Perché l’erotismo femminista di Erika Lust non è erotico

Il sesso raccontato e rappresentato dalla regista svedese viene da grandi propositi: proporre un erotismo femminista e che includa lo sguardo femminile. Ma d’altra parte una visione eccessivamente edulcorata del sesso, dove la visceralità del corpo e dei suoi istinti sembra anestetizzata, rischia di allontanarsi dalla funzione erotica del cinema porno: quella che propone liberazione e godimento.


In copertina: Nan and Brian in Bed, New York City, Nan Goldin, 1983

di Sofia Torre

Una camera con vista mare, interni eleganti, stampe alle pareti e qualche tappeto semi-esotico: il set di XConfession volume 4 di Erika Lust ricorda una località di Jonathan Franzen o un’inquadratura di Wes Anderson più che un vero e proprio set pornografico. “Together we are changing the rules of pornography” recita il sito della Lust, promettendo una location nuova e una trama diversa per ogni film. L’estetica dei film diretti da Erika Lust, però, ha un’impronta inconfondibile: paragonati al porno mainstream in cui le modelle escono dalle azioni sceniche scarmigliate, arrossate e senza fiato, le attrici delle XConfessions sfoggiano capelli perfettamente acconciati e una gestualità calma e misurata. Non vedrete mai deepthroat, violenza o BDSM nelle sue declinazioni più dolorose, estreme o conturbanti: Erika Lust si assume il compito di rendere divertente e giocosa la rappresentazione dell’esperienza sessuale, per creare un porno dalla parte delle donne, finalmente incluse nel discorso sessuale. Non c’è traccia del POV (Point Of View) maschile tradizionale: non vedrete mai frontalmente una donna che pratica una fellatio, né la sua schiena incuneata mentre viene penetrata da dietro. Se tutti i film del porno tradizionale finiscono con l’eiaculazione maschile, quelli di Lust terminano con una candida demistificazione post coito, a rendere evidente che nessuno è stato utilizzato come un pezzo di carne per il piacere altrui. In particolare, la demistificazione veicola una precisa convinzione, cioè che il motivo per cui le donne non guardano tanti porno quanti gli uomini è perché le immagini proposte sono sbagliate, poco rassicuranti quando non apertamente spaventose. Per rendere fruibile alle donne il materiale pornografico è necessario dunque creare un corrispettivo femminile, che capovolga i meccanismi di potere e consumo che costituiscono il motore dell’eccitazione maschile. 

Il sesso che piace alle donne, secondo la regista svedese, non è mai solo sesso: è necessario rappresentare sentimenti, legami, affetto. Le donne, secondo Lust, si sono stufate di vuoti amplessi senza trama, di stanzoni anonimi e di essere riprese solo in funzione dell’uomo che le oggettifica per il suo piacere, che sia narcisistico o sessuale. Le donne, afferma Lust, hanno bisogno del bello. Non a caso, le influenze che la regista svedese indica sono quelle di sofisticate cineaste, come Sofia Coppola, Susan Bier e Kiberly Pierce che del bello hanno fatto la loro firma in commedie romantiche costeggiate da bella fotografia. Tutto è bello: gli attori, i costumi, le colonne sonore. Dal canto suo, Erika Lust tenta di abbellire il porno. Basato sulle pause e non sull’azione, il tempo dilatato da piacevoli stacchi di camera, le tendine di pizzo perfettamente pulite: XConfession volume 4 e Lost in Translation hanno fin troppo in comune, non fosse che Scarlett Johansson è più famosa e vagamente più voluttuosa delle modelle di Lust. 

I peli pubici sui corpi altrimenti glabri, i sorrisi affettuosi e mai nervosi o esagerati durante amplessi fin troppo ben congeniati raccontano una scelta estetica e non una rivendicazione politica. In un certo senso, il desiderio femminile così narrato è una forma di resa alla richiesta di grazia ed eleganza che la società impone alle donne, anche nei momenti che si presume siano di abbandono e libertà. The Good Girl è la storia dai toni pastello di una ragazza che fa sesso col fattorino che le consegna la pizza. We know you are watching narra di una coppia felice che fa l’amore facendosi guardare dalla cortese vicina di casa, a cui viene comunicato l’imminente operato tramite dei fogli di carta sui vetri. Per sfatare la saggezza popolare che vuole l’eccitazione come qualcosa che muore con il matrimonio e l’istituzionalizzazione dell’intesa amorosa, non manca ai prodotti Lust la voce Couples, dedicata a coppie della vita reale che hanno voglia di riprendere in pompa magna stralci della loro esperienza erotica. Tutti sorridono e sono amichevoli gli uni con gli altri, i movimenti sono lenti, compassati, misurati; le scene sono scandite da primi piani armonici ed esterni evidentemente altoborghesi. Avrebbe potuto essere un esempio elegante di cinema erotico d’autore, ma il tentativo di Erika Lust è di crearsi un posto nella scena del porno alternativo. 

