A marzo a Roma un uomo è stato sequestrato e violentato dall’ex compagno per diverse ore. Nessuna testata, nel riprendere la notizia, ha usato le categorie proprie della violenza di genere per spiegare l’accaduto. Questo articolo prova a spiegare perché.
In copertina e lungo il testo opere di stanley spencer
Di Alessia Dulbecco
Chi fa formazione sulle questioni di genere impara presto a tenere d’occhio la stampa. Il modo in cui una notizia viene costruita, dalle parole scelte nel titolo ai commenti che raccoglie una volta condivisa, restituisce un indice abbastanza affidabile di cosa una società riesca a nominare e di cosa preferisca tacere. Ecco perché, nel mio lavoro, la cronaca finisce quasi sempre per diventare materiale su cui allenare lo sguardo.
A marzo una notizia si è imposta alla mia attenzione esattamente per questo. La cronaca di Roma riporta il sequestro e lo stupro, protratto per diverse ore in una roulotte all’Ostiense, di un uomo di trentaquattro anni da parte dell’ex compagno cinquantenne. L’aggressore – è scritto – ha agito sotto l’effetto di cocaina, la vittima, una volta portata in ospedale, ha raccontato le sevizie subite. Vado a leggere come le diverse testate riprendono la notizia. Il registro è quello della cronaca nera, con qualche venatura morbosa nei dettagli; nessun titolo, in nessuna delle versioni che consulto, nomina la categoria di violenza di genere.
Decido di riportare la notizia sui miei canali social, proprio per mettere in evidenza come ciò che si dice, o si evita di dire, intorno alla violenza racconti comunque qualcosa. I commenti che arrivano disegnano subito due resistenze speculari. La prima vuole che la violenza di genere sia una questione riservata alle donne, e che applicare quella categoria a una coppia di uomini rappresenti una forzatura terminologica, quando non una vera e propria appropriazione indebita. La seconda attinge a discorsi discriminatori di lungo corso, di cui evidentemente non ci siamo ancora sbarazzati, costruiti intorno allo stereotipo dell’uomo gay come figura deviata; una violenza tra uomini rientrerebbe quindi in una sfera di patologia, estranea agli strumenti con cui si analizzano le dinamiche di potere dentro le coppie. Provo a spiegare che la violenza di genere ha a che fare con i ruoli sociali e le dinamiche di potere costruite socialmente a partire dal dato biologico. “Genere”, infatti, non è sinonimo di “sesso femminile” (anche gli uomini sono un genere, anche se solo recentemente stanno iniziando a farci i conti), ma una categoria che indica il sistema di aspettative, gerarchie e copioni che una cultura costruisce intorno alla differenza sessuale. Se quelle aspettative e quelle gerarchie si depositano nelle persone indipendentemente dall’orientamento sessuale – come la ricerca sullo sviluppo e i men’s studies hanno ampiamente documentato – allora le dinamiche che producono possono manifestarsi anche dentro relazioni tra persone dello stesso sesso, sebbene con caratteristiche proprie che le distinguono dalla violenza nelle coppie eterosessuali. Il fraintendimento è diffuso, e non è innocuo: pensare che la violenza di genere implichi necessariamente la presenza di una figura femminile nei panni di “vittima” significa escludere dal discorso tutte le forme di violenza in cui quelle stesse dinamiche di potere operano dentro relazioni tra due donne o tra due uomini. Il tentativo di spiegazione non porta da nessuna parte. Mi accorgo, mentre rispondo, che quel muro di incomprensione è già il fenomeno che stavo cercando di descrivere.
L’ultimo libro di Simone Alliva, Vertigine. ChemSex e mascolinità tossica: la generazione invisibile, (finito al centro di una polemica con l’accusa di aver plagiato alcuni capitoli) prova a fare chiarezza intorno al modo in cui si raccontano la vita e le esperienze delle persone omosessuali.
Il tema centrale è specificamente quello del ChemSex, il sesso prolungato sostenuto da sostanze come il GHB e il mefedrone, di cui, in italia, si parla pochissimo nonostante sia un tema molto studiato e sentito all’interno della comunità). Man mano che si procede nella lettura, tuttavia, il perimetro del discorso si allarga: Alliva ricostruisce un quadro in cui le sostanze e la violenza cominciano ad apparire come manifestazioni diverse dello stesso nodo irrisolto con la mascolinità.
