Prevedere il futuro: il metatesto e i metamondi del nostro Paradiso Terrestre – Purgatorio XXXII

Torniamo col nostro Commento Collettivo alla Commedia, ormai soprannominato “CCC”, in cui tutti e cento i canti dell’opera dantesca vengono ripresi e commentati da altrettante firme contemporanee. Siamo al purgatorio e il commento di oggi è firmato da Silvia Dal Dosso.


IN COPERTINA, il trittico del giardino delle delizie di Hieronymus Bosch

di Silvia Dal Dosso


Con il contributo di  


Il presente è un terribile shock. Che siano troppo nuove, troppo orribili, troppo strane, “le presenti cose” sono e sono sempre state, impossibili da accettare.

Da secoli, poeti e poetesse, teologi e indovine ricorrono a intricati stratagemmi, per salvarsi e per salvarci da questo strazio.

Uno stratagemma usatissimo è quello di fingere che il presente sia, in realtà, il futuro. “Il futuro è già qui” diceva Bruce Sterling nel suo discorso sul “Viridian Design”, in una notte del 1998 in cui era in vena di profezie: “quando comprendiamo il presente, stiamo stalkerando il futuro”, o forse stiamo solo fingendo di prevedere il futuro, per capire e sopportare il presente, come una specie di skeuomorph invertito.

Uno stratagemma aggiuntivo, un po’ più antico, è usare Dio. Il vecchio trucco di Dio funziona più o meno così: si prevede il futuro, che è in realtà il presente, tramite le sacre scritture. Ci si inventa un modo complicatissimo di leggere i messaggi segreti e i significati mistici nascosti nei testi sacri. Infine, investiti da Dio, si utilizzano gli stessi codici mistici per scrivere nuove scritture sacre che prevedono il futuro.

Nel canto XXXII del Purgatorio, come nel resto della Commedia, Dante “poeta ispirato” (ovvero investito da Dio) è il primo poeta a praticare tutti questi esercizi, dal primo all’ultimo. Per farlo invoca il potere dei tre sensi mistici e dei cinque sensi umani. Se è in difficoltà o se vuole seminare sul percorso delle tiepide chiavi di lettura si rifugia nei numeri. La sua missione per conto di Dio consiste nel raccontare un futuro che nella finzione della Commedia non è ancora avvenuto, ma nel mondo in cui il Dante storico sta scrivendo, purtroppo sì.

Allegorico, Morale, Anagogico, sono i tre sensi mistici nascosti dietro il senso “letterale o istoriale” che i teologi scovavano nel nuovo e nel vecchio testamento e che Dante nasconde tra le righe della Commedia. Talvolta ci invita a guardarvi attraverso: “O voi ch’avete li ’ntelletti sani / mirate la dottrina che s’asconde / sotto il velame de li versi strani” (If IX 61-63), talvolta piomba nell’esoterismo oscuro, come quando invoca “un cinquecento diece e cinque, / messo di Dio, [che] anciderà la fuia / con quel gigante che con lei delinque” (Pg XXXIII 43-45). Ma chi è questo DXV, entità misteriosa con un numero al posto del nome e qual è il futuro che ci porta?

Mettiamo da parte le anticipazioni e i presagi e torniamo con i piedi per terra o meglio nel Paradiso Terrestre. Torniamo ai cinque sensi umani e all’inizio del canto XXXII.

Tant’eran li occhi miei fissi e attenti

a disbramarsi la decenne sete,

che li altri sensi m’eran tutti spenti.

Se per stalkerare il futuro è necessario allenarsi a comprendere il presente, poniamo ora che la Commedia sia il nostro testo sacro, e usiamolo per aiutarci a comprendere il nostro presente. In questa terzina il senso letterale è indubbio, Dante sta guardando Beatrice che non vede da dieci anni. Ma di cosa è figura Beatrice? Forse Beatrice, che in vita era spesso protetta da una “gentile donna schermo de la veritade” (Vita nuova, Verso 3), in morte rappresenta essa stessa uno schermo, il tanto amato schermo che da ben più di dieci anni ci accompagna, ogni giorno, dissetandoci di dati e conoscenza e spegnendo tutti i sensi che non siano la vista: lo schermo dei nostri computer.

