Prima della conquista di Xana

Un racconto, firmato da Ken Liu, estratto da “La Grazia dei Re”, recentemente tradotto in italiano per Mondadori dal nostro collaboratore Andrea Cassini. Il romanzo è un’epica del mutamento: l’arcipelago di Dara è popolato da uomini in perpetua tensione verso il futuro, procedono a tentoni, ma ciascuno ha piena fiducia nella sapienza che nasce dallo studio e nella centralità del destino umano.


In copertina un’illustrazione da businessoffashion

di Ken Liu

Tradotto da Andrea Cassini

 

Nella virtuosa Haan, l’erudizione non era soltanto un lusso, ma uno stile di vita.

Prima della Conquista di Xana, nelle campagne, tra le ampie piane costiere popolate da canneti e le spiagge sassose, innumerevoli capanne di studio spuntavano come castelli di sabbia; i precettori di queste capanne, finanziate dallo stato, istruivano i figli dei poveri nella lettura, nella scrittura e nella comprensione basilare dei numeri. Gli studenti più talentuosi e abbienti andavano a Ginpen, la capitale, che era sede delle più rinomate accademie private di Dara. Molti dei più grandi studiosi di Dara avevano passato gli anni della loro formazione nelle aule e nei laboratori delle accademie di Ginpen: Tan Féüji, il filosofo che aveva rielaborato il governo in una forma d’arte; Lügo Crupo, reggente dell’impero e calligrafo senza pari; Gi Anji, che aveva insegnato a entrambi; Huzo Tuan, che aveva sfidato la morte criticando Mapidéré faccia a faccia; e molti altri.

Nella vecchia Haan, un viandante avrebbe potuto fermare qualsiasi contadino che passeggiava tra i campi e intrattenere una conversazione su politica, astronomia, agricoltura o meteorologia, e impararne qualcosa di nuovo. A Ginpen, persino l’impiegato di un comune mercante era in grado di calcolare radici cubiche e completare quadrati magici senza aiuto esterno. Nelle case da tè e nelle osterie, sebbene il cibo fosse insipido e le bevande a malapena accettabili, si potevano incontrare le menti più brillanti di Dara impegnate a dibattere questioni di politica e filosofia naturale. Sebbene Haan non fosse il più industrioso degli stati Tiro, i suoi ingegneri e inventori creavano i più ricercati progetti per mulini ad acqua e mulini a vento, e realizzavano le più precise clessidre ad acqua.

Ma tutto questo era cambiato dopo la Conquista. In confronto agli altri stati Tiro, con il rogo dei libri e lo sterminio degli studiosi, Mapidéré aveva inflitto una ferita più profonda delle altre allo spirito di Haan. Le capanne di studio non furono più finanziate e caddero in disuso; molte delle accademie private di Ginpen chiusero; e le poche che sopravvivevano erano mere ombre di ciò che erano state un tempo, con gli studiosi che adesso avevano timore di fornire le risposte corrette e ancora più timore di porre le domande giuste.

Ogni volta che Luan Zya pensava di abbandonare la missione della sua vita, ripensava agli studiosi morti, ai libri che bruciavano, alle aule deserte dove le accuse di voci spettrali sembravano riecheggiare senza sosta .

Un’opera di Francesca Myman

La famiglia Zya serviva la Casata di Haan da tempo immemore. Soltanto nelle ultime cinque generazioni, aveva prodotto tre primi ministri, due generali e cinque auguri reali presso la corte di Haan.

Luan Zya era stato un ragazzo brillante. A cinque anni, sapeva recitare a mente trecento opere di poeti Haan composte in Ano Classico. A sette, riuscì a compiere un’impresa che sconvolse il Real Collegio degli Auguri.

La divinazione era un’antica arte delle Isole di Dara, ma nessuno stato Tiro era più dedito alla sua pratica dell’erudita Haan. Dopotutto, Haan era la terra preferita dal dio Lutho, l’ingannatore, il matematico e il veggente. Gli dei si esprimevano sempre in maniera ambigua, e talvolta cambiavano persino idea nel tempo in cui si poneva loro una domanda. La divinazione serviva a determinare il futuro attraverso metodi che per loro natura erano inaffidabili.

Per migliorare la precisione delle previsioni, la cosa migliore era dunque porre la stessa domanda molteplici volte e vedere quale risposta si affermasse con maggiore frequenza. Per esempio, poniamo che il re volesse sapere se il raccolto e il pescato sarebbero stati più ricchi dell’anno precedente. Per ottemperare alla richiesta, il Collegio degli Auguri si sarebbe riunito per formulare la domanda sotto forma di preghiera a Lutho.

