Pochissime tracce, friabili registri: i morti per forza – Purgatorio V

Questo articolo fa parte del nostro progetto che, abbreviando, chiamiamo “CCC”, il Commento collettivo alla Commedia in cui decine di autori e autrici si impegnano al commentare gli altrettanti canti dell’opera di Dante. Siamo al quinto canto del Purgatorio.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’opera di Ernst Fuchs

di Silvia Costantino e Francesco Quatraro


Con il contributo di  


I.

Mentre si legge la Commedia l’occhio va sempre cercando, a un dato punto del canto, la ragione per cui quelle anime stiano in quel dato luogo. È una ricerca piacevole e misteriosa ogni volta, e si rinnova al leggere la cantica del Purgatorio quella sensazione di oscurità, di bisogno di chiarezza, laddove spicca la sorte di questa cantica di passaggio, destinata per forza di cose a risultare più temperata delle altre, stretta tra due sezioni invece così ben marcate nel giudizio e nella mostra delle classiche analogie e anagogie dell’autore. È pur vero che il Purgatorio era, a suo modo, un’innovazione: definito per la prima volta dal secondo Concilio di Lione, sul finire del Dodicesimo secolo, ci sono buone ragioni per credere che fu proprio la Commedia a rendere onore a questo luogo, o processo, altrimenti poco considerato nella mente dei fedeli: o si era santi o dannati. Del resto, è piuttosto comprensibile come nella visione cattolica, senza dubbio complessa ma allo stesso tempo fortemente giudicante, lo spazio per una via di mezzo risultasse un’inutile complicazione etica nonché teologica: o si pecca, o no. Non è un caso che alcuni episodi mostrino, come in questo caso, la difficoltà che comporta l’umanità di Dante all’interno di questo gioco di peccati ed espiazioni: “Perché l’animo tuo tanto s’impiglia?” Domanda Virgilio al poeta, che indugia nell’ascoltare e soppesare le anime dei purganti, dopo appena pochi versi. L’animo suo s’impiglia giacché vivente, ovviamente, e curioso e partecipe delle sorti di ciascuno. Il Purgatorio serve a suggerire che non ci sia solo una (manichea, diremmo adesso) distinzione tra bene e male, ma che la complessità stia tutta nel luogo che è stato istituito in mezzo ai due aldilà per eccellenza. E che, di fatto, è tutta una salita.

Qui siamo in mezzo ai Per forza morti, ovvero Morti per forza, o ancora Morti ammazzati, diremmo noi. Gente uccisa da altri, che però “pentendo e perdonando” ha evitato l’inferno, ricordando a chi legge che in effetti, se si muore per mano altrui, in modo, come dire, prematuro, non si è senza speranza:

Noi fummo tutti già per forza morti,

e peccatori infino a l’ultima ora;

quivi lume del ciel ne fece accorti,

sì che, pentendo e perdonando, fora

di vita uscimmo a Dio pacificati,

che del disio di sé veder n’accora.

Queste persone hanno peccato, nel corso della loro vita, eppure non sono condannate: risalgono la china in cerca della purificazione (siamo addirittura ancora nell’Antipurgatorio, un’ulteriore via di mezzo tra l’Inferno dei dannati e il Purgatorio dei penitenti), in virtù del fatto di essere consapevoli del peccato che hanno commesso.

E, come di consueto, Dante si toglie i suoi sassi dalle scarpe: descrive tre distinte figure, due maschi e una femmina, che sono morte per mano altrui. I due maschi (Jacopo del Cassero e Bonconte da Montefeltro) sono morti per ragioni, potremmo dire, politiche; la femmina è morta in circostanze non chiare, ma evidentemente chiare al gossip dell’epoca, laddove Dante non ritiene di doverne fare menzione, e, così agendo, ci fa capire che la storia di quelle anime era dominio comune. Insomma, il pettegolezzo, le voci che correvano, erano pilastri fondanti dell’istituzione storica dei tempi. È pur vero che i due morti ammazzati maschi Dante li conosceva senz’altro: nella battaglia di Campaldino, sanguinoso scontro tra aretini e fiorentini (del tutto impensabile ai giorni nostri, si capisce, malgrado diversi, in particolare in Valdarno, lo desiderino), c’erano entrambi, uno da una parte e uno dall’altra; Bonconte, di parte fiorentina, era morto proprio lì, nella pugna; Jacopo no: l’avevano fatto assassinare in seguito. In tutti e due i casi si trattava di peccatori, gente che probabilmente Dante avrebbe ricacciato all’Inferno se non si fosse fermato nella stesura della Commedia per qualche tempo (durante il quale, pare, le sue idee politiche trovarono mitigazione). Eppure qua intervengono da un lato il pentimento e, dall’altro, il fatto che queste povere anime, quantunque non lo si dichiari mai, sono perite per mano altrui, il che le porta a essere considerate perlomeno degne di un’analisi più approfondita. C’è, insomma, una certa compassione, oltre alla dichiarazione più o meno esplicita che il pentimento in fin di vita può lasciare spazio a un minimo di riconsiderazione da parte dell’Autorità, con in più un’avvincente passaggio che vede un’anima contesa (quella di Bonconte) tra demone e angelo:

Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:

l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno

gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno

per una lagrimetta che ’l mi toglie;

ma io farò de l’altro altro governo!”

Io a dirla tutta questo canto lo ricordavo per due versi, rispettivamente il quartultimo e il terzultimo: “ricorditi di me, che son la Pia / Siena mi fé, disfecemi Maremma”. Nel rileggerlo è facile avvedersi che questi due versi, benché musicalmente potenti e preparatori della chiusura, non sono poi così significativi nell’economia del Canto; e allora perché li ricordavo? In uno slancio egotico mi verrebbe da pensare che li tenevo a mente per via della Maremma, la terra che mi ha cresciuto e da cui ogni volta ribadisco di venire; o forse perché “ricorditi di me” lo direbbero a Porto Ercole e trovo per forza di cose simpatico il parallelo tra la parlata dei miei amici portercolesi e il linguaggio della Commedia. Forse, più probabilmente, per il riferimento (non dichiarato né certo) a Pia De’ Tolomei, figura dalla storia controversa e interessante (certo più complessa delle altre due anime parlanti nel Canto). Eppure neanche la storia della Pia sembra giustificare la riduzione del canto a questi soli due versi. Per quali percorsi, pertanto, certi passaggi diventano più celebri di altri? A me piace pensare che sia per la capacità di Dante di illustrare il mondo, le dinamiche di una storia, in pochissime parole: Siena mi fé, disfecemi Maremma; in un verso c’è tutta la generazione e corruzione di un’esistenza, e speculari, a far da contrappunto ai due predicati, stanno al principio e alla fine i luoghi che furono teatro (e forse cagione) di questa esistenza. È un verso che potrà essere utilizzato nei secoli a venire, attuale anche adesso mentre scrivo, un’equazione perfetta, icastica: X mi fé, disfecemi Y. Questa capacità dantesca, semantica e sonora, mostra la sua altezza poetica ma al contempo la sua popolarità. Anzi, è alto poeticamente proprio in quanto popolare: l’Alighieri desiderava arrivare a tutti, e ci riusciva. La sorpresa del linguaggio e della sua possibilità di addentrarsi all’interno delle vite di ciascuno esprimendone le caratteristiche in pochi tratteggi, nella lettura della Commedia, è un’esperienza sublime: “si può fare”, ti dici. Solo due Canti prima, parlando dell’anima purgante di Manfredi di Svevia, Dante descrive l’abbandono terreno del suo cadavere, e della perduta memoria dello stesso, in un verso solo, parlando delle sue ossa, di cui dice: “Or le bagna la pioggia e move il vento”. Anche qui, in un solo verso, la dispersione, la dimenticanza, il movimento delle stagioni e della terra, al di fuori di ogni intervento umano: è tutto descritto in questa lapidaria frase. Un verso ci fa capire tutto il resto, ed è sufficiente a consonare col resto del racconto, accrescendolo ma rappresentando, anche da solo, un mondo a cui far riferimento e su cui fantasticare.

Questo è Dante, soprattutto. Come diceva Leopardi, parlando di Ovidio, “a lui bisogna una pagina per farci veder quello che Dante ci fa vedere in una terzina” [Zibaldone, 21], e da questo tipo di sintesi, di capacità poetica, partiamo sempre. Ecco perché il portato politico di ogni personaggio chiamato in causa è reso prima evidente e poi vividamente avvicinato e presentato nella sua cornice: affinché chiunque leggesse potesse ritrovarsi dentro le parole della Commedia, complice anche lo studio del linguaggio compiuto dall’Alighieri. Ecco perché i versi della Pia, così brevi e apparentemente insignificanti, si portano dietro una storia profonda, della quale a Dante basta appena accennare (in versi fortissimi) perché si voglia sapere di più della sua storia, che andrà comunque raccontata meglio.

II.

Il V canto del Purgatorio in effetti si ricorda perché è il canto della Pia, pur essendo pochissimo lo spazio destinato alla prima donna della Commedia che appare da quando abbiamo salutato Francesca da Rimini, stretta al suo Paolo in un abbraccio ardente e peccaminoso.