Ed essi quinci e quindi avien parete

di non caler – così lo santo riso

a sé traéli con l’antica rete! -;

Gli occhi di Dante sono come coperti, da una parte e dall’altra, da una parete.

Ma allora forse Beatrice non è semplicemente uno schermo, è un visore. Dante sta facendo riferimento alla parete di un visore per la realtà virtuale, che infatti gli copre entrambi gli occhi con una parete, impedendogli di fatto di vedere oltre il visore, mentre tutti gli altri sensi sono spenti.

Il sorriso di Beatrice lo attrae e lo tiene prigioniero.

Se Beatrice è un visore, forse Dante sta facendo riferimento a quella rete verde che compare, durante l’esperienza immersiva, per delimitare l’area percorribile. Ma allora perché il “santo riso”? Potrebbe darsi che Dante in realtà stesse pensando ai meme, quelle immagini che si trovano in rete e che fanno ridere, ma che anche hanno un forte potere mediatico, così forte che alcuni hanno parlato di magia o di culti memetici? Ma allora perché è antica? L’antica rete! Ma certo, questa non può essere che un’evocazione dell’Internet 1.0, Dante ricorda con nostalgia il tempo giovanile in cui era bello “surfare” tra un’immagine e l’altra, un sito e l’altro, in una condizione di estatica meraviglia, dimenticando il resto dei sensi e il mondo reale. Beatrice è internet.

quando per forza mi fu vòlto il viso

ver’ la sinistra mia da quelle dee,

perch’io udi’ da loro un “Troppo fiso!”;

Le tre dee, in cui i commentatori antichi riconoscevano le tre virtù teologali (fede, speranza e carità), gridano a Dante: “Troppo fiso!” obbligandolo a voltarsi verso la sua sinistra. Quindi anche Dante soffriva di IAD (“Internet addiction disorder”)? Tra qualche terzina Dio stesso, attraverso Beatrice affiderà a Dante la missione di riportare sulla Terra gli insegnamenti e i presagi di cui è testimone, investendolo di un potere divino e divinatorio, ma ora è il momento in cui le virtù teologali ricordano a Dante che anche all’esplorazione teologica si deve porre un limite. Il Dante peccatore si sta forse rispecchiando in Ryan van Cleave, vittima di un’acuta dipendenza da videogiochi, che nella celebre intervista sul Guardian dichiarava: “Playing WoW makes me feel godlike”, gettando moglie e famiglia nella più totale disperazione.

Seguendo tale lettura, l’immersione nel Lete a cui Dante è stato da poco sottoposto per espiare i suoi peccati, e in senso lato le pene purgatoriali, sembrano ammiccare ai boot camp per la dipendenza da internet e videogiochi istituiti dalla Repubblica Popolare Cinese, anche se gli atroci scandali connessi a tali istituzioni farebbero più pensare alle pene infernali. Negli studi legati alla dipendenza da internet ci si riferisce frequentemente a storie in cui il soggetto viene ritrovato da amici o parenti con “li altri sensi [ch’]eran tutti spenti” (Pg XXXII 3), come in questo episodio a scopo esemplare del Computer Addiction Center, fondato dalla dottoressa Maressa Hecht Orzack: “La trovano a casa, rannicchiata su un computer e fuori di sé completamente ignara di ciò che la circonda”. I più maliziosi qui penserebbero ai casi di addizione da pornografia online, in grave aumento durante la pandemia, ma data la natura prettamente platonica dell’amore di Dante nei confronti di Beatrice si tende a escludere questa pista, né Dante in questo frangente sembra essere arrivato al drammatico livello “indosso il pannolone per giocare a WoW”. Quel “Troppo fiso!” risuona più come un monito verso chiunque si ritrovi a vivere nella parte digitalizzata del pianeta, e i versi successivi lo confermano:

e la disposizion ch’a veder èe

ne li occhi pur testé dal sol percossi,

sanza la vista alquanto esser mi fée.