Poi avrebbero preso i gusci essiccati di dieci grandi tartarughe di mare – le messaggere di Lutho – e li avrebbero disposti sulla sabbia nera della Spiaggia di Lutho. Avrebbero arroventato dieci bastoni di ferro su un braciere colmo di carboni ardenti ventilati da una fornace, e una volta pulsanti di luce rossa li avrebbero estratti e premuti contro i gusci fino a farli spaccare. Dopodiché gli auguri avrebbero preso nota tutti insieme dell’orientamento delle spaccature. Se sei gusci si erano spaccati approssimativamente lungo la direttrice est-ovest e quattro lungo la direttrice nord-sud, significava che il raccolto e il pescato di quell’anno avevano tre possibilità su cinque di risultare migliori dell’anno precedente. Tale risultato poteva essere ulteriormente raffinato misurando l’angolo esatto che ciascuna crepa formava in relazione ai punti cardinali.

Per un augure, la geometria e le altre branche della matematica erano strumenti importanti.

Il padre di Luan era primo augure, e da bambino Luan osservava con grande interesse il suo lavoro. Un giorno, quando aveva sette anni, Luan lo accompagnò alla Spiaggia di Lutho dove il Collegio degli Auguri doveva riunirsi in consulto per rispondere a un’importante domanda del re. Mentre suo padre e gli altri auguri dalla barba grigia svolgevano il loro lavoro, Luan si mise a gironzolare da solo e cominciò un gioco che lui stesso aveva inventato.

Disegnò un quadrato sulla sabbia e al suo interno inscrisse un cerchio. Chiuse gli occhi e lanciò dei sassi in direzione della figura, poi annotò su un pezzo di carta quante volte i sassi erano atterrati dentro il quadrato e quante dentro il cerchio. 

Quando la cerimonia fu finita, suo padre andò a prenderlo.

«A che stai giocando, Lu-tika

Luan rispose che non si trattava affatto di un gioco. Stava calcolando il valore del Numero di Lutho, che è il rapporto tra la circonferenza di un cerchio e il suo diametro.

L’area del cerchio, spiegò Luan, corrispondeva al Numero di Lutho moltiplicato per la radice quadrata del suo raggio. L’area del quadrato, invece, corrispondeva al raggio del cerchio moltiplicato per due al quadrato, oppure quattro volte il raggio al quadrato. Di conseguenza, il rapporto tra l’area del cerchio e quella del quadrato era uguale al Numero di Lutho diviso quattro.

Lanciando un numero sufficiente di sassi, il rapporto tra il numero di sassi caduti nel cerchio e il numero di sassi caduti nel quadrato rifletteva approssimativamente il rapporto tra le rispettive aree delle figure. Dividendo quel rapporto per quattro, Luan ricavò una stima del Numero di Lutho stesso. Più sassi lanciava, più precisa diventava la stima.

E così, dall’accidentalità, Luan derivò la certezza; dal caos, l’ordine; dalla casualità, uno schema che tendeva sempre più al senso, alla perfezione e alla bellezza.

Il padre di Luan rimase folgorato dalla precocità di suo figlio. Era un segno della sua intelligenza, ovviamente, ma anche della sua devozione. Senza dubbio il dio Lutho lo aveva preso particolarmente a cuore.

Nel normale corso degli eventi, Luan Zya sarebbe succeduto al padre come primo augure di Haan e avrebbe dedicato la sua vita a numeri e cifre, a calcoli e teoremi, a prove e congetture mistiche, all’inesauribile fascino dell’avvicinarsi per approssimazione all’elusiva volontà degli dei.

Ma poi venne l’Imperatore Mapidéré.

Gli Zya si dedicarono alla difesa di Haan. Suo padre inventò gli Specchi Ricurvi che incendiavano le navi di Xana avvistate a largo della costa di Haan senza sfruttare altro che il potere del sole. Suo nonno progettò balestre potenziate con razzi pirotecnici che abbattevano le aeronavi di Xana che volavano troppo basse. Lo stesso Luan, appena dodicenne, tirò fuori l’idea di ricoprire il cuoio con una sottile rete metallica per creare scudi migliori e più leggeri, che protessero molti soldati di Haan dalle frecce di Xana.

Tuttavia niente di tutto questo, alla fine, ebbe importanza. Le forze di Xana, seppure ad alto prezzo, guadagnavano costantemente terreno per mare, per terra e per aria, finché di Haan non rimase che la capitale Ginpen. Xana la cinse d’assedio, circondandola con strati e strati di truppe determinate, così come le donne di Haan avvolgevano i propri corpi in strati di lunghi drappi di seta per le danze d’inverno. Tuttavia, Ginpen possedeva un profondo fossato e depositi pieni. Re Cosugi aveva in mente di sostenere l’assedio finché gli altri stati Tiro non avessero inviato aiuti.

