Perché dovremmo empatizzare con gli animali

L’animale, scrive Francesca Matteoni, “ci toglie dalla zona confortevole del nostro linguaggio, va ascoltato liberandoci da ogni struttura”, e, quando è impossibile stabilire un legame empatico va lasciato essere nella sua diversità, sapendo che l’esistenza è anche, e spesso soprattutto, altro da noi.


in copertina bruno saetti “paesaggio con sole” all’asta oggi da pananti casa d’aste

Ringraziamo Le voci della Luna per la cortese concessione


di Francesca Matteoni

Chi avverte la sofferenza degli altri animali come propria conoscerà molto bene il pudore che si prova nel mostrarlo agli altri. Siamo visti come creature sciocche e infantili, che ignorano i veri dolori e drammi. Quali? A me appare piuttosto un modo vigliacco di distogliere lo sguardo da ciò che una maggioranza ha deciso non avere valore – o anima o dignità. Sentire, prima ancora che comprendere, la vita degli altri animali come tale non può invece che renderci più solidali, perché più fragili tutti, più vicini a una gioia condivisa, proprio perché precaria, nascosta dentro il cuore aspro del mondo. Significa non ergersi sopra nessuno, non dettare primati di specie – e di conseguenza di etnia, genere, classe. 

Questo pudore davanti all’animale è legato all’indicibile: una verità che ci tiene insieme, segretamente, e che da una parte indica la nostra mortalità, contro cui nessuna conoscenza può nulla, dall’altra la meraviglia dell’esserci, del corpo – dove ogni corpo è una lingua nuova. 

L’animale ci toglie dalla zona confortevole del nostro linguaggio, va ascoltato liberandoci da ogni struttura, e, quando è impossibile stabilire un legame empatico (penso a certi insetti o animaletti per cui è raro provare moti affettivi), va lasciato essere nella sua diversità, sapendo che l’esistenza è anche, e spesso soprattutto, altro da noi. Ci avviciniamo così a un’idea di giustizia che non si trova nei tribunali umani e trascende le nostre emozioni: risiede nel rispetto per quanto vive insieme a noi, rende più denso e significativo ogni incontro della nostra avventura planetaria.

È difficile trovare nel panorama letterario italiano novecentesco opere o autori che si siano schierati apertamente con l’animale. Difficile, ma non impossibile e non stupisce incontrare questo pensiero coniugato all’antifascismo in Piero Martinetti, unico filosofo accademico fra i dodici docenti universitari che rifiutarono di prestare giuramento al manifesto fascista. Martinetti attribuiva agli altri animali una coscienza, accogliendoli nella fraternità universale. Si schierava per la parità fra gli esseri sia che abbiano ali, zampe, gambe, sia che si muovano in auto o strisciando sul suolo. 

Ancora più estremo è l’amore che troviamo nel libro Le Piccole Persone, raccolta postuma di scritti di Anna Maria Ortese. Nei suoi libri mi sento a casa: un’autrice italiana che impazziva di pena per la sorte degli animali (lei o i suoi personaggi), e che sapeva chi sono i folletti: bambini metamorfici, adolescenti melanconici, creature del dimenticato e dell’imprevedibile, del confine delicato fra lo spettro e il corpo. Di questa sua opera mi colpisce il titolo, che inconsapevolmente precede la felice definizione di animismo data dall’antropologo americano Irving Hallowell all’inizio del ventunesimo secolo, basata sul riconoscimento di persone diverse (other) dall’umano. Persone orso, persone gatto, persone quercia, persone selce. Ortese le definisce “piccole”, rimandando a una dimensione infantile di innocenza, a qualcosa che va protetto, portato in salvo dentro noi stessi. 

Mi soffermo su uno dei brani più toccanti del libro, che ho avuto la fortuna di sentire letto da un’amica poetessa, Evelina De Signoribus, durante la presentazione pistoiese del suo libro dedicato agli animali, con belle illustrazioni di Marco Petrella: Richiami. Di balene e altre voci. Ascoltarlo dalla voce di una persona con un sentimento affine al mio, lo ha reso più sostenibile. A volte quel segreto di cui scrive Ortese trema in noi, si ha paura di lasciarlo trasparire, ma traspare ugualmente, finché non si accende anche in altri rassicurandoci: non siamo soli. 