Se, per citare Susanna Paasonen, si sceglie di considerare porno e porno alternativo come una questione di grado e non di tipo, Erika Lust è certamente un esempio del secondo. Se invece con porno alternativo si intende una pornografia stratificata capace di veicolare istanze politiche, in particolare dando voce a realtà generalmente silenziate nel porno eteronormato, la situazione si complica. Che si tratti di coppie consolidate o di sconosciuti che si incontrano e mettono in pratica atti (teoricamente) passionali, Erika Lust tende a mostrare sì bianchi caucasici, afroamericani e persino qualche asiatico, che però sono sempre rigidamente abbigliati secondo la moda occidentale. Non c’è traccia di un reale multiculturalismo, né sotto un’ottica sartoriale, né dal punto di vista architettonico: gli interni, sempre arredati con uno spiccato gusto shabby chic, quando sono esotici ricordano, al massimo, gli eleganti  loft delle più classiche commedie americane. La rivendicazione di una maggiore autenticità è destinata a schiantarsi contro il duro scoglio della realtà: il porno di Erika Lust è stato creato ad hoc per la gente elegante che compra prodotti equo-sostenibili per mettersi a posto la coscienza nel privato, poiché il sistema è perfettamente a loro favore.

Parte del successo del porno di Erika Lust è probabilmente dovuto all’aura di impegno sociale e politico. La regista svedese, laureata in Scienze Politiche, tende a presentarsi come un’attivista femminista militante: il suo compito è quello di restituire il piacere alle donne tramite la sua pornografia alternativa. Il porno diventerebbe quindi un oggetto culturale completamente nuovo, finalmente liberatorio. Indipendentemente dal gusto personale rispetto al porno, è innegabile che i materiali porno alternativi rispondono alla crescente domanda di persone che hanno un’età compresa fra i 15 e i 25 anni alla ricerca di un porno che possono comprendere: un erotismo da sentire vicino, in cui immedesimarsi, soprattutto per chi si distanzia dall’eteronorma. Come scrive Giovanna Maina, generalmente le pornografie alternative operano nel senso della disarticolazione di pratiche, simboli e repertori visivi dell’eterosessualità, per mettere in rilievo lo statuto costruito del cosiddetto originale eterosessuale. In effetti, sono sempre esistiti tentativi di creare un’alternativa alla produzione pornografica maggioritaria. Ne è un esempio Femme Productions, destinato a lesbiche e famiglie, o Fatale Video, che si pone come obiettivo un vero porno per lesbiche, ideato da Nan Kinney, co-fondatrice della fanzine sex positive On Our Backs. Dana Vespoli, regista di Evil Angels, crea quelli che lei definisce porno “psicosessuali”. A differenza di Erika Lust, Vespoli non insegue il bello a tutti i costi. Ad esmpio, in una famosa scena di sesso anale di Dana Vespoli’s Sex Diaries è possibile intravedere il filo del tampax della performer, in una coraggiosa scelta estetica e politica.

Come scrive Giovanna Maina in Cum on my Tattoo, nonostante le differenze stilistiche, in tutti i porno alternativi è possibile assistere a un appello diretto alle subculture giovanili. Da questo punto di vista, Erika Lust non è differente: i tatuaggi dei modelli, le acconciature fra l’hipster e il curatissimo finto punk, persino le tonalità prugna degli abiti pensati per l’autunno e i tessuti ecologici di quelli primaverili alludono a un gusto attribuito a una particolare categoria di spettatori, giovani, colti e impegnati. Nell’uso dell’allusione vi è sempre un certo elitarismo e una certa volontà di esclusione: per coltivare l’intimità con qualcuno, qualcun altro deve essere lasciato fuori. Non tutto il pubblico del porno di Lust coglierà le citazioni a Wes Anderson, non tutti apprezzeranno la dieta vegana dei commensali di XConfession volume 4, forse non proprio tutti accoglieranno quanto i tagli di capelli dei modelli siano perfettamente giusti. Una causa è la mancanza di un comune corpo di conoscenze, ricollegabile a quello che E.D. Hirsch chiama “cultural literacy” nel suo Cultural Literacy: What Every American Needs to Know. È la conoscenza del post-human e della body art degli anni ’90 a garantire che venga apprezzata Erika Lust – quella, appunto, di cui è dotata una certa nicchia, colta, probabilmente laureata. 