Ma la corte di Haan era corrotta e marcia dall’interno. L’istruzione si dimostrò impari di fronte all’avarizia. Un principe, sedotto dalla promessa di Xana di appoggiare le sue pretese al Trono di Haan, accettò di aprire in segreto le porte della città e nel giro di una notte Ginpen cadde. Re Cosugi si arrese, ma non prima che gli invasori di Xana avessero fatto scorrere sangue per l’intera Ginpen, le strade lastricate di sabbia nera ora tinte di rosso come il corallo “sangue di bue”, come lava ardente, come i cieli d’occidente dietro il sole che tramonta.

Inferocito dal successo delle ingegnose invenzioni militari del Clan Zya, il Generale Yuma, il conquistatore di Ginpen, inviò un distaccamento di soldati proprio contro la residenza degli Zya, mentre il resto delle truppe razziava e falcidiava la città.

«Lu-tika» sussurrò il padre di Luan chinandosi a toccare la fronte del figlio. «Oggi il Clan Zya sacrificherà molte vite per dimostrare la nostra lealtà a Haan, la nostra devozione agli dei e il nostro disprezzo per quel tiranno, Réon. Ma affinché tali morti acquistino significato, un seme del Clan Zya dev’essere preservato e deve avere possibilità di crescere. Non tornare in questo luogo finché non avrai scacciato gli invasori di Xana e restaurato la gloria di Haan.»

Chiamò un uomo leale, che serviva la famiglia da molto tempo, e gli spiegò come farsi passare per un soldato di Xana.

«Metti addosso a Luan il vestito di una serva e portalo via da qui. Nel trambusto che c’è per strada, tutti penseranno che tu sia uno dei tanti invasori di Xana insieme a una prigioniera. Scappa da Ginpen e tieni al sicuro mio figlio, l’ultimo degli Zya. Ora va’!»

Luan strillò e pianse e supplicò che gli permettessero di morire con la famiglia mentre il servitore lo trascinava per le strade. I soldati di Xana videro solo un compagno d’armi insieme a una prigioniera piagnucolante e isterica, e li ignorarono. Più tardi Luan avrebbe compreso che grande augure fosse stato suo padre; aveva scelto un travestimento con cui Luan non si sarebbe tradito nemmeno perdendo il controllo e precipitando nel terrore.

Il trucco di suo padre funzionò, e la coppia fuggì verso la salvezza. Ma qualche ora dopo, nella notte, nella campagna rurale, alcuni abitanti di Haan uccisero il servitore nel sonno, credendo di trarre in salvo una giovane prigioniera catturata da un bruto di Xana.

Quando il sole sorse sul primo giorno della lunga cattività di Haan, Luan si trovò da solo in mezzo a estranei, a miglia di distanza da tutto ciò che aveva sempre conosciuto.

Nessun altro membro della famiglia sopravvisse alla caduta di Ginpen.

Luan crebbe mentre i Sei Stati cadevano, uno dopo l’altro.

Sempre impegnato a correre, a nascondersi, a stare alla larga dei numerosi segugi umani dell’imperatore che erano ansiosi di stanare i pensieri di tradimento che covava, Luan fece voto di vendicare la sua famiglia e la Casata di Haan. Promise di onorare l’ultimo desiderio del padre. Giurò che avrebbe realizzato la volontà di Lutho, riportando l’equilibrio in quel mondo capovolto.

Ma non era il genere di uomo che sapeva condurre una carica sul campo di battaglia. Non era il genere di uomo che sapeva destare una folla con parole appassionate. Come avrebbe esaudito il suo sogno di vendetta?

Pregò con fervore e provò, ancora e ancora, ad accertarsi della volontà degli dei.

«Lord Lutho, è vostro desiderio che Haan sorga di nuovo e che Xana cada? Cosa devo fare per compiere la vostra volontà?»

Ogni giorno, ogni ora, ogni istante in cui aveva gli occhi aperti, poneva la stessa domanda e cercava risposta nei segni.

Cosa significava che il campo di fiori selvatici che aveva appena attraversato contenesse più Collane della Regina Naca che linaiole comuni? Siccome le prime erano bianche e le seconde gialle, i rispettivi colori di Xana e Haan, significava forse che gli dei favorissero l’impero?

O forse la chiave stava nella forma dei fiori: se le linaiole ricordavano il becco ricurvo di un falco Mingén, il pawi di Kiji, le delicate Collane della Regina Naca richiamavano alla mente una delle reti da pesca di Lutho. In quel caso, gli dei dovevano avere espresso la propria preferenza per Haan.

