Dalle antenne nere di Starlink nella foresta amazzonica alla computazione planetaria di Bratton, bisogna interrogarsi sulla deriva tecnopolitica del digitale. Un viaggio tra storie invisibili, genealogie dimenticate e futuri possibili, tra resistenza e ridefinizione del vivente.
In copertina e lungo il testo opere di peter bömmels
di Lavinia Mainardi
Nel 2024 l’antropologo Bruce Albert denuncia l’uso illegale delle antenne Starlink da parte dei garimpeiros, i minatori illegali colpevoli della devastazione della Terra Yanomani, nel nord dell’amazzonia. La rete satellitare di Elon Musk, introdotta in Brasile con la retorica filantropica di connettere le popolazioni più isolate, si è rivelata un dispositivo di weaponization. Le antenne di Starlink dipinte di nero per sfuggire ai controlli e coordinare l’estrazione criminale aprono un bivio: sono il tradimento delle utopie e delle istanze libertarie che avevano accompagnato l’immaginario delle nuove tecnologie o sono soltanto la prosecuzione di antiche prassi estrattive che intensificano instaurando un regime di tecnofeudalesimo che ci chiede resistenza?
“La fantascienza in tempo reale, il potenziamento cognitivo (e lo straniamento) generati dalla nostra esistenza sempre più postumana non smettono di affascinarmi e sbalordirmi. Mi sento però profondamente alienato dall’aggressione della tecnologia di consumo, aggravata dalla retorica fatua e opportunista della Silicon Valley. Inorridisco davanti alla sorveglianza statale commercializzata e mi rattrista che tante persone, con la complicità dei social media, siano diventate marchi granitici da autopromuovere”.
Il tratto freudianamente nevrotico che caratterizza la prospettiva di Erik Davis nella Postfazione 2.0 al suo “Techgnosis” diventa l’emblema dell’ambivalenza tecnologica ai tempi del tardo-capitalismo. Se infatti in un primo momento la rivoluzione digitale era stata letta attraverso il prisma della psichedelia, del misticismo e dell’esoterismo, in prospettiva di un affrancamento dai limiti della soggettività cartesiana e delle gerarchie, attraverso l’orizzontalità della rete e la sperimentazione tecno-sciamanica, ora a caratterizzare la tecnologia è un’inquietante con-divergenza tra le istanze utopiche, libertarie ed eversive che ne avevano animato l’arrivo e le resistenze opposte dal Capitalocene.
La stessa pericolosa alchimia nutre la visione della Silicon Valley. Sintetizza libertarismo digitale, individualismo radicale e darwinismo sociale, legittimando il predominio dei più forti con l’applicazione alla società della teoria della selezione naturale. Assistiamo a un’esplosiva commistione di reazionarismo, messianesimo, teologia della prosperità, legittimazione evangelica della ricchezza che giustifica le disparità sociali, lungotermismo, l’utopia dei miliardari che antepone le priorità del futuro più remoto alle problematiche del presente, e cosmismo, con tutte le implicazioni della colonizzazione dell’universo, auspicata nell’ottica di un prolungamento infinito della specie umana -almeno quella in grado di pagare per la sua sopravvivenza-, che supporta ideologicamente un progetto oligarchico di potere.
Baudrillard anticipava nel 1986 che “tutta l’America è diventata californiana” e quella che Éric Sadin stigmatizza come siliconizzazione del mondo, un’ontologia tecnopolitica la definisce Asma Mhalla, assume tratti sempre più imperiali, colonialisti e planetari.
“Una dimensione in qualche modo utopica — scriveva Antonio Caronia – è parsa aprirsi negli ultimi decenni del ventesimo secolo, l’avvento delle tecnologie digitali”, capaci di schiudere improvvisamente “un’era del possibile, quasi una ridefinizione del principio di realtà. Ciò accade perché con il digitale, continua Caronia nelle sue riflessioni sul cyborg, la dimensione della simulazione può uscire dall’ambito del puramente mentale per parlare direttamente ai sensi dell’uomo e quindi farsi mondo in senso proprio”.