Come percossi dal sole, gli occhi, abbagliati dalla luce dello schermo necessitano di un po’ di tempo prima di riuscire a rivedere il mondo circostante, così come Dante, ancora frastornato dal “molto sensibile onde a forza mi rimossi” (Pg XXXII 14-15), fatica a riprendere connessione con la realtà. Dante è molto sensibile perché Beatrice ha invaso e modificato i suoi centri del piacere. Il rapporto ravvicinato e “fiso” con lo schermo, influenza e modifica in modo semi-permanente la materia grigia e bianca nelle regioni del cervello prefrontale, ovvero l’area del cervello associata alla memoria dei dettagli, all’attenzione, e alla pianificazione delle priorità. Che si tratti di un videogioco, una sessione di shopping online, o un post su Instagram che riceve notifiche nel corso della giornata, il cervello di Dante è ormai modulato per ricevere delle piccole ricompense, brevi scariche di dopamina, che fanno sì che internet abbia la precedenza sui compiti necessari della vita. Per fortuna le tre virtù teologali riescono a richiamarlo all’ordine.

Riacquistata la vista e rientrato nella realtà (della finzione) Dante si ritrova a osservare la processione mistica che lo accompagnava, insieme a Beatrice, dal canto XXIX. La processione è composta da una serie di figure numerate: un grifone “binato” (perchè mezzo leone e mezzo aquila) che traina il carro di Beatrice, quattro animali, quattro virtù cardinali, tre virtù teologali, sette candelabri semoventi, sette personaggi che chiudono il corteo e ventiquattro seniori biancovestiti. Uno di loro pochi canti prima camminava dormendo, è il ventiquattresimo vecchio o capitolo della Bibbia: l’Apocalisse.

La comitiva si ferma innanzi a un albero altissimo e spoglio posto in mezzo alla “selva vòta” del Paradiso Terrestre, mormorando il nome di Adamo. Tutti i commentatori antichi sono qui concordi nel riconoscere l’Albero del bene e del male. Ma come mai si invoca proprio Adamo?

Ci sembra del tutto inesatta l’interpretazione che vede nel matematico e crittografo Alan Turing l’ombra anagogica di Eva, e che legge in Adamo il fisico e informatico John von Neumann. I due rappresenterebbero rispettivamente la madre e il padre dell’informatizzazione, dove l’invenzione della prima tecnologia in grado di simulare i processi computazionali dovrebbe intendersi, in senso morale, come il peccato originale. Tale esegesi si appiglia al noto fatto che Turing, dopo aver sofferto a lungo l’orribile trattamento ormonale, allora imposto dal governo britannico per perseguire legalmente l’omosessualità, decise di suicidarsi mordendo più volte una mela intinta di cianuro. Ma è anche noto che “Alan […] aveva sempre saputo che il frutto proibito del paradiso terrestre non era una mela, ma una prugna” e come riferisce Alan Garner, suo compagno di allenamento e amico durante l’adolescenza, per Turing la mela era a sua volta connessa a due ricordi: l’episodio di Biancaneve avvelenata dalla matrigna, che lo aveva turbato profondamente, e l’incontro con lo stesso Garner, con cui aveva parlato della mela di Biancaneve.

Più probabile l’ipotesi che vede Dante far riferimento all’origine dell’internet, preannunciato dalla “antica rete” (Pg XXXII 6) gettata dal riso di Beatrice. La chioma dell’albero “che tanto si dilata / più quanto più è sù, fora da l’Indi / ne’ boschi lor per altezza ammirata” (Pg XXXII 40-42) sembra proprio far riferimento alla struttura ad albero del World Wide Web architettata da Tim Berners Lee: le tre componenti fondamentali su cui ancora poggia l’internet da noi utilizzato, Uniform Resource Identifier (URI), HyperText Transfer Protocol (HTTP), e HyperText Markup Language (HTML), non potrebbero infatti essere state concepite senza l’invenzione dell’ipertesto. Tim rappresenterebbe dunque il nostro Adamo. Tenete ben a mente questa struttura, la struttura spezzata in compartimenti stagni, o meglio rami dell’Internet 1.0, perché ci servirà tra poco.

