei circoli di uomini diffusa in tutti gli Stati Uniti (e in parte altrove, soprattutto nel mondo anglosassone) e dato vita al Mankind Project, tutt’ora una delle associazioni più attive nel portare avanti la riflessione sull’identità maschile nel mondo.

Possiamo quindi dire che negli anni Novanta il discorso sulla mascolinità abbia raggiunto un momento di picco, almeno in termini di diffusione popolare; poi qualcosa ha cominciato ad andare storto. In un riflesso delle più ampie dinamiche sociali e politiche che nel terzo millennio hanno visto la sinistra scollarsi progressivamente dal sentimento e dagli interessi delle masse, l’ala progressista del discorso da un lato si è rinchiusa nei circoli protetti delle accademie, mentre dall’altro è stata assorbita dai più ampi movimenti di rivendicazione femminile o LGBTQ+, tra cui il movimento #MeToo. A destra, invece, inizialmente attraverso il recupero di modelli di mascolinità tradizionale operati dalla cultura hipster e poi grazie a piattaforme internet come Reddit e 4Chan, il discorso ha finito per legarsi ai temi e ai modi dell’Alt-Right. Naturalmente sto semplificando molto, ma a grandi linee possiamo dire che il movimento maschile ha subito le conseguenze della polarizzazione sociale e politica in atto su molti altri piani.

Il problema con la polarizzazione è quello che costringe la cosiddetta maggioranza silenziosa a schierarsi: come insegna la storia del nazifascismo, è quando le alternative moderate smettono di essere credibili che le masse diventano più suscettibili alla seduzione degli estremismi. E questo rischia di diventare un problema serio quando la parte della popolazione che ha storicamente detenuto il potere da un lato vede quel potere messo in discussione (talvolta in maniera veemente, come nel caso del #MeToo) e dall’altro non trova maniere positive o quantomeno moderate di rispondere alla crisi. Ci sono buone ragioni per sostenere che la nascita del fascismo negli anni Venti del Novecento sia stata anche una risposta alla crisi del potere maschile in un panorama politicamente e socialmente polarizzato. Oggi le cose non sono troppo diverse: è anche per questo che l’immaginario di Handmaid’s Tale ha risuonato così forte nel 2017.

Naturalmente la recrudescenza della misoginia come risposta alle rivendicazioni delle nuove sinistre non ha giustificazioni: non sto cercando attenuanti alla violenza di genere. Credo però che il pensiero progressista abbia delle responsabilità per la maniera in cui ha lasciato che la destra si impossessasse di un tema cruciale come quello dell’identità maschile, e che se si vuole invertire la tendenza è necessario ripensare ai modi in cui oggi parliamo di mascolinità. Prima di entrare nel merito della questione, però, credo sia anche necessario chiarirci su cosa intendiamo per “maschile” e “femminile”, e chiederci se davvero (come sembra pensare certa sinistra) oggi sia inutile e forse persino reazionario promuovere la polarità di genere. È un punto centrale, perché se “maschile” non significa più niente, o se significa addirittura qualcosa di intrinsecamente negativo, non esiste ovviamente nessuna questione maschile (o almeno nessuna questione maschile in senso positivo).

Uno dei grandi lasciti della psicologia del profondo, o della cosiddetta psicologia archetipica, è stato quello di ricordarci che dentro ciascuno di noi albergano entità molto diverse tra loro, talvolta in aperta contraddizione. Queste entità sono sovraindividuali, ataviche e precedono qualsiasi differenziazione biologica o culturale. Dico “ricordarci”, e non “insegnarci”, perché questa è una saggezza che l’umanità ha sempre avuto (pensiamo allo yin e yang del Taoismo o a Shiva e Shakti nell’Induismo). La polarità tra maschile e femminile, se esiste e ha un senso, si situa a questo livello, archetipico e profondo.