Oppure – e Luan dovette fermarsi in mezzo alla strada per quanto intensamente stava pensando – la risposta forse era nascosta in un enigma matematico. Laddove era facile calcolare l’area dei petali che componevano i fiori delle linaiole, non era per niente semplice determinare l’area esatta dell’ombrello di una Collana della Regina Naca. Partendo da un centro comune, gli steli si diramavano e si espandevano, come vasi sanguigni che si dividevano in capillari, fino a terminare in piccole infiorescenze bianche che erano a malapena visibili. Luan intuiva già che ricavare l’area di un simile fiore, costituito più da buchi e margini che da materia solida, sarebbe stato come calcolare la circonferenza di un fiocco di neve. C’era bisogno di un nuovo genere di matematica, una matematica che comprendesse gli infinitesimali e i frattali.

Si trattava dunque di un cenno degli dei su quanto sarebbe stata lunga e tortuosa la strada per la resurrezione di Haan, su come avrebbe richiesto di lavorare duramente per scoprire nuovi sentieri con i quali superare le circostanze avverse?

Per quanto fosse abile nella divinazione, Luan riuscì soltanto a determinare che gli dei si rifiutavano di parlare con chiarezza, lasciando l’esito in dubbio.

Impossibilitato ad apprendere dagli dei come procedere, Luan si concentrò sulle faccende del mondo concreto. La sua conoscenza matematica non si limitava soltanto al reame della divinazione. Sapeva come calcolare forza e resistenza, tensione e momento, sapeva combinare leve e ingranaggi e piani inclinati per realizzare macchine complesse. Una macchina del genere, un motore, avrebbe forse permesso a un unico assassino di riuscire là dove gli eserciti dei Sei Stati avevano fallito?

Da solo, nascosto in seminterrati bui o in magazzini abbandonati, tramò e complottò per la morte dell’Imperatore Mapidéré. Rintracciò prudentemente i vecchi nobili di Haan, ora sparsi per le Isole, e mise alla prova la loro fedeltà al nuovo regime. Quando scoprì in loro anime affini alla sua, chiese aiuto: denaro, lettere di raccomandazione, un posto dove stabilire la sua officina segreta.

Decise per un piano audace. La Conquista di Xana trovava il suo simbolo, in larga parte, nelle grandiose aeronavi sospinte dai remi e alimentate dal gas levitante del Monte Kiji. Dunque, in un gesto di giustizia poetica, avrebbe dato la morte all’Imperatore Mapidéré dal cielo. Traendo ispirazione dai grandi albatri e dalle aquile che sorvolavano le scogliere lungo la tetra costiera di Haan, che potevano restare a mezz’aria per ore senza mai sbattere le ali, progettò un aquilone da battaglia senza fili che avrebbe portato in volo un pilota insieme ad alcune bombe. Fece esperimenti con prototipi sempre più grandi in voli di prova tra vallate remote, disabitate, e valichi sulle Montagne Wisoti lungo il confine tra la vecchia Cocru e Gan, lontano dagli occhi delle spie Imperiali.

Per molte volte, quando i prototipi si schiantavano a terra e lo lasciavano sul fondo di qualche valle, a giorni di distanza dal villaggio o dalla città più vicini, disorientato e quasi morto, con le ossa rotte e il sangue che colava da decine di ferite, domandò a se stesso se non fosse matto. Osservava le stelle ruotare lentamente sopra la sua testa, ascoltava l’ululato dei lupi in lontananza, e rifletteva sulla brevità della vita in confronto all’indifferenza eterna del mondo naturale.

“Sarà forse” pensò, “che gli dei parlano sempre in maniera così ambivalente e sono così difficili da capire perché sperimentano spazio e tempo su una scala differente rispetto a noi poveri mortali?” Agli occhi di Rapa, fiumi di ghiaccio che si spostavano di pochi centimetri all’anno fluivano rapidi come maree torrenziali, e agli occhi di Kana la lava si scioglieva e si solidificava con la stessa regolarità di un ruscello di montagna. Lutho, la vecchia tartaruga, aveva vissuto per milioni di millenni e avrebbe continuato a vivere per altri milioni di anni ancora, mentre ogni generazione di uomini nella storia di Dara sarebbe scomparsa in pochi battiti delle sue palpebre rugose e salate di lacrime.

Pensò che gli dei non si curassero di chi sedeva sul trono di Ginpen, di chi moriva e chi viveva. Gli dei non avevano nessun interesse negli affari degli uomini. Era sciocco credere che si potesse divinare la loro volontà. Era sciocco credere che la sua vendetta nei confronti dell’Imperatore Mapidéré significasse per loro qualcosa in più di un medicamento per il suo cuore addolorato e rabbioso.

E poi batté le ciglia e si rese conto di essere ritornato al mondo degli uomini, il mondo dominato da Xana, il mondo dove molti si accontentavano di vivere sotto una tirannia, il mondo dove le sue promesse non erano ancora state onorate.