Toccato dal Grifone, “animal binato” in cui all’unanimità i commentatori antichi riconoscono la figura del Cristo Redentore, l’albero rifiorisce e la processione mistica intona un inno celeste. Stordito e ammaliato dal suono di quella melodia e forse dai profumi dei fiori appena sbocciati, di un colore “men che di rose e più che di vïole”, Dante cade addormentato. La redenzione da tutti i peccati, senso anagogico dell’episodio, è ancora così lontana e misteriosa che anche Dante non riesce a sostenere la visione di quell’albero, finalmente di nuovo in fiore. E al suo risveglio infatti una visione ben più funesta lo aspetta.

La processione mistica è ormai salita verso il Paradiso, ma il carro di Beatrice, che per gli antichi commentatori raffigurava la chiesa apostolica romana, è rimasto nell’Eden. Beatrice intima a Dante di guardare il carro con attenzione, “al carro tieni or li occhi” (Pg XXXII 104), perché poi dovrà raccontare ciò che ha visto in Terra, per aiutare l’umanità traviata a ritrovare la via, “e quel che vedi, / ritornato di là, fa che tu scrive” (Pg XXXII 105). Il poeta è appena diventato “poeta ispirato” e già ecco porglisi innanzi una visione profetica:

com’io vidi calar l’uccel di Giove

per l’alber giù, rompendo de la scorza,

non che d’i fiori e de le foglie nove;

e ferì ’l carro di tutta sua forza;

 

Un’aquila piomba giù veloce come una saetta, rompendo il tronco, i fiori e le fronde dell’albero appena rifiorito e colpendo il carro con tutta la sua forza. Gli antichi erano quasi tutti concordi nel leggere l’aquila come figura dell’Impero romano, che perseguitando i primi cristiani aveva offeso la giustizia divina (l’albero) e colpito gravemente la Chiesa (il carro).

È chiaro qui che per Dante il carro è allegoria dell’infrastruttura mediatica computazionale, una tecnologia dotata di un forte potenziale evolutivo e in grado di “simulare qualsiasi altro sistema.” Una tecnologia ad oggi distribuita in tutto ciò che chiamiamo ingenuamente “smart”, dai sistemi di stoccaggio in RFID agli assistenti vocali, fino agli algoritmi che regolano il traffico o il trading automatizzato, gli aerei o gli Instagram feed, per passare alla confusa foresta dell’Internet delle Cose (IoT) tra frigoriferi, orologi, impianti idrici, porte, macchine, motorini e via dicendo, connessi fra loro in assemblaggi mediatici. Gli esseri umani condividono con il carro un rapporto di codipendenza: se il carro si fermasse basterebbero pochi giorni prima di arrivare al collasso della civiltà nella sua attuale conformazione. Eppure il carro ha bisogno di una guida costante da parte di chi lo costruisce, che deve barcamenarsi tra scelte di natura etica (come automatizzare le scelte? come possiamo limitare i bias?), e peccati di natura economica (rendere più appetibile e quindi acquistabile una tecnologia mediatica computazionale seppure a discapito di chi la consuma). Una cattiva gestione del carro sta portando a conseguenze devastanti, rendendoci una specie evoluta ma co-dipendente, stravolgendo i ritmi vitali, la nostra conformazione cerebrale, e i nostri rapporti interpersonali. In ogni campo o zona di questo mostruoso apparato mediatico computazionale spesso si ha l’impressione che le scelte prese non abbiano a cuore l’evoluzione o peggio la sopravvivenza della nostra specie e delle specie animali e vegetali, e che chi guida il carro, abbia a sua volta ridistribuito in modo deviato le sue priorità, basando le sue decisioni sul profitto. Anche su questo Dante ha qualcosa da dirci:


Poscia per indi ond’era pria venuta,

l’aguglia vidi scender giù ne l’arca

del carro e lasciar lei di sé pennuta;

L’aquila ritorna e ricopre il carro con le sue piume. Secondo molti commentatori antichi, Dante qua fa riferimento al fatto che l’imperatore Costantino, donando il primo possedimento demaniale alla Chiesa (le piume) aveva corrotto per sempre la curia romana alla cupidigia terrena, rompendo per sempre l’equilibrio tra i due poteri, Impero e Papato, e inclinando per sempre il destino del suo mondo conosciuto, oltreché il suo e quello della sua famiglia. Ma dunque chi è l’aquila? Chi è l’impero? Cosa sta cercando di dirci qui Dante?

