Primo Levi profeta dell’antropocene

Nessuno più di Primo Levi avrebbe rifiutato l’etichetta di profeta, eppure il chimico e scrittore italiano lo si può pensare anche come uno dei primi intellettuali ad aver davvero afferrato la portata del rapporto tra ambiente e l’impatto che su di esso ha la specie umana.


In copertina un’opera di Gustave Caillebotte; “The Wall of the Kitchen Garden”

 

di Ignazio Licata

“La mitologia può di nuovo tramutarsi in corrente,
l’alveo del fiume dei pensieri può spostarsi.
Ma io faccio una distinzione tra il movimento dell’acqua 
nell’alveo del fiume, e lo spostamento di quest’ultimo;
Anche se, tra le due cose,una distinzione netta non c’è”
Ludwig Wittgenstein, Della certezza

1 Pensare una crisi

La crisi dell’antropocene, contenuta da sempre nella sua definizione, sembra essere esplosa con tempi e modi da far impallidire le previsioni. L’impressione è di trovarsi davanti a quelle rotture di simmetria che in fisica descrivono la rapidità esponenziale con cui si generano i mondi. L’arte autentica della previsione scientifica è qualcosa che ha poco a che fare con quello che in genere si immagina, ossia “zippare” tutto il conoscibile su un argomento in un’equazione, ed interrogarla attraverso le sofisticate tecniche del calcolo. Il mondo in cui viviamo non è semplice come un modello di sistema solare e l’impredicibile va al di là dei famigerati “tre corpi” all’origine della cosiddetta “fisica del caos”. Il lavoro da cassandre certosine fatto dagli scienziati sul riscaldamento globale e il rischio di epidemie era corretto e puntuale. Quello che si è rivelato “impensabile” è stato il vastissimo gioco di interconnessioni e conseguenze su più scale innescate da queste situazioni, il profilo, sempre più netto, di una rotta di collisione tra economia, ecologia ed epistemologia. Bisogna anche aggiungere che nei sistemi complessi non è possibile una gerarchizzazione delle probabilità perché ciò che può accadere dipende dall’emergenza di nuovi vincoli sul sistema, e dunque la predicibilità diventa quella che Bruno De Finetti chiama scommessa; ed una scommessa, per quanto razionale, non può basarsi soltanto su dati e teorie, ma deve essere formulata all’interno di uno scenario di obiettivi e interventi basati sulla scelta collettiva dei desiderata che rappresentano quell’“arte di governo” evocata da Majorana nel suo unico ed affascinante scritto “divulgativo”.

Il problema di pensare una crisi sistemica così diffusa e capillare da assumere l’aspetto di una biforcazione irreversibile non può essere demandato soltanto alle singole discipline, ma richiede un’interrogazione meno vincolante e ugualmente rigorosa che riguarda i nostri desideri, il modo in cui ci pensiamo nel mondo e la natura stessa della nostra umanità, di ciò che intendiamo con questa espressione e con la centralità che siamo abituati ad assegnarle nell’ordine delle cose. Questo è il compito specifico della letteratura. In un’intervista del 1988 Philip Roth risponde sulla letteratura come strumento di indagine (Roth, 2018): 

La considero uno strumento per conoscere il mondo come altrimenti non potrebbe essere conosciuto… nient’altro trasforma il mondo in narrazione… La narrativa dipende da uno strumento di conoscenza unico, l’immaginazione, ed il suo sapere è inseparabile dall’immaginazione. L’intelligenza anche del più intelligente dei romanzieri viene svilita, o quantomeno distorta, se la si separa dal romanzo in cui essa si incarna; per quanta importanza si possa accordare al ‘pensiero’, va tenuto presente che i romanzi non si rivolgono solo alla mente, ma instillano una consapevolezza più ampia, e per questo sono uno strumento per conoscere il mondo come altrimenti non potrebbe essere conosciuto (pag.188/189)

I saperi di cui abbiamo bisogno devono essere intrisi di immaginazione, del gioco consapevole delle possibilità che vogliamo accordarci e di quelle che abbiamo storicamente mancato. Esiste oggi un vasto fermento in questa direzione, ma non vogliamo qui rivolgere la nostra attenzione al presente, ma alla sua anticipazione nel passato, quando i segnali erano poco più che crepe nel muro. Il pensiero attuale della crisi porta infatti la tentazione ancora forte delle categorie culturali e politiche appena dismesse, l’abbrivio di abitudini cognitive già esauste. Il rischio è quello di accrescere la turbolenza del fiume e perdersi in essa ancora di più, invece che osservare le modifiche dell’alveo, come in epigrafe. Scriveva Primo Levi (L’altrui mestiere, 1985):

