Due episodi di violenza scolastica, risposte istituzionali prevedibili, e un punto cieco che si ripete da oltre un secolo: l’idea che gli adolescenti siano soggetti da sorvegliare, non da ascoltare. Attraverso la sociologia dell’educazione di Nancy Lesko e la storia del concetto moderno di adolescenza, l’articolo mostra come le categorie con cui leggiamo il disagio giovanile siano strumenti di controllo prima ancora che di comprensione. Finché continueremo a trattare i giovani come vite “in preparazione”, resteremo incapaci di vedere ciò che accade davvero — dentro la scuola e fuori.
In copertina: Sandro Chia, Super abbraccio in rosso, 1991, Asta Pananti in corso
Di Alessia Dulbecco
La questione della violenza dentro la scuola è un tema che non può più essere ignorato. Lo scorso gennaio, a La Spezia, lo studente Youssef Abanoud Safwat Roushdi Zaki è stato ucciso a scuola dal coetaneo Zouhair Atif; il movente individuato dalle forze dell’ordine ruota attorno alla gelosia provata in seguito alla pubblicazione sui social di alcune vecchie foto che ritraevano la vittima in compagnia della ragazza a cui Atif era legato. Pochi giorni fa, un tredicenne è entrato a scuola, a Trescore Balneario, nel bergamasco, armato di coltello da caccia e scacciacani, per uccidere la sua insegnante di francese. L’aggressione è avvenuta poco prima delle otto e solo la presenza di altri docenti e collaboratori scolastici ha impedito il peggio.
Gli episodi sono differenti, come diversa è l’eta degli aggressori, la loro provenienza e le presunte motivazioni: per il diciottenne marocchino la rivalità affettiva e la gelosia nei confronti di una ragazza, per il tredicenne italiano le umiliazioni che riteneva di subire sistematicamente dalla docente. Ciò che colpisce non è tanto la distanza tra i due eventi, quanto il modo in cui vengono rapidamente ricondotti a schemi interpretativi già disponibili. Nel caso dell’omicidio alla Spezia, una serie di stereotipi di cui facciamo fatica a liberarci – la violenza legata alla gelosia, quella attribuita ai giovani uomini stranieri, la lettura dello scontro in chiave quasi “sentimentale”, come se fosse un duello settecentesco per ristabilire l’onore perduto – non ci ha impedito di leggerne la drammaticità, ma ha reso il fatto immediatamente assimilabile all’interno di cornici conosciute. L’aggressione del tredicenne, invece, produce uno scarto e incrina un’immagine che gli adulti faticano a mettere in discussione: l’idea che a tredici anni si sia ancora troppo piccoli perché la violenza possa assumere una forma organizzata e intenzionale. Ciò che siamo abituati a collocare nella finzione – serie tv come Adolescence, in cui un tredicenne uccide una coetanea – sembra improvvisamente spostarsi sul piano del reale, senza la distanza rassicurante dello schermo.
Di fronte a episodi di questo tipo, le risposte si dispongono lungo due assi solo in apparenza differenti.
Da una parte c’è quello istituzionale, che torna puntualmente a insistere sul tema della sicurezza. In seguito all’accoltellamento di Youssef Abanoud Safwat Roushdi Zaki, il Ministro dell’Istruzione e del Merito si era espresso sostenendo la proposta di installare i metal detector nelle scuole che ne fanno richiesta; in seguito all’accoltellamento della docente, è tornato a chiedere un rapido inasprimento delle norme contro la criminalità minorile, richiamando al tempo stesso i percorsi di educazione al rispetto già avviati dal Ministero. Dall’altra c’è il registro diffuso dell’opinione pubblica, che accusa i ragazzi di aver perso i “valori”, anche a causa di genitori che avrebbero da tempo abdicato al proprio ruolo educativo, e di una società sempre più alla deriva.
Il terreno del digitale, in questo senso, è quello che tiene insieme le due posizioni. Nel caso di Trescore Balneario, i giornali hanno raccontato che il ragazzo aveva annunciato il gesto in un testo pubblicato il giorno prima e che aveva ripreso l’aggressione in una diretta su Telegram. Da quel momento, più che interrogarsi sul contenuto di quella lettera, molti adulti hanno preferito soffermarsi sulla sua forma, sostenendo che un tredicenne non avrebbe potuto scrivere da solo un documento simile e che dunque dovesse esserci per forza la “mano” dell’AI.
