Prima di essere umana

Un’esperienza di ascolto e di rapporto con il paesaggio sonoro.


in copertina e lungo il testo un’opera di ernesto treccani, all’asta da casa d’aste pananti

di Francesca Matteoni

La pioggia sgocciola e ticchetta dalla porta che il gatto ha aperto; nella stufa la legna crepita e le lingue di fuoco producono il suono di un piccolo vento, rotolando contro il vetro.  Lontani richiami canori di uccelli – credo di riconoscere i singulti ritmici del luì piccolo, decisi, monotoni. Il battere dei tasti del mio computer. Il gatto che sgranocchia il suo cibo. La popolazione umana della frazione di montagna è inferiore alle cinque persone eppure qui c’è tutto tranne il silenzio. Piuttosto si allarga lo spazio per l’ascolto, per tradurre quanto naturalmente sentiamo, senza mediazione, nella rielaborazione mnemonica e corporale dei suoni. La stufa ora fa un rollio continuo, basso, le gocce d’acqua si diradano in pause sempre più ampie. Anche nella notte appena trascorsa c’era l’acqua – abitavo il corpo di un’altra donna, più giovane e smarrita, che si abbandonava a un grande flusso d’acqua marina per non sentire più i suoni dalla riva. 

Cullarsi nei suoni, dimenticare le interpretazioni. 

Ripenso alla breve passeggiata della mattina, con il sole e una rada pioggerella, terminata sul retro della chiesa, che domina il paese dall’alto – il verso costante di un cuculo dal bosco della Macchiarella. Il raglio dell’asino di Frank, addentrandosi giù verso il Volotto. Vari uccelli canori in una trama che il vento avvicina e allontana alternativamente. A valle un gallo che si sgola. Geografie: in un luogo che conosco non posso fare a meno di identificare la provenienza spaziale dei suoni. Vento, vento che agita il fogliame. Vento che sposta le masse nuvolose: che rumore fa? Sento davvero la sua voce? Il sole che disperde la pioggia ha un suono? Dico di sì, istintivamente, riverbera sulla pelle scoperta del mio viso. 

La compositrice londinese Ella Finer, in un saggio significativamente scritto durante la pandemia, afferma che il suono “è sempre in ritardo”, e prosegue affermando che “l’attenzione acustica è una pratica di recupero e anticipazione”, capace di ridefinire la distanza, avvicinando i corpi nell’ascolto. Recupera la relazione istantanea del sentire con gli elementi vitali del paesaggio, anticipa il dispiegarsi dell’immaginazione.

Percezione, ricordo, elaborazione. 

Cosa succede quando ascoltiamo un suono? Dove ci conduce – da qualche parte al nostro interno, in epifanie sorprendenti e mutevoli? Verso il soggetto che lo emette, più o meno riconoscibile? O entrambe le cose?

 

L’esperienza 

Mi pongo queste domande per calarmi nella restituzione di un’esperienza laboratoriale che ho condotto a inizio maggio per Circuito Off di Via Roma a Reggio Emilia, progetto all’interno della rassegna Fotografia Europea. Il tema portante delle varie mostre fotografiche, “I fantasmi non esistono”, ruotava attorno al concetto di visibile e invisibile, mettendo in crisi il confine fra i due. 

Pierluigi Sgarbi, uno dei curatori, mi ha chiesto se potevo lavorare su quest’idea per un laboratorio di scrittura dedicato al suono. Il motivo della richiesta nasce da alcune pagine del mio saggio Animali, custodi di storie, nelle quali le presenze di altri animali (e non solo) non si rivelano allo sguardo, ma all’udito. L’udito ci pone all’interno di una fitta rete sensoriale, di voci e corpi che si confondono, sfidando la pretesa di una netta separazione. Nell’intreccio dei rumori possiamo sforzarci di decifrare le appartenenze, possiamo inventare, possiamo semplicemente accogliere questo concerto che si armonizza mentre vi entriamo; possiamo partecipare, superando le lingue in un coro stratificato che innesca varie risposte emotive.

Dunque sono arrivata in Via Roma in una giornata di sole con il quaderno degli esercizi, un altro più piccolo per la scrittura sul campo, il libro di Pauline Oliveros, Deep Listening. La pratica sonora di una compositrice, da cui ho pescato liberamente. 

Con un piccolo gruppo di persone ci siamo riunite nella casa di Pierluigi ed Elisabetta. Ho letto alcune suggestioni dal libro di Oliveros. Ognuna di queste domande si traduce in una pratica, ma può anche essere usata come stimolo per risvegliare l’immaginario dei partecipanti al laboratorio. Per esempio:

  1. Immaginate un suono che desiderate sentire. Durante un intervallo di tempo prestabilito, per esempio un giorno o una notte, prendete nota di quando e dove sentite quel suono. 
  2. Ascoltate un suono qualsiasi come se nessuno l’avesse mai sentito prima. 
  3. Se state guardando – Siete in ascolto di qualcosa? Siete in attesa di ascoltare qualcosa?
  4. All’interno di un gruppo o di una folla riuscite a sentire con le loro orecchie?
  5. Collocatevi al centro di tutto ciò che in questo momento sta emettendo suono. 