 Più recentemente, i gender studies ci hanno invece insegnato che i generi sono sempre culturalmente costruiti: sono il prodotto di un addestramento sociale, talvolta così antico da sembrare “naturale”, e che in questo carattere costruito (e nella pretesa di naturalezza) si nascondono sempre rapporti di potere. Da questa prospettiva, ciò che chiamiamo maschio e femmina, o maschile e femminile, sono costrutti culturali che inevitabilmente perpetuano rapporti di potere e oppressione sociale, politica e culturale. 

Entrambe queste prospettive sono a mio modo di vedere corrette. Il problema nasce dal fatto che l’utilizzo degli stessi termini (maschile/femminile) per indicare due cose sostanzialmente molto diverse tra loro (la polarità tra due energie archetipiche, i generi come costrutti sociali), nonché l’ulteriore livello di complessità comportato dall’aspetto biologico (cioè il rapporto tra maschile/femminile come forze archetipiche e maschile/femminile come generi culturalmente costruiti con corpi in cui prevalgono caratteristiche maschili/femminili) tende a confondere non poco le acque. Chiariamoci dunque su questo punto: ciascuno di noi, che sia nato in un corpo di uomo o di donna, che si identifichi con il genere maschile, femminile, con qualsiasi altra cosa in mezzo o con nessuno dei due, possiede il maschile e il femminile dentro di sé come energie o forze archetipiche. Il fatto che spesso chi nasce nel corpo di un uomo si identifichi con l’energia maschile ha un valore relativo: se questi anni di dibattito sulle questioni di genere ci hanno insegnato qualcosa è che questa identificazione non è necessaria e che proprio nella possibilità di non identificarsi in maniera assoluta giace un enorme spazio di libertà.

Chiarire questo punto mi sembra fondamentale, perché l’appiattimento del discorso sulle questioni di genere (e dunque sui rapporti di potere) comporta un duplice rischio. Da un lato la polarità maschile/femminile viene rifiutata come inerentemente reazionaria, perdendo anche gli aspetti trasformativi che essa comporta. Dall’altro si identifica il maschile nella sua interezza con il patriarcato e con l’oppressione storica degli uomini nei confronti delle donne. In questo modo il rifiuto sacrosanto del maschile come blocco di potere e strumento dell’oppressione patriarcale si estende al maschile come energia psichica: si rifiuta quindi il maschile nelle donne come negli uomini e se ne rifiutano gli aspetti positivi come quelli negativi. Il risultato, mi pare, è quello di privare la società di modelli di mascolinità positiva, con l’effetto che la mascolinità negativa prolifera indisturbata. 

A questo punto dovrebbe essere chiaro perché un discorso che a prima vista può sembrare così astratto e persino esoterico abbia in realtà conseguenze molto pratiche. Nel tentativo (legittimo e persino ammirevole) di sottrarci alle etichette sociali e alla storia di dolore e oppressione che portano con sé, ci siamo ritrovati affetti da un analfabetismo di genere forse senza precedenti. Questo è ancora più drammaticamente vero per gli uomini, che oggi più che mai avrebbero bisogno di riflettere approfonditamente sui valori e le sfide della mascolinità e che invece non hanno la minima idea di come coltivare energie maschili positive dentro di loro. (Intendiamoci, un lavoro simile sarebbe necessario anche da parte delle donne, che nonostante quanto si tenda a volte a pensare non sono generalmente a un livello di sviluppo psichico collettivo più avanzato di quello degli uomini. Ma qui è dove il discorso sui rapporti di potere torna a essere centrale: le donne sono le vittime dell’oppressione e della violenza di genere, quindi è più urgente che a fare questo lavoro oggi siano gli uomini.) 

Dovrebbe essere anche chiaro perché il discorso sulle energie psichiche maschili e femminili non sia una giustificazione per l’assenza di iniziativa da parte degli uomini, o addirittura per il loro attivo desiderio di non mettere in discussione lo status quo. Se è vero che tutti noi abbiamo aspetti maschili e femminili, è anche vero che nella stragrande maggioranza dei casi a identificarsi con il polo maschile sono persone che si identificano con il genere maschile e sono nate in un corpo maschile: cioè sono uomini. Ed è anche per questo che il discorso sull’identità maschile deve per forza venire dagli uomini, e la forza trainante non possono essere le donne. Questo è un punto centrale, ma per capirlo è necessario fare di nuovo un passo indietro. 

