Politica di un coronavirus

Che effetti politici sta avendo questa crisi sanitaria sulla nostra società? Cosa ci dice della globalizzazione, dei rapporti tra stati, della salute dell’UE e degli altri mille fattori che determinano, e lo faranno anche in futuro, le nostre vite?

Rispondono Ivan Carozzi (scrittore e autore TV), Gianluca Didino (saggista e autore di Essere senza casa) Paolo Mossetti (giornalista ed esperto di economia), Davide Piacenza (giornalista di Wired Italia), Vittorio Ray (giornalista e commentatore politico) Mattia Salvia (giornalista e fondatore di Iconografie XXI Secolo) e Raffaele Alberto Ventura (noto come Eschaton, autore di Teoria della classe disagiata e di La guerra di tutti).


IN COPERTINA una rivisitazione di “Nighthawks” di edward hopper, senza personaggi.

 

Ivan Carozzi

 

Con calma arrivo al Covid-19 e alle sue implicazioni politico-economiche, ma prima un antefatto. Due o tre anni fa mi aggiravo tra gli stand di una Festa dell’Unità, dove vado essenzialmente, ogni anno, per rovistare allo stand dei libri, in particolare tra l’usato. Di solito si trovano, per pochi euro, pubblicazioni di un certo fascino, uscite tra gli anni Cinquanta e Ottanta per case editrici, grandi o minori, afferenti all’albero politico-editoriale della sinistra comunista italiana di un tempo. Quel giorno ricordo che mi ritrovai a passare per l’area dibattiti, dov’era in corso una conversazione tra un giornalista e un personaggio pop. Si trattava di un personaggio pop che apparentemente non aveva nulla a che fare con la politica, ma era diventato un opinionista molto amato tra i democratici, specialmente a Milano, in virtù dello spirito arguto e iconoclasta, delle battute salaci postate su Twitter o degli articoli sempre ficcanti pubblicati su un piccolo quotidiano molto vicino al PD, all’epoca di Renzi segretario. In quel punto della conversazione il personaggio pop stava sparando a zero sul MoVimento 5 Stelle, come del resto era solito fare su Twitter, sui giornali o in occasione di diverse interviste. Aggiungeva di nutrire una grande ammirazione per i paesi del golfo persico e per la Cina. Quando in Cina si mettono in testa di costruire una grande opera, diceva, che sia una diga o un’autostrada a otto corsie, loro si mettono al lavoro, senza problemi, e non c’è nessun comitato di quartiere che tenga. Cominciano a scavare con i Bulldozer e a piantare putrelle a tutto spiano. Lo diceva con malcelata ammirazione per la grandeur dell’ingegneria cinese. Come dargli torto. Intanto giù applausi e risate, anche se dentro di me mi chiedevo: «Ma scusate: e i costi ambientali? E in quale regime di diritti sindacali si produce in Cina o nei paesi del Golfo Persico, oggi?». Insomma, mi facevo quel minimo di domande di giustizia sociale e ambientale che uno dovrebbe porsi, prima di applaudire. E invece no. La contrapposizione al MoVimento 5 Stelle poteva giustificare l’apologia di uno sviluppismo quasi marinettiano, esaltato in un’orgia di battute e arguzie pro cemento. E poi arrivò, come da copione, un passaggio sulla «decrescita felice». Il personaggio pop infilò tre o quattro battute, il pubblico rise e si spellò le mani, e la «decrescita felice» venne liquidata come una cianfrusaglia antiestetica, evangelizzata da individui che girano in sandali. Tutto questo accadeva, pochi anni fa, in un dibattito estivo organizzato in un’arena democratica. Era l’epoca del sarcasmo, in cui era socialmente accettato che una teoria venisse giudicata anche sul piano delle sue ricadute estetiche. Io non ho certo le competenze per sostenere o meno «la decrescita felice», però mi è sempre stato chiaro che il suo tema portante, e cioè la crisi e la finitezza delle risorse, non poteva essere aggirato. Ecco, ora alla crisi e alla finitezza ci siamo arrivati, grazie a un virus. E qui termina l’antefatto. (Un po’ mi vergogno a recriminare, ma serve più che altro a dire: è cambiato tutto. Che lo sappiano quelli della Festa dell’Unità).