Uno degli aspetti su cui Alliva si sofferma più a lungo è il modo in cui gli uomini gay si rapportano gli uni agli altri dentro la comunità. Si domanda, a un certo punto, perché quella stessa comunità venga descritta da chi la abita come una fonte significativa di stress, quando per altri gruppi minoritari l’appartenenza a un ambiente di simili svolge, di norma, una funzione protettiva. La risposta che il libro costruisce passa per episodi minimi e spietati – episodi che, secondo le accuse di plagio, potrebbero essere mutuati da un’inchiesta americana del 2017 di Michael Hobbes piuttosto che raccolti direttamente in Italia, anche se la fenomenologia che descrivono trascende i confini geografici.
Il repertorio dei filtri che compaiono sulle dating app e gli insulti che circolano anche nelle serate gay friendly – “Passiva”, “Frocia”, “Finocchia”, “MxM” (che sta per “maschio per maschio”), “No Effeminati” – è documentato anche in Vertigine. I parametri con cui si stabilisce il valore di un corpo e le parole scelte per ferire attingono quasi sempre allo stesso registro, quello che declina in senso svalutante la femminilità. Alliva raccorda l’osservazione al dato clinico, riportando uno studio di Dane Whicker della Duke University secondo cui la maggior parte degli uomini gay dichiara di desiderare un partner maschile e di voler apparire a propria volta più maschile. Quella mascolinità che la cultura patriarcale impone a qualunque uomo viene reintrodotta dentro la comunità che di quella cultura avrebbe più ragioni per diffidare.
Per capire come quella mascolinità riesca a insediarsi anche in chi avrebbe ben più di una ragione per rifiutarla, conviene fare un passo indietro, osservando l’educazione impartita ai bambini. Vale la pena ricordare che il lavoro di decostruzione degli stereotipi di genere si è concentrato per decenni, quasi esclusivamente, sul versante femminile, cioè sul genere che subiva (e subisce) oppressioni sistemiche che si traducevano in discriminazioni e minori opportunità in ogni campo. A partire dagli anni Settanta il femminismo della seconda ondata aveva cominciato a smontare l’impalcatura di costrizioni dentro cui le donne erano socializzate, e quel lavoro di smontaggio ha tenuto legittimamente occupato il campo critico per molto tempo. L’idea che anche il maschile fosse una costruzione storica, un genere, e che di quella costruzione si potesse pagare un prezzo, ha fatto la sua comparsa più tardi. I men’s studies nascono tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, e Michael Kimmel è una delle voci che più hanno contribuito a renderli un oggetto di ricerca sistematica. Lavorando per anni nelle aule americane, in particolare con adolescenti e giovani uomini, Kimmel ha ricostruito quello che chiama guy code, un codice non scritto trasmesso per osmosi dall’infanzia, i cui precetti vanno dal non piangere al dominare, con in mezzo l’obbligo di non mostrare fragilità e di rifuggire qualunque tratto assimilabile al femminile. Ciò che tiene insieme quei precetti è l’equazione tra mascolinità e posizione gerarchica, un’equazione che precede qualunque consapevolezza dell’orientamento sessuale e si applica senza eccezioni.
In Quel che resta degli uomini. Sulla mascolinità, Manolo Farci ricostruisce come quel copione, descritto da Kimmel per il contesto statunitense, risulti perfettamente sovrapponibile a quello che opera nelle pratiche educative italiane. Il codice non conosce eccezioni per orientamento sessuale, né del resto potrebbe prevederne, dato che si deposita in una fase in cui quell’orientamento difficilmente risulta leggibile al bambino o a chi se ne prende cura. Quando un ragazzo gay arriverà, molti anni dopo, a riconoscersi come tale, avrà già attraversato tutto l’addestramento che qualunque altro ragazzo ha attraversato, con il medesimo danno depositato negli stessi punti.
A quel primo strato, per i ragazzi gay, se ne aggiunge un secondo. Negli anni Novanta il sociologo statunitense Ilan Meyer ha messo a punto la cornice teorica del minority stress, la condizione di stress cronico che accompagna chi appartiene a gruppi discriminati, ripresa e ampliata poi dalla ricerca successiva. Vittorio Lingiardi, uno dei principali interpreti italiani di quell’apparato, ne distingue le componenti tenendo insieme il piano esterno, dove rientrano le esperienze di discriminazione e violenza subite e l’ambiente circostante, percepito come potenzialmente ostile, e il piano interno, più insidioso, che consiste nell’interiorizzazione dello stigma, l’autodisprezzo più o meno consapevole che la cultura dominante riesce a far introiettare alle persone stesse che colpisce. A questo quadro si aggiunge una dimensione cronologica. Il ricercatore John Pachankis (Yale) ha documentato come il periodo tra la presa di coscienza della propria sessualità e il momento in cui si comincia a parlarne con gli altri rappresenti la finestra di maggiore vulnerabilità; anche stress di bassa intensità producono in quella fase un effetto sproporzionato, perché il ragazzo ha già imparato ad aspettarsi il trauma.