Torniamo quindi alla nostra domanda iniziale: come mai il dibattito sulla mascolinità, che negli anni Novanta era così inclusivo e possedeva un tale potenziale di trasformazione, oggi non sembra più riuscire ad arrivare al cuore delle grandi masse di persone?

Posto che come abbiamo detto il problema si situa in un più ampio contesto di polarizzazione politica e di scollamento tra gli ideali della sinistra e la “pancia” della società, nello specifico del nostro discorso credo che la risposta vada cercata in un duplice movimento: da un lato nelle conseguenze dell’industrializzazione, che ha spezzato la trasmissione di saperi maschili tra padri e figli separando fisicamente gli uni dagli altri con il lavoro di fabbrica (è interessante che l’intero campo accademico dei men’s studies sia nato con le ricerche di un sociologo norvegese, Erik Grønseth, sull’assenza dei padri nelle famiglie di pescatori degli anni Cinquanta); e dall’altro nel rapporto di derivazione del movimento maschile da quello femminista negli anni Settanta.

Ci sono ampie evidenze a sostegno che nelle società tradizionali di ogni luogo e tempo si “diventasse” maschi attraverso una serie di riti di passaggio il cui scopo principale era quello di strappare il bambino dal mondo femminile delle madri e socializzarlo nella dimensione maschile (sul tema si vedano ad esempio i due libri che Franco La Cecla ha dedicato alla questione maschile: Modi bruschi e Il punto G dell’uomo). Se guardati da una prospettiva contemporanea, questi riti di passaggio erano decisamente ambivalenti: se è vero che da un lato servivano a trasmettere i valori che ogni società associava al maschile, alcuni di questi positivi (il coraggio, la forza fisica o mentale, la capacità di provvedere ai bisogni della famiglia), dall’altro è anche vero che erano spesso fondati su pratiche crudeli e traumatiche, e soprattutto che perpetuavano modelli rigidi e spesso oppressivi di mascolinità. Tuttavia assolvevano a un compito necessario per la società, e quando sono scomparsi hanno lasciato un vuoto. Oggi non c’è nessuno a trasmettere i valori del maschile, e la frattura con il femminile attraverso cui gli uomini sono diventati uomini per millenni non si compie, o peggio per compiersi passa attraverso la violenza. Il risultato è che gli uomini non imparano mai a essere uomini.

Ripeto per chiarezza: il mio non è un inno passatista ai bei tempi in cui vigevano le regole della mascolinità tradizionale. Quei riti di passaggio andavano smantellati. Ma, come nel caso della polarità di genere, nel tentativo di liberarsi dell’acqua sporca dell’oppressione sociale si è buttato via anche il proverbiale bambino. Nessun rito di passaggio forse è meglio di un rito di passaggio tossico, ma non è comunque la soluzione. E la deriva misogina di questi anni mi sembra lo dimostri nella maniera più chiara possibile.

Il secondo aspetto, connesso, è quello del rapporto tra movimento maschile e femminismo. Ci sarebbe molto da scrivere a riguardo, e questo non è il luogo né il contesto adatto per farlo, ma è chiaro che c’è un collegamento tra le dinamiche socio-politico-economiche che tra il XIX e il XX secolo hanno messo in crisi l’identità e il potere maschile e la nascita del femminismo. Senza entrare nel dettaglio, possiamo dire penso piuttosto pacificamente che quando negli anni Settanta gli uomini (o meglio, una minoranza di uomini) hanno cominciato a riflettere seriamente sulla loro identità di genere, quell’identità era già in crisi da un pezzo. E tuttavia, è stato il femminismo a costringere gli uomini a iniziare quella riflessione, ed è avendo il femminismo come specchio che gli uomini hanno ripensato e stanno continuando a ripensare alla loro identità.