Non è ancora chiara una correlazione tra le polveri sottili e la variante lombarda del Covid-19, però da parte mia, per quel che può valere, so che non sono mai stato meglio. Apro la finestra e respiro a pieni polmoni. Questa aria pulita che respiro mi aiuta a sopportare l’angoscia. Il mio corpo è rafforzato e riesce a sopportare meglio l’angoscia grazie all’aria che respira. È una sensazione nuova a Milano, che contrasta con il rincoglionimento che provavo ogni giorno arrivando a casa alle otto di sera. È una novità che non va dimenticata, quando dovremo non tornare alla normalità di prima.

Gianluca Didino 

 

Qualche anno fa mi sono ritrovato bloccato nella casa di montagna di mia moglie a causa di un’alluvione. Nei tre giorni che ci sono voluti per sgomberare le strade abbiamo dovuto riscaldarci tagliando la legna, cucinare sulla stufa e collaborare con i vicini (in maggior parte ultraottantenni) per procurarci i generi di prima necessità. Ricordo quei giorni come tra i più felici della mia vita adulta.

L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha prodotto qualcosa di simile ma su scala globale: ci ha paralizzati costringendoci a ridurre il raggio dell’attenzione all’essenziale e ci ha mostrato il nostro desiderio inconscio di apocalisse. Fermarsi è il punto di partenza di ogni pratica meditativa e anche il primo effetto di un sintomo (l’attacco di panico, la febbre). E la pandemia di COVID-19 è un sintomo di una malattia fin troppo nota: lo spillover provocato dal rapporto irresponsabile che abbiamo con ambiente e animali, la diffusione agevolata dallo smog, il contagio avvenuto lungo le reti del capitalismo globale.

Come ogni malattia il virus delinea un prima e un dopo. Passata la lotta per sopravvivere, la convalescenza sarà lunga e dolorosa e dipenderà da tutti noi come rispondere al campanello d’allarme. Possiamo ignorarlo aspettando la catastrofe che ci spazzerà via oppure possiamo tentare di comprendere e cambiare.

In questi giorni vediamo risposte antitetiche alla crisi: se da un lato l’emergenza riporta in auge il bisogno di una comunità fatta a pezzi dall’individualismo tardocapitalista, mostrandoci come a questo mondo pre-apocalittico si possa sopravvivere solo facendo rete, dall’altro vediamo anche intensificarsi la chiusura di confini e gli irrigidimenti identitari, i nazionalismi e i tentativi di approfittare del caos per fini personali, gli sceriffi di quartiere e il panic buying. I grandi momenti di trasformazione sono opportunità per creare mondi migliori o per sprofondare nell’abisso: utopie e distopie si differenziano le une dalle altre solo nei dettagli.

Ciò che è certo è che il virus, una volta che avrà abbandonato il nostro corpo collettivo, continuerà ad infettare le nostre menti. Il processo di immunizzazione psichica lo trasformerà in una parte indelebile di noi, si depositerà nel fondo dell’inconscio dell’umanità e ne influenzerà le scelte a venire. In questo senso ci ha già cambiati per sempre, siamo già nell’epoca post-pandemia e non possiamo tornare indietro. 

Paolo Mossetti

(L’Israelizzazione della società)

Innanzitutto, dove ci troviamo? Alla più rapida recessione della storia moderna, probabilmente: la contrazione del Pil degli Stati Uniti, dicono le previsioni di JP Morgan, sarà del 14 per cento nel secondo trimestre dell’anno, mentre quello dell’Eurozona addirittura del 22 per cento. Se a questo aggiungiamo gli oltre tre miliardi di persone, in tutto il mondo, sottoposti a limitazioni pesanti della libertà personale, con il miliardo e 300 milioni di indiani che si sono aggiunti alla lista delle nazioni in lockdown, e all’azione congiunta di tre dozzine di banche centrali che hanno iniettato tre o quattro mila miliardi di euro nell’economia, si può capire come l’impatto del coronavirus faccia venire in mente, sempre più potente, la metafora della guerra.  