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,

e riposato de la lunga via»,  […]

ricorditi di me, che son la Pia:

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che ‘nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma».

Una storia che probabilmente al tempo fece scalpore, e che non aveva bisogno per i contemporanei di Dante di più dettagli. Eppure per chi studia Dante è sempre stato difficilissimo identificare la figura della Pia, a lungo ritenuta Pia de’ Tolomei, nobildonna senese andata in sposa al maremmano Nello de’ Pannocchieschi che – per un adulterio o forse per convenienza – la buttò giù da una torre per poi sposare Margherita degli Aldobrandeschi.

Tuttora la vulgata è questa, tanto che anche io sono rimasta affascinata nel leggere le teorie differenti, che ignoravo, e che mi hanno dispiegato davanti un piccolo mondo di intrighi di palazzo:

Al tempo di Nello, in casa Tolomei non esisteva nessuna figlia o nipote che si chiamasse Pia. Un piccolo vassallo degli Aldobrandeschi, e signore di Prata, Tollo, sposò una Pia Malavolti. In ragione di un suo trattato di alleanza con Siena, accomunati dal partito guelfo, fu assassinato nel 1285 sul sagrato della chiesa dai suoi tre stessi nipoti, per recedere dal trattato; una sorte simile dev’essere toccata anche alla nobile senese. Il tentativo, possiamo dire riuscito, di coprire i mandanti del tentativo di boicottaggio dell’espansionismo senese in Maremma ha dato origine a infinite speculazioni, su di una leggenda che è la più importante della Maremma.

La teoria ormai più accreditata, insomma, sostiene che non solo non sia mai esistita una Pia de’ Tolomei andata in sposa a Nello de’ Pannocchieschi, ma che la leggenda sia stata costruita ad arte (e in effetti, leggendo altrove, scopro che le prime voci su Pia de’ Tolomei ricorrono già ai primissimi commentatori di Dante, l’Anonimo Fiorentino, Benvenuto da Imola). Eppure una Pia ci doveva essere, che Siena fe’ e disfece Maremma, che era stata fidanzata e poi sposata e poi uccisa: non de’ Tolomei ma dei Malavolti; forse era questa Pia, sposa però di un Tolomei, e poi esiliata per ragioni al solito di potere più che di onore. E Nello dei Pannocchieschi, più che il mandante dell’omicidio, sarebbe così il carceriere, se non il sicario. Ma ancora: era Madonna Pia Guastelloni, sposata a un Baldo d’Aldobrandino de’ Tolomei, in prime nozze e poi a Nello dei Pannocchieschi in seconde. Qualunque fosse insomma l’origine familiare della Pia, e quali fossero gli intrighi in gioco, tutte le tracce riportano allo stesso luogo, quel Castel di Pietra che si trova in Maremma, nella fattispecie a Gavorrano, Grosseto.

Sulla pagina Wikipedia del Castel di Pietra c’è una fotografia, la foto di un ritrovamento di resti umani emersi da un recente scavo: come non pensare al Salto della Contessa, tradizione storica rievocata annualmente a Gavorrano, che richiama proprio la triste fine di Pia, quale che fosse quella Pia?

essendo ella alle finestre d’uno suo palagio sopra una valle in Maremma, messer Nello mandò uno suo fante che la prese pe’ piedi dirietro, et cacciolla a terra dalle finestre in quella valle profondissima che mai di lei non si seppe novella.

[Anonimo Fiorentino]

Come quasi sempre avviene nella storia delle donne, e anche in quelle di potere, rimangono sempre pochissime tracce, friabili registri, qualche accenno nei libri contabili e forse il nome dei consorti che – per citare una strofa familiare ai senesi – per forza o per amore hanno maritato: forse per Dante e i suoi lettori contemporanei era scontato sapere di quale Pia si parlasse, ma ci è voluto davvero poco perché la certezza si disperdesse e rimanessero solo voci e leggende di una donna uccisa (colpevole fino all’ultimo respiro di pentimento, per Dante, ma di cosa poi non lo sappiamo, perché lui non ce lo dice: infedeltà? Infertilità? Lussuria?), una delle tante vittime di un meccanismo ancestrale – sì, il famigerato patriarcato – per il quale ogni donna serviva come scambio: di dote, di potere, di proprietà.