Ho dato ai partecipanti trenta minuti per una passeggiata immersiva nel quartiere, in apertura verso ogni suono arrivasse al loro orecchio. Queste le indicazioni:

  1. Primi dieci minuti: vaga nello spazio circostante senza una direzione precisa e senza altra intenzione che l’ascolto. Non annotare nulla, non sforzarti di interpretare. Fermati un minuto e poi riparti.
  2. Nei prossimi dieci minuti: estrai il taccuino e la penna. Prendi nota dei suoni mentre cammini. La scrittura sarà necessariamente breve e scomoda. 
  3. Usa gli ultimi cinque minuti per fermarti da qualche parte. Mettiti in ascolto. Riconosci qualcosa/ qualcuno? Scrivine.
  4. Torna al punto di partenza.

Rientrati in casa abbiamo condiviso le nostre sensazioni con un generale accordo sull’aspetto meditativo della pratica, anche nel ricevere suoni aggressivi come quello dei motori. Qualcuno ha letto quanto si era appuntato. 

Poi abbiamo lavorato sui suoni ricordati o recuperati dalla passeggiata. Con un esercizio che ho intitolato “confini” ho chiesto di fare una lista di suoni, scrivendo velocemente senza riflettere sulla loro natura o sulla cronologia. 

Dopo ho dato più tempo per una “traduzione” dei suoni che rispondesse a queste domande. 1. Seleziona uno o più suoni. 2. Trasformali in voci. 3. Chi stava parlando? 4. Cosa diceva? (Non porre limiti al concetto di reale).

Riporto la mia traduzione:

l’acqua sciaborda nella sua bottiglia metallica. Ghiaia – scarpa – ghiaia. Il paesaggio si affranca da una musica continua di festa, si appiattisce. Campi di suono che sfrigolano sotto altri campi di suono. Strati. Ruota di bicicletta su tombino sconnesso – sussulto. Un bambino parla rauco – poi la sua voce si fa energica. È straniera. Protesta contro il “no!” di una donna, perfora le parole fischianti dei merli sopra di lui. Non sa di essere selvaggio. Il suo non sapere canta dissonante.  

Una delle partecipanti (Ilaria) si è incantata nel seguire la voce di una bambina che fuoriusciva dal citofono, come in una telefonata divertita al regno esterno a lei precluso. La bambina era un fantasma nella strada e un corpo concreto in un appartamento sconosciuto.

Per il terzo esercizio ho proposto loro l’ascolto di un brano di cui non ho specificato la provenienza.  La traccia era “Point Eight Ice” dal disco di field recording Antarctica. Music from the Ice della compositrice Cheryl E. Leonard, registrato in Antartide.

Le persone hanno scritto ascoltando. Pur sapendo cosa stavo trasmettendo ho cercato di partecipare anch’io, ponendomi in una posizione di consapevole dimenticanza. Quanto sono riuscita a scrivere senza essere influenzata dalla mia conoscenza?

– l’acqua galoppa, si solidifica fa vari passi indietro. Un’onda osa posarsi sul niente – a forza di posarsi la terra emerge. Schiocchi e zoccoli – particelle che precipitano – una dopo l’altra campanelle. Finimenti di cavalli alteri – prateria d’acqua.

Al mio scritto ibrido hanno risposto gli altri descrivendo sonorità d’acqua, scioglimenti, paesaggi nordici, rumore di campanellini o lontane campane a vento.

La mattina seguente ho ripetuto il laboratorio per un gruppo più nutrito, con le stesse modalità. Il traffico sonoro della mattina aveva caratteristiche diverse da quelle del pomeriggio di festa. Finestre aperte e rumori che si riversano dalle cucine e dalle terrazze, televisioni accese, brani di dialoghi, musica, elettrodomestici. Un quartiere che si anima: persone in ciabatte, serrande chiuse per il riposo domenicale e quindi assenza di certi suoni, meno esseri umani in giro nel parco o per le vie – uno spazio che appare più vasto.

Al rientro ci siamo confrontati e abbiamo scritto. Uno dei partecipanti (Francesco) ha parlato del suo corpo come di un’interferenza nell’ascolto del paesaggio, da riconoscere e in qualche modo superare. Occorre prendere coscienza del proprio corpo sonoro, del suo ritmo che può essere un ostacolo nei confronti dell’esterno. Oppure potremmo concentrarci su di lui: passo, respiro, sbuffi, inciampo, contatto e sfregamento con altre superfici.