Nel settore economico, il paragone non sembra del tutto campato in aria: basti sostituire, nel clima di mobilitazione di questi giorni, i soldati con i medici in terapia intensiva, e i ministeri della Difesa con quelli della Sanità. Tuttavia, è davvero paragonabile il coinvolgimento della popolazione civile in questa guerra, che è per sua natura asimmetrica, con quello dei grandi conflitti mondiali del ‘900? Se è vero che in molti Paesi è stata scaricata sul singolo cittadino la responsabilità della controffensiva al virus, colpevolizzandolo se non aderisce alle restrizioni più dure, tutto ciò sembra essere avvenuto in maniera confusa, con i governi che imparavano le cose mentre le facevano, scoprendo cose nuove e inquietanti lungo il percorso.

Forse il paragone più adatto con quanto ci sta capitando è un disastro naturale, sebbene di una scala mai vista prima. La rapidità con cui gli Stati occidentali saranno costretti a rimodulare la propria spesa e le proprie policy non ha eguali, in tempo di pace, negli ultimi 200 anni. Molti debiti pubblici si preparano ad aumentare dalla sera alla mattina del 50 per cento o più; decine di milioni di persone saranno costrette a riconvertire le proprie mansioni; migliaia di aziende saranno salvate da governi – mai così interventisti dagli anni Sessanta – mentre altre verranno direttamente nazionalizzate. Considerando il livello infimo dei tassi di interesse e dell’inflazione nel mondo avanzato, questo non creerà certo problemi di sostenibilità del deficit di spesa crescente, perlomeno nelle aree monetarie principali.

Ma questo nuovo clima renderà insostenibili, nel dibattito culturale, diversi modi d’intendere la società e la politica. I disastri naturali, come ha ricordato lo storico Giovanni Orsina, ci obbligano infatti a ridurre al minimo le interpretazioni della realtà, a mettere in un cassetto il nostro individualismo, a trovare una sintesi sbrigativa tra vero e falso; insomma, a smetterla di cazzeggiare. L’aspetto più triste di molte letture filosofiche del fenomeno Covid-19, a cominciare da quelle ormai largamente discusse in Rete di Giorgio Agamben, e finendo con alcuni suoi più disordinati eredi, è che facendo abuso di un certo “anti-realismo medico”, di una certa propensione al complotto, rendono inservibile ogni possibile lettura utile della realtà. Ma bisogna davvero buttare il bambino della critica biopolitica con l’acqua sporca della paranoia?

È altamente probabile che, anche quando la crisi del coronavirus verrà alleviata, una parte non indifferente del Pil mondiale verrà reindirizzato alla lotta contro le pandemie. Non parlerei di una perenne “economia di guerra” che tiene i cittadini sotto scacco di oscuri burattinai, quanto di “preparazione alla guerra”, con una mobilitazione sistematica della società. Penso ad esempio a decine di migliaia di medici, impegnati quotidianamente in altri mestieri, pronti a mobilitarsi nel caso che una situazione come quella attuale si dovesse riproporre. Penso a una mastodontica operazione di isolamento degli anziani e più in generale tutti i soggetti più a rischio (ipertesi, obesi, immunodepressi, etc.) che verrebbero depositati in un battibaleno in case di riposo e alberghi iper-monitorati, o raggruppati in nuclei abitativi specifici mentre i figli e i nipoti continuano a lavorare. 

A tutto questo potrebbero aggiungersi delle chiusure “a rubinetto” delle attività industriali e dei servizi (in modo da contenere i contagi senza compromettere l’economia) nonché sofisticati sistemi di monitoraggio dei cittadini: braccialetti “smart” per misurarne la febbre e tracciare i positivi. Il modello di Stato-nazione così ridisegnato potrebbe essere Israele, che fa della mobilitazione totale della cittadinanza in situazioni di emergenza, e del controllo capillare della cittadinanza, una prassi da decenni, all’insegna di un comunitarismo spinto che amalgama i fronti politici interni.

Di fronte a questi scenari, segmenti dell’alt-right come della critical theory tendono a preferire una certa astrazione contemplativa rispetto all’analisi rigorosa, finendo col restare politicamente in fuorigioco rispetto alla cruda realtà dell’epidemia. Eppure l’ipotesi di una isrealizzazione della società ci pone domande legittime e urgenti, che in un certo qual modo vengono poste anche da Agamben (e ovviamente anche Foucault): ad esempio quali e quante restrizioni noi, come società, siamo disposti a tollerare pur di non intasare i nostri ospedali? È una questione che appartiene al campo della politica più ancora che a quello dell’economia o della medicina, poiché le misure d’emergenza ahinoi non scompaiono – dimenticate e inutilizzate – dopo il disastro naturale, ma vengono sovente perpetrate dallo Stato-Leviatano che vi sopravvive.

