#PiccioniRacconta I falsi comunisti

Leone Piccioni è un critico letterario, è stato vice direttore generale RAI oltre che firma storica de Il Tempo e amico di Ungaretti. Ma Leone Piccioni è anche vicino alla redazione de L’Indiscreto e a fronte di questa vicinanza è nata l’idea di fare un piccolo esperimento editoriale.

Pubblichiamo una volta a settimana dei suoi scritti inediti, che aprono una finestra sulla vita di scrittori, politici e giornalisti che hanno segnato il novecento italiano, vicende che vanno da Vinícius de Moraes a Ungaretti fino a Gadda. Insomma, Leone Piccioni oggi non ha Twitter, ma quelli che sarebbero stati i suoi tweet durante il novecento li raccontiamo noi ogni domenica.


1

Un giornalista che voleva far carriera nel Partito Comunista, per iscriversi dovette riempire il modulo per definire la sua posizione politica. «Fui volontario nella guerra di Spagna» scrisse; in verità era stato in Spagna come volontario dei fascisti.

2

Un deputato comunista molto simpatico, l’On. Lajolo, un giorno chiese seriamente a Togliatti: «Perché quando eri in Russia hai firmato l’ordine di condanna a morte dei comunisti bulgari?». «Perché – rispose Togliatti – se non firmavo sarei stato ucciso»”. E Lajolo: «E se ci fosse stato Gramsci cosa avrebbe fatto?». «Si sarebbe fatto ammazzare», concluse freddamente Togliatti.

3

1969: Vinicius de Morales, il grande poeta brasiliano, fraternamente legato d’amicizia a Ungaretti, era a Roma. Ci trovavamo certe sere a casa di mio fratello: si ascoltava musica. Vinicus con la chitarra cantava canzoni brasiliane, Ungaretti le traduceva. Vinicius si aiutava molto con grandi bevute di whisky («trinta, quarinta al giorno, ne bevo»), noi non gli stavamo dietro ma non eravamo certo quelle sere astemi. C’erano delle giovani amiche tra le quali Stefania Sandrelli, molto amante della musica brasiliana, che accennavano passi di danza. Si facevano le ore piccole ma veniva il momento, verso le due del mattino, di tornare a casa. Io con una mia vecchia 1100 accompagnavo Ungaretti e Vinicius.

Dalla casa di mio fratello a quella di Ungaretti non c’era gran distanza. Io guidavo distratto per ascoltare le parole dei due poeti. Il viaggio non finiva mai finché mi trovai di fronte a un cartello che indicava di essere giunti a Ostia! Senza alcuna sorpresa dei due grandi , tornai indietro e finalmente depositai Ungaretti davanti a casa sua. Mi restava Vinicius: “dove ti porto?”, gli chiesi. Mi rispose: «voglio andare al ristorante della stazione a mangiare».

a cura di Enrico Pitzianti

 

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