Aveva un lavoro da fare. Si fasciò le gambe, si distese e chiuse gli occhi, attendendo stancamente di recuperare le forze per zoppicare fuori dalla valle, fino al giorno in cui avrebbe saputo correggere gli errori di calcolo per provarci di nuovo.

L’attentato alla vita dell’Imperatore dalle Montagne Er-Mé, sulla strada a nord di Zudi, aveva rappresentato il culmine di anni di lavoro.

Le Pianure Porin, baciate dal sole costante, generavano correnti ascensionali in grado di mantenere in volo il suo aquilone senza fili. 

Si era legato all’imbragatura, aveva controllato un’ultima volta l’apparecchio e poi si era lanciato in volo sopra la Processione Imperiale, un fiume di splendore barbarico che scorreva lento nella piatta distesa sottostante.

Eppure, aveva fallito. La sua mira era stata precisa, ma il Capitano delle Guardie Imperiali era stato coraggioso e pronto a reagire, e lui non avrebbe mai più avuto un’opportunità del genere. Adesso era un ricercato e per ogni angolo dell’Impero davano la caccia a lui, l’uomo che più di ogni altro era andato vicino ad assassinare l’Imperatore Mapidéré.

Era stata forse la volontà degli dei a salvare l’imperatore? Kiji aveva forse prevalso su Lutho, conservando così il potere di Xana? Era impossibile conoscere i desideri degli dei.

Per lui non c’era più nessun luogo sicuro all’interno dell’impero. Tutti i suoi vecchi amici e i nobili di Haan che una volta l’avevano aiutato, l’avrebbero consegnato senza esitare ora che offrirgli rifugio significava morte per cinque generazioni.

Riuscì a pensare a un unico posto dove dirigersi: Tan Adü, la remota isola del sud dove gli indigeni selvaggi tenevano a distanza gli Isolani. Indeciso tra un terrore conosciuto e uno sconosciuto, scelse di scommettere la vita. Dopotutto, Lutho era anche il dio dei giocatori d’azzardo.

Navigò fino alle coste di Tan Adü su una zattera e per poco non morì di fame e di sete. Mentre strisciava sulla spiaggia per allontanarsi dal limite dell’alta marea, cadde in un sonno profondo. Quando si riprese, si ritrovò stretto in un cerchio composto da diverse paia di gambe. Risalì con lo sguardo dai piedi sulle cosce, poi sui corpi nudi e infine guardò negli occhi i guerrieri di Tan Adü.

Gli Adüani erano alti, slanciati e molto muscolosi. Avevano la pelle olivastra come molti uomini di Dara, ma la loro era coperta da intricati tatuaggi blu scuro. La trama dell’inchiostro luccicava con il bagliore dell’arcobaleno sotto la luce del sole. Con capelli biondi e occhi azzurri, brandivano lance le cui punte sembrarono a Luan affilate come denti di squalo.

Svenne di nuovo.

Si diceva che gli Adüani fossero brutali cannibali che uccidevano senza pietà; era questa la spiegazione dei fallimenti di numerosi stati Tiro, soprattutto Amu e Cocru, che avevano provato a conquistare Tan Adü nel corso degli anni. La gente civilizzata di Dara, semplicemente, non poteva essere selvaggia quanto gli Adüani.

Però non lo uccisero né lo mangiarono, come Luan temeva. Invece, quando si svegliò, gli Adüani se n’erano andati. L’avevano lasciato a sbrigarsela da solo sull’isola, senza dargli fastidio.

Luan si costruì una capanna sulla spiaggia, lontano dal villaggio degli Adüani. Catturò del pesce e coltivò un orto di patate taro. Di notte, sedeva di fronte alla capanna e osservava il bagliore dei fuochi nel villaggio distante, attorno ai quali giovani uomini e donne, con corpi flessuosi e voci dolci, certe volte danzavano e cantavano e certe altre stavano ad ascoltare vecchie storie raccontate in nuovi modi.

Tuttavia, non riusciva a credere alla fortuna che gli era capitata. Era certo che avrebbe dovuto dimostrare la propria utilità agli Adüani per giustificare quella loro strana misericordia. Quando pescava un pesce particolarmente grande o trovava un cespuglio carico di troppe bacche succose, portava gli avanzi al villaggio e lasciava un’offerta al margine delle case.

I curiosi bambini Adüani cominciarono a fare visita alla sua capanna. Sulle prime si comportavano come se si stessero inoltrando nella tana di qualche animale pericoloso, strillando tra le risate e scappando via se Luan dava segno di averli visti. Così, lui faceva finta di essere distratto finché i bambini non gli arrivavano così vicini che non era più possibile mantenere la messinscena; a quel punto li guardava e sorrideva, e alcuni tra i più audaci ricambiavano il sorriso.