I rischi concretissimi legati alle nuove forme di sorveglianza, alla riappropriazione da parte dello Stato dell’economia e delle priorità dell’istruzione, così come al diritto di critica che lo scenario mutato dal virus ci pone, non potranno mai essere affrontate seriamente al livello di astrazione in cui operano molti intellettuali paranoici e populisti. Questo perché costoro tendono a identificare nozioni quali la scienza medica o la competenza scientifica con un particolare assetto di governo o di sovranità, finendo con l’ignorare la realtà concreta delle vite e degli interessi in ballo nella nostra risposta collettiva alle minacce naturali. 

Questa constatazione non deve essere letta, tuttavia, come una resa alla cruda realtà dei numeri e dei dati, ma come un invito a riorganizzare le idee per capire cosa si può fare, e cosa no, con certe astrazioni, mentre il mondo che conoscevamo sta cambiando sotto i nostri occhi. Proprio perché la mobilitazione futura rischia di essere ancora più invadente di quella attuale, e la società di essere intruppata in un nuovo senso comune paralizzante, da assedio continuo, è ancora più importante pesare le parole del vocabolario che adopereremo. Le misure di controllo e protezione che ci verranno imposte non possono essere ridotte ai soliti paradigmi, ma vanno controbilanciate con un’offerta di idee brillanti, accurate e pragmaticamente radicali.

Davide Piacenza

 

Non avevo mai sofferto di insonnia prima, e dunque non avevo la minima idea di cosa potesse far parte di questa straziante esperienza: le lunghe ore steso «come un cucchiaio», come avrebbe detto il caro vecchio Kurt Vonnegut; il sibilo paonazzo delle ambulanze proveniente da ogni direzione; la testa sgombra di pensieri ma incapace di rilassare nervi che non sapevi nemmeno di avere. Come ha detto così bene Gabriele Romagnoli in un testo sulle città inimmaginabilmente deserte, recitato per Repubblica: «Rasente i nuovi muri cammina una vecchia domanda: “Quanto manca all’alba?”». È un interrogativo bello e inquietante che, tra le altre cose, segna il ritorno trionfale della psicologia politica in un mondo che fino a una manciata di giorni fa pensava di poter interpretare più o meno tutto con parole d’ordine come «populismo» e «disintermediazione»: e invece siamo ancora saldamente qui, col nostro inalterato status ancestrale di animale sociale che per vivere deve poter fare la corsetta e dare una pacca sulla spalla all’amico/a, e non sarà alcun pigro decreto o mesto aperitivo su Google Hangouts a cambiare le cose.

Se non altro – a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, anche se è ormai sensibilmente svuotato – la Grande Pandemia rimarrà come un temibile monumento apotropaico all’importanza della salute mentale nelle scelte e nelle programmazioni politiche (un fattore che troppo spesso e troppo a lungo il sistema capitalistico ha fatto accomodare sotto il tappeto con la ramazza, ma ora i tombini sono pieni e il fiume è esondato).

Sul resto non credo che ci sia qualcuno in grado di esprimersi con certezza: è appena uscito un numero dell’Economist con una (al solito graficamente brutta) copertina che ha apposto la parola «closed» al mondo intero, Giuseppe Conte è diventato un padre della patria – ovviamente non scherzo – e le persone nel mondo stanno iniziando a farsi domande nuove. Come ha scritto qualche giorno fa in un grande articolo l’autore israeliano David Grossman, sempre su Repubblica, «quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente», e che invece qualcun altro non si interroghi su quanto ha ancora senso barricarsi, dividersi, odiare alcuni, quegli altri, i diversi, i lontani, difendere con la bava alla bocca “la sovranità”, “il popolo” (ma poi, che cos’erano? Siamo tutti ugualmente impreparati di fronte al virus). Se dalla catastrofe verranno una palingenesi, un nuovo dopoguerra, un nuovo boom, un nuovo neorealismo (Giuseppi C., se volete, nel caso, è un bel titolo) o qualcosa di del tutto diverso io non lo so. Di sicuro però cerco di non perdermi lo spettacolo: quando succederà so fin d’ora che sarò sveglio.