“(…) ci siamo svegliati da un lungo sonno, ed abbiamo visto che la condizione umana è incompatibile con la certezza. Nessun profeta ardisce più rivelarci il nostro domani, e questa, l’eclissi dei profeti, è una medicina amara ma necessaria. Il domani dobbiamo costruircelo noi, alla cieca, a tentoni; costruirlo dalle radici, senza cedere alla tentazione di ricomporre i cocci degli idoli frantumati, e senza costruircene di nuovi”

 

2 Primo Levi: il testimone-profeta

Nessuno più di Primo Levi avrebbe rifiutato l’etichetta di profeta: per formazione, esperienze, per il segno fortemente laico e scientifico del suo sguardo sul mondo, e infine proprio per quell’immaginazione che era il frutto più prezioso di tutte queste cose, centrifuga e reattore – per dirla con i termini della sua chimica – che divide, pesa e distilla il tema universale dalla massa bruta dei particolari. Forse controvoglia, ma Levi fu profeta nella misura in cui fu testimone, altra etichetta che si trovò più di una volta a ridiscutere perché neppure un grammo andasse perso della sua “avventura di Auschwitz”. Levi sembra ancora oggi confinato entro un’accezione storicamente limitata dell’essere testimone, nonostante in questi anni sia cresciuta l’attenzione critica verso la sua opera (Belpoliti, 2019). Il punto è che l’esperienza del lager costò a Primo Levi la consapevolezza, precedentemente elusa, di essere scrittore e testimone, in modo inscindibile una cosa dall’altra, e di esserlo sempre. Per indole, prima che per storia. Da questa duplice identità deriva una delle più belle scritture del ‘900 con la varietà dei suoi registri: l’onirico, la fabula, il saggio, la novella, la parodia, l’elemento biografico, il realismo spicciolo, lo stravolgimento fantastico. Levi ha un istinto alchemico nell’accostare i materiali più eterogenei, un’attenzione analitica nel valutare le valenze di ogni singolo termine, e tutto ci viene offerto con l’apparente leggerezza di chi racconta una storia al suo compagno di viaggio. Senza troppo sforzo si potrebbe vedere in Levi un antesignano della non-fiction e di molte altre strategie della narrazione contemporanea, e se provassimo a catalogare i racconti secondo il suggerimento di Harold Bloom di una linea cechoviana ed una kafkiana-borgesiana, l’incertezza e la sospensione del giudizio avrebbero la meglio. La scrittura è il luogo dove si mette forma nel mondo e nel tempo, realismo e simbolismo occupano gli stessi livelli energetici.

Il racconto è l’unità molecolare di quel complesso organismo che è la produzione di Primo Levi, assai più connessa ed articolata di quanto possa sembrare da una superficiale suddivisione tematica. Ci riferiamo allo iato persistente tra il trittico “Se questo è un uomo” (1947),” La tregua” (1963) e l’estremo “I sommersi e i salvati” (1986) e gli altri libri. Ad una lettura più attenta si noterà che tutti gli elementi della scrittura di Levi sono presenti, in concentrazioni più o meno elevate, in ogni esito della sua scrittura. Ed il nucleo generativo di ogni racconto appartiene ad entità atomiche tra le più lievi e disparate: un nome, un volto, un’immagine, un oggetto, una lavorazione chimica. Come il cercatore di piombo del racconto omonimo de “Il sistema periodico” (1975), Levi cerca nel flusso delle cose l’immagine chiave, quella che passata al setaccio e alambiccata offre una nuova misura delle cose. È dunque la sua speciale natura di testimone a farne un profeta. Così lo descrive P. Roth :

Ho percepito in lui un’animazione interiore che mi ha fatto pensare ad una sorta di brioso elfo in vitale contatto con i più profondi segreti della foresta. Levi è piccolo e magro, ma non così minuto quanto lo fa apparire a prima vista il suo contegno dimesso, ed è agile quanto dev’esserlo stato a dieci. Nel suo corpo, e nel suo viso, si intravedono-a differenza di quanto accade nella maggior parte degli uomini-il viso e il corpo del bambino di un tempo. La sua prontezza di riflessi è quasi palpabile, la perspicacia vibra dentro di lui come una piccola fiammella interiore. (…) mentre ascolta, Levi è concentrato e immobile come uno scoiattolo che osservi qualcosa di sconosciuto dalla cima di un muretto di pietra (Roth, pag.200)

Altre due caratteristiche lo rendono particolarmente prezioso come interprete della crisi. È un profeta riluttante, poco incline ai giudizi lapidari e definitivi, come confessa a sé stesso: 

Mi conosco. Non posseggo prontezza polemica, l’avversario mi distrae, mi interessa più come uomo che come avversario, lo sto a sentire e rischio di credergli; lo sdegno e il giusto giudizio mi tornano dopo, sulle scale, quando non servono più (Vanadio, in Il sistema periodico, Tutti i racconti pag. 563).