L’atto erotico-amoroso di Lust, però, è modellato sugli standard del cinema della grande distribuzione: l’estetica patinata, i corpi snelli e armoniosi dei modelli, le inquadrature fatte di primi piani raccontano un erotismo molto più educato del solito, ma perfettamente inserito nel sistema capitalista neoliberista. Nonostante il mantra “It’s time for porn to change”, l’obiettivo è vendere, e vendere prodotti, più che idee. Non a caso, nello store del sito, oltre a varia gadgettistica di qualità e non necessariamente “per adulti”, si possono trovare anche la lingerie, vini, toys, bags e complementi d’arredo che si vedono nei film. Se la pornografia fosse contestualizzata e concettualizzata in termini meno dualistici, davvero definiremmo il porno di Erika Lust come “alternativo”? Ad un più attento esame, appare evidente che XConfessions si comporti come le piattaforme pornografiche maggioritarie, in particolare come Pornhub. Il più famoso sito pornografico del mondo svolge infatti una funzione di gatekeeping, vigilando sulla qualità estetica e (per quanto possibile) sulla dimensione “etica” dei contenuti. Come scrivono Giovanna Maina e Federico Zecca in All You Need, viene operata una rigorosa selezione di ciò che può (e soprattutto di ciò che non può) essere mostrato.

D’altro canto, gli utenti e i fruitori della scena porno non mainstream invocano un rovesciamento totale, partendo dal presupposto che il problema della pornografia diffusa sia sistemico perché il corpo, coi suoi tempi e i suoi bisogni, viene costantemente censurato e negato nell’attuale civiltà dei consumi e dell’immagine. Sottoposto alla pretesa di una performatività asfissiante e diffusa, tanto in termini di tempo quanto in termini strettamente estetici, il corpo deve infatti soddisfare costantemente due criteri: essere sempre produttivo ed essere sempre gradevole alla vista. Da questo punto di vista, l’incontro sessuale e la sua rappresentazione non rappresentano più un momento di autenticità e liberazione, ma solo l’ennesimo campo dove è necessario eccellere a tutti costi, non deludere le aspettative, rimanere nel personaggio. Il Rev. William Cooper, autore di Sesso estremo. Pratiche senza limiti nell’epoca cyber racconta la realtà della scena erotica alternativa, descrivendo come la libertà sessuale tutto sommato discreta di cui innegabilmente sembriamo godere costituisca in realtà solo una pratica di rimozione del corpo e della sua sensibilità. Da questo punto di vista, rappresentare l’erotismo in maniera mainstream, patinata, convenzionale e priva di feticismi rappresenterebbe per Cooper una tendenza di adeguamento ai miti dell’efficienza, della produzione e della seduzione (generalmente eterosessuale) intesa come competizione. La sessualità deve necessariamente essere una pratica di riappropriazione e di liberazione, un insieme di azioni e istanze personali, certo, ma che devono sfociare nell’ambito politico, un po’ come fa la performer Zebra X di Birmingham, che, una volta staccata l’elettricità e serrate le porte e le finestre, mette in atto con l’aiuto di mollette e attrezzi da cucina pratiche sessuali a lume di candela in risposta alla sovrastimolazione dei media. Se il piacere sessuale resta gravemente compromesso dallo stordimento e dall’abbruttimento a cui siamo sottoposti per via del lavorismo, scrive Cooper, qualsiasi tentativo di rivendicare una nuova visione dall’interno di questo sistema – come fa, in fin dei conti, Erika Lust – può solo risultare anestetizzato e inutile. 

