Polpa, Flor Canosa



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In copertina, elaborazione da un’opera courtesy Pananti

Di Giulia Bocchio

Che tipo di cittadini saremmo se, oltre una certa soglia, fosse vietato provare dolore? Potrebbe quasi sembrare liberatorio, risparmiarsi il contorcimento e lo spasmo, il brivido e la prolungata agonia, ma vietare la sensazione più radicale e personale di sempre, quella che è visceralmente attaccata alla nostra vita cellulare, significa simbolicamente molte cose ovvero neutralizzare il dissenso, sterilizzare l’esperienza, ma anche aprire spazi clandestini di desiderio in cui la sofferenza stessa diventa dipendenza, linguaggio segreto, forma di resistenza e, allo stesso tempo, di dominio (anche sessuale).
In Polpa di Flor Canosa, romanzo uscito in Argentina nel 2019 e pubblicato qui da noi qualche settimana fa nella traduzione di Giovanni Barone per Neo Edizioni, il futuro è una distopia erotico-disturbante in cui internet non è più il caro vecchio web che conosciamo, ma è diventato un sistema digitale globale estremamente distorto e complesso da maneggiare, chiamato Rack. Un intricato organismo opaco, invasivo, che riorganizza strategicamente la censura, le verità storiche, ma anche le informazioni basilari legate al quotidiano e le gerarchie di potere. La tecnologia qui non è più uno strumento, ma una grammatica che plasma il reale e ne riscrive la rappresentazione e, in questa specifica rappresentazione, nessuno può provare dolore, ecco perché procurarselo è la forma di (auto)erotismo più estrema e appagante. A raccontarci questo effetto collaterale legato all’iper-controllo dei corpi e della rete sono tre personaggi decisamente disfunzionali ma complementari fra loro, Irma, Lunes e Enero che, da un punto di vista puramente simbolico, sono l’essenza concettuale di ciò che rappresentano e trasfigurano ovvero Dolore, Piacere e Potere.
Un triumvirato che alimenta se stesso, perché il dolore genera piacere, il piacere diventa strumento di potere e il potere si esercita regolando l’accesso al dolore; in un ciclo perpetuo, senza pace e senza fine, perché anche l’ambizione di dare un nuovo ordine alle cose è, in fondo, l’ennesimo protocollo da rispettare.
L’ennesima forma di controllo atta a ridisegnare un artificio nel quale continuare a provare dolore, piacere, desiderio di potere, e dunque ancora dolore, piacere, desiderio di potere e così via fino all’ultimo respiro o alla prossima rivoluzione.

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