Scoprì di essere in grado di comunicare con i bambini tramite un sistema di gesti e segni; era impossibile sentirsi a disagio di fronte ai loro sorrisi aperti e alle risate contagiose.

Gli fecero capire che gli abitanti del villaggio lo trovavano bizzarro, con quella sua abitudine di lasciargli dei doni.

Lui mostrò i palmi delle mani aperte, ed esibì un’espressione esageratamente confusa.

I bambini lo tirarono per i vestiti, ridotti a poco più che stracci, e lo fecero tornare al villaggio insieme a loro. Stavano tenendo un ballo e un banchetto, e lo invitarono a mangiare e a bere come se fosse già uno di loro.

Il mattino dopo, si trasferì lì e si costruì una nuova capanna.

Soltanto mesi dopo, quando ebbe acquisito una buona familiarità con il linguaggio, comprese finalmente quanto fosse sembrato insolito il suo comportamento.

«Perché sei rimasto in disparte» chiese Kyzen, il figlio del capo, «come se fossi un estraneo?»

«Non lo ero?»

«Il mare è vasto e le isole poche e piccole. Al cospetto della forza del mare, siamo tutti impotenti e nudi come neonati. Qualunque uomo faccia naufragio sulla costa diventa un fratello.»

Era strano udire una tale professione di compassione da un popolo reputato selvaggio, ma a quel punto Luan Zya era infine disposto ad accettare di non sapere proprio nulla sugli Adüani. Gran parte della saggezza comune non era per niente saggezza, così come gran parte di ciò che gli uomini immaginavano essere segnali dagli dei erano soltanto desideri nella testa di ciascuno. Era meglio attenersi al mondo di ciò che era, rispetto al mondo di ciò che si diceva.

Gli Adüani lo chiamarono Toru-noki, che significava “granchio dalle zampe lunghe”.

«Perché mi chiamate così?» chiese un giorno.

«È l’animale a cui abbiamo pensato che tu assomigliassi, quando sei strisciato sulla spiaggia dal mare.»

Luan rise, e insieme bevvero coppe colme di arrak corposo e dolce, fermentato dalle noci di cocco e talmente forte che faceva vedere le stelle.

Luan Zya voleva essere felice vivendo il resto della vita come un Adüano, senza mai più preoccuparsi dei segni misteriosi degli dei o delle promesse impossibili che aveva fatto da ragazzo.

Apprese i segreti che conoscevano gli Adüani: imparò a vedere l’oceano chiazzato dalla luce del sole non come una distesa informe, ma come un reame vivente su cui poggiava un intrico di correnti, dritte come strade; imparò a distinguere e a imitare i richiami degli uccelli colorati, delle scimmie intelligenti e dei lupi feroci; imparò a costruire utensili con qualsiasi materiale su cui posasse lo sguardo.

In cambio, mostrò ai suoi amici come prevedere le eclissi del sole e della luna, come scandire con precisione il passaggio delle stagioni, come divinare il tempo e stimare il raccolto di patate taro per l’anno successivo.

Ma le sue notti cominciarono a popolarsi di sogni oscuri che lo lasciavano zuppo di sudore. Vecchi ricordi tornavano a galla e si rifiutavano di affondare. Immagini di libri in fiamme e voci di studiosi morenti catturavano la sua mente. Il suo cuore agognava quella missione che credeva di essersi lasciato alle spalle.

«Il pioppo vorrebbe restare fermo» gli disse l’amico Kyzen quando vide l’espressione negli occhi di Luan Zya. «Ma il vento non cessa.»

«Fratello» disse Luan, e i due uomini si fermarono a bere arrak insieme, che era meglio di qualsiasi conversazione triste.

E così, sette anni dopo che Luan Zya era divenuto Toru-noki, disse addio al suo nuovo popolo e lasciò Adü su una zattera di palme da cocco, diretto alla Grande Isola.

Lentamente, si fece strada nella Grande Isola. Era pur vero che dopo così tanti anni non gli davano più la caccia con tanta foga; tuttavia, Luan continuava a vivere sotto mentite spoglie, vagando tra i villaggi di pescatori del Golfo di Zathin nelle vesti di cantastorie, per guadagnare tempo.

Trovò ad accoglierlo una vista deprimente. L’impero era riuscito a infilare le dita in ogni nicchia e in ogni fessura della vita nella vecchia Haan. La gente si era abituata a scrivere alla maniera di Xana, si vestiva secondo la moda Imperiale e imitava l’accento dei conquistatori.