vorrei chiudere con una immagine del segreto (l’invisibile) e il piccolo, dunque un bambino, con una vera madre, intendo donna estranea a lui, tutta chiusa nella religione del rito e del nutrimento. È tempo di Pasqua. Tutti e due, donna in calzoni e piccino sui tre anni, molto delicato, sono in un negozio di macellaio. La giovane, al banco (molto lucido e festoso), ritira un pazzo avvolto in carta azzurrina, e paga, ed è in attesa del resto. Il bambino cammina muto e oppresso sotto una serie di corpi squartati. Chissà che pensa. Eccolo davanti a un agnello morto, il capino sanguinante. Si gira un momento a guardare la madre – non teme altro – e allunga, fuori dalla tasca, una mano impercettibile; a sfiorare e soffermarsi sul corpo piccino. ‘Ca-ro,’ dice ‘ca-ro’ e poi non dice più niente.

Non ho idea di come crescerà questo bambino – e se a Pasqua riconoscerà e respingerà la sua porzione di fratello. Ma dico che se la madre si fosse voltata, e avesse capito – ma non è stata questione di tempo, mai certe madri si voltano e capiscono prontamente –, forse quel bambino sarebbe rimasto, per tutta la vita, piccolo e segreto, cioè vero: non si sarebbe gettato a creare un paese di forme tutte esterne, volgari, inutili. Tale è la nostra vita, infatti, a furia di respingere il piccolo e il segreto. E come tale, tagliata fuori dalla crescita spirituale – che non è detto vittoriosa, ma non importa – e la vera storia e la vera crescita – del mondo maggiore a cui apparteniamo, ma immobilmente, senza reale mutamento. Ed è solo questo l’inferno.

Ho pensato alla me stessa bambina intatta dentro la mia persona, mentre tenta di mantenere un’antica promessa: non dimenticare ciò che è importante. Sembra una frase vaga eppure me la ripetevo in continuazione da piccola. L’uccellino con una lunga ferita sulla gola, l’occhio sbarrato. I gattini appena nati, accuditi dalla mia gatta con una sapienza ancestrale. Il cavallo sconosciuto che mi invita ad avvicinarmi al recinto e poggia il muso sul mio palmo. Ciò che è importante si oppone all’inferno di cui parla Ortese, permette di tenersi saldi nelle fiamme. È il sacro. E nel sacro la consapevolezza della fibra umile che ci compone nel nostro viaggio terreno. Umile, corruttibile, soggetta alla sofferenza, mortale. Da una simile consapevolezza deriva la possibilità di amare, affrancandoci dall’idea di diventare grandi e maturi come socialmente lo si intende. Perché non restare piccoli e sensibili? Ne verrebbe un’altra responsabilità – quella grazie a cui accettiamo la dignità della preda e il bisogno del predatore. Entrambi ci riguardano mentre viviamo. 

Nessuno è salvo, malgrado la scienza, la tecnica e lo stesso denaro. Non bisognerà dunque farsi illusioni. Il dolore che do, e di cui mi compiaccio, mi ritornerà come un boomerang, esattissimamente, sul volto.  Quindi non recare dolore, mai, nemmeno a una pietra. 

Eppure recheremo dolore. Si tratta dunque di una scelta della volontà: non voler far male, sebbene il male sia inevitabile. Non voler ferire coloro che Ortese chiama gli amici senza le parole, perché nella pratica vivere è ferire e rimpiangere, nonostante i buoni propositi o le grandi speranze. Allora occorre non distogliere lo sguardo, non trovare scuse per il male in cui siamo immersi e per quello che infliggiamo senza alcuna necessità. Perché uccidere gli animali? Per cibo, calore, sopravvivenza. Ma non è sempre così: la Ortese si ferma su quei fatti di cronaca strazianti, dove si uccide per gioco, per rabbia, per punire l’animale di essere quello che è e magari di ribellarsi all’umano. O, come certi cani, subire con una fiducia davvero sovrumana fino a morirne. Se non conserviamo la pietà, almeno la decenza di riconoscere la vita che viene tolta.  

Che sia la decenza, poi, non possiamo più intendere a livello di massa: credo, suppongo, sia una specie di vergogna che l’anima prova di fronte al mentire.