Non c’è niente di sbagliato in tutto questo, né in assoluto né nello specifico del nostro discorso. C’è un rischio, però, derivante dall’assenza di quella frattura con il femminile che come abbiamo detto è necessaria perché si stabilisca un qualsiasi modello positivo di mascolinità (altro discorso affascinante su cui non possiamo dilungarci: poiché siamo stati tutti, maschi, femmine e qualsiasi altra cosa, partoriti da madri, il problema della frattura maschile con il femminile non è simmetrico a quello del femminile con il maschile; ancora più affascinante e complesso è il tema nel caso di persone transgender). Il rischio è che in questo contesto di crisi della mascolinità, cioè di crisi di passaggio di un’identità maschile lungo linee maschili, gli uomini benintenzionati che sentono la “volontà di cambiare”, per citare il titolo del bel libro di bell hooks, facciano solo una parte del lavoro necessario per diventare uomini migliori – quella di integrare dentro di sé gli aspetti femminili. E questo, ripeto, è necessario, ma non sufficiente. Provo a spiegarmi.

Prendiamo proprio l’esempio di bell hooks. Al centro de La volontà di cambiare c’è l’idea che il patriarcato faccia male agli uomini come alle donne, che gli uomini abbiano bisogno di cambiare per sé stessi come per le donne, e che questo cambiamento vada in direzione di una maggiore integrazione nell’identità maschile degli aspetti (a ragione o meno) percepiti come femminili: maggiore capacità di amare e di mostrarsi vulnerabili, ad esempio. hooks scrive pagine molto belle e commoventi su come per gli uomini l’unica emozione disponibile sia spesso la rabbia, e come questa rabbia si trasformi facilmente in oppressione sistemica. La soluzione per una guarigione individuale e collettiva degli uomini e della società sarebbe dunque quella di aprirsi al femminile dentro e fuori alla psiche, e in questo modo diventare esseri umani più completi.

Personalmente penso che questo sia molto vero, che tutti gli uomini dovrebbero leggere bell hooks e ringraziare il femminismo per averci messo davanti uno specchio della nostra miseria e per averci indicato una strada per cambiare. Però penso anche che se gli uomini si limitano a fare questa parte di lavoro si fermano a metà strada. Serve fare un passo in più, ed è proprio perché a sinistra quel passo non viene fatto che il discorso sull’identità maschile non raggiunge più le grandi masse della popolazione. È proprio in quel passo non fatto che il pensiero progressista consegna il discorso sulla mascolinità alla destra.

Oggi, per un uomo di sinistra, è facile concordare con bell hooks. È facile cioè concordare sul fatto che un uomo migliore è un uomo che coltiva e celebra il femminile dentro e fuori di sé, un uomo che mette in discussione le identità di genere rigide e rifiuta i modelli di mascolinità tossica che hanno dominato per centinaia di anni se non per millenni. E questo è un enorme passo in avanti verso lo sviluppo della coscienza collettiva, e un grande raggiungimento dei movimenti e del dibattito sul genere degli ultimi anni. Molto più difficile, per quello stesso uomo di sinistra, è invece riconoscere e celebrare il valore del maschile dentro di sé, riflettere sui suoi aspetti positivi, appropriarsi della propria parte maschile in maniera piena e consapevole – e fare tutto questo senza cadere in forme di mascolinità tossica o reazionaria. È difficile per le ragioni che abbiamo detto sopra (la confusione tra maschile come energia psichica e maschile come agglomerato di oppressione sociale), ed è difficile perché da decine di anni gli uomini non hanno più niente e nessuno che li guidi attraverso la frattura con il femminile in maniera sana (e quindi percepiscono spesso la propria mascolinità con colpa e vergogna). È difficile, soprattutto, perché quell’uomo di sinistra percepisce la celebrazione del maschile dentro e fuori di sé come reazionaria. “Maschile” è diventato un termine di destra.