Questa riserva non è assenza di insegnamento morale; Levi, come lo definisce Marco Belpoliti è persino moralista, ma l’insegnamento è offerto tra le righe della parodia, sospeso in forma di parabola. Da qui l’accostamento a Swift e Rabelais, e tra i contemporanei al più con Calvino, che fu a lungo uno dei suoi riferimenti principali presso Einaudi. È uomo di formazione scientifica, un tecnico, come si definiva, mostrando una conoscenza fine delle pratiche scientifiche più che una falsa umiltà di casta, come è stato detto. Ogni scienza è pratica d’artigianato, con tradizioni e cassetta degli attrezzi, che si tratti delle vernici di Levi o di modelli cosmologici. La fantasia nei suoi scritti è ben temperata dalla conoscenza in prima persona della “resistenza del mondo” – esemplarmente raccontata in “La sfida della molecola” (Lilit e altri racconti, 1981) -, cosa che rende ad esempio “Il sistema periodico” un modello esemplare di comunicazione scientifica, ben lontana dalla falsa oggettività della retorica divulgativa.

Nel 1966 Einaudi pubblica “Storie naturali”, 15 racconti a firma di Damiano Malabaila (“cattiva balia”), pseudonimo niente affatto segreto di Levi, che d’accordo con l’editore preferisce ergere un sottile velo di separazione tra il suo terzo libro ed i primi due legati all’esperienza del lager e l’odissea del ritorno. Com’è noto, le Storie vennero scritte prima o nello stesso periodo de “La Tregua”, uscito nel 1963, vincitore del Campiello e finalista allo Strega, ed alcune, almeno come concezione, risalgono a prima della guerra. Levi vuole presentarsi definitivamente scrittore tout court e liberare il lato onirico e visionario che, a ben guardare, è anche dentro i due primi libri, e poi in tutta la sua produzione fino alla raccolta postuma de “L’ultimo Natale di guerra” (2000). Per molti è ancora il testimone di Auschwitz. Torneremo alla fine sull’intima interconnessione di temi e timbri nell’opera di Primo Levi perché mostra un percorso di singolare coerenza stilistica e rivela qualcosa di importante per il tema dell’antropocene. Sin dall’inizio c’è una certa difficoltà a definire i racconti delle “Storie” (se il vizio dell’etichetta è una cifra della macchina editoriale, quella di Levi è di risultare sempre indecidibile in almeno una di queste enumerazioni); vengono dette di “fantascienza” o di “fantabiologia”, ma soltanto in mancanza di meglio. Sicuramente non si tratta della SF americana, che pure in quegli anni conosce gli esiti “umanistici” di Theodore Sturgeon, Philip K. Dick e Clifford Simak; non c’è in Levi l’interesse a definire lo scenario sociologico generale, ad estrapolare utopie e distopie, la molla non è l’interesse anticipatorio. Si tratta di “divertimenti”, in senso musicale, in cui il giardino segreto dell’immaginazione di Levi esplode in tutte le tonalità, pervasi da un’inquietudine sottile e persistente, allegorie in cui si mischiano, per dirla con Calvino, “umanesimo ed educata malvagità”. Così li descrive l’autore nel risvolto della prima edizione:

Li ho scritti per lo più di getto, cercando di dare forma narrativa ad una intuizione puntiforme, cercando di raccontare in altri termini (se sono simbolici lo sono inconsapevolmente) una intuizione oggi non rara: la percezione di una smagliatura nel mondo in cui viviamo, di una falla piccola o grossa, di un “vizio di forma” che vanifica uno od un altro aspetto della nostra civiltà o del nostro universo morale.

E poiché i libri gli vengono “a coppie” – è autore prolifico, rapido nel rispondere alle sollecitazioni di riviste e giornali ma estremamente attento poi nel far precipitare i singoli contributi nel macrodisegno di un volume -, alle “Storie” segue nel 1971 “Vizio di forma”. Si tratta di una raccolta più omogenea rispetto alla precedente, e più “fantascientifica” rispetto alle “Storie”. In un’intervista del 27 aprile 1972 affermerà con la consueta acutezza che in Italia si storce il naso a questo genere non come “fanta” ma proprio in quanto scienza. Accetta l’accostamento con il fortunato “Il Medioevo prossimo venturo” dell’amico Roberto Vacca, uscito anch’esso nel 1971, citato nella prefazione e in uno dei racconti.