È mai possibile che il poeta investito da Dio facesse riferimento a un video, attualmente pubblicato su YouTube, dove Matthew Ball in conversazione con Jacob Navoc, CEO di Genvid Tecnologies, riflette sul destino dei media computazionali, ma più nello specifico sul destino di un ipotetico “nuovo internet” chiamato il Metaverso?

Si racconta che John Riccitiello, attuale CEO di Unity, una delle più utilizzate game engine (motori grafici) al mondo, fosse solito esordire durante i discorsi ai suoi dipendenti citando Snow Crash (1992) il romanzo di Neal Stephenson, dove per la prima volta si ipotizza un Metaverso, ovvero un universo mediatico computazionale fatto di mondi virtuali e realtà aumentata collegati in rete. Filtrando il ronzio relativo della parola Metaverso e delle sue anticipazioni sensazionalistiche, ancora molto confuse, rimangono dei punti fermi: da anni megacorp come Epic Games, Google, Facebook, SpaceX hanno investito su tecnologie di ogni sorta, infrastrutture di immagazzinamento e trasmissione dati, costruzione di dataset, generazione e auto-generazione di nuovi contenuti virtuali, motori grafici, visori (si pensi all’acquisto di Oculus VR da parte di Facebook, Inc., da oggi Meta) spinte dalla volontà di costruire un nuovo tipo di esperienza mediatica computazionale, esperibile in tempo reale, ovunque e senza interruzioni; il 28 Ottobre, pochi giorni fa Mark Zuckerberg ha annunciato che Facebook, Inc, ovvero la compagnia che possiede Facebook, Instagram, Whatsapp e Oculus, ha oggi un nuovo nome: Meta.

Un’idea che era covata da tempo, si dice dal 2012, e su cui Facebook, Inc. ha investito 10 miliardi di dollari soltanto nell’ultimo anno. Meta si presenta come un’esperienza virtuale immersiva aperta 24 ore su 24, un metamondo dove il nostro mondo viene replicato in 3D, dalla propria casa ad altri luoghi di incontro, e verso cui tutto il resto dell’Internet (videochat, programmi di streaming, home banking, videogiochi, vestiti e accessori virtuali connessi alla blockchain) è invitato a convergere.

Così la struttura ad albero dell’attuale web, fatta di pagine, rami, momenti spezzati dell’esperienza che vengono continuamente interrotti da pause, passaggi da una porta all’altra e da un hyperlink all’altro, secondo la profezia riportata con sgomento da Dante e da Matthew Bell verrà infranta e sostituita da un nuovo universo mediatico computazionale, costantemente attivo, dove le cose accadono anche in nostra assenza, spingendoci a rimanere più di là che di quà, e dunque potenzialmente più addictive, mentre le aziende in grado di investire in questo tipo di infrastrutture a colpi di miliardi, e dunque non solo di guidare, ma proprio di costruire il carro si contano oggi sulle punte delle dita. Il problema a cui Dante ci sottopone è che molte delle loro decisioni, sono dettate dalla cupidigia terrena: il successo del loro modello economico. Il funesto presagio raccontato da Dante è ora chiaramente leggibile:

Trasformato così ’l dificio santo

mise fuor teste per le parti sue,

tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.

Le prime eran cornute come bue,

ma le quattro un sol corno avean per fronte:

simile mostro visto ancor non fue.