Vittorio Ray

 

Parliamo di dispositivi e sorveglianza ai tempi del Covid19. Un po’ di contesto. La gestione, per adesso apparentemente ben riuscita, dell’emergenza da parte della Cina rischia secondo alcuni di sdoganare presso i nostri sistemi liberali – e relativi elettorati – la legittimità di governance autoritarie. Nello specifico, il riferimento è al controllo centralizzato e incrociato di tutti i dati messo in campo dal governo cinese, a ben vedere già da tempo e non solo per arginare emergenze sanitarie straordinarie. È noto insomma che la Cina sta cercando di implementare un monitoraggio ‘integrale’ della cittadinanza, sempre in funzione di una qualche idea di bene, ma restringendo inevitabilmente la libertà delle persone di compierlo o meno.

Ecco quindi che iniziamo a toccare con mano i potenziali pregi di una centralizzazione che finora, dai racconti dei media e più spesso dalle puntate di Black Mirror, ci sembrava avere soltanto difetti distopici. Perché al di là del fatto che sia stato utile o no per la Cina (forse è più il caso della Corea del Sud), questa è la novità che il Covid ci ha mostrato: esiste, ed è sempre più incalzante, un trade off tra maggior efficienza di governance tramite l’analisi dei dati personali (geolocalizzazione, acquisti, consumi, etc.) e la loro accessibilità; tra prevedibilità del futuro e rispetto della privacy. In particolare, la paura che serpeggia da noi è che questi metodi vengano fatti penetrare in circostanze e con decreti straordinari, salvo poi rimanere anche in tempi di pace.

Anticipo le conclusioni: le tecnologie ICT, anche le più invasive, sono già su questo pianeta e sono venute per restare. L’evento del covid è stato solo un catalizzatore di processi che, forse con altri tempi, sarebbero comunque stati inesorabili. Invece di indugiare troppo su sogni di libertarismo infranti, tra le tante finestre (sociali, tecnologiche, redistributive, ecologiche) che si apriranno con la crisi dobbiamo posizionarci bene sull’onda e tirare con tutta la forza nella miglior direzione possibile.

Possibile. Vengo al punto più ambizioso di questa piccola riflessione. Ormai è piuttosto condivisa l’idea che il progresso, dal punto di vista materiale, non è reversibile: questioni di investimenti da ripagare, sedimentazione di poteri, assuefazione degli utenti, generale scarsa reversibilità della storia – salvo fallimenti gravi e rari. Il mio statement è che anche sul piano etico e politico la tecnologia definisca i confini entro i quali è legittimo – nel senso di realistico – ragionare, sperare, fare politica. In un modellino basilare del mondo potremmo dire che la tecnica muta, l’uomo rimane sempre lo stesso: ogni volta che il terreno di gioco si sposta, bisogna rideclinare i concetti e i valori di sempre secondo le nuove coordinate. Se 100 anni fa era ancora possibile intendere la libertà in un certo modo, americano, lockiano, individualista, oggi quello spazio sta venendo meno. Nella classica dicotomia tra libertà negativa (libertà da) e positiva (libertà di), in quest’epoca la nuvola delle possibilità sembra volare sempre più verso il secondo cielo. Questo per vari ordini di motivi, ne nomino alcuni. Materialmente lo spazio è più denso, siamo tanti e viviamo attaccati, gli effetti delle nostre azioni ricadono platealmente su tutti i vicini di casa, e basta tornare da un viaggio all’estero per rischiare di causare un’epidemia. Conoscitivamente, poi, le distanze sono ancora più brevi: sappiamo tutti che la CO2 che emettiamo a Roma mette in crisi gli ecosistemi ai poli. Tecnologicamente, lo viviamo ogni giorno, accedere a ogni servizio implica la cessione dei cookie, che volenti o nolenti ci inseriscono nella nostra bolla di gusti, consumi, affinità politiche. E per ogni salto in avanti compiuto dalle intelligenze artificiali private che mandano avanti gli algoritmi, la nostra comprensione del mondo (limitata per capacità di informazioni e calcolo) diventa a confronto più piccola e indifesa.