Nel giro di pochi anni, quasi da un giorno all’altro, ci siamo accorti che qualcosa di definitivo è successo, o sta per succedere: come chi, navigando per un fiume tranquillo, si avvedesse d’un tratto che le rive stanno fuggendo all’indietro, l’acqua si è fatta piena di vortici, e si sente ormai vicino il tuono della cascata. Non c’è indice che non si sia impennato: la popolazione mondiale, il Ddt nel grasso dei pinguini, l’anidride carbonica nell’atmosfera, il piombo nelle nostre vene. Mentre metà del mondo attende ancora i benefici della tecnica, l’altra metà ha toccato il suolo lunare, ed è intossicata dai rifiuti accumulati in pochi lustri: ma non c’è scelta, all’Arcadia non si ritorna, ancora dalla tecnica, e solo da essa, potrà venire la restaurazione dell’ordine planetario, l’emendamento del “vizio di forma” (Risvolto editoriale nella prima edizione)

 Diciamo “accettare” perché nulla ha a che fare Levi con la “futurologia” tanto in voga in quegli anni. Per quanto potesse condividere le inquietudini sul futuro, i racconti non sono strumenti di previsione, vivono la loro compiuta e misteriosa vita letteraria trasmutando le realtà in rivelazioni sospese. Semmai proprio di profezia bisogna parlare, poiché questa, a differenza della “previsione”, dipende dall’osservatore, dalla sua capacità di scorgere le crepe sul muro. Questi segni,sparsi, spogliati a soggetto, intendiamo confrontare con quelli dell’oggi.

3 Disfilassi. Il mondo che si perde e si ritrova

I racconti di “Storie Naturali” e “Vizio di Forma” sono fortemente legati ai due libri precedenti del “testimone” Levi, e ne forniscono nuove chiavi di lettura, costruendo una saldatura tra l’esperienza del lager e l’opera dello scrittore del “fantastico”. Comprendere questa connessione è di importanza cruciale per tentare di estrapolare una riflessione primoleviana sull’antropocene. Nel risvolto di copertina delle Storie è riportata una dichiarazione:

Io sono entrato (inopinatamente) nel mondo dello scrivere con due libri sui campi di concentramento; non sta a me giudicarne il valore, ma erano senza dubbio libri seri, dedicati a un pubblico serio. Proporre a questo pubblico un volume di racconti-scherzo, di trappole morali, magari divertenti ma distaccate, fredde: non è questa frode in commercio, come chi vendesse vino nelle bottiglie dell’olio? Sono domande che mi sono posto, all’atto dello scrivere e del pubblicare queste ‘storie naturali’. Ebbene, non le pubblicherei se non mi fossi accorto (non subito, per verità) che fra il Lager e queste invenzioni una continuità, un ponte esiste: il Lager, per me, è stato il più grosso dei ‘vizi’, degli stravolgimenti di cui dicevo prima, il più minaccioso dei mostri generati dal sonno della ragione.

Le intuizioni puntiformi dei racconti di Levi hanno una natura squisitamente quantistica: ogni racconto abita uno spazio di possibilità nell’universo goyesco del sonno della ragione, e l’unica differenza tra Il lager, l’odissea de La tregua ed i racconti “fantastici” consiste nel fatto che i primi due sono “collassati”, si sono localizzati nello spazio e nel tempo, mentre gli altri sono ancora sospesi su un fluttuante “presente indicativo”, per usare il titolo della terza parte di “Lilit e altri racconti” (1981); le altre due sono “Passato prossimo” ( dedicato ad altri racconti sul lager),e “Futuro anteriore” (vicino a “Vizio di forma” per stile e temi). Una labile distinzione tra tempi sovrapposti in un mondo gravido di possibilità. Si tratta in tutti i casi dello stesso mondo, appena un evanescente salto quantico separa il bonario Sig. Simpson dai kapò. Ogni mondo che s’invera nella storia porta in sé le ombre delle possibilità parallele rimaste in stato di sospensione. Ma non per questo i mondi collassati sono più veri, la loro essenza può essere letta soltanto alla luce dell’intero spettro delle possibilità. Se si vuole un linguaggio più tradizionale, c’è una realtà ultima delle cose che può essere colta soltanto dalla letteratura, nel gioco tensionale dei mondi che generano le sequenze dei “fatti”. Lo storico registra, interpreta, connette sequenze di cause ed effetti; lo scrittore agisce su altri piani e prospettive, alla ricerca di un ethos che per Levi affonda le radici nella sostanza del mondo ed attraversa biologia, antropologia e politica. L’immaginazione, che è una forma speciale dell’osservazione, costringe i fatti a dispiegarsi sul piano dei significati. La finzione lavora ai fianchi il reale, lo snerva, lo rivela e lo completa (vedi Piglia,2018)