Il corpo del carro si trasforma in un essere mostruoso, un assemblaggio costituito da quattro ruote e sette teste. Le tre grosse teste cornute cresciute sopra il timone si riferiscono all’enorme potere che si concentra nelle scelte di pochissimi CEO nella progettazione del nuovo universo mediatico computazionale, potrebbe in questo caso trattarsi di Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Elon Musk, o forse di Sundar Pichai, nuovo CEO di Alphabet, Inc. Le quattro teste mono cornute che sbucano agli angoli invece sembrano essere figure delle aziende che per ora hanno sviluppato potenti tecnologie di 3D rendering in tempo reale, o hanno sperimentato per primi videogiochi in realtà aumentata in grado di attirare grosse fette di utenti. Si parla dunque del già nominato John Riccitiello per Unity, ma anche di Epic Games con Unreal Engine, Roblox Corporation e Niantic. Non è un caso che le teste mono cornute siano tutte aziende legate all’industria dei videogiochi. Al momento i migliori esempi di proto-multiverso che sono stati forniti riguardano eventi di massa come i concerti live avvenuti all’interno di Fortnite, il gioco multiplayer il cui enorme successo ha assicurato a Epic Games tutti i fondi necessari per implementare il motore grafico e le features di Unreal Engine superando ogni aspettativa, e gli altrettanto popolati eventi di folle caccia ai Pokémon avvenuti sulla celebre app in realtà aumentata Pokémon GO, sviluppata da Niantic in collaborazione con Nintendo. Nel caso di Meta, è utile riflettere sul fatto che Facebook non ha mai venduto altro che esperienze social, e che al momento gli over 25 hanno abbandonato i suoi canali per rifugiarsi degli ambienti di RPG multiplayers come Animal crossing, Fortnight, Minecraft, PUBG. Riducendo le aspettative, Meta non è altro che questo, non un nuovo internet, come è stato promesso, ma un losco piano per aggiudicarsi una fetta di utenti di difficile adduzione.

La notizia del rebranding di Facebook, Inc. non è stata ben accolta dagli utenti più accorti, dagli early adopters e dalla classe creativa. Molti accusano a ragione la compagnia di aver scelto questo momento per ripulirsi dai numerosi scandali e leaks a cui il nome Facebook è ormai associato, momento che, data la tecnologia d’interfaccia ancora acerba, sembra essere del tutto prematuro. Tra gli altri numerosi meme che hanno invaso Facebook e Instagram, ce n’è uno che vede Mark Zuckerberg intento a presentare il progetto, con il sottotitolo: “Il Metaverso è un posto meraviglioso. Qui, il tuo corpo è la macchina che diventa il contenitore dell’anima della nostra società”. Nel frattempo però, volenti o nolenti, gli attuali 2,9 milioni di utenti attivi su Facebook, i 1,4 milioni su Instagram e i 2 milioni su WhatsApp sono già entrati a far parte di questo apparato mediatico computazionale, e sono descritti da Dante come una “puttana sciolta”, in groppa al carro, e intenta a baciarsi con un gigante di cui sembra prigioniera. Secondo gli antichi infatti la meretrice rappresentava la curia romana, condotta in cattività dal gigante, Filippo il Bello, nella sede francese di Avignone. Il Gigante, è grosso e conduce a sé le utenti o meglio i dati dell’utente, dunque questo è senza alcun dubbio un riferimento all’industria dei Big Data!

Non a caso Dante, in conclusione del canto, torna a parlare di visione e di sguardi. Questa volta è la meretrice a rivolgere a Dante uno sguardo carico di cupidigia:

Ma perché l’occhio cupido e vagante

a me rivolse, quel feroce drudo

la flagellò dal capo infin le piante;