Quel cyborg che seminalmente Donna Haraway, già a metà degli anni ’80 del Novecento, aveva individuato come soggettività contaminata, ibrida, nomade, politicamente eversiva nel suo radicale rifiuto di gabbie categoriche e dualismi ontologici. Ma il vento rivoluzionario, la velocità di fuga direbbe Mark Dery, il potenziale liberatorio rappresentati dalla rizomaticità di internet, sono stati sussunti, secondo Tiziana Terranova, dal capitale, complici le congiunture dell’11 settembre 2001 e la crisi finanziaria del 2008. Attraverso la piattaformizzazione dell’ecosistema digitale, piccole identità, le cosiddette startup, sono assurte al ruolo di Big Tech. Si è così normalizzata e consolidata un’etica fondata sullo sfruttamento del lavoro, sull’estrattivismo ambientale e datificante e sull’economia dell’attenzione. Quella che Terranova definisce “cosmogonia dell’homo oeconomicus” è la finanziarizzazione di ogni aspetto vitale e relazionale, che da bene comune diventa merce di scambio.
Dominio computazionale e dispositivo di potere al servizio dell’Impero, struttura metastorica codificata da Hardt e Negri nel 2001, di cui l’IA e l’economia delle piattaforme costituiscono l’estrema metamorfosi, con la loro capacità di riattivare e intensificare logiche di cattura, classificazione e sorveglianza, nascondendole sotto una maschera di smaterializzazione e apparente neutralità.
Una continuità epistemologica cartografata nell’installazione Calculating Empires dalla ricercatrice Kate Crawford e dall’artista visuale Vladan Joler, all’Osservatorio della fondazione Prada a Milano nel novembre del 2023. Sulla scorta dell’Atlante Mnemosyne pensato da Aby Warburg, viene presentato, nel buio metaforico di una Black box, un dittico di mappe per dimostrare l’intersezione fra l’attuale regime algoritmico e le sue genealogie storiche, a partire dal 1500, l’epoca delle grandi esplorazioni e dell’invenzione della stampa, fino all’attuale data mining e allo sfruttamento ecosociale per la ricerca delle terre rare, funzionali alle componenti delle infrastrutture di calcolo, dai chip, alle reti, ai sistemi di raffreddamento dei data center.
Genealogia che accomuna il lavoro di Crawford a quello di Matteo Frapporti e del collettivo bolognese Black Box, che analizza il carattere egemonico delle piattaforme dal punto di vista del loro potere governamentale. “A livello estetico -scrive in ‘Governo materiale’ Frapporti- le piattaforme si intersecano e sovrappongono alla materia digitale”, una materia vibrante, direbbe Jane Bennett, capace, come teorizzano le filosofie del new materialism, di agency e semiosi.
Assorbendo infatti i tratti idealizzati e progressisti della rete e di internet, le Big Tech aspirano ad un’immagine inclusiva ed aperta, attraverso una retorica della condivisione, ma riflettono ed intensificano, al contrario, precedenti “relazioni di dominio”, come accadeva in passato con altre infrastrutture, quelle imperiali della Compagnia delle Indie Orientali, ad esempio, massima espressione del colonialismo occidentale.
La saldatura fra capitale e tecnologia, amplificatasi dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, trova tuttavia il suo genius loci presso l’Università di Warwick, in Inghilterra. Qui ad opera di un gruppo piuttosto eterogeneo di ricercatori guidati dalla studiosa cyberfemminista Sadie Plant nasce la Cybernetic Culture Research Unit -CCRU- che, nella consapevolezza dell’impossibilità per un approccio esclusivamente marxista di comprendere la portata del dominio capitalista intrecciato all’avanzamento tecnologico, sembra sintetizzare, anzi infettare con la contagiosità di un virus, alcune tendenze filosofiche in un approccio al limite dell’eretico. “Un miscuglio psicogotico -scrive Edmund Berger- di teoria deleuzoguattariana, post marxismo ribelle, tecnofilia, narrativa d’evasione e dance culture”. I referenti vanno dalla French Theory a Nietzsche, da Burroughs e Ballard a Terminator e Blade Runner, da Lovecraft al Gibson di Neuromante, da Norbert Wiener alla Qabbalah, al ritmo di musica techno e sotto l’influsso di sostanze psicoattive.
Una costellazione esplosiva che coinvolge la stessa Plant, che tuttavia si defilerà molto presto e studiosi che sortiranno esiti contrastanti, quali il Mark Fisher di Realismo capitalista, Iain Hamilton Grant, Luciana Parisi e soprattutto l’enigmatico Nick Land.