Questo concetto della menzogna mi ricorda le parole dello sciamano Aua, intervistato da Knud Rasmussen. Aua diceva che la sua comunità aveva paura e cercava continuamente di propiziarsi le presenze del luogo, in una terra maestosa e ostile. Avevano paura perché si nutrivano di anime – le anime degli altri animali. In una società basata sulla caccia, l’animale è tutto, e quanto dona all’umano non è mai separato dal suo desiderio di preservarsi, fuggire, difendersi dal cacciatore. Si ha paura perché crescere è nutrirsi, nutrirsi è infrangere l’altro, e occorre trovare un modo di ripararlo tramite riti di gratitudine e rispetto. L’opposto della menzogna. La Ortese si avvicina d’istinto a questa visione, eppure il suo discorso è di frequente ingenuo, sentimentale, centrato sulla cultura occidentale, e, suo malgrado, antropocentrico: il suo punto infatti non è una relazione di scambio (un dialogo) fra i vari animali, ma il moto compassionevole che noi, in quanto esseri umani, dovremmo coltivare verso i fratelli minori.

onore a tutti quegli uomini, peccatori o meno, a tutti quei ragazzi, bravi o meno a scuola, che hanno capito qual è il primo dovere, oggi, dell’uomo: di non toccare più, se non come fratelli, per una carezza o un aiuto, le Piccole Meravigliose Persone. Di non mangiarle più. Di non asservirle. Di non perseguitarle. Di non isolarle, dal contesto della nostra vita, della vita di tutti, di non spregiarle, insultarle, straziarle. Perché comincia da qui il Non-Uomo, l’atroce Inumano che da gran tempo ci tormenta.

Questo passo è tanto appassionato quanto problematico. La me stessa di quattro anni che cominciò a dire no alla carne nel piatto, perché sapevo di chi era, avrebbe aderito senza dubbio. Anche la me stessa di ora è scossa da queste parole, così come lo sono dalle molte notizie di esseri umani che salvano animali selvatici, intrappolati dal gelo o dalla plastica, senza alcun altro motivo che un istinto fraterno. Ma stiamo sempre trattando dell’umano, delle sue colpe, dei suoi doveri di protezione e risarcimento verso gli altri animali. Può darsi che valga per l’uomo occidentale – sicuramente meno, o con diverse modalità, se ci spostiamo nelle culture artiche, nelle steppe mongole e siberiane, presso le popolazioni considerate minoritarie che lottano per restare economicamente, culturalmente e fisicamente vive. 

Quello che Ortese, in uno splendido e folle eccesso d’affetto, non considera è che la fratellanza fra gli animali è prima di tutto una relazione paritaria, dove l’altro animale va visto perfino nei suoi aspetti difficili, disturbanti. La relazione conta più della responsabilità umana e in questa relazione i sentimenti amorevoli si mescolano alla ferocia. 

Abbandono per un po’ il libro di Ortese, e cerco risposte altrove, dove l’umano è ridotto a spettatore. Sfoglio le pagine del testo subito accanto sul mio tavolo, così differente eppure luminoso sulla questione animale: Tarka la lontra di Henry Williamson, pubblicato in Inghilterra nel 1927 dopo anni di riscritture. Sconvolto dall’esperienza della Prima Guerra Mondiale Williamson trovò rifugio nel paesaggio rurale del Devon, dove effettivamente salvò e crebbe una lontra, finché questa fuggì, dopo essere rimasta intrappolata in una tagliola. Lo scrittore cercò la sua lontra dalla zampa mutilata tremando a ogni battuta di caccia, ma comunque osservando il lavoro di cani e uomini, per saperne di più, comprendere, poter raccontare quanto vedeva. 