La cupidigia e l’egocentrismo si sono rivelate al momento le esche più potenti per catturare l’utente. All’apice di questa follia risiede Egocentric 4D Perception, uno dei progetti in via sperimentale di Facebook AI research, che al momento vede un’Intelligenza Artificiale a lavoro con il più grande dataset di punti di vista soggettivi di esseri umani in azione. Ego4D presenta dei perturbanti vantaggi, come quello di registrare i ricordi “come li hai vissuti”, o disporre di un assistente virtuale che si ricorda per te dove hai appoggiato un anello o un orologio che non trovi più: l’AI lo sa perchè mentre guardavi lei guardava con te, attraverso un device simile agli occhiali Ray-Ban smart realizzati da Facebook in collaborazione con Luxottica, e recentemente lanciati sul mercato. Il prodotto Ray-Ban smart, come i suoi antenati Spectacles, realizzati da Snapchat, o gli ancora più fallimentari e preistorici Google Glass, potrebbero essere un altro buco nell’acqua. Noi esseri umani siamo in fin dei conti molto più vicini alle scimmie che ai cyborg, e per questo tendiamo a preferire protesi mobili come un bastone o un cellulare, rispetto ad impianti stabili e indossabili, e soprattutto abbiamo un bisogno estremo di usare le mani. Allo stesso modo, se preso sul serio, un Metaverso in VR o in AR o in Mixed Reality sembra essere da un lato un salto evolutivo troppo ampio, dall’altro per niente necessario, date le attuali lacune dell’interfaccia: visori pesanti e che impongono una “parete” visiva all’utente, manualità limitata, assenza di sensori tattili. Ma ecco forse, prendendo sul serio il Metaverso, stiamo mancando il punto della questione: questi tentativi per Facebook, Inc., da oggi Meta, non sono che briciole, piccole occasioni per arricchire un dataset, piccoli esperimenti che costellano un piano commerciale a lungo termine, lento, ma inesorabile. L’obiettivo finale in poche parole è far ingrassare il Gigante.

Dunque ecco il nostro presente che sembra futuro, uno scenario apocalittico da cui è difficile vedere una via d’uscita. Vi ricordate il numero DXV, quel misterioso eroe mascherato, “un cinquecento diece e cinque, / messo di Dio, anciderà la fuia / con quel gigante che con lei delinque” (Pg XXXIII 43-45), l’imperatore provvidenziale che avrebbe dovuto piegare la curia romana e il re di Francia, uccidere la nostra cupidigia di utenti e seppellire il Gigante?

 Questa è l’unica profezia contenuta nella Commedia dove Dante si arrischiò a prevedere qualcosa che non era ancora avvenuto nel tempo in cui stava scrivendo. Purtroppo questa è anche l’unica profezia della Commedia a non essersi mai verificata.


Il canto, integrale

Canto XXXII, dove si tratta come Beatrice comandò a l’auttore che scrivesse li miracoli che vide in quel luogo, e come elli con le donne seguio il carro, e l’aguglia percosse il carro, e una volpe sen fuggio, e de la puttana e del gigante.

Tant’eran li occhi miei fissi e attenti
a disbramarsi la decenne sete,
che li altri sensi m’eran tutti spenti.

Ed essi quinci e quindi avien parete
di non caler – così lo santo riso
a sé traéli con l’antica rete! -;

quando per forza mi fu vòlto il viso
ver’ la sinistra mia da quelle dee,
perch’io udi’ da loro un “Troppo fiso!”;

e la disposizion ch’a veder èe
ne li occhi pur testé dal sol percossi,
sanza la vista alquanto esser mi fée.

Ma poi ch’al poco il viso riformossi
(e dico ’al poco’ per rispetto al molto
sensibile onde a forza mi rimossi),

vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
lo glorïoso essercito, e tornarsi
col sole e con le sette fiamme al volto.

Come sotto li scudi per salvarsi
volgesi schiera, e sé gira col segno,
prima che possa tutta in sé mutarsi;

quella milizia del celeste regno
che procedeva, tutta trapassonne
pria che piegasse il carro il primo legno.

Indi a le rote si tornar le donne,
e ’l grifon mosse il benedetto carco
sì, che però nulla penna crollonne.

La bella donna che mi trasse al varco
e Stazio e io seguitavam la rota
che fé l’orbita sua con minore arco.

Sì passeggiando l’alta selva vòta,
colpa di quella ch’al serpente crese,
temprava i passi un’angelica nota.

Forse in tre voli tanto spazio prese
disfrenata saetta, quanto eramo
rimossi, quando Bëatrice scese.

Io senti’ mormorare a tutti “Adamo”;
poi cerchiaro una pianta dispogliata
di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.

La coma sua, che tanto si dilata
più quanto più è sù, fora da l’Indi
ne’ boschi lor per altezza ammirata.

“Beato se’, grifon, che non discindi
col becco d’esto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindi”.

Così dintorno a l’albero robusto
gridaron li altri; e l’animal binato:
“Sì si conserva il seme d’ogne giusto”.

