Prima o poi tutti affronteremo la morte. Può aiutarci darle un senso?

Noi umani abbiamo una particolarità preziosa: siamo coscienti del fatto che dovremo morire, quindi diamo senso alla nostra vita, allo stesso tempo però tendiamo a dimenticarci di essere mortali. E questo è un errore.


IN COPERTINA un’opera di Vittorio Zecchin, all’asta da pananti casa d’aste

Questo testo è una traduzione di un articolo uscito precedentemente su Aeon, che ringraziamo.


di Warren Ward

“Nonostante tutti i nostri progressi medici”, diceva il mio amico Jason, “il tasso di mortalità è rimasto costante: uno a persona”.

Jason ed io abbiamo studiato medicina insieme negli anni ’80. Insieme a chiunque partecipasse al corso, abbiamo passato sei lunghi anni a memorizzare tutto ciò che poteva andare storto nel corpo umano. Abbiamo lavorato diligentemente su un libro di testo chiamato Pathologic Basis of Disease che descrive nel dettaglio ogni disturbo che possa colpire un essere umano. Non c’è da meravigliarsi se gli studenti di medicina diventano ipocondriaci, attribuendo cause inquietanti a qualsiasi nodulo, ponfo o eruzione cutanea che trovano sulla loro persona.

L’osservazione spesso ripetuta di Jason mi ha ricordato che la morte (e la malattia) sono aspetti inevitabili della vita. Ho però l’impressione che che in Occidente abbiamo sviluppato una negazione patologica di questo banale dato di fatto. Investiamo miliardi per prolungare la vita con interventi medici e chirurgici sempre più complessi, la maggior parte dei quali viene effettuata nei nostri ultimi anni di vita. Da un punto di vista più ampio, sembra un inutile spreco delle nostre preziose risorse impiegate per la salute.

Non fraintendetemi. Se sviluppo un tumore, una malattia cardiaca o uno dei tanti disturbi mortali che ho imparato a conoscere in medicina, voglio subito tutti i trattamenti futili e costosi su cui posso mettere le mani. Attribuisco valore alla mia vita. Come la maggior parte degli esseri umani, metto al di sopra il mantenermi in vita rispetto a quasi tutto il resto. Ma come la maggior parte di noi tendo anche a non considerare il valore della mia vita finché non mi trovo di fronte all’imminente possibilità di perderla.

Tato (Guglielmo Sansoni) : Senza titolo ((1938)), all’asta da Pananti Casa d’Aste

Un altro mio vecchio amico, Ross, studiava filosofia mentre io studiavo medicina. All’epoca scrisse un saggio intitolato ‘Death the Teacher’ che ebbe un profondo effetto su di me. Sosteneva che la cosa migliore che potevamo fare per apprezzare la vita era tenere sempre presente l’inevitabilità della nostra morte.

Un’infermiera australiana specializzata in cure palliative, Bronnie Ware, ha intervistato decine di persone nelle ultime 12 settimane della loro vita, per chiedergli i più grandi rimpianti. I più frequenti, pubblicati nel suo libro The Top Five Regrets of the Dying (2011), erano:

Vorrei aver avuto il coraggio di vivere la mia vita, non quella che gli altri si aspettavano da me;

Vorrei non aver lavorato così tanto;

Vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti;

vorrei essere rimasto in contatto con i miei amici;

Vorrei aver permesso a me stesso di essere più felice.

La relazione tra la consapevolezza della morte e la conduzione di una vita soddisfacente era una preoccupazione centrale del filosofo Martin Heidegger, il cui lavoro ha ispirato Jean-Paul Sartre e altri pensatori esistenzialisti. Heidegger si lamentava del fatto che troppe persone sprecavano la loro vita correndo con il ‘branco’ piuttosto che essere fedeli a se stessi. Ma Heidegger non riuscì a vivere una vita all’altezza dei suoi stessi ideali; nel 1933, si unì al partito nazista, sperando che avrebbe fatto avanzare la sua carriera.