Il risultato è chiaro: da un lato abbiamo la sinistra “woke”, femminista e “femminile”, che appare agli occhi degli uomini di destra come poco maschile, cioè carente di energie maschili; e dall’altro abbiamo la mascolinità tradizionale della destra che appare agli occhi della sinistra “woke” tossica e reazionaria. Senza voler comparare le due cose (perché la prima sarà pure carente di energie maschili, ma certamente non è violenta e passatista come la seconda) entrambe queste posizioni contengono una parte di verità. Tra le due trincee si trova la famosa massa silenziosa, cioè la massa di quegli uomini più o meno consapevolmente in crisi identitaria, più o meno pronti a cambiare o restii a fare il lavoro necessario per cambiare. Penso che alcuni di questi uomini sarebbero aperti a ripensare a un maschile più positivo, se quel maschile positivo venisse offerto loro. Ma la sinistra il maschile lo rifiuta in toto, come se fosse una parolaccia, e l’unica idea di maschile che rimane è quella delle destre.

Anche per questo penso che il lavoro sugli uomini debba essere fatto dagli uomini, e non dalle donne. Di più: penso che gli uomini debbano riflettere, e riflettere approfonditamente, sul maschile. Ci sono molti modi per farlo: nei gruppi di uomini, attraverso la psicologia archetipica, studiando lo yoga o il Tantra, istituendo nuovi riti di passaggio adatti alla complessità del presente, leggendo D.H. Lawrence – l’importante è farlo. Devono farlo soprattutto gli uomini di sinistra, quelli per cui maschile è un termine ambiguo, spaventoso: devono imparare che non è un termine ambiguo e spaventoso, celebrare il maschile dentro e fuori di loro tanto quanto hanno imparato ad accogliere e coltivare il femminile dentro e fuori di loro. Devono farlo in rapporto dialettico con le donne e il femminismo, ma anche in maniera autonoma, perché se vogliamo portare nuove energie positive nella società abbiamo bisogno che siano gli uomini a definire un modello di mascolinità positiva; non possono aspettare che a suggerirglielo siano le donne. Abbiamo bisogno di valori maschili positivi dal punto di vista maschile. Anche perché, diciamolo, è un po’ ridicolo chiedere alle donne di pensare anche per noi. Immagino sia già abbastanza difficile essere donne.

Questo mi sembra l’unico modo per proporre un discorso sulla mascolinità che sappia andare oltre la portata di una sinistra progressista di classe media, urbanizzata, giovane, iperscolarizzata, le cui idee sono influenti soprattutto nelle accademie e nei circoli intellettuali. Negli anni Novanta, il dibattito sulla questione maschile era riuscito a fare esattamente questo: sviluppare un modello di mascolinità sana, attuabile nella realtà tramite l’esercizio, la pratica e la riflessione, inclusivo, capace di coinvolgere uomini di estrazione sociale, cultura e idee politiche molto diverse. Trent’anni dopo, quello stesso discorso parla a una minoranza di persone e propone un lavoro di trasformazione parziale con il quale grandi masse di uomini non sanno identificarsi. 

E tuttavia non possiamo né ha senso tornare indietro. Il libro di Robert Bly rimane ancora oggi un capolavoro, e alcuni dei libri e delle esperienze di quegli anni rimangono utili e ricche di spunti. Ma i tempi sono cambiati, nuovi soggetti, nuove identità di genere e nuovi problemi (primo su tutti quello dell’intersezionalità) sono emersi, e oggi quel discorso appare anche datato e troppo semplicistico per essere applicato alla complessità contemporanea. Eppure sono convinto che quella era, e rimanga, la strada giusta: la strada dell’inclusività, della trasformazione e dell’evoluzione psichica collettiva. La segmentazione e la chiusura in nicchie dove tutti la pensano come te non porta a niente di buono.