E vòlto al temo ch’elli avea tirato,
trasselo al piè de la vedova frasca,
e quel di lei a lei lasciò legato.

Come le nostre piante, quando casca
giù la gran luce mischiata con quella
che raggia dietro a la celeste lasca,

turgide fansi, e poi si rinovella
di suo color ciascuna, pria che ’l sole
giunga li suoi corsier sotto altra stella;

men che di rose e più che di vïole
colore aprendo, s’innovò la pianta,
che prima avea le ramora sì sole.

Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
l’inno che quella gente allor cantaro,
né la nota soffersi tutta quanta.

S’io potessi ritrar come assonnaro
li occhi spietati udendo di Siringa,
li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;

come pintor che con essempro pinga,
disegnerei com’io m’addormentai;
ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.

Però trascorro a quando mi svegliai,
e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
del sonno, e un chiamar: “Surgi: che fai?”.

Quali a veder de’ fioretti del melo
che del suo pome li angeli fa ghiotti
e perpetüe nozze fa nel cielo,

Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
e vinti, ritornaro a la parola
da la qual furon maggior sonni rotti,

e videro scemata loro scuola
così di Moïsè come d’Elia,
e al maestro suo cangiata stola;

tal torna’ io, e vidi quella pia
sovra me starsi che conducitrice
fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.

E tutto in dubbio dissi: “Ov’è Beatrice?”.
Ond’ella: “Vedi lei sotto la fronda
nova sedere in su la sua radice.

Vedi la compagnia che la circonda:
li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
con più dolce canzone e più profonda”.

E se più fu lo suo parlar diffuso,
non so, però che già ne li occhi m’era
quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.

Sola sedeasi in su la terra vera,
come guardia lasciata lì del plaustro
che legar vidi a la biforme fera.

In cerchio le facevan di sé claustro
le sette ninfe, con quei lumi in mano
che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.

“Qui sarai tu poco tempo silvano;
e sarai meco sanza fine cive
di quella Roma onde Cristo è romano.

Però, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che tu scrive”.

Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
d’i suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi ov’ella volle diedi.

Non scese mai con sì veloce moto
foco di spessa nube, quando piove
da quel confine che più va remoto,

com’io vidi calar l’uccel di Giove
per l’alber giù, rompendo de la scorza,
non che d’i fiori e de le foglie nove;

e ferì ’l carro di tutta sua forza;
ond’el piegò come nave in fortuna,
vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.

Poscia vidi avventarsi ne la cuna
del trïunfal veiculo una volpe
che d’ogne pasto buon parea digiuna;

ma, riprendendo lei di laide colpe,
la donna mia la volse in tanta futa
quanto sofferser l’ossa sanza polpe.

Poscia per indi ond’era pria venuta,
l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
del carro e lasciar lei di sé pennuta;

e qual esce di cuor che si rammarca,
tal voce uscì del cielo e cotal disse:
“O navicella mia, com’ mal se’ carca!”.

Poi parve a me che la terra s’aprisse
tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
che per lo carro sù la coda fisse;

e come vespa che ritragge l’ago,
a sé traendo la coda maligna,
trasse del fondo, e gissen vago vago.

Quel che rimase, come da gramigna
vivace terra, da la piuma, offerta
forse con intenzion sana e benigna,

si ricoperse, e funne ricoperta
e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
che più tiene un sospir la bocca aperta.

Trasformato così ’l dificio santo
mise fuor teste per le parti sue,
tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.

Le prime eran cornute come bue,
ma le quattro un sol corno avean per fronte:
simile mostro visto ancor non fue.

Sicura, quasi rocca in alto monte,
seder sovresso una puttana sciolta
m’apparve con le ciglia intorno pronte;

e come perché non li fosse tolta,
vidi di costa a lei dritto un gigante;
e basciavansi insieme alcuna volta.

Ma perché l’occhio cupido e vagante
a me rivolse, quel feroce drudo
la flagellò dal capo infin le piante;

poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
tanto che sol di lei mi fece scudo

a la puttana e a la nova belva.


A questo link si leggono i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


Silvia dal dosso è ricercatrice in Machine Learning e subculture di Internet. È co-fondatrice del collettivo Clusterduck.

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