La sua parabola filosofica ed esistenziale, dopo la diaspora della CCRU nei primi anni 2000, diviene lo specchio della sussunzione reazionaria evocata da Terranova con i suoi esiti.
Se per la CCRU centrale è il concetto di iperstizione, crasi di hype, saturazione e superstizione, un’immanenza di futuro anteriore, un dispositivo retroattivo che agisce come autoavveramento di una tendenza in fieri, per Land è lo stesso capitalismo, inteso come intelligenza non-umana dai caratteri incommensurabili e mostruosi, a modificare il presente attraverso la sua anticipazione.
Scrive Tommaso Guariento “Tutta la filosofia di Land è un tentativo, declinato in modo eterogeneo, di fuggire dal dispositivo antropocentrico e repressivo che chiama Human Security System, complesso di valori umanistici che appartengono alla pre-modernità: il legame al territorio, le credenze religiose, i codici, le interdizioni”, perseguendo un “cortocircuito fra attuale e virtuale”, un collasso cronologico. Land uniforma sempre più la sua visione ad un “nichilismo tecnocratico”, la sudditanza delle dinamiche storiche e sociologiche ad un destino di trasformazione della razionalità moderna in un super-organismo artificiale:la Singolarità Tecnologica, immaginata da Ray Kurzweil, quel momento ipotetico in cui una superintelligenza artificiale oltrepasserà quella umana, operando una totale automatizzazione della società e il superamento dei limiti organici, il transumanesimo.
La strada per i profeti dell’illuminismo oscuro è ormai spianata. Dalla Tecnocina del 2010 Land inizia a tessere la tela di quell’intreccio, culminato nell’ultima campagna presidenziale statunitense, fra accelerazionismo, l’idea quindi che solo un capitalismo spinto al massimo possa portare all’unica governance possibile e movimento neo-reazionario- NRx — americano.
Se la modernità, quindi, equivale all’avanzamento del capitalismo, le democrazie costituiscono un ostacolo perché non sono in grado di assecondarne lo sviluppo incessante. Il momento straussiano di Peter Thiel ne è la trascrizione più efficace.
Ad amplificare i futuri esiti disgreganti del capitalismo, spiega lo storico del neoliberismo Quinn Slobodian, è poi la sua frammentazione. Che siano le enclosures medievali o le città-stato asiatiche, l’importante è che il governo sia orientato al massimo efficientamento tecnologico, finalizzato alla crescita inumana del capitale, cui si oppone La Cattedrale, l'”insieme di tutte quelle strutture che producono e garantiscono consenso all’ideologia progressista, democratica e multiculturale”.
Figure come Curtis Yarvin, Peter Thiel, Elon Musk operano un meticciato di conservatorismo monarchico, teorie del complotto, libertarianismo, suprematismo, con riferimenti che spaziano da René Girard a Julius Evola, da Schmitt a de Maistre. Non a caso in una recente intervista a proposito della rielezione di Donald Trump, Curtis Yarvin, che nel suo blog “Unqualified reservations” si firma con l’inquietante pseudonimo di Mencius Moldbug, afferma: “Solo l’energia monarchica, l’energia che proviene da un unico punto, può essere efficace”.
Sono Alex Williams e Nick Srnicek nel “Manifesto per una politica accelerazionista” del 2013 tuttavia ad individuare un punto di svolta nel rapporto fra capitalismo e tecnologia.
Se da una parte Nick Land aveva visto nel capitalismo una forza autonoma che accelera verso il futuro e dall’altra Mark Fisher aveva mostrato come questa stessa accelerazione finisse per stemperare ogni alternativa politica reale, Williams e Srnicek trasformano questa contraddizione nella base per una nuova strategia. Per l’accelerazionismo di sinistra le potenzialità tecnologiche sono imprigionate nella logica del profitto e non bisogna far loro resistenza, ma liberarle per costruire un futuro post-capitalista.
Protagonista del cambiamento è la moltitudine, sorta di intelligenza collettiva mutuata dal General intellect del Frammento sulle macchine dei Grundrisse di Marx, riletto tuttavia attraverso il neoperaismo italiano da Negri a Virno e Lazzarato.