Nel materiale prodotto da Lust, inoltre, risulta evidente l’intento didattico, l’idea che sia necessario educare al sesso, un po’ come si educano i bambini a diventare adulti che non si nuocciono a vicenda. L’impostazione da commedia romantica della pornografia di Lust malcela la sensazione che esista un pericolo latente per le donne nell’istintività sessuale, che va contenuto, limato, inquadrato negli schemi affettivi e sociali riprodotti con un particolare gusto estetico, da donne, appunto. La visione della Lust, secondo cui per le donne non ci può essere sesso senza emozione, conduce all’errata convinzione che tutte le donne e le persone queer abbiano lo stesso approccio al sesso e all’erotismo. Una volta appurato che lo sguardo maschile dietro la telecamera detta le regole del gioco, accusare di maschilismo e patriarcato chi non trova eccitante questa sensualità titubante sembra la soluzione di tutto. Quando il punto non è solo che il porno deve essere femminista: ma dovrebbe, quanto meno, poter essere definito erotico. Erika Lust si limita a trascinare su un set da My Scandinavian Home un’idea ghettizzante e limitata di sesso perfetto per le donne: coccole, bacini, buffetti e ossessive rassicurazioni verbali e non verbali che “va tutto bene”. 

Nessuno nel cinema di Erika Lust è preda di nichilismo postcoitale o della malinconia che a volte segue l’ansia da prestazione: i momenti successivi all’amplesso sono seguiti invece inesorabilmente da affetto, complimenti e tenera gratitudine per aver ricevuto piacere. Secondo Erika Lust è necessario rappresentare il consenso esplicito, per ricordare che un porno diverso è possibile. Gli attori si scambiano a intervalli regolari sorrisi e gesti di rassicurazione, hanno piccoli scambi verbali che affermano in continuazione “Sto bene, procedi pure”, un lasciapassare che scardina l’azione filmica più che renderla fluida. La conversazione da salotto letterario rende quello di Lust un porno che giustifica se stesso, camuffando con pretese d’impegno sociale e innegabile glamour intellettuale il suo fine ultimo: quello di eccitare chi guarda. Perché il porno non può semplicemente essere solo porno? 

L’idea cardine del porno femminista è che il sesso rappresentato dovrebbe aderire a quello della vita vera, fornire un’educazione sentimentale ed erotica e non limitarsi a uno spettacolo impersonale e ad alto tasso atletico. Una posizione intransigente sul tema del consenso è necessaria, ma paradossalmente mostrare l’esplicitarsi costante del consenso stesso significa legittimare le situazioni di coercizione. Non dovrebbe essere scontato che la rappresentazione sessuale è la diretta conseguenza di un rapporto di lavoro consensuale? Non dovrebbe essere ovvio che il sesso senza consenso è stupro, e che non serve nemmeno entrare nel merito? L’idea è che non abbiamo voglia di fare del sesso solo perché ce lo si chiede gentilmente, ma perché qualcosa scatta nel nostro immaginario, per lo più inconsapevolmente, spingendoci a volerci mescolare con qualcun altro, a lasciarci andare, a cercare di procurarci a vicenda del piacere. Che tutto debba essere sempre tenuto sotto controllo, scandito ed esplicitato, di fatto ingabbiato e istituzionalizzato da un’insopportabile sessuofobia di fondo, è una prospettiva anti-erotica. Se tutto va schedato e giustificato, significa che il sesso sta venendo stigmatizzato.

Il consumo di pornografia alternativa riveste un’importantissima funzione sociale, dal momento che contribuisce alla creazione di legami simbolici fra individui che non si rispecchiano nell’eteronorma e che sono tradizionalmente ridotti al silenzio e all’invisibilità. La pornografia alternativa è necessaria per plasmare una comunità desiderante, che possa riconoscersi in una rappresentazione autentica, più reale. Non bastano tatuaggi, piercing e abbigliamento dal retrogusto sadomaso per dimostrare un potenziale atteggiamento rivoluzionario, che revisioni la pornografia hardcore tradizionale e si occupi di svellere i rapporti di potere tradizionali. Il porno gonzo è stato accusato a più riprese di rappresentare l’orgasmo femminile come finto, immediato, troppo facile: un modo come un altro di dare per scontate le donne. La pornografia per donne griffata Erika Lust, però, non lascia spazio a provocazioni: e se una donna, magari addirittura una donna femminista, non lo desiderasse, un orgasmo? Se trovasse eccitante la rappresentazione della frustrazione, invece, dell’attesa a vuoto, di una vaga e piacevole sofferenza? Se desiderasse vedere corpi grassi, mutilati, imperfetti, disarmonici, sgraziati, non più giovani? Se giocare con le convenzioni significasse qualcosa di più di riprendere bellissime ragazze sorridenti e uomini da commedia romantica in una stanza arredata con gusto impeccabile e mobili svedesi? La pornografia alternativa è necessaria per lo sviluppo del movimento sex positive femminista. È necessaria per legittimare il desiderio, scindendolo dal mero bisogno e dalla cortesia forzata. È necessaria per sperimentare visioni che non siano bianche, eterosessuali, compiaciute, per aprire milioni di porte e immaginarne ancora di più. È necessario quindi, che non sia edulcorata, patinata, borghese. Che sia libera da perbenismi di vario tipo, da sorrisini compiaciuti e piccoli gentili a tutti i costi, perché l’ultima cosa di cui ha bisogno il femminismo è un manuale di cosa si fa e cosa non si fa a letto.