Lo addolorava sentire i bambini che prendevano in giro il suo vecchio accento di Haan, come se fosse lui quello strano. Le ragazze nelle case da tè suonavano liuti fatti con noci di cocco e cantavano le canzoni della vecchia Haan, canzoni composte dai poeti di corte per celebrare la fragile bellezza del loro stile di vita: capanne di studio, accademie dalle sale di pietra, uomini e donne che dibattevano calorosamente sui metodi per accumulare conoscenza. Ma le ragazze cantavano come se quelle canzoni provenissero da un’altra terra, da un passato mitico, senza alcuna connessione con loro. Le risate non recavano alcuna traccia del dolore di perdere la propria patria.

Zya era smarrito. Non sapeva cosa avrebbe dovuto fare.

Un giorno, mentre camminava lungo la spiaggia fuori da un piccolo villaggio di Haan, ancora avvolto nella nebbia del primo mattino, vide un vecchio pescatore seduto sul pontile che lasciava penzolare le gambe sopra l’acqua e pescava con una lunga canna di bambù. Quando gli passò accanto, vide le scarpe del vecchio cadergli dai piedi e finire con un tonfo nel mare sottostante.

«Ehi» gli disse il vecchio. «Vai laggiù e raccoglile.»

Non ci fu nessun per favore, nessun potresti, nessun potrei chiederti un piacere. Luan Zya, che era pur sempre un figlio del nobile Clan Zya, rimase stizzito per il tono del vecchio. Ma si costrinse a lasciar perdere e si tuffò in acqua, dove recuperò le scarpe del vecchio, sporche e rotte.

Mentre si arrampicava sul pontile, il vecchio disse: «Mettimele ai piedi». I suoi occhi nocciola erano impassibili, spuntavano da una faccia rugosa che aveva un colore ancora più scuro di quello di Luan.

Non ci fu nessun grazie, nessun ti sono grato, nessuno scusa, non è che potresti. Luan adesso era curioso, più che arrabbiato. S’inginocchiò, ancora gocciolante di acqua di mare, e rimise le scarpe al vecchio. La pelle dei piedi, notò Luan, era callosa e piena di screpolature, e gli ricordò la scorza coriacea di una tartaruga.

«Non sei così tanto arrogante, puoi imparare qualcosa» disse il vecchio pescatore. Sorrise e rivelò due file di denti gialli, tutti storti e pieni di buchi. «Vieni qui domattina presto, potrei avere qualcosa per te.»

Luan si presentò al pontile il giorno successivo, prima dei rintocchi delle campane del tempio. Il sole era appena sorto, ma il vecchio era già seduto al suo posto, a pescare con le gambe penzoloni dal pontile. Luan pensò che non sembrava tanto un pescatore, quanto un precettore di una vecchia capanna di studio, in attesa che i suoi pupilli arrivassero all’alba per infilare un’ora di studio in più prima del lavoro quotidiano.

Il vecchio non guardò Luan. «Tu sei il giovane, mentre io sono l’anziano. Tu sei lo studente, mentre io sono il maestro. Come puoi venire qui dopo di me? Torna tra una settimana, e fai di meglio.»

Nella settimana che seguì, Luan contemplò molte volte l’idea di lasciare la città. Con tutta probabilità, il vecchio non era altro che un ciarlatano, però i se e i ma lo attanagliavano, e la speranza lo convinse a restare. Il giorno prefissato, Luan si presentò al pontile prima ancora che il sole fosse sorto. Eppure il vecchio era di nuovo lì, con i piedi penzolanti, a pescare.

«Dovrai impegnarti di più. Un’ultima possibilità.»

Dopo un’altra settimana, Luan decise di accamparsi presso il pontile per la notte. Si era portato una coperta, ma l’aria fredda che spirava dal mare gli rendeva impossibile dormire. Si sedette, rabbrividendo sotto la coperta, e pensò di nuovo se non dovessero rinchiuderlo in un manicomio.

Il vecchio arrivò due ore prima dell’alba. «Ce l’hai fatta» disse. «Ma perché? Perché sei qui?»

Luan era infreddolito, stanco e affamato, e stava per sfogarsi con quel vecchio pazzo. Ma guardò l’uomo negli occhi e vide che brillavano sotto le stelle di una luce calda. Gli ricordarono gli occhi di suo padre, quando lo interrogava sui nomi delle costellazioni e sulle orbite dei pianeti sotto il cielo stellato.

«Perché non so cosa non so» disse Luan, e fece un inchino profondo.

Il vecchio annuì, soddisfatto.

Consegnò a Luan un libro, un libro molto pesante. Mentre per poesie e canzoni si utilizzavano rotoli su cui si applicavano logogrammi di cera, libri come quello, fitti codici realizzati con sottili fogli di carta legati insieme, erano pieni di lettere zyndari e di numeri, ed erano adatti per le annotazioni e la trasmissione delle conoscenze pratiche.