E’ da questo orizzonte di situazione, con un approccio aggiornato all’attuale emergenza delle implicazioni sociali, etiche ed epistemologiche insite nelle nuove tecnologie, che si muove Matteo Pasquinelli, professore associato di Filosofia della scienza presso il dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e coordinatore di un progetto ERC sulla storia dei modelli di intelligenza e sulla gnoseologia dell’IA nell’attuale tecnosfera. (Si è appena concluso il Simposio Chat Token Vector sull’architettura del linguaggio, del lavoro e delle relazioni sociali nell’IA). Nel suo “The Eye of Master”, appena uscito nell’edizione italiana con il titolo “Nell’occhio dell’algoritmo” per l’editore Carocci, la tesi centrale è nell’assunto che “il design di una macchina imita e replica il diagramma di una precedente divisione del lavoro”.
In questa prospettiva, archiviate le mitologie del sovrumano, degli immaginari degli automi e delle trascendenze transumaniste, all’IA viene attribuita una genealogia eminentemente sociale, che perpetua “tecniche di analisi dei dati consolidate da un mercato basato sulla sorveglianza e la previsione”.
“Il capitalismo della sorveglianza -aveva già anticipato Shoshana Zuboff- si appropria dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati”.
Come l’intuizione del calcolatore automatico nacque dall’esigenza di meccanizzare il lavoro mentale indotta dall’emergente industrializzazione – è il caso delle Engines di Babbage, dispositivi meccanici di calcolo progettati per eliminare la variabile dell’errore umano- , nonché dal bisogno di avere a disposizione tavole logaritmiche precise per implementare il tracciamento di rotte marittime coloniali ,così lo sviluppo economico novecentesco sentì l’urgenza di governare la crescente produzione industriale. Una crisi di controllo capitalista aveva introdotto la nozione di informazione intesa come sapere misurabile, computabile e trasmissibile: la cibernetica.
Le reti neurali artificiali, su cui si fonda la concezione connessionista dell’IA, cioè quella attuale, contrapposta a quella deduttiva o simbolica cui si ispirava ad esempio la Macchina di Turing, non sono nell’ottica di Pasquinelli quindi un artefatto biomorfo ispirato alla fisiologia cerebrale quanto piuttosto una tecnica per l’autorganizzazione dell’informazione che, riproduce l’organizzazione del mondo esterno, trasmutando la tecnologia in “teatro ontologico del vivente e laboratorio sociale”.
La prima cibernetica è quindi una complessa convergenza di riflessioni su auto-organizzazione, biologia, teorie del caos, neuroscienze, termodinamica ed economia neoliberista (con il concetto di catallassi, sorta di ordine spontaneo dei mercati elaborato da Von Hayek) finalizzata ad accomunare organismi naturali e artificiali, basandoli sul medesimo meccanismo di scambio di informazioni, in un’ottica riduzionista, basata sulla logica binaria del relè.
L’intera cibernetica non sarebbe altro che “una scuola di ingegneria travestita da scienza”, volta alla visione non di macchine come organismi ma di organismi pensati come macchine e le reti neurali deriverebbero da una visione tecno e sociomorfa che proietta sull’ambiente la tecnologia contemporanea.
La logica della Guerra Fredda poi, sponsorizzando negli anni ’50 del Novecento in chiave militare, una serie di convegni conferenze e studi, avrebbe condotto ad Arpanet, il progenitore di Internet e delle architetture dell’odierna IA.
L’originaria convergenza di cibernetica e beat generation, la derivazione della cybercultura dalla controcultura enfatizzata da alcune letture, non è stata dunque -secondo Pasquinelli- tradita. Si è solo smascherato che tecniche cibernetiche di autorganizzazione, fra cui le reti neurali artificiali, furono la manifestazione tecnosociale del proprio tempo, non un’utopia tecnologica, ma un dispositivo di controllo di tendenze ribelli della società.
Controllo globale anzi planetario che Benjamin Bratton, professore di filosofia della tecnologia alla University of California di San Diego, vede incarnato in un’intersezione fra computazione, governance e capitalismo: lo stack, modello tecnoingegneristico, ispirato dalla stratificazione dei protocolli di rete che diviene metafora geopolitica dell’intreccio di fisico e digitale. Immaginato come una megastruttura accidentale e articolato su diversi piani, è costruito da noi in maniera involontaria e a sua volta ci costruisce a sua immagine.