Sofia Torre è socio fondatore dell’associazione The Bottom Up e scrive per alcune riviste online, fra cui il tascabile, The Vision, Frammenti e SexTelling. Ha collaborato a Primule, catalogo d’arte sulle questioni di genere, Radio Città Fujiko e parteciperà a UGO – Unidentified Gabbling Objects 2019.

6 comments on “Perché l’erotismo femminista di Erika Lust non è erotico

  1. l’eterosessualità non è costruita è reale e naturale come l’omosessualità ogni modo do vivere l’ers incluso quello mainstream è valido

  2. Sinceramente? Non so quali film abbia visto l’autrice dell’articolo, ma io trovo i corti di Erika Lust molto convincenti, se non autentici. Probabilmente perché è facile per me immedesimarmi nell’atmosfera generale che riesce a creare, con tutte quelle pause e quelle “chiacchiere” che l’autrice sembra non apprezzare. Ne “I wish I was a lesbian”, ad esempio, non troviamo certo delle modelle: ci sono i rotolini, c’è il pelo (sulle ascelle e sul pube), ci sono i brufoli sul sedere e le attrici non sono certo il tipo di donne che si definirebbero “belle” nel senso più comune del termine. Eppure, per me, la carica erotica è forte. Ok, il salottino Ikea, ci sta. Ma anche quello fa atmosfera e l’occhio vuole pure sempre la sua parte, in un modo o nell’altro. Ma soprattutto, che c’è di male nel dire “tutto ok, puoi procedere”? A chi non è mai capitato di sentirsi dire “tutto ok?” “ti piace?” “dove sei?”. Nella mia testa sarebbe strano il contrario. E poi il sesso non è perfetto come ce lo descrivono i porno: le persone ridono, si fermano, ci sono i crampi e la pausa pipì; ci sono gli orgasmi mancati, l’inesperienza e un sacco di altre cose. Sarebbe da ipocriti affermare il contrario.

  3. Criticare intellettualmente, l’eccessivo intellettualismo lo trovo un ossimoro. È un prodotto che deve vendersi sul mercato, a maggior ragione essendo un porno, quindi di genere, e non cinema in senso più ampio. L’articolo mi sembra masturbartorio e cela un giudizio su cosa dovrebbe essere erotico anche per me, ponendolo in termini invece assoluti. Se siamo qui per definire in modo “puro” cosa deve essere il porno siamo messi male credo. Io ci trovo un’idea aderente alla mia in termini di sensibilità nel sesso. Sto sbagliando? Saranno cazzi miei come vivo la mia sessualità e non devo giustificarla in termini razionali o intellettuali. È un prodotto del mercato credo molto migliore in termini di rispetto verso le donne soprattutto per i giovani che si avvicinano al sesso senza alcuna guida sulle relazioni tra persone consensuali. La cultura del consenso è ancora altamente minoritaria in un mondo fortemente maschilista.

  4. L’articolo tocca diversi punti ma solo superficialmente quello dell’etá dei protagonisti. Invece, io vorrei approfondire e spezzare una lancia contro l’ “ageism” (https://en.wikipedia.org/wiki/Ageism ) nel porno e nell’erotica. Non è giusto che ci si concentri su corpi giovani, in maniera discriminatoria, che intacca pesantemente gl’introiti degli attori con caratteristiche differenti.

    Sarebbe giusto che ogni utente visionasse contenuti con attori di un’etá rappresentativa della popolazione.