La coerenza stilistica di Levi, la ricchezza delle sue storie, la scrittura anch’essa centauresca, esplosiva ed analitica, riflette una singolare visione unitaria dei rapporti tra vita e letteratura. Va detto che la singolarità di Levi segna la sua opera sin dalla storia travagliata di “Se questo è un uomo” . Il libro appare assai diverso dal “memoriale” che ci si aspetterebbe, i fatti narrati con lingua “marmorea”(Mengaldo, 2019) hanno l’impronta della più autentica testimonianza, ma suonano poco “realistici” (e per nulla “neo-realistici”). C’è qualcosa di ostinato, obliquo e notturno in Levi, forse l’intuizione di mondi teorici e conseguenze logiche che non si è pronti ad accettare. Questo straniamento dall’atteso si amplifica con l’uscita de “La tregua” (1963), in cui si accentua l’humor “improprio” del primo libro e si aggiunge l’elemento picaresco che troverà il suo culmine in “Se non ora quando?”(1982).

 La diversità radicale di Levi è ben espressa nel dialogo con Roth:

Levi: (…) Ricordo di avere vissuto il mio anno di Aushwitz in una condizione di spirito eccezionalmente viva( …) non ho mai smesso di registrare il mondo e gli uomini intorno a me, tanto da serbarne ancora oggi un’immagine incredibilmente dettagliata. Avevo un desiderio intenso di capire, ero costantemente invaso da una curiosità che ad alcuni è parsa addirittura cinica, quelladel naturalista che si trova trasportato in un ambiente mostruoso ma nuovo, mostruosamente nuovo (…)

Roth: (…) Quelli di ‘Se questo è un uomo’ sembrano i ricordi di un teorico di biochimica morale arruolato a forza come cavia da laboratorio in uno degli esperimenti più sinistri mai tentati (…) a tua riconciliazione con la vita avviene in un mondo che talvolta ti appare come una sorta di Caos primigenio.Eppure sei affascinato da tutti,pronto a ricavare divertimento e istruzione da ogni cosa, al punto che mi domando se nonostante la fame, il freddo e la paura, nonostante i ricordi, i mesi di quella che definisci come ‘una parentesi di illimitata disponibilità, un dono provvidenziale ma irripetibile del destino’ non siano stati il periodo migliore della tua vita(…)

Levi (…) La famiglia, la casa, la fabbrica sono cose buone in sè, ma mi hanno privato di qualcosa di cui ancora oggi sento la mancanza, cioè dell’avventura.Il mio destino ha voluto che io trovassi l’avventura proprio in mente all’orrendo disastro di un’Europa devastata dalla guerra (Roth, pag. 207)

Tanto basta per la perspicacia di Roth – grande scrittore dunque acuto lettore -, e per la sincerità di Levi. L’uomo che è entrato in lager è già quello delle Storie Naturali, come possono esserlo storie presentate da un’epigrafe di Plinio citato da Rabelais. Si tratta di un uomo curioso di tutto, riservato ma pronto all’amicizia, di studi classici e letture socialiste, forgiato dall’alpinismo, nelle fibre più intime laico e scienziato che ha meditato a lungo su Darwin come farà più tardi sulle pagine di Prigogine . Levi sa benissimo che non esistono equilibri stabili nel mondo, che ogni definizione di sistema è ideale, ma concretamente contiene i germi della sua degenerazione. Questo vale per ogni costruzione umana: in “A fin di bene” la rete telefonica prende le iniziative di un web vivente, addestrata inizialmente dalla frequenza dei contatti telefonici; e il Golem (“Il servo” in Vizio di forma) diventa una simbologia universale dell’errore umano che riflette chi lo ha prodotto:

Quando si venne al primo esperimento, ad Ariè tremavano le vene come non mai. Infilò il Nome nella sua sede, e gli occhi del mostro si accesero e lo guardarono. Si attendeva che gli chiedesse: ‘Che vuoi da me, o Signore?’, ma udì invece un’altra domanda che non gli era nuova, e che gli suonò piena d’ira: Perché prospera l’empio?’. Allora comprese che il Golem era suo figlio, e provò gioia, e insieme temette davanti al Signore; perché, come sta scritto, la gioia dell’ebreo è con un briciolo di spavento (Tutti i racconti, pag.335)