Vengo al dunque. C’è un allarmismo verso una possibile gestione pubblica dei dati personali che è un po’ ingiustificato (o meglio, pessimista) ma soprattutto inadeguato rispetto a quello inesistente, o minuscolo o già scomparso, della gestione privata che già abbiamo sotto gli occhi. Piuttosto, gli stati (ovvero gli enti reali atti a difendere l’interesse pubblico – se esistono sinonimi più generici il lettore è libero di usare il concetto più debole) devono cogliere quest’occasione mediatica per rivendicare la loro centralità in un rapporto di forze che ad oggi si sbilancia ogni giorno di più verso uno strisciante, ambiguo, illusorio “libertarismo”, e che di fatto si traduce nella libertà delle corporation di guadagnare sempre più metri di vantaggio nel vuoto legislativo. È assolutamente legittimo e auspicabile stabilire un limite alla fruibilità di quei dati personali, anche a fini pubblici e/o coercitivi, ma per farlo è in primo luogo necessario che un ente “disinteressato”, o guidato dall’interesse pubblico, se ne appropri integralmente o abbia almeno il controllo della situazione.

Non serve citare la stracitata tragedia dei beni comuni per capire che le nostre libertà di privacy, se non vengono coalizzate e riunite in un istituto reale, non si difenderanno individualmente da sole, specie se dall’altra parte ci saranno (e ci sono già) gli interessi privati di un oligopolio che continua a fondersi e acquisire ogni possibile concorrenza. Non sto dicendo che sia semplice riassorbire questa asimettria, così come non è semplice rincorrere le Big Tech per fargli pagare le tasse o condurre indagini trasparenti sull’uso che fanno dei dati. Dico solo che, nella grande fatica del mondo, è più probabile che quegli interessi coalizzati li difenda uno Stato piuttosto che una moltitudine di microegoisti, quali siamo tutti presi individualmente – e ne diamo prova accettando a grandi mani qualsiasi cookie ci venga offerto.

Mettiamo in piedi, alla scala geografica che riteniamo più opportuna e rilevante, istituzioni che abbiano la forza, l’agilità, le conoscenze, la responsabilità e l’accountability per raccogliere tutti i dati personali, da cui scremare: quelli che decidiamo essere troppo sensibili, da cancellare; quelli fruibili, da restituire all’iniziativa privata per essere sempre più liberi-di fare tutte le cose bellissime che Facebook, Google, etc ci permettono di scoprire; quelli utili alla governance, in situazioni di crisi o di pace, da sfruttare con criterio e trasparenza per il maggior bene pubblico. Creiamo tribunali speciali, task force attrezzatissime, piene di soldi ed esperti, che arginino l’arbitrio finora davvero poco contrastato dei colossi tecnologici. Tecnologie nuove implicano sfide nuove, che hanno bisogno di istituzioni nuove. È tutto ciò che possiamo fare per difendere idee e principi eterni, prima che sia realisticamente troppo tardi, sempre meno probabile.

Piccola conclusione personale: sto leggendo “Il capitalismo della sorveglianza”, di Shoshana Zuboff, a quanto pare uno dei testi angolari per questo ambito di riflessioni. Una cosa marginale che mi ha fatto tremare i polsi è che molte recensioni paragonino il testo della Zuboff a “Primavera Silenziosa” di Rachel Carson, 1962: una pietra miliare – forse in assoluto quella più fondativa – dell’ecologia come la conosciamo oggi. Bene, 58 anni dopo quel libro sappiamo su quale disperato cammino si trovi la battaglia per l’ambiente (piccola previsione contro gli ottimismi di questi giorni: la crisi del coronavirus non migliorerà la situazione, anzi). Posto che si tratta di argomenti totalmente diversi, cerchiamo di non fare gli stessi errori. Uno su tutti: stabiliamo prima possibile chi è il responsabile (un console, un tribunale europeo, le Nazioni Unite) della battaglia per il buon uso dei dati, e diamogli i poteri necessari per portarla avanti.

Mattia Salvia 

 

Già da prima della pandemia avevamo la sensazione di star vivendo tempi eccezionali. Come facevo notare l’anno scorso, la diffusa sensazione di vivere “in una linea temporale sbagliata” almeno dal 2016 era una forma di pensiero magico e nient’altro che il modo in cui cercavamo di razionalizzare la sempre più evidente fine di quella che avevamo sempre considerato la normalità. In realtà non c’era e non c’è nessuna “linea temporale sbagliata”, solo una serie di contraddizioni nascoste sotto il tappeto negli ultimi 40 anni che ora stanno venendo fuori di prepotenza, per cui “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria, tutto ciò che è sacro viene profanato, e l’uomo è infine costretto ad affrontare con lucidità le reali condizioni della sua vita” (Marx). 