Può sembrare un dettaglio marginale ma in realtà dice molto. Dice, anzitutto, del punto cieco che la generazione adulta continua ad avere nei confronti degli e delle adolescenti. A furia di descriverli come svuotati, rammolliti, incapaci di pensiero autonomo, abbiamo finito per assumere questa caricatura come se fosse una diagnosi da cui non si guarisce. Il risultato è che, anche quando parlano, scrivono, articolano un discorso che racconta del loro disagio, continuiamo a negare non solo che quel discorso possa davvero appartenere a loro, ma scegliamo di non ascoltarlo. Non importa, qui, stabilire quanto ciò che il ragazzo scrive sia oggettivamente fondato; importa che venga vissuto come tale, e che proprio per questo produca sofferenza.
Nella lettera il ragazzo dice di essere ADHD e di sentirsi deriso, oltre che giudicato più severamente nelle verifiche proprio per questa sua caratteristica. Racconta di voler socializzare senza riuscirci, cosa tutt’altro che rara quando si parla di neurodivergenze, per poi liquidare i coetanei come un “branco di stupidi e banali”. Scrive della necessità di infrangere le regole imposte da un potere che avverte come oppressivo, quasi che la rottura violenta costituisca l’unica via possibile per sottrarsi alla sofferenza. Ma soprattutto parla di sé, della propria libertà, della propria individualità pensata come separata e superiore rispetto a quella degli altri. È una scrittura attraversata dal risentimento, dal senso di umiliazione, dal bisogno di distinguersi da un mondo percepito, insieme, come ostile e mediocre.
Umiliazione, risentimento, bisogno di riconoscimento sono parole che tornano con insistenza anche nelle narrazioni della manosphere, quell’ecosistema digitale che oggi intercetta una parte del disagio maschile e lo traduce in una grammatica reattiva. In Quel che resta degli uomini, Manolo Farci mostra bene come molti ragazzi non approdino a questi spazi per una preventiva adesione alla misoginia, ma perché vi cercano un linguaggio con cui nominare solitudine, spaesamento, fallimento, senso di inadeguatezza. Il problema è che quel linguaggio non aiuta a comprendere il dolore o le dimensioni strutturali che lo favoriscono, ma lo riscrive subito come torto subito. In questo modo, anche un episodio minimo – un rifiuto, una parola di troppo – diventano traumi fondativi capaci di giustificare ogni risentimento successivo. Il messaggio di fondo resta sempre lo stesso: non sei tu il problema, è il mondo che ti ha tolto ciò che ti spettava. Il disagio, anziché essere elaborato, si irrigidisce in rancore e l’umiliazione, invece di essere elaborata, costituisce il terreno fertile per la rivalsa.
Formulare una diagnosi in merito allo stato di salute mentale del giovane è un compito che spetta ad altre figure, in altri contesti, e ora arriverebbe comunque troppo tardi. Il punto è più ampio e riguarda il modo in cui gli adulti guardano ai giovani. Se molti di loro non sanno verbalizzare e comprendere il proprio malessere, è giusto dire che neppure gli adulti sono in grado di farlo; non è perché manchino i segnali, ma perché la stessa costruzione sociale della categoria di “adolescente” ci impedisce di riconoscerli per ciò che sono.
Da un punto di vista storico, educativo e sociologico, l’adolescenza è una categoria relativamente recente, un’invenzione culturale prima ancora che un fatto biologico. Solo in epoca recente abbiamo iniziato a trattare questo passaggio fisiologico come una fase distinta, separata, problematica, degna d’uno sguardo e di un’attenzione specifica. Come sottolinea il giornalista Jon Savage, nominare i giovani e le giovani significa produrre un nuovo soggetto di indagine, ma anche un oggetto di disciplina. Il discorso prodotto tende a oscillare tra due immagini ricorrenti, apparentemente incompatibili ma spesso compresenti: i giovani come gruppo fragile da proteggere, e i giovani come soggetto potenzialmente fuori controllo. In un caso prevale il registro della tutela; nell’altro quello della sorveglianza, della messa in sicurezza, dell’ordine da ristabilire.