Nacque così Tarka, il vagabondo delle acque. Una lontra maschio cresciuta nel Devon settentrionale nella località i Due Fiumi. Predatore spietato, cucciolo giocoso, che nulla ha da temere se non l’uomo e i suoi cani addestrati. Nel libro l’occhio segue gli animali verso l’essenziale di ogni esistenza. Alcuni hanno nomi: Tarka, Nog l’airone, l’anziana lontra Musogrigio, l’amata Codabianca. Vi si incontrano due tipi di violenza: una del tutto connaturata al proseguimento dell’avventura terrena, animale contro animale, senza pietà. L’altra proveniente dall’umano, come controllo ed esercizio di potere. La prima è sostenibile, ma mai edulcorata: un riccio, a cui abbiamo appena iniziato ad affezionarci perché ha un nome, viene colto di sorpresa da un tasso e divorato. Ne restano gli aculei sul terreno smosso. Una gallinella d’acqua viene cacciata dalla madre di Tarka, che nuota furtiva sottacqua, perché i cuccioli possano sfamarsi. E mi limito alla prima parte, ovvero l’infanzia, quando tutto è scoperta. Poi c’è la violenza della caccia per la pelliccia, delle trappole nascoste nella boscaglia per tenere lontani gli animali selvatici dalle proprietà umane. Una violenza che arriva come una forma di tradimento, perché non necessaria, funzionale esclusivamente all’autoritarismo di una sola specie. Una violenza che gli animali avvertono, ma non capiscono fino in fondo. E questo è il vero crimine: fare il male a chi non se lo aspetta, travestendolo in un nemico invisibile e spietato come i denti di una tagliola. Williamson non giudica, si limita a mostrare. Nel farlo ci restituisce il dolore dell’animale.   

Quella notte, a un’ora più tarda, tornò nel bosco con i cuccioli e levò un fischio di richiamo per la sua piccola perduta. Non sapeva che era morta; sapeva solo di desiderarla. Nella notte silenziosa i suoi fischi arrivarono lontano, ed essa avanzava correndo, naso a terra, fermandosi a guaire quando il dolore si acuiva. Il gallo sul ramo del melo la udì e cantò al cane nel canile, il quale abbaiò al padrone. Udendo il latrato, la lontra portò via i suoi cuccioli; e al termine della notte, raggiunto il gran fiume, la cucciola perduta era dimenticata. 

Ecco qui. Un’intensa pena che cede al bisogno di resistere, per sé stessa per i cuccioli finché saranno sotto la sua cura. Non è diverso da quanto scrive Richard Adams nel suo capolavoro, La collina dei conigli, un libro dove pur acquisendo caratteristiche da comunità umana (una fra tutti tramandarsi storie mitologiche sugli antenati), i conigli mantengono la loro natura di prede sottoposte alla caccia di innumerevoli nemici.  Spesso la dimenticanza dell’amico perduto scende su di loro. O forse è un ricordare in un modo diverso da noi. Ricordare nella persona, nelle cose apprese. Non erigere altari, ma essere, finché l’aria non fischia nelle ossa. 

Penso a Tarka cucciolo nella tana fra le radici, al territorio che abitiamo da piccoli, alla nostra ricerca di una casa accogliente, anche solo per una notte. Una casa di mura o di legno o aperta sul mare alla fine del fiume. Seguendolo, un certo tormento di dubbi e traguardi non raggiunti si affievoliscono; dimentico qualcosa e lascio che prenda spazio il mondo. Un mondo noto come la casa eppure straordinariamente nascosto. Accade qualcosa, mentre guardiamo gli animali. Accade che siamo stupiti come bambini che si accorgono che c’è un corpo fuori dal loro, animato, pungente, ricco di odori, a volte invisibile e che parla sebbene non capiamo tutte le parole. Parla in guaiti, miagolii, fruscii, clangori metallici, pioggia, cinguettii, grida, sciabordio d’acqua. Cosa dice? Non lo sappiamo. Lo immaginiamo, dando i natali alla prima storia che incontra le altre. E se gli animali sparissero, cosa sarebbe della nostra immaginazione?

Opera di María de los Remedios Alicia Rodriga Varo y Uranga

Cerco nei mei scaffali una piccola fiaba, letta anni fa e scritta da Amos Oz: D’un tratto nel folto del bosco. C’è un villaggio dove gli animali sono scomparsi. Al loro posto il silenzio. Gli animali se ne sono andati, di loro volontà, seguendo Nehi, figura misteriosa, bambino e poi uomo emarginato dalla comunità, che ha preso la via solitaria del bosco, tornando solo di notte nei vicoli del paese, per spiare le piccole gioie umane. Con gli animali se ne va la solidarietà verso i più fragili e tutti coloro ritenuti marginali, ma crescono la paura e la diffidenza. Sono due bambini, Mati e Maya, a inoltrarsi nel selvatico per scoprire se questi animali ci sono ancora, da qualche parte, pronti perfino ad affrontare Nehi, ormai equiparato a un demone. Ciò che è diverso va denigrato, allontanato, reso diabolico, pericoloso. E così facendo perdiamo la varietà della nostra stessa anima, perdiamo l’immaginazione. 