Più che ai robot di Karel Čapek la mente corre al fatale accoppiamento strutturale di deriva che si è prodotto nell’antropocene tra uomo e natura, quest’ultima ridotta a scenario passivo delle imprese umane. Nelle interviste agli animali per la rivista Airone (1986/1987) Levi, con leggerezza apparente, mette in luce le ingenuità dell’antropomorfizzazione rispetto a mondi che sono meravigliosamente e in alcuni casi mostruosamente alieni rispetto a noi, uniti solo da flebili e lontani grovigli di cammini evolutivi. Quello che capita tra specie, capita anche agli esseri umani: la solitudine del “bambino senza ombelico” (“I sintetici” in Vizio di Forma), l’indecifrabilità dell’adolescente in “Decodificazione” (Lilit e altri racconti) sono stati ineliminabili dell’esperienza di vivere. Non esiste una definizione invariante ed universale di “umanità”: ogni “ritorno all’Arcadia”, ogni decalogo o sanzione che tenti l’argine al “disumanesimo” (doveva essere questo il titolo di Vizio di forma) è destinata a dissolversi. Sia chiaro: Levi non è un “pessimista”. L’ottica primoleviana ribalta queste categorie. Il pessimista autentico è chi ha spostato sul terreno ideologico e teorico la lotta contro “l’umiltà del male” (Cassano, 2012) ; l’umanità e il bene sono refrattari al linguaggio, si possono soltanto riconoscere quando si manifestano, dicendo: “ecco, là”. Raramente si tratta di eventi epocali. È il caso del capobaracca Otto, criminale politico spartachista, che ascolta Ariel il cantore e accetta di mettergli da parte la zuppa che non può mangiare nello Yom Kippur. Questo incontro cambia il carceriere:

Otto era sempre più perplesso, disputato fra lo stupore, il riso e un altro sentimento ancora, cui non sapeva dare un nome, e che credeva fosse morto in lui, ucciso dagli anni di vita ambigua e ferina nei Lager, e prima ancora dalla sua militanza politica, che era stata rigorosa (Il cantore e il veterano, in Lilit e altri racconti,Tutti i racconti, pag. 618), ed assieme hanno contribuito a fare:

(…) siepe attorno alla Legge, affinché dalle lacune della siepe il male non dilaghi a sommergere la Legge medesima (pag.620).

I confini tra il bene e il male sono frattali e difficile è la distinzione per l’animale-uomo. Si innesta qui l’ultimo grande contributo letterario e filosofico di Levi in vita, I sommersi e i salvati (1986), analisi dei rapporti di colpa e responsabilità in un universo concentrazionario, a partire da Auschwitz. Entrato nel lager Levi chiede Warum? (Perché?) e si sente rispondere Hier ist kein Warum (qui non c’è alcun perché). Si rende ben presto conto che gli aguzzini : erano infatti della nostra stessa stoffa (…), erano esseri umani medi (…) non erano mostri (…) avevano un viso come il nostro (in singolare risonanza con: Levinas, 2016). Tentiamo qui una generalizzazione che crediamo non troppo lontana dalle idee di Levi. La “concentrazione” è la singolarità in cui non si danno più scelte, e non semplicemente per la minaccia di sofferenze fisiche, ma per omologazione indotta verso un “occhiale cognitivo”. Se questo è possibile e si verifica costantemente nella storia umana, anche il discorso sui “colpevoli” diventa subordinato a quello della zona grigia, quella vastissima fascia che ha avuto in dono la possibilità di scorgere i confini e non ha fatto nulla, ha girato la testa, ha guardato altrove, ha preferito raccontare menzogne a sé stesso e agli altri. Si tratta di una posizione in forte controtendenza con quella attuale, in cui microidentità deboli si trincerano dietro una parola d’ordine dando ogni colpa ad altre entità ugualmente vaghe, una guerra fatta di hashtag e combattuta per lo più su praterie virtuali arate a complotto. Più che mai attuale è l’osservazione fenomenologica – rischiamo di dire: la teoria, vanificando il fatto – della zona grigia, oggi alimentata dall’erosione continua della “fatica del reale” a favore di utopie digitali a buon mercato (Licata,2018; 2021), ciò che resta dei rivestimenti ideologici di un presente che si è ritrovato di colpo retrocesso al passato; vari tipi di radicalizzazioni fondamentaliste in ogni campo rendono indispensabile l’insegnamento di Levi: se è verosimile che la libertà di scelta dipende dagli scenari che siamo in grado di discernere, vedere, fare, allora chiamarsi fuori dalla zona è un atto di responsabilità. Le nuove emergenze chiedono a ognuno di noi cambiamenti radicali nei consumi e nello stile di vita, non esistono partiti o movimenti già pronti in felice avanzata verso una massa critica: solo l’impegno in prima persona, possibilmente all’interno di nuovi tipi di pratiche di testimonianza, indicano uscite effettive dalla fascia di indifferenza generalizzata (vedi i dieci principi fondativi di Extinction Rebellion sul loro sito). Naturalmente Levi è sempre consapevole dei contesti politici, ed è sensibile alla “specializzazione” della politica in senso weberiano, alle distanze sempre maggiori tra politica e complessità sociali. In “Un testamento” (Lilit e altri racconti) un vecchio cavadenti lascia agli eredi consigli che, man mano che la lettura procede, rivelano altri piani e mestieri: il parlare suadente e l’arte della menzogna sono i punti di forza che li porteranno a reggere il paese, e forse il mondo: ma questo avverrà solo se avremo saputo mentire meglio e più a lungo dei nostri avversari.(…) una nuova età dell’oro, in cui noi soltanto in circostanze estreme ci indurremo ancora a cavar denti, mentre per il governo dello stato e per l’amministrazione della cosa pubblica ci basterà con larghezza la menzogna pia, da noi condotta a perfezione (Tutti i racconti, pag.735). Più tardi, in L’altrui mestiere (1985), accennerà al gioco a ribasso di una democrazia prima di idee ed impetus, che produce uomini grigi, vaghi, effimeri, privi di demonismo e di carisma  (“I Padroni del mondo”, pag.171).