Secondo la sociologa dell’educazione Nancy Lesko, figura centrale di quel campo interdisciplinare che va sotto il nome di youth studies, il moderno concetto di adolescenza si forma tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dentro un clima attraversato da forti inquietudini sociali. Le prime lotte contro la schiavitù, l’urbanizzazione, la crescente presenza femminile nello spazio pubblico, le trasformazioni prodotte dall’industrializzazione e dai progressi tecnologici incrinavano vecchie gerarchie e alimentavano paure legate insieme alla supremazia razziale, all’ordine sociale e alla tenuta dei ruoli di genere. In quel passaggio, l’adolescenza comincia a essere isolata, nominata, studiata come età specifica, proprio perché diventa il luogo su cui proiettare queste ansie e su cui intervenire per governarle.
È in questo contesto che G. Stanley Hall pubblica, nel 1904, Adolescence, due volumi destinati a fissare a lungo il modo in cui avremmo pensato i giovani. Hall prova a dare all’adolescenza uno statuto scientifico, sottraendola al racconto impressionistico per farne un oggetto di osservazione sistematica.
Nelle oltre mille pagine di Adolescence, Hall compie due operazioni decisive. Da un lato descrive i mutamenti della pubertà e della giovinezza, osservando il corpo, i sensi, le emozioni, l’umore, i desideri e il rapporto con l’autorità attraverso il lessico combinato delle scienze naturali, della psicologia e della pedagogia. Dall’altro, però, non si limita a registrare quei cambiamenti: li interpreta in senso normativo, trasformandoli in segnali di rischio e dunque in motivo sufficiente per controllare e contenere questa fase della vita. È qui che introduce la formula “storm and stress”, destinata a diventare una delle immagini più resistenti dell’adolescenza moderna. Con essa descrive un’età segnata dall’instabilità, prodotta dallo scarto tra l’intensità degli impulsi e una capacità di autoregolazione ancora incompleta.
Alla base delle teorizzazioni di Hall, così come di buona parte del discorso medico, giuridico e psicologico che in quegli anni prende forma intorno all’adolescenza, vi è la teoria – oggi ampiamente screditata – della ricapitolazione, secondo cui lo sviluppo del singolo ripercorrerebbe in forma abbreviata l’evoluzione dell’intera specie. In questa cornice, l’adolescenza assume i contorni di un passaggio critico tra primitività e civiltà, una “seconda nascita” in cui riemergono impulsi, conflitti ed energie che devono essere attraversati, disciplinati e infine superati perché il giovane possa accedere alla maturità. Un simile passaggio, proprio perché ritenuto instabile e potenzialmente pericoloso, esige sorveglianza. Non è un caso che le responsabilità per i disordini giovanili ricadessero, allora come oggi, sulla famiglia e in particolare sulle madri, accusate di non aver saputo svolgere adeguatamente il proprio compito educativo. Questa vigilanza può essere garantita solo attraverso un mezzo: dilatare il tempo, prolungare artificialmente la dipendenza dei giovani dal mondo adulto, così da scongiurare quella “precocità” che Hall e molti riformatori coevi consideravano patologica e foriera di devianza e disagio sociale.
Se chiedessi a chi legge di descrivere chi sono gli e le adolescenti, è probabile che emergerebbe un ritratto piuttosto prevedibile. Li immaginiamo come soggetti immaturi, esposti agli sbalzi ormonali, ancora lontani dal completare il proprio sviluppo cognitivo e morale. Per molte persone, l’adolescente è soprattutto qualcuno schiacciato dal gruppo dei pari, dal desiderio di omologarsi, mentre la sua identità sarebbe ancora in formazione. Nancy Lesko ha mostrato quanto queste immagini, che ci sembrano spontanee e perfino scientifiche, siano in realtà il prodotto di una lunga costruzione culturale. Nel suo lavoro le definisce confident characterizations: formule interpretative forti, ripetute così a lungo da sembrare ovvie, attraverso cui gli adulti continuano a leggere i giovani. Tra queste ci sono l’idea che l’adolescente sia “sulla soglia” dell’età adulta, che sia in balia dell’emotività, che viva soprattutto sotto la pressione del gruppo e che la sua stessa essenza possa essere riassunta dal numero dei suoi anni.

Ridurre l’adolescente alla sua età significa, per Lesko, confinarlo in uno stato di eterno rinvio. Gli adulti sono coloro che “sono”; gli adolescenti, invece, restano coloro che “saranno”, forse, in un tempo futuro. È questo che produce una sorta di tempo d’attesa: una sospensione in cui ai giovani si chiede di costruire sé stessi, senza però riconoscere loro un vero potere nel presente. Si tratta di una visione talmente radicata nel senso comune che gran parte dei commenti seguiti al caso di Trescore Balneario l’ha richiamata quasi automaticamente. L’idea che un tredicenne sia troppo piccolo per scrivere un testo tanto lucido; l’idea che fosse schiacciato da un confronto con i coetanei che non riusciva a sostenere; l’idea che sia, contemporaneamente, ancora un bambino e già abbastanza grande da compiere un gesto estremo: tutto questo corrisponde perfettamente a quel modo ottocentesco di pensare l’adolescenza.