Non bisogna parlare di questione maschile nelle accademie o sulle riviste di sinistra, o almeno non solo. Bisogna parlarne con i compagni di spogliatoio, e soprattutto se l’atmosfera dello spogliatoio è tossica; bisogna parlarne con i padri, con i fratelli e con i colleghi di lavoro. Bisogna farlo in una maniera che arrivi a più persone possibili e soprattutto bisogna farlo in una maniera che non riaffermi l’idea per cui “maschile” è una brutta parola, una parola di cui vergognarsi, o una parola di destra: oggi più che mai il maschile ha bisogno di essere celebrato, anche nella sua necessaria trasformazione. A celebrare e cambiare il maschile devono essere uomini con altri uomini, perché ciò di cui abbiamo davvero bisogno è una nuova prospettiva maschile sul maschile, di un maschile positivo che tanto gli uomini che le donne possano guardare con fiducia. Altrimenti ci aspetta un futuro di Andrew Tate, un futuro di violenza e oppressione, un futuro non poi così diverso da quello immaginato da Margaret Atwood.


gianluca didino è nato nel 1985 in Piemonte. I suoi articoli sono stati pubblicati su IL, Studio, Nuovi Argomenti. Ha curato la rubrica VALIS sul Mucchio Selvaggio e attualmente collabora con minima&moralia e Doppiozero.

10 comments on “Perché dobbiamo parlare in modo nuovo di questione maschile

  1. Ho iniziato la lettura con eccitazione e speranza, ma da quasi subito si è rivelata terribilmente di parte.
    L’uomo si deve adeguare alle volontà della dittatura femminista. Le deviazioni da questo sono misogine e come sempre nessuna voce in capitolo.

    Io personalmente mi rifiuto di prendere parte a questa iniziativa e userò questo articolo come esempio di propaganda assimilatrice nei miei circoli. Ma scoraggerò ulteriore letture del sito per non incoraggiare questo scempio.

    Gli uomini devono avere una propria rappresentanza istituzionale al pari del femminismo, e che faccia gli interessi degli uomini, nel contesto di una società veramente egalitaria.

    • Stefano

      Non lo so, ti sembra che agli uomini manchi rappresentanza istituzionale?
      Se ci sono disuguaglianze nella società non sono certo a favore delle donne… e comunque non mi sembra che il tema centrale dell’articolo sia questo

  2. giusy cucinotta

    grande riflessione. che da moltissimi spunti. Agli uomini . alle donne a tutti e tutte. Ci vedo soprattutto, e condivido, la distanza tra la sinistra e le masse anche su questo tema, che non è per nulla secondario.

  3. Rossella Colletta

    L’articolo di Didino mi sembra molto interessante e quindi da approfondire. È un’occasione a mio avviso è ringrazio l’autore

  4. […] uno scrittore?⁴ Un tempo c’era ad esempio Didino che però s’è perso negli psicologismi: Perché dobbiamo parlare in modo nuovo di questione maschile, Indiscreto. Un tempo c’era ad esempio Lolli che però s’è dato alle dietrologie e ai […]

  5. Antonella Attanasio

    Grazie per quest’articolo, complesso ma chiaro.
    Da donna ricca di aspetti “maschili” quale sono, anch’io ho tendenza a considerare la parola “maschile” con una certa prudenza, associandola ad idee di oppressione e ravvisando in essa l’ombra del patriarcato.
    Spero vivamente che l’argomento raggiunga più persone possibili.
    Interessa tutti, del resto…che se ne rendano conto oppure no.