La scomparsa degli animali, o almeno degli animali che conosciamo, è un tema sempre più frequente della letteratura ed è giusto avvertirlo come una mutilazione orrida. La si ritrova chiara e struggente, anche se temprata dall’ironia, in alcune poesie dell’ultimo libro di Margaret Atwood, Moltissimo, tradotto da Renata Morresi. Mi sono appuntata alcuni versi sul quaderno, sono molti, a dire il vero, i versi della Atwood che negli anni ho ricopiato.  

In “Oh bambini”, scrive:

Oh bambini crescerete in un mondo senza uccelli?

Ci saranno grilli, dove siete voi?

Ci saranno aster?

Vongole, almeno?

Forse non le vongole.

 

Sappiamo che ci saranno le onde.

Non c’è bisogno di molta vita per quelle. 

(…)

Oh bambini, crescerete in un mondo senza ghiaccio?

Senza topi, senza licheni?

Oh bambini, crescerete?

Crescere significa poter abitare il futuro. Ma abitarlo sognandolo, ascoltando il mondo nei suoi molteplici suoni, ritrovarsi animali feroci e compassionevoli che guardano altri animali per sapersi vivi. Crescere meravigliati – cosa non da tutti.

Da dove viene la voce?

Perché solo alcuni la sentono?

 

 [“Cuore dell’Artico”].

Questo dono doloroso, che solo alcuni ricevono, mi riconduce in un cerchio di sentimenti e intuizioni alla Ortese, alla sua ingenuità, quando critica la società contemporanea, “un complesso di cellule negative”, composto di individui che inseguono comodità e lussi, specializzazioni ed eccellenze, meriti e vittorie, che non riconoscono i tesori della terra, pur sfruttandoli. 

Questi individui, benché si afferrino a queste cose con mille delle loro avide mani, non le vedono in realtà; e, anzi, molti vogliono arrivare a questo tipo di società, proprio perché essa toglie alla pupilla dell’uomo quello che viene considerato ormai un difetto compatibile solo nel bambino e nel primitivo: la meraviglia. E vi è della grandezza, nella meraviglia, il senso di una favola, la possibilità di una storia: e, appunto per questo, la nostra ultima società, sterile e paurosa della vita, vi si rifiuta. 

Non c’è uno stato armonico che escluda la sopraffazione e la lotta. Non c’è una pace negli animali o nel paesaggio. Ma c’è lo sguardo che può decidere di conoscerli, pieno di domande e attese, uno sguardo che comincia nell’infanzia e ci chiede di essere preservato, di dare un senso alla pena che invade ogni cosa mentre nasce e gioisce. Uno sguardo che sa di perdersi in quel tutto mescolato, sempre, senza possibilità di scampo: uccisione, morte, salvezza, tana, buio, rivo che scintilla, coperta, pelliccia, gioco, terrore, fiducia. E in questo Ortese ha ragione: solo sentendo prima il male fatto ad altri, possiamo volere la riconciliazione. Sapendo che quel male è imposto alla nostra meraviglia, alla nostra infanzia: quel momento crudele e perfetto in cui, comunque vada, abbiamo provato ad affidarci al mondo, agli umani, agli animali. Ai fratelli. 


Francesca Matteoni (1975) è poetessa e scrittrice. Ha all’attivo sia pubblicazioni accademiche sia altre di stampo divulgativo sulla storia della stregoneria e la medicina popolare in italiano e inglese. Tra i suoi ultimi libri: Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ 2919); un saggio sulle piante sacre nel volume La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita; il libro di poesia Ciò che il mondo separa (Marcos y Marcos, 2021) e Io sarò il rovo. Fiabe di un paese silenzioso (effequ 2021). È redattrice di Nazione Indiana e scrive per Kobo e L’Indiscreto. Il suo ripostiglio si trova qui.

1 comment on “Perché dovremmo empatizzare con gli animali

  1. Pia Barone

    Intuivo tutto ciò che ho letto, è una conferma del mio pensiero sulla vita umana e dei nostri fratelli, ma non sapevo esprimerlo così bene! Qualcuno mi prende in giro se esprimo la meraviglia che provo davanti alla natura( paesaggio o esseri viventi) quindi mi ha fatto bene leggere Francesca Matteoni. Grazie!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.