Bratton, tentando di conciliare una lettura neomaterialista e geologica dell’accelerazionismo compatibile con la preservazione del vivente, immagina una struttura emergente in sei livelli integrati e comunicanti, composta da forze materiali e sociali, organizzate in maniera da riconfigurarsi in continui processi di auto-organizzazione.
I frammenti degli ingranaggi dell’antica macchina di calcolo astronomico Antikythera, riemersi durante un’immersione dal relitto di una nave affondata nel mare Egeo risalente al secondo secolo a.C., costituiscono per Bratton l’evidenza archeologica delle potenzialità trasformative delle macchine di calcolo. Dal moto planetario si arriva a sequenze meccaniche predittive e a informazioni governabili. Un dispositivo quindi di automazione che, nella mostraThe Next Earth: Computation, Crisis, Cosmology in corso a Palazzo Duedo a Venezia, diviene il paradigma di quella computazione planetaria, il Noocene, evoluzione postumana dell’Antropocene, in cui l’intelligenza tecnologicamente mediata, continuum fra umano, non-umano e artificiale, si fa forza geologica.
“Benjamin Bratton -scrive Tiziana Terranova- ha argomentato che stiamo assistendo all’emergere di un nuovo nomos della terra, in cui le vecchie divisioni geopolitiche legate ai poteri sovrani territoriali si stanno intersecando con il nuovo nomos di internet e le nuove forme di sovranità che si estendono nello spazio elettronico”. Terranova contrappone al black stack di Bratton il concetto di Red Stack, “un nuovo nomos del comune post-capitalista”, contro-infrastruttura finalizzata alla redistribuzione che vede la moltitudine come soggetto.
“Qualsiasi trasformazione della società -per il Manifesto di Williams e Srnicek- deve coinvolgere una sperimentazione economica e sociale. Il progetto cileno Cybersyn è emblematico di un simile atteggiamento sperimentale”.
“Il 12 novembre 1971 -ricostruisce Eden Medina- il cibernetico britannico Stafford Beer incontrò il presidente cileno Salvador Allende per discutere l’elaborazione di un nuovo strumento di gestione economica. Un sistema tecnologico in grado di regolare la transizione economica del Cile nel rispetto dei principi socialisti della presidenza Allende. Il progetto che più tardi verrà chiamato Cybersyn in inglese — e synco in spagnolo- doveva mettere in rete tutte le imprese nazionalizzate a partire da un computer centrale basato a Santiago per permettere al governo di avere una panoramica quasi istantanea dello stato della produzione e di rispondere agli choc economici in tempo reale”.
La politica di Allende, eletto con un margine relativamente ridotto di voti e perennemente osteggiato da una destra portavoce degli interessi di un’arroccata oligarchia terriera e di un capitale finanziario sostenuto da multinazionali estere, statunitensi soprattutto, mirava ad una transizione pacifica e democratica verso un’economia nazionalizzata. Questa dava al contempo ampio spazio alle autonomie locali in una visione piuttosto ottimistica, in cui la fusione di scienza e politica avrebbe condotto ad una partecipazione popolare alle strutture di governo.
Venne chiamato, attraverso la mediazione di Fernando Flores, giovane ingegnere cileno direttore della CORFO, l’agenzia statale per le imprese nazionalizzate, il cibernetico britannico Stafford Beer. Flores era uno dei Santiago Boys evocati da Evgeny Morozov, sperimentatori di approcci innovativi alla governance contrapposti ai Chicago Boys, economisti promotori di un neoliberismo radicale, formatisi all’università di Chicago sotto la guida diMilton Friedman.
Beer era esponente della seconda cibernetica degli anni ’60 e ’70. Dopo un primo approccio di ascendenza militare legato al controllo e alla comunicazione, teorizzato fra gli altri da Wiener, Von Neumann e Shannon ora si cercava di includere nel sistema l’osservatore, rendendo il dispositivo aperto e cooperativo: una visione partecipativa di derivazione neuroscientifica, , l’eterarchia, mantenuta costante attraverso un feedback ininterrotto di materia ed energia. Beer aveva condensato le sue ricerche in un modello il VSM, Viable System Model che, basato sul principio di varietà requisita, che deve avere cioè una complessità interna tale da gestire la complessità esterna, replicava in cinque livelli la struttura neurale.