Niente di più sappiamo della Pia, fuorché il fatto che gli straordinari versi di Dante fanno sì che della sua colpevolezza, come per la peccatrice Francesca, si perda ogni traccia, disciolta nella gentilezza delle sue parole, pudiche e cortesi, che non chiudono con il ricordo dell’omicidio ma con quelle del matrimonio – anche se, e proprio per questo, violentemente accusatorie: e se non credo affatto che, come canta Gianna Nannini, Pia ancora pensasse alle braccia del marito, credo invece alla leggenda del Ponte vicino a Rosia, l’unico ponte indenne dopo i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale, che una Pia attraversò per recarsi sposa, o esiliata, al Castel di Pietra, e che si manifesta ogni notte bianca e lucente come nella delicata incisione di Doré per ricordare, se non all’uomo alla natura almeno, della sua esistenza passata.

 


Il canto, integrale

Canto V, ove si tratta de la terza qualitade, cioè di coloro che per cagione di vendicarsi d’alcuna ingiuria insino a la morte mettono in non calere di riconoscere sé esser peccatori e sodisfare a Dio; de li quali nomina in persona messer Iacopo da Fano, e Bonconte di Montefeltro.

 Io era già da quell’ombre partito,
e seguitava l’orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando ’l dito,

una gridò: “Ve’ che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!”.

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.

“Perché l’animo tuo tanto s’impiglia”,
disse ’l maestro, “che l’andare allenti?
che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti;

ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l’un de l’altro insolla”.

Che potea io ridir, se non “Io vegno”?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l’uom di perdon talvolta degno.

E ’ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando ’Miserere’ a verso a verso.

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
mutar lor canto in un “oh!” lungo e roco;

e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr’a noi e dimandarne:
“Di vostra condizion fatene saggi”.

E ’l mio maestro: “Voi potete andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che ’l corpo di costui è vera carne.

Se per veder la sua ombra restaro,
com’io avviso, assai è lor risposto:
fàccianli onore, ed esser può lor caro”.

Vapori accesi non vid’io sì tosto
di prima notte mai fender sereno,
né, sol calando, nuvole d’agosto,

che color non tornasser suso in meno;
e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
come schiera che scorre sanza freno.

“Questa gente che preme a noi è molta,
e vegnonti a pregar”, disse ’l poeta:
“però pur va, e in andando ascolta”.

“O anima che vai per esser lieta
con quelle membra con le quai nascesti”,
venian gridando, “un poco il passo queta.

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
sì che di lui di là novella porti:
deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?

Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino a l’ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,

sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder n’accora”.

E io: “Perché ne’ vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s’a voi piace
cosa ch’io possa, spiriti ben nati,

voi dite, e io farò per quella pace
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
di mondo in mondo cercar mi si face”.

E uno incominciò: “Ciascun si fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che ’l voler nonpossa non ricida.

Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s’adori
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
ond’uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

là dov’io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
assai più là che dritto non volea.

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
ancor sarei di là dove si spira.

Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io
de le mie vene farsi in terra laco”.

Poi disse un altro: “Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l’alto monte,
con buona pïetate aiuta il mio!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte”.

E io a lui: “Qual forza o qual ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?”.

“Oh!”, rispuos’elli, “a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ’l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!”.

Ben sai come ne l’aere si raccoglie
quell’umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove ’l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
per la virtù che sua natura diede.

Indi la valle, come ’l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,

sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde, e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse”.

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via”,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

“ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ’nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma”.


A questo link potete trovare i commenti a tutti i canti dell’Inferno.

Il prossimo canto sarà commentato da Edoardo Camurri


Silvia Costantino (Bari, 1986), è socia e co-direttrice editoriale di effequ dal 2018. Si è laureata in lettere moderne a Siena, dove ha fondato insieme ad altre e altri la rivista online «404: file not found», grazie alla quale ha approfondito la militanza nella letteratura e l’interesse per la piccola e media editoria. Dopo un corso in redazione editoriale e tanti lavori di altro tipo, nel 2017 pubblica con effequ la raccolta di saggi Di tutti i mondi possibili, poco dopo traduce per l’antologia di Nero Le visionarie il racconto “La regina mangia la torre” di Tanith Lee. Nel tempo libero si tinge i capelli.
Francesco Quatraro (Orbetello, 1982) è direttore editoriale di effequ dal 2017. Di formazione filosofica, lavora in redazione dal 2008; ha iniziato come lettore dal portoghese e ha svolto circa 10 mestieri differenti che con l’editoria avevano a che fare in modo probabilmente tangenziale. Ogni tanto compaiono suoi scritti su «In fuga dalla bocciofila», e in un’altra parte ancora della vita è cantante e compositore (con la band Parvenu ha pubblicato l’album Castigo d’élite, 2014).

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