La letteratura scientifica ha cominciato a misurare anche gli effetti fisici di questo logoramento; Uno studio del 2016 ha documentato alterazioni nel profilo del cortisolo diurno nelle persone LGB, interpretabili come l’effetto di un sistema di risposta allo stress iperattivato troppo presto e troppo a lungo in adolescenza. Altre ricerche hanno documentato un rischio cardiovascolare più alto. Il risultato è che, quando un ragazzo gay arriva all’età adulta, porta con sé due costruzioni depositate in contemporanea, una condivisa con ogni altro ragazzo maschio della sua generazione e un’altra esclusivamente sua, formata nel silenzio di quei cinque anni.
Quello che si subisce dall’esterno non scompare; si interiorizza e finisce per redistribuirsi dentro lo spazio che dovrebbe esserne esente.
Le gerarchie interne di cui si è detto, dalla misurazione dei corpi alla svalutazione del femmineo, si prolungano in quella che un altro intervistato descrive come una cattiveria «quasi patologica» fra uomini. A quella continuità la sociologa e pedagogista Eve Kosofsky Sedgwick aveva già dato una cornice teorica nel 1985, in Between Men. English Literature and Male Homosocial Desire, un testo che in Italia resta poco frequentato, anche perché non è mai stato tradotto. Con il termine omosocialità, che è poi l’asse concettuale del volume, Sedgwick definisce l’intero spettro dei legami fra uomini, dalle amicizie alle alleanze professionali, dai cameratismi sportivi alle solidarietà politiche; legami che nelle società patriarcali strutturano il potere e la sua trasmissione, e che per funzionare richiedono una demarcazione continua dall’omosessualità, da cui l’omofobia come meccanismo regolativo. La tesi di Sedgwick, oggi considerata fondativa per gli studi queer, è che quella demarcazione non modifica la natura gerarchica del legame; lo scarto tra un’amicizia virile tra eterosessuali e una relazione sessuale tra uomini non ristruttura le dinamiche di dominio, di possesso e di misurazione reciproca che operano in entrambe. Detto altrimenti: il desiderio sessuale, fra uomini, non cancella le dinamiche di dominio che strutturano il loro legame; semplicemente, le incorpora nella relazione.
Torniamo alla questione sollevata dal mio post e dai commenti ricevuti: perché è così difficile riconoscere la violenza di quel fatto di cronaca come violenza di genere? È ancora Sedgwick a offrirci la cornice concettuale per trovare risposta, questa volta grazie Epistemology of the Closet, tradotto (ma fuori mercato – lo sottolineo auspicandone il ritorno) tradotto in italiano con il titolo Stanze private. Il libro si interroga sulla forma che l’eterosessismo assume nella cultura occidentale contemporanea. Secondo Sedgwick, la nostra società si regge su un connubio tra eterosessismo e binarismo omo/eterosessuale; cioè a dire, da un lato l’assunzione implicita che l’eterosessualità sia la condizione normale e il parametro rispetto a cui ogni altro orientamento si misura, dall’altro la riduzione della sessualità a due caselle opposte, omo ed etero, che escludono ogni gradazione intermedia. Questo connubio non si limita a generare discriminazioni contro chi sta fuori dalla casella prevista; produce quelle che Sedgwick chiama strutture epistemologiche, cioè strutture che stabiliscono ciò che una società consente ai suoi membri di riconoscere come reale, di nominare e di sapere.
Detto in termini più concreti, la cultura dominante non si limita a svalutare certe esperienze; decide preliminarmente quali esperienze possono essere formulate con parole, quali restano fuori dal pensiero condivisibile. Il closet, letteralmente l’armadio in cui si tiene nascosta la propria omosessualità, in questa prospettiva cambia di senso e diventa molto più della metafora del segreto tenuto verso gli altri. Il closet opera soprattutto come impossibilità di sapere di sé, una zona in cui certe esperienze non trovano la forma linguistica e concettuale che consentirebbe di riconoscerle come tali, a cominciare dai protagonisti stessi.