Luan scorse le pagine e vide che erano colme di equazioni e diagrammi per macchine ingegnose e per nuovi modi di comprendere i meccanismi del mondo; molti di quei diagrammi rappresentavano delucidazioni e amplificazioni di idee che aveva già intuito, ma solo superficialmente.

«Comprendere la natura è il modo che ha l’uomo per avvicinarsi il più possibile a comprendere gli dei» disse il vecchio.

Luan provò a leggere e rimase sconvolto sia dalla complessità del testo sia dalla sua eleganza. Avrebbe potuto passare una vita intera a studiare quelle pagine.

Continuando a scorrere il libro, vide che la seconda parte del volume era vuota. Si rivolse al vecchio con aria confusa.

Il pescatore sorrise, e gli fece segno con le labbra: Guarda.

Luan abbassò lo sguardo e si stupì quando vide cifre e parole comparire sulla pagina che poco prima era bianca. I logogrammi emergevano dalla carta come grumi indistinti ma si raffinavano gradualmente in bordi netti, segni levigati e dettagli intricati. Sembravano ben solidi, ma quando Luan provò a toccarli le sue dita si mossero tra spettri ariosi. Le lettere zyndari strisciavano sulla pagina come deboli tracce, gironzolavano e danzavano, e infine si sistemavano in formazioni bellissime e compatte. I disegni partivano da sagome sfocate, in bianco e nero, e lentamente si riempivano di colori vibranti.

La scrittura e le illustrazioni prendevano forma come isole che sorgevano dal mare, come miraggi che acquistavano sostanza.

«Il libro cresce mentre tu cresci» disse il vecchio. «Più impari, più c’è da imparare. È un ausilio per la tua mente, un’estensione della tua capacità di vedere l’ordine nel caos, e della tua inventiva. Non esaurirai mai le sue conoscenze, perché si rifornirà con la tua curiosità, e al momento giusto ti mostrerà quel che già sai, ma che non avrai ancora osato pensare.»

Luan s’inginocchiò. «Vi ringrazio, Maestro.»

«Me ne vado, adesso. Se avrai successo nella tua missione – la tua vera missione, non quella che tu credi sia la tua missione – cercami nel piccolo cortile dietro il Grande Tempio di Lutho, a Ginpen.»

Luan non osò alzare lo sguardo. Appoggiò la fronte sulle assicelle di legno del pontile mentre ascoltava il suono dei passi del vecchio che si allontanava, come un’antica tartaruga che si trascina sulla spiaggia.

«Ci curiamo di voi più di quel che pensi» disse il vecchio, e poi scomparve.

Siccome il tomo magico che gli era stato consegnato non aveva un titolo, Luan decise di chiamarlo Gitré Üthu, una frase in Ano Classico che significava “conosci te stesso”. Era una citazione di Kon Fiji, il grande saggio Ano.

Viaggiando attraverso le Isole, Luan annotò sul Gitré Üthu riferimenti geografici e costumi locali. Disegnò una bozza dei giganteschi mulini a vento della fertile Géfica, che domavano il possente Liru per irrigare i campi; corruppe gli ingegneri dell’industriosa Géjira per apprendere i segreti degli intricati meccanismi dei mulini ad acqua, utilizzati per alimentare la filatura e le officine tessili; confrontò le architetture degli aquiloni da battaglia dei Sette Stati e chiarì i rispettivi vantaggi e svantaggi; parlò con vetrai, fabbri, carrai, orologiai e alchimisti, e scrisse appunti su tutto ciò che imparava; tenne un diario sulle tendenze meteorologiche, sulle migrazioni di animali, pesci e uccelli, e sugli usi e le virtù delle piante; costruì modelli basati sui diagrammi del libro e verificò i suoi insegnamenti tramite esperimenti.

Non era sicuro del motivo per cui stesse preparando questi studi, esattamente, ma non si sentiva più privo di scopo. Adesso capiva che le conoscenze che stava radunando sarebbero state messe all’opera al momento giusto in qualche impresa grandiosa.

Talvolta, gli dei parlavano con chiarezza.


ken liu (Lanzhou, 1976), è uno scrittore e traduttore cinese naturalizzata statunitense. scrive di fantascienza e fantasy. Ha tradotto, tra gli altri, libri e racconti di Liu Cixin, Fei Dao e Zhang Ran.

Andrea Cassini, classe 1988, filologo medievale di formazione, è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Scrive di sport per FIBA, L’Ultimo Uomo, Play.it USA e altre testate. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie “Prisma Vol. 1” (Moscabianca Edizioni) e “Forme d’Autore – Cinque racconti di arte contemporanea” (L’Eco del Nulla – Associazione Essere).

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