Le restituzioni hanno avuto un sapore domestico e varie persone hanno notato l’impossibilità di scindere il suono da altri sensi: ogni volta che scriviamo vediamo i suoni e addirittura ci arrivano gli odori dalla strada dove abbiamo camminato o dai ricordi che sorgono seguendo la traccia di rumore. 

Anche l’ascolto della traccia antartica ha prodotto una risposta più raccolta: immagini d’acqua all’interno di stanze e scene quotidiane. Ho chiuso il laboratorio chiedendo di descrivere il suono più distante dal punto in cui ci trovavamo. Che cos’è la distanza in un suono? Quanto aiuta l’immaginazione nel percepire qualcosa che non possiamo vedere, qualcosa che forse nemmeno c’è? Abbiamo riflettuto sul vento, udibile solo quando si frange contro qualcosa o viene intrappolato in uno spazio angusto, un corridoio, un contenitore. Eppure molti di noi camminando sotto alcune bandiere esposte hanno avuto l’impressione di avvertirne il fruscio. 

Lavorando sul suono, dunque, non solo attiviamo la nostra attenzione in modo partecipativo e meno direzionale, ma contribuiamo a nutrire dubbi su cosa sia questa realtà in cui ci crediamo coinvolti. L’ascolto unisce terre interiori e luoghi esterni; aiuta la visualizzazione dei corpi o delle presenze che prima sentiamo, poi con più cura cerchiamo di decifrare; stimola altre memorie sensoriali. 

Alla fine dei laboratori l’atmosfera era distesa e divertita. I fantasmi che aleggiavano nel quartiere eravamo noi, pronti a trasformarci nelle voci registrate con le nostre scritture. L’ascolto verso il quartiere corrispondeva all’ascolto reciproco dentro il cerchio, reclamando la possibilità di essere altro rispetto al nostro solito, di rappresentarci come entità (e volontà) sonore, staccandoci dalla sicurezza stereotipata del quotidiano, per evocare un altro presente più dilatato, incerto e rivelatorio. 

Commento personale

La durata di questi laboratori si limita a due/tre ore, ma è sufficiente a spostare un po’ la nostra prospettiva e calarci in una dimensione lenta di apprezzamento degli immediati dintorni, sfuggendo ai ritmi sociali e capitalisti a cui siamo fatalmente abituati, a volte senza nemmeno metterli in discussione. Nel paesaggio sonoro il tempo è scardinato dalla sua progressione lineare. Lo spazio non viene costretto in punti di partenza e arrivo, ma si espande nella conversazione fra vicino e lontano, immaginato e riconosciuto. 

In anni di incontri laboratoriali diretti a gruppi variegati sia per età sia per provenienza socio-culturale, mi sono concentrata sull’animalità, sulle fiabe, sui tarocchi intuitivi e sull’attivismo spirituale (o stregonesco) quali strumenti di condivisione e riflessione sull’abitare, sull’esperienza della memoria e della relazione. 

Ho sviluppato però anche una necessità personale sempre più forte di farmi meno traduttrice delle parole o delle ragioni altrui per tentare una specie di orizzontalità circolare, nella quale io agisco da innesco, mentre l’apprendimento si determina nel processo collettivo e aperto. Il carico emotivo e l’intensità dei laboratori può essere sia arricchente e stimolante, sia, alla lunga, stancante, lasciandomi una responsabilità verso gli altri che non sono certa di saper gestire. Per questo ho immaginato un nuovo contenitore per le mie pratiche, dal titolo Prima di essere umana, che indica sia il mio progetto individuale di poesia, sia il lavoro collettivo che ho iniziato a svolgere in questo 2026. Non ho intenzione di fornire molte spiegazioni sulla declinazione femminile: specie umana, gente umana, terra umana, donna umana, cosa umana, memoria umana, creatura umana… ognuno può contribuire a questo elenco. 

Per i laboratori si stanno gradualmente affermando due tipologie: una dedicata al sognare e l’altra al suono. Sono affini: in entrambi i casi si chiede di dislocarsi rispetto al contesto più classico dell’esperienza per lavorare sulla soglia, senza piegarci ai significati, ma elaborando l’effetto straniante del paesaggio onirico o sonoro, prima di tutto su noi stessi. Sia con i sogni sia con i suoni (non è casuale l’affinità linguistica) possiamo riflettere sulla nostra postura verso la materia affinché l’oggetto quasi coincida con la modalità della percezione e del racconto. È uno sforzo poetico e linguistico di incanto attivo nelle cose, di ritmo e sospensione. Rivolgendosi all’altro chiedere: 

qual è il tuo suono? Invece di qual è la tua storia? 