Quando la violenza irrompe dentro la scuola, la risposta più immediata, anche ai tavoli istituzionali, consiste quasi sempre nel rafforzare la sorveglianza o nel moltiplicare gli interventi di prevenzione. A molti queste misure appaiono nuove, necessarie per arginare una deriva evidente; eppure Nancy Lesko mostra come si tratti delle stesse logiche che accompagnano la nascita moderna dell’adolescenza. Da quando i giovani sono stati definiti come categoria autonoma, l’intervento adulto si è mosso soprattutto in due direzioni: restringerne lo spazio d’azione e amministrarne il tempo. In altre parole, ragazzi e ragazze vengono sorvegliati e insieme collocati dentro una scala evolutiva lineare, in cui il successo coincide con la capacità di muoversi precisamente lungo i “gradini evolutivi” fissati dall’istituzione.
La scuola ha svolto un ruolo decisivo in questo processo. Da un lato ha contribuito a mascolinizzare i ragazzi, valorizzando competitività, disciplina, resistenza al dolore e adesione a una precisa grammatica della virilità; dall’altro ha sorvegliato in modo particolare la condotta delle ragazze, soprattutto sul piano sessuale, trattandole come soggetti da proteggere e insieme da contenere. Anche quando assume il linguaggio della prevenzione, la logica non cambia. L’educazione sessuale diventa troppo spesso educazione contro le gravidanze indesiderate; la promozione della salute si riduce a campagne contro il fumo, le sostanze, la guida spericolata; i percorsi sul rispetto, tanto cari al ministro, restano dentro una cornice in cui adulti e istituzioni parlano, mentre i giovani vengono pensati come destinatari passivi di un sapere che li riguarda ma che non possono produrre.
Ragazzi e ragazze continuano così a essere trattati come soggetti “minori”, non solo sul piano anagrafico, ma soprattuto rispetto a quello cognitivo e morale. Quello che resta sistematicamente fuori dal discorso adulto è la questione del potere, e con essa quella dell’autodeterminazione. Forse è proprio questo ad aver inquietato tanto chi ha commentato il testo del ragazzo di Bergamo. Quel testo è disturbante non solo per ciò che dice e per ciò che promette di fare, ma perché porta l’attenzione su qualcosa che agli adolescenti non vogliamo riconoscere: una volontà di potere, una domanda di riconoscimento, una pretesa di esistere come soggetti e non soltanto come vite in preparazione. Naturalmente quella domanda, in questo caso, prende una forma devastata e violenta; ma ignorarne la struttura politica significa ancora una volta rifiutarsi di vedere. È del resto nelle vite spinte ai margini — per origine etnica, orientamento sessuale, funzionamento, condizione sociale — che questa richiesta emerge con maggiore nettezza: molti ragazzi e molte ragazze, oggi, stanno smettendo di chiedere il permesso di esistere.
Ascoltare, è evidente, non significa assolvere. Prendere sul serio il linguaggio con cui un adolescente racconta il proprio disagio non equivale a legittimare la forma violenta che quel disagio può assumere. Significa, al contrario, rifiutarsi di archiviarlo come banale rumore di fondo tipico dell’età, come patologia individuale, come semplice deviazione da correggere con qualche dispositivo di sicurezza in più. Finché continueremo a oscillare tra allarme morale e repressione tecnica, senza interrogarci sulle condizioni che producono quel malessere e sulle gerarchie che lo organizzano, resteremo incapaci di vedere ciò che accade davvero dentro la scuola e dentro le vite dei ragazzi. Piuttosto che trovare in fretta un colpevole esterno – i social, l’AI, le famiglie, la fragilità psichica – dovremmo riconoscere che quella violenza nasce anche da un ordine adulto che pretende di governare i e le giovani senza concedere loro parola, potere, autonomia nel presente. Ascoltarli non risolverà tutto, ma è il primo passo per interrompere la catena che, di rimozione in rimozione, continua a riprodurre il problema dandogli, di epoca in epoca, nomi diversi.


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