È a questo livello che il muro di incomprensione incontrato nei commenti al mio post comincia a diventare intelligibile. Non si trattava di “ignoranza” nel senso ordinario; era l’inconsapevole difesa di una struttura che regola ciò che si può riconoscere come violenza di genere quando i protagonisti sono entrambi uomini. La stessa struttura produce un effetto speculare ma distinto quando si tratta di uomini eterosessuali che si riconoscono come vittime – di una separazione conflittuale, di una ex partner, di procedure legali percepite come sbilanciate a favore delle donne. In quei casi, la virilità non è in gioco: l’uomo può lamentarsi pubblicamente, cercare solidarietà, costruire un discorso di rivendicazione. Il problema che percepisce è esterno, sistemico – un sistema che garantisce alle donne tutele da cui lui si sente escluso. Quando invece la violenza avviene dentro la coppia omosessuale, il riconoscimento richiederebbe un movimento inverso e molto più costoso: ammettere la propria vulnerabilità in prima persona, dentro una relazione che la cultura non ha ancora dotato degli strumenti per essere nominata.
Il silenzio che questa struttura produce non impedisce al fenomeno di manifestarsi. La letteratura scientifica internazionale documenta da tempo che la violenza di coppia (definita IPV – intimate partner violence) dentro le relazioni omosessuali si manifesta in misura analoga a quella registrata nelle coppie eterosessuali. Una ricognizione condotta dalla Northwestern University nel 2014 ha rilevato tassi di violenza domestica compresi, a seconda degli studi considerati, fra il venticinque e il settantacinque per cento delle persone lesbiche, gay e bisessuali osservate. Una meta-analisi pubblicata nel 2023 sul Journal of Interpersonal Violence dal titolo Intimate Partner Violence in Same-Sex Relationships, conferma il quadro e introduce una categoria che per il nostro ragionamento risulta centrale, quella di doppia invisibilità. Le ricerche convergono nell’indicare che la sotto-segnalazione della violenza di coppia è particolarmente acuta quando i protagonisti sono entrambi uomini, e che la causa non va cercata in un vuoto giuridico; gli strumenti esistono. Il punto è che la persona coinvolta dovrebbe compiere due movimenti di auto-riconoscimento in sequenza. Prima dovrebbe rendere nota la propria omosessualità, spesso in contesti familiari o lavorativi che fino a quel momento non la conoscevano; poi dovrebbe presentarsi come vittima di un reato che entra in conflitto con il codice di mascolinità interiorizzato nell’infanzia, quello che prescrive di non esporre fragilità e di non farsi vedere perdenti. Davanti a entrambi questi passaggi la voce tende a ritrarsi.

Sul versante italiano il silenzio è ancora più compatto. Qualche ricerca è stata prodotta, la prima nel 2011 a cura di Arcilesbica sotto il titolo Eva contro Eva, limitata però al segmento lesbico. Gli studi prodotti sono pochi, frammentari; non hanno dato luogo a rilevazioni sistematiche paragonabili a quelle condotte intorno alla violenza maschile contro le donne, e non sono entrati nel discorso pubblico. Un’assenza di questa portata racconta della struttura epistemologica di cui ho scritto, osservata dal lato delle politiche pubbliche e dei servizi. Se un fenomeno non viene riconosciuto nel discorso pubblico, non si costruiscono gli strumenti per rilevarlo e per accogliere chi lo subisce.
La cornice legislativa, in Italia, è stata ottenuta solo in parte, e anche quella parzialità dipende dalla stessa struttura epistemologica che il pezzo ha provato a descrivere: una cultura che fatica a nominare le relazioni e le loro dinamiche, positive o negative che siano, fatica anche a tutelarle come tali. Ma l’orgoglio, che è la parte più difficile, richiede qualcosa di ulteriore rispetto alle leggi. Richiede di potersi raccontare a trecentosessanta gradi, comprese le zone vulnerabili; riconoscere che a volte possiamo rivestire il ruolo di vittima è necessario per poter chiedere aiuto e per essere visti. Finché la struttura descritta da Sedgwick continuerà a operare senza essere nominata, la violenza di quella roulotte all’Ostiense resterà cronaca nera. Il lavoro di decostruzione della mascolinità, cominciato decenni fa, riguarda tutti gli uomini, a prescindere dall’orientamento sessuale, perché tutti, nel corso della loro esperienza di vita, sono stati modellati dallo stesso codice.



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