La pandemia di per sé non è l’evento che cambia tutto: vederla in questo modo è vederla con l’occhio apocalittico del pensiero religioso. Di suo essa non è che un sintomo dell’emergere delle contraddizioni che pertengono al modo in cui è andata a strutturarsi l’economia globale negli ultimi 40 anni (vedi del resto la tesi di fondo di Spillover: siamo sempre di più, distruggiamo sempre più ambienti, entriamo sempre più a contatto con nuovi virus) e insieme un catalizzatore del suo superamento, in che direzione ancora non si sa. 

Se dunque vogliamo parlare del dato politico che emerge da questa crisi non dobbiamo osservare nello specifico la crisi ma da dove viene la crisi. Negli ultimi 40 anni sono successe due cose da questo punto di vista: primo la globalizzazione, con cui l’economia globale si è trasformata in un sistema interconnesso a un alto grado di complessità restando però governato da istanze politiche arretrate (replicando, si può dire, la logica della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione sociali). Secondo: questo processo, innestandosi sulle vittoriose lotte di liberazione del mondo coloniale dei decenni precedenti, ha creato le condizioni perché a sfruttarlo non fossero solo i paesi del centro imperialista ma anche parte del mondo ex coloniale, che integrandosi nelle filiere produttive globali ha potuto ridurre la plurisecolare divergenza di sviluppo tra Occidente e resto del mondo. 

Il primo punto è quello su cui dovremmo concentrarci nella riflessione sulla pandemia. La contraddizione tra il livello di sviluppo raggiunto dall’istanza economica e il livello di arretratezza dell’istanza politica è il motivo che sta dietro alla (fin qui) scarsa coordinazione internazionale nella gestione dell’emergenza: l’emergenza agisce come catalizzatore nel senso che tenere insieme i due elementi in contraddizione diventa impossibile e il sistema stesso si accorge della contraddizione, come dimostra il fatto che in questi giorni i discorsi su una maggiore convergenza europea sembrano star prendendo quota. 

Il secondo punto è invece il tema di fondo che sta dietro a diversi fenomeni di oggi – dalla recrudescenza del terrorismo suprematista bianco (qui una mia interpretazione del fenomeno come “terrore bianco”, in riferimento al terrore bianco reazionario post-rivoluzione francese), alla stessa proletarizzazione del ceto medio in Occidente, che corrisponde all’uscita dalla povertà assoluta di 800 milioni di persone in Cina – e che dobbiamo tenere presente come cornice in cui inserire il primo. 

A mio avviso la direzione in cui va la Storia è piuttosto chiara: verso un processo di livellamento della divergenza mondiale, verso la perdita di preminenza dell’Occidente, inteso come ordine globale a guida statunitense fondato sull’estrazione e il consumo di super-profitti nelle aree periferiche del mondo. La stessa pandemia, in quanto catalizzatore, sta sottolineando questo processo: pensiamo all’“ognuno per sé” degli Stati Uniti – anche interno, con il governo federale che lascia da soli i governi degli stati – e confrontiamolo con l’enorme iniziativa di assistenza internazionale cinese, tramite l’invio di team medici, mascherine e altro equipaggiamento a tutta una serie di paesi (tra cui l’Italia) normalmente fuori dalla sua orbita. 

Di certo c’è che 1) questo passaggio non sarà indolore, sia perché noi ci troviamo dalla parte sbagliata della barricata sia per le reazioni irrazionali degli agenti che perdono la loro posizione di preminenza (di nuovo: se ci spaventa il terrorismo suprematista bianco, cioè la reazione irrazionale del singolo, deve spaventarci ancora di più la possibilità che quella cosa lì sia messa a sistema); 2) questo passaggio non sarà automatico, ma sarà il prodotto della lotta di forze contrastanti, forze che emergeranno ancora dalle conseguenze a breve termine della pandemia. Ripeto: già prima della pandemia avevamo la sensazione di star vivendo tempi eccezionali e in particolare nei mesi scorsi avevamo visto un’enorme ripresa della lotta di classe in alcune delle aree più periferiche del pianeta, sia sotto forma di situazioni potenzialmente rivoluzionarie (Cile, Iraq, Libano) che di controrivoluzioni neocoloniali (il golpe in Bolivia, il tentato golpe in Venezuela).