  6. Alberto

    Brevissima riflessione, che non vuole essere critica del contenuto, condivisibile con riserva (come giustamente fa notare andrea bettinelli). Nell’articolo si parla di “sorti della guerra civile globale”, di “psicologia archetipica, yoga, il Tantra” e, soprattutto, di “proporre un discorso sulla mascolinità che sappia andare oltre la portata di una sinistra progressista di classe media, urbanizzata, giovane, iperscolarizzata, le cui idee sono influenti soprattutto nelle accademie e nei circoli intellettuali”. Ma, seriamente, l’autore, parlando di “guerra globale”, conosce il mondo al di fuori dell’Occidente? Pensa che sarà ascoltato sulle Ande, nello Xinjiang, in Papua, nelle coste vicine al Kalahari?? Gli consiglieri di farsi un giro nelle rivoltose banlieues francesi o parlare con qualche adolescente medio italiano (anche di seconda o terza generazione di immigrati), senza andare chissà dove nel mondo, per capire che questo tema non interessa a NESSUNO se non agli occidentalissimi circoli intellettuali progressisti sopradescritti. Sperando che di conseguenza non si finisca come i giornalisti occidentali che attaccano le nazioni che, seguendo il principio di autodeterminazione dei popoli, la pensano differentemente dall’Occidente.
    Con i migliori auguri nel portare avanti la propria personale Guerra Santa,
    Alberto

  7. gfransb

    L’autore dovrebbe imparare cosa sia il falso sillogismo. Tutte le sue premesse e quello che dà per assodato è in realtà frutto di propaganda femminista. A partire dalle cifre sui “femminicidi” e sulla violenza “misogina”. Ha nominato, dandola per scontata, innumeri volte l’odio degli uomini per le donne, senza mai provare a misurare la misandria reale di donne, mass media e società tutta. In un mondo in cui gli uomini sono vittime preferite di tutta la violenza esistente continuano a essere anche additati come colpevoli e nemici pubblici numero uno. Ma senza uomini che si carichino sulle spalle il mondo, lo stesso è destinato a perire.
    ” … 2- DISSIMULAZIONE DEL SENSO 2: negazione e nascondimento del principio generale – IL DOGMA INDICIBILE: maschilità come male – Cifra Occidentale del XXI Secolo: Ciò che è maschile è male – ciò che è male è maschile..

    Subordinazione morale: la vita come espiazione. L’illimitato risarcimento – l’impossibile restituzione. Vergogna – autocompassione – autodisprezzo. Fuori da Etosfera: “Tremate, tremate…”. Annichilazione morale.

    IL PRINCIPIO INCONSCIO

    L’eliminazione della maschilità come pre-condizione di miglioramento del mondo: “Se non ci foste voi…”.

    Negazione dello stato di subordinazione-dipendenza-inferiorità psicologica, emotiva, morale maschile: il reciproco interesse alla dissimulazione.

    UNA SUBORDINAZIONE CORRELATA

    Il principio della superiorità morale dei bambini sugli adulti (femmine e maschi): l’altra Cifra del XXI Secolo: La colpa dei genitori. I ‘diritti dei bambini’ come carico di colpa sugli adulti. La confusione voluta tra innocenza e bontà infantile. Schiacciati dalla colpa. Il Dio-Bambino.

    Subordinazione morale maschile in Occidente: una verità fondamentale della FdM. …”

    http://www.altrosenso.info/index.php?id=le-ragioni-del-possibile

  8. Mascolinità tossica e reazionaria?… ma per favore! Senza dilungarci in ornati discorsi sui generi è ritornato il momento di riaffermare le due solide identità, quella maschile e quella femminile. Le mezze misure sono solo errori della natura, pur comprensibilissimi, oppure giochi viziosi propinati dalla potente pubblicità tossica. Non credo che una identità sessuale sia eticamente e giuridicamente inferiore all’altra, visto che in natura solo insieme completano la procreazione e l’intelligenza è un fattore di composita eredità primaria dei due generi. Ma le differenze ci sono, evidenti ed incorruttibili che si compensano con le condizioni fisiche della vita e che costituiscono i Sistemi culturali, sociali, economici e di forza.

  9. andrea battinelli

    Didino predica un recupero non revanchista e non colpevolizzato del maschile, e su questo lo seguo. Ma non dice una parola sui temi di questo recupero. Per un articolo di questa lunghezza, con premesse e inquadramenti meritori per altro, si tratta di un limite non da poco. È infatti quando si iniziano a svolgerne i temi che si vede se stiamo semplicemente rammodernando la cultura patriarcale, proponendone una versione soft, oppure se ci stiamo davvero liberando da una fase di muto peregrinare.

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