Indispensabile è anche avere dalla nostra parte Tino Faussone, il protagonista dei dialoghi di La chiave a stella (1978, Premio Strega 1979). Per una serie di viaggi di lavoro a Togliattigrad tra il 77-78, Levi ha modo di incontrare molti operai italiani, maestranze qualificate che girano il mondo montando gru, ponti e tralicci. Sente il bisogno di raccogliere il loro linguaggio, di parlare del loro mestiere. Ancora una volta di testimoniare. Faussone è la voce di questi uomini che ai quattro angoli della terra costruiscono impianti con la chiave a stella. Non stupisce: il chimico- scrittore che non si è mai definito scienziato ma tecnico e verniciaio, non poteva restare indifferente all’elogio della mano che attiva il cervello, il fare sapiente e ricco di “malizie” dell’operaio ha molti punti di contatto con le pratiche del chimico e dello scrittore; perché ogni mestiere, ogni scelta di intervento sul mondo, per diventare un sapere dev’essere prima una pratica e alla fine ad essa tornare:

(…)ho cercato di chiarirgli che tutti e tre i nostri mestieri, i due miei e il suo, nei loro giorni buoni possono dare la pianezza. Il suo, e il mestiere chimico che gli somiglia, perché insegnano essere interi, a pensare con le mani e con tutto il corpo, a non arrendersi davanti alle giornate rovescie e dalle formule che non si capiscono, perché si capiscono poi per strada; ed insegnano infine a conoscere la materia ed a tenerle testa. Il mestiere di scrivere, perché concede (di rado, ma pure concede) qualche momento di creazione, come quando in un circuito spento ad un tratto passa corrente, ed allora una lampada si accende, o un indotto si muove (Tiresia, pag. 51, La chiave a stella).

E se forse a Faussone manca un po’ quel distacco dalle cose che permette una visione più generale ( ha in sospetto i libri e le teorie, e persino a volte le specifiche delle istruzioni), è lo stesso Levi ad invitarci ad una cultura dell’interdisciplinarietà ne L’altrui mestiere (1985), composto da 51 “elzeviri” apparsi su “La stampa” che raccolti assieme, come puntualmente avviene con Levi quando decide di fare delle sue cose un libro, prendono la forma dell’ ascolto dei saperi fuori dalle proprie stanze, ma tutti nello stesso edificio, meglio: organismo. L’interdisciplinarietà è anch’essa pratica, un modo di guardare alle attività del mondo indispensabile se non si vuole che il proprio mestiere diventi limite privato, pregiudizio monocromatico :

Ho corso insomma da isolato, ed ho seguito una via serpeggiante, annusando quà e là , e costruendomi una cultura disordinata, lacunosa e saputella. A compenso, mi sono divertito a guardare il mondo sotto luci inconsuete, invertendo per così dire la strumentazione: a rivisitare le cose della tecnica con l’occhio del letterato, e le lettere con l’occhio del tecnico (l’Altrui mestiere, pag. 3). 