Non ci sarà nessun mondo “dopo la pandemia”, nel senso che non è la pandemia a cambiare il mondo ma la conflittualità di classe – dando al termine il senso ampio e plurale che gli dà Losurdo – prodotta da una serie di contraddizioni che c’erano e stavano emergendo da sole anche prima della pandemia, e che la pandemia finirà soltanto per accelerare. 

Raffaele Alberto Ventura

 

A un mese dall’inizio della crisi del coronavirus in Italia, possiamo provare a fare un primo bilancio rispondendo a tre domande: che cos’è successo? a che punto siamo? come ne usciremo?

Su cosa sia successo lasciamo da parte quello che è sotto gli occhi di tutti e proviamo a raccontarlo in modo più generale: un evento imprevisto ha fatto emergere le contraddizioni del “sistema di sistemi” nel quale viviamo, mostrando la fragilità di tutti i sottosistemi che lo compongono. Innanzitutto un’infrastruttura tecnologica mondiale che accelera i rischi sanitari, poi delle finanze pubbliche in semi-bancarotta permanente ridotte al ricatto dei mercati, dei governi che non riescono a governare gli innumerevoli contropoteri presenti sul loro territorio, delle organizzazioni transnazionali incapaci di far cooperare i loro membri, e ancora un mercato del lavoro precario e un sistema carcerario sovraccarico. Tante altre tessere del domino si renderanno visibili nelle prossime settimane, a partire dai possibili scioperi.

A che punto siamo dunque? Non contenti di avere prodotto degli effetti iatrogeni con le nostre stesse misure presuntamente “drastiche” di contenimento — scuole chiuse e bambini spediti a contagiare gli anziani, lockdown approssimativi che hanno incentivato la fuga dai focolai, corse verso gli ospedali ovvero dove era più probabile che avvenisse il contagio… — stiamo esorcizzando la nostra impotenza reclamando un crescente intervenzionismo. Ovvero seguendo una logica pressoché sciamanica, se non addirittura espiatoria e sacrificale. Nella sua incarnazione più inquietante questa si manifesta nella riemersione di un inconscio patriottico, militarista o addirittura fascista che sembra ormai sdoganato in virtù delle circostanze eccezionali. Lo spazio occupato dall’esercito nelle città, come già avvenne con la nefanda operazione “Strade sicure” del 2008, non sarà interamente reversibile.

Come ne usciremo? Nei prossimi mesi e anni bisognerà fare i conti con il fallimento di molte imprese e con la conseguente ondata di disoccupazione di massa. Non c’è dubbio che le tensioni sovraniste si accentueranno, ma sul loro percorso troveranno necessariamente la dura realtà. Dopo aver fatto l’esperienza di una semi-penuria che potrebbe accentuarsi nella primavera del 2020, la maggiore diffidenza nei confronti della globalizzazione verrà inevitabilmente compensata dalla paura concreta di sprofondare nella miseria. Se è improbabile che delle economie avanzate scelgano deliberatamente di esiliarsi dalla catena del valore internazionale, più realisticamente assisteremo a uno spostamento nella tettonica delle placche geopolitiche. Assisteremo all’accentuazione del conflitto egemonico tra Germania e Cina per l’Europa del Sud oppure a una più pacifica spartizione delle sue spoglie? Certo è che la sovranità italiana ne uscirà ancora più limitata. Infine, sostenere che all’uscita da questa crisi si aprirà una fase di ripiego nel pubblico significa raccontare metà della faccenda, e probabilmente quella sbagliata: la fase che si annuncia sarà inevitabilmente di ripiego del pubblico nelle sue funzioni strategiche (sanità ovviamente, ma quale scomparto della sanità? poi esercito, polizia…) e quindi altrettanto inevitabilmente di ritrazione da alcune delle numerose sue funzioni secondarie. Finita la stagione dell’austerità espansiva, la politica industriale europea non potrà che essere quella dell’espansione austera.

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