    Propongo pertanto che in Italia, dove il 22% della popolazione ha più di 65 anni, i providers di contenunti porno-erotici DEBBANO inserire 1 porno “granny”, con attori ed attrici >65, ogni 5 click che uno effettua sul sito. Se clicchi 5 porni, uno random deve essere re-indirizzato su un filmato con etá >65.

    Solo così potremo combattere l’ageism nel mondo dell’erotismo. Unitevi a me su questa fondamentale battaglia contro la discriminazione degli attori!

  5. “Se desiderasse vedere corpi grassi, mutilati, imperfetti, disarmonici, sgraziati, non più giovani?”

    Il mondo alternativo ha questa ossessione per lo schifo, e continua a raccontarsi di voler rivoluzionare una realtà che non ha alcun problema. Qual è il nesso fra l’ingiustizia sociale e passare il tempo a produrre porno di infima qualità? E non solo, qui lo si vorrebbe pure come fantasia lo schifo. Quale persona sana di mente vorrebbe desiderare corpi grassi e mutilati? I corpi del genere già ci sono, non c’è bisogno di desiderarli. E perché non desiderare film brutti, fatti male? Cibi marci, musica fatta da incapaci, e così via?

    Detto ciò la pornografia non è necessaria proprio per nulla, e men che meno a legittimare il desiderio. Si tratta di un piacere accessorio da usare con misura. Serve per la masturbazione, pratica solitaria, non ha nulla di socialmente utile, e soprattutto non ha nulla a che fare con il sesso. Il porno di Erika Lust è erotico come qualsiasi altro porno, perché è perfettamente in grado di eccitare chiunque. L’idea di voler spiegare perché non sia erotico è insensata quanto presuntuosa. A parte ciò non c’è nessun motivo per cui il porno debba rappresentare l’autenticità. Non solo perché non ha senso, trattandosi di finzione, ma perché non sarebbe in ogni caso utile a nulla, dal momento che come esseri umani non ne abbiamo alcun bisogno, dato che le fantasie già ce le facciamo da soli. L’unica cosa di utile che può fare è servire da passatempo a chi lo pratica e a chi lo guarda, allo stesso modo della musica punk, che se uno si diverte a farla va benissimo. Senza però metterci dentro la politica, ché di politico non ci ha mai avuto nulla. Non ce l’aveva il punk e non ce l’ha il porno. Almeno i punk erano abbastanza scemi e ignoranti da non essere in grado neanche di poter intellettualizzare il punk.

    • FF vs PPP

      (non mi ricordavo di aver già usato il nick FF vs PPP, che uso per LPLC, sito grazie al quale ho conosciuto L’indiscreto)

      Aggiungo questo passaggio che mi è venuto in mente poi per chiarire un grosso equivoco che permea la cultura alternativa.

      “rischia di allontanarsi dalla funzione erotica del cinema porno: quella che propone liberazione e godimento.”

      Il concetto di liberazione andrebbe definitivamente abbandonato. L’unica forma di liberazione che ha senso è quella da qualcosa di concreto. Esempio banale la lotta partigiana insieme con gli Alleati per liberarsi dal nazi-fascismo. Tornando alla sessualità ciò che può liberare il porno, è la concreta pratica di vedere scene di sesso esplicite in uno schermo. Non altro. Quando lo si carica di significati fumosi come la liberazione dei corpi o del desiderio alla ricerca dell’autentico o più semplicemente come trasgressione che libera la società si inciampa per forza di cose nell’aporia, per cui ciò che viene prodotto sarà sempre condizionato dalla cultura dominante, opprimente, e quindi fallimentare. Partendo da questi presupposti errati per forza di cose il porno di Erika Lust non può soddisfare intellettualmente chi parteggia per la cultura alternativa. Ma il problema è di quest’ultimi, che vogliono una cosa che non esiste. Erika Lust, invece, più concretamente, cinicamente o meno, fa qualcosa di alternativo nell’unico modo in cui ha senso farlo, ovvero facendo qualcosa di formalmente diverso. Al discorso di Lust si può obiettare che il suo porno non ha nulla di femminista, non certo che non sia erotico, dal momento che nessuno può stabilire cosa sia erotico o meno. Ma non è femminista perché non può esistere il porno femminista, inteso come tecnica filmica. Può esserlo per gli aspetti produttivi, e come opportunità di parlare di femminismo anche all’interno della pornografia. E può incontrare il favore del pubblico femminile.

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