La collaborazione di Beer con, da un lato le pregresse concezioni sistemiche locali, dall’altra gli apporti internazionali, si concretizzò in un design inteso come strategia politica. Una continuità che dai modelli organici della Facoltà di Architettura di Santiago giungeva al concetto di autopoiesi formulato da Maturana e Varela, integrandosi con l’apporto della scuola di Ulm, che cercava la sintesi di arte, tecnologia e scienze sociali, attraverso la figura di Gui Bonsiepe.
Nel 2008 Eden Medina ricostruisce l’Opsroom, il cuore di Cybersyn, nell’esposizione seminale Making Things Public: Atmospheres of Democracy, curata da Bruno Latour allo ZKM di Karlsruhe. L’intenzione di Latour era ,visualizzando l’agency politica di oggetti, artefatti ed assemblaggi, di dimostrare l’assenza di neutralità della tecnologia.
Cybersyn era in realtà un dispositivo molto complesso, finalizzato ad un governo algoritmico partecipato, un sistema nervoso digitale per l’economia socialista cilena articolato in cinque componenti interconnesse, di cui la struttura portante era costituita da una rete di 500 telex in grado di trasmettere dati dalle fabbriche statali verso Santiago
Al centro del sistema c’era appunto la Opsroom, composta da sette poltrone in fibra di vetro bianco disposte circolarmente a eliminare esteticamente le gerarchie. I braccioli erano funzionalmente dotati di pulsanti geometrici per navigare flussi informativi proiettati su schermi multipli perimetrali su cui grafici lampeggianti in rosso e verde operavano una trascrizione in tempo reale dell’economia.
Il golpe dell’11 settembre 1973 la smantellò condannandola ad una lunghissima dimenticanza. “Eppure, sottolinea Morozov, l’idea che la tecnologia è geopolitica applicata con altri mezzi, che il progresso tecnologico non è garanzia di progresso sociale ed economico e che è il potere a consentire ad alcuni paesi di innovare condannandone altri alla stagnazione è ancora attuale nel nostro mondo dominato dalle grandi aziende tecnologiche”.
“L’incapacità, continua Morozov, di concettualizzare forme non teleologiche di intelligenza ha trascurato percorsi alternativi che esplorano come le tecnologie informatiche potrebbero amplificare, aumentare o trasformare altre forme di intelligenza, o come la tecnologia stessa dovrebbe evolversi per accoglierle e nutrirle”.
Una consapevolezza che permea il dialogo fra l’antropologo Eduardo Viveiros de Castro e il filosofo della tecnologia Yuk Hui, pubblicato nel 2021 dalla rivista Philosophy Today. La convergenza dei concetti centrali di multinaturalismo e cosmotecnica si dimostra deflagrante, accomunata dall’intenzione di scardinare, seppure con finalità differenti, quel monotecnologismo imposto dalla visione delle attuali oligarchie tecnopolitiche.
Per Viveiros de Castro, studioso delle popolazioni dell’amazzonia, multinaturalismo implica pensare una soggettività unica ma condivisa in nature molteplici. Una coesistenza di umano e non-umano all’insegna dell’oltrepassamento del dualismo cartesiano di natura e cultura come nel Descola di Oltre natura e cultura. Per Yuk Hui, di formazione sino-europea, cosmotecnica significa pluralizzare la tecnologia attraverso una valorizzazione dei localismi, intesi come forma di coesistenza di innumerevoli concezioni del cosmo cui corrispondono plurime tecnologie che ne rispecchiano l’ordine.
L’unico modo per abitare un pianeta danneggiato è quindi inserirsi in una rete di relazioni antigerarchica, in cui anche lo statuto delle macchine abbia valenza trasformativa. È un atto politico di resistenza alla mercificazione della natura, alla feroce colonizzazione dei saperi altri, alla fede nella teleologia del progresso, all’automazione e alla catastrofe ecologica.
Questo deve avvenire attraverso quel primitivismo strategico che è ricerca di modernità alternative che includano la tecnologia come strumento di emancipazione e lotta.
Immaginare “un mondo dove ne esistano molti altri” è possibile.



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