Nonostante i suoi difetti come uomo, le idee di Heidegger hanno influenzato una vasta gamma di filosofi, artisti, teologi e altri pensatori. Heidegger credeva che la nozione di “essere” di Aristotele – che aveva attraversato come un filo conduttore il pensiero occidentale per più di duemila anni ed era stata strumentale allo sviluppo del pensiero scientifico – fosse difettosa. Mentre Aristotele vedeva tutta l’esistenza, compresi gli esseri umani, come cose che si possono classificare e analizzare per aumentare la nostra comprensione del mondo, in Essere e Tempo (1927) Heidegger sostiene che, prima di iniziare a classificare l’Essere, dovremmo prima porre la domanda: “Chi o cosa si sta interrogando in merito?”

Heidegger sottolineò che noi che ci poniamo domande sull’essere siamo qualitativamente diversi dal resto dell’esistente come le rocce, gli oceani, gli alberi, gli uccelli e gli insetti che stiamo interrogando. Ha inventato una parola speciale per questo essere che chiede, guarda e si preoccupa. Lo chiamò Dasein, che significa più o meno ‘esserci’. Coniò il termine Dasein perché credeva che fossimo diventati immuni a parole come ‘persona’, ‘uomo’ e ‘essere umano’, perdendo il senso di meraviglia per la nostra coscienza.

La filosofia di Heidegger attrae ancora oggi chi vede come la scienza faccia fatica a spiegare l’esperienza dell’essere una persona morale, premurosa e consapevole che la sua preziosa, misteriosa e bella vita un giorno finirà. Secondo il filosofo, questa consapevolezza della nostra inevitabile fine ci rende, a differenza delle rocce e degli alberi, desiderosi di rendere la nostra vita degna di un significato, scopo e valore.

Mentre la scienza medica occidentale, basata sul pensiero aristotelico, vede il corpo umano come una cosa materiale che può essere compresa esaminandola e scomponendola nelle sue parti costitutive come qualsiasi altro pezzo di materia, l’ontologia di Heidegger mette l’esperienza umana al centro della nostra comprensione del mondo.

Dieci anni fa mi è stato diagnosticato un melanoma. Come medico, sapevo quanto aggressivo e fatale potesse essere questo cancro. Fortunatamente per me, l’operazione sembra aver avuto successo (tocco ferro). Ma sono stato anche fortunato in un altro senso. Sono diventato consapevole, in un modo che non avevo mai avuto prima, che stavo per morire – se non di melanoma, di qualcos’altro, prima o poi. Da allora sono stato molto più felice. Per me, questa realizzazione, accettazione e consapevolezza che sto per morire è importante per il mio benessere almeno quanto i progressi della medicina, perché mi ricorda di vivere pienamente la mia vita ogni giorno. Non voglio sperimentare il rimpianto di cui Ware ha sentito parlare più di ogni altro, di non vivere “una vita fedele a me stesso”.

La maggior parte delle tradizioni filosofiche orientali riconoscono l’importanza della consapevolezza della morte per una vita ben vissuta. Il Libro tibetano dei morti, per esempio, è un testo centrale della cultura tibetana. I tibetani passano molto tempo a vivere con la morte, se questo non è un ossimoro.

Il più grande filosofo orientale, Siddhartha Gautama, conosciuto anche come il Buddha, capì l’importanza di tenere la fine in vista. Vedeva nel desiderio come la causa di tutte le sofferenze e ci consigliava di non attaccarci troppo ai piaceri del mondo, ma di concentrarci su cose più importanti, come amare gli altri, sviluppare l’equanimità mentale e “rimanere nel presente”.

L’ultima cosa che il Buddha disse ai suoi seguaci fu: “Il decadimento è insito in tutte le cose! Lavorate alla vostra salvezza con diligenza!” Come medico, osservo ogni giorno la fragilità del corpo umano e quanto la morte sia sempre dietro l’angolo. Come psichiatra e psicoterapeuta, tuttavia, osservo anche quanto possa essere vuota la vita se non abbiamo un senso o uno scopo. La consapevolezza della nostra mortalità, della nostra preziosa finitezza, può, paradossalmente, spingerci a cercare – e, se necessario, creare – il significato che desideriamo disperatamente.


Warren Ward è professore associato di psichiatria all’università del Queensland. è anche autore di “Lovers of Philosophy” (2021).

 

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1 comment on “Prima o poi tutti affronteremo la morte. Può aiutarci darle un senso?

  1. Francesco Bonuccelli

    Molto bello e interessante

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