Quale luogo ti appare nei sogni? Invece di dove abiti?  

Perché farlo? Perché lo spettro delle risposte diventa vasto e allarga l’orizzonte del nostro definirci in relazione al mondo. Nella loro incertezza sogno e suono ci conducono a patti con l’indefinibile e il fallimento. Riposizionano i partecipanti nella fragilità di ogni esperienza temporale, spaziale e intima e, facendolo, suggeriscono come questo non sia affatto drammatico, ma salutare. 

Durante il luglio 2025 ho ospitato un piccolo esperimento di field-recording nei boschi pistoiesi, condotto dal ricercatore Pietro Michi che, fra le altre cose, ha ideato e porta avanti l’etichetta indipendente Biodiversità Records. Persone in giro con i loro cellulari a registrare foglie, muschi, rami, nugoli di insetti, soffi d’aria. Quale l’aspettativa, quale il risultato? A metà strada fra le due domande si genera un dialogo liquido, dove ci aggiustiamo fra ciò che crediamo di registrare e ciò che si lascia imprimere, fra le diverse forme della distanza e dell’avvicinamento. Ricordate Emily Dickinson? 

I’m Nobody! Who are you?
Are you – Nobody – Too?
Then there’s a pair of us!
Don’t tell! they’d advertise – you know!

 

Io sono Nessuno! Tu chi sei?

Sei – Nessuno – anche Tu?

Allora siamo in due!

Non dirlo! Potrebbero spargere la voce – sai!

 

Nel processo di ascolto ciò che chiamiamo fallimento è anche selettività. Porre attenzione comporta la consapevolezza che molto rimarrà a margine solo perché non lo intercettiamo o non ci raggiunge abbastanza. Ancora Ella Finer evidenzia questo aspetto criticando le parole di una certa politica istituzionale, i cui vari rappresentanti dichiarano ecumenica disponibilità d’ascolto. La politica in ascolto della scienza; la politica in ascolto delle periferie; la politica in ascolto dei diritti e via dicendo. Questo proposito non può produrre uno sforzo autentico, per mere questioni di umani limiti, per la stessa ragione per cui io, conducendo un laboratorio particolarmente intenso, devo calarmi in uno stato di predisposizione e accoglienza eccezionale e chiedere altrettanto agli altri. 

Quando ascoltiamo, comunque ascoltiamo, accogliamo il suono dentro di noi – le vibrazioni, i ritmi. Quando ascoltiamo, siamo relativi, siamo in-relazione. Cosa ascolta lo stato in ‘modalità ascolto’?  A cosa presta ascolto? 

E se la politica delle istituzioni tentasse un ascolto approfondito che, mentre scontenterà alcuni, di volta in volta entrerà davvero in relazione con le questioni più urgenti? Se la promessa fosse tenerle aperte e ragionarci dentro, invece che risolverle in modo frettoloso, propagandistico, populistico? Adottare le teorie sull’ascolto profondo di Oliveros che lo estende a ogni cosa immaginabile – ai corpi, all’intimità, ai sogni, al futuro, all’origine, in una complessa rete di movimento e scambio. 

Poiché la sfera dell’agire personale non è lontana da quella delle comunità e della vita sociale, ritengo infine, queste forme laboratoriali gesti politici per prepararci a un altro vivere che, nel collasso sistemico generale, ci raggiungerà indipendentemente dai negazionismi e dai presunti privilegi. Sono una via per nutrire la capacità di adattamento non in chiave rinunciataria e scioccamente sostenibile, ma naturalmente mutevole e sorprendente. Fare spazio allo strano, al vago. 


Le citazioni di Ella Finer provengono dal saggio: “Acoustic Attention, Deep Affiliation and the Work of Listening (2020)”. In Irene Revell, Sarah Shin (a cura di) Bodies of Sound. Becoming a Feminist Ear, London, Silver Press, 2024. (La traduzione è mia, come per la poesia n° 260 di Emily Dickinson). 

Francesca Matteoni (1975) è poeta e scrittrice. Cura pubblicazioni su magia e tarocchi per l’editore White Star. Ha all’attivo testi accademici in italiano e inglese. Tra i suoi ultimi libri Ciò che il mondo separa (Marcos y Marcos, 2021); Io sarò il rovo. Fiabe di un paese silenzioso (effequ, 2021), il romanzo Tundra e Peive (nottetempo 2023); la riedizione ampliata di Appunti dal parco (Vydia, 2023) e il saggio Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’epoca moderna (effequ 2024). Insieme a Cristina Babino e Laura Di Corcia ha curato l’antologia tematica Incantamenti (Vydia 2024) che raccoglie le voci di venti poetesse italiane. Il suo ripostiglio si trova qui.

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