Ci siamo più volte presi la licenza di parlare di “anticipazioni”, ma le possibilità di Levi non lo sono. Il lager, le Storie, i vizi di forma, la tecnica di Faussone e l’insaziabile curiosità per i saperi e le pratiche sono tutte compresenti nello stesso “sempre” dell’Apocalisse e della guerra de “La tregua”: Ma la guerra è finita-obiettai (…)-Guerra è sempre-rispose memorabilmente Mordo Nahum (La tregua, pag.41). È, abbiamo detto, il linguaggio del profeta, che non è mai soltanto previsione dei giorni a venire ma monito, come in “Ottima è l’acqua”(da un’ode di Pindaro), ultimo racconto di Vizio di forma, la più inquietante delle profezie sul bene più prezioso e la sua viscosa corruzione :

Parve all’inizio che il mondo animale offrisse una barriera di difesa contro l’ingresso dell’acqua viscosa nell’organismo umano, ma la speranza ebbe breve durata.

Si è stabilita così, entro poco più di un anno, la situazione attuale. Le difese hanno ceduto, assai prima di quanto non si temesse; come l’acqua del mare, dei fiumi e delle nuvole, così tutti gli umori dei nostri corpi si sono addensati e corrotti. I malati sono morti, ed ora siamo tutti malati: i nostri cuori, pompe miserevoli progettate per l’acqua di un altro tempo, si sfiancano dall’alba all’alba per intrudere il sangue viscoso entro la rete dei vasi; moriamo a trenta, a quaranta anni al massimo, di edema, di pura fatica, fatica di tutte le ore, senza pietà e senza soste, che pesa e noi dal giorno della nascita, e ci impedisce ogni movimento rapido o prolungato. Come i fiumi, anche noi siamo torpidi: il cibo che mangiamo e l’acqua che beviamo devono attendere per ore prima di integrarsi in noi, e questo ci rende inerti e grevi. Non piangiamo: il liquido lacrimale soggiorna superfluo nei nostri occhi, e non stilla in lagrime ma defluisce come un siero, che toglie dignità e sollievo al nostro pianto. Così è in tutta l’Europa, orma, e il male ci ha colti di sorpresa prima che lo comprendessimo. Solo ora, in America e altrove, si incomincia a sospettare la natura dell’alterazione dell’acqua, ma si è bel lontani dal sapervi porre riparo; intanto è stato segnalato che il livello dei Grandi Laghi è in rapido aumento, che l’intera Amazzonia si sta impaludando, che lo Hudson supera e rompe gli argini in tutto il suo corso alto, che i fiumi e laghi dell’Alaska si rapprendono in un ghiaccio che non è più fragile, ma elastico e tenace come l’acciaio. Il mare dei Caraibi non ha più onde. (Tutti i racconti, pag.359/360)

C’è ancora un racconto sul quale vogliamo soffermarci, quello che potrebbe ricordarci più da vicino la pandemia di Covid19 e le pagine contemporanee del De Lillo della New Weird e Jeff VanderMeer. Il tema è quello comune della disfilassi, il crollo delle barriere tra una specie e l’altra, che VanderMeer estende alle tecnologie biomorfe. È, letteralmente, un mondo che va a pezzi in forme improbabili, incerto sulla sua fecondità. Nel suo ultimo libro Stephen Hawking sostiene che dovremmo pensare come specie e non più come individui, e comunque non è detto che, all’apertura del vaso di Pandora (I.A., mutazioni genetiche, riscaldamento globale), il termine “umanità” conservi il suo significato tradizionale (Hawking,2018). Nel modo di trattare la storia di Levi c’è però qualcosa in più. L’ambientazione “italiana e normale” convive con l’elemento fantastico; Amelia, di razza sostanzialmente umana (un ottavo di linfa vegetale le correva per le vene), prepara un esame di Storia Moderna. Aveva chiesto alla nonna Gianna i ricordi antichi della disfilassi; il discorso va a cadere sul fallimento dell’ipostenone, usato per i trapianti degli organi e poi rivelatosi letale: 

era indistruttibile, ma se n’erano accorti troppo tardi, passava dagli escreti alle fognature al mare, dal mare ai pesci e gli uccelli; volava per l’aria, ricadeva con la pioggia, s’ infiltrava nel latte, nel pane e nel vino. Adesso il mondo ne era pieno, e tutte le difese immunitarie erano cadute. Era come se la natura vivente avesse perso la sua diffidenza: nessun trapianto veniva rigettato,, ma anche tutti i vaccini e i sieri avevano perso il loro potere, e gli antichi flagelli, il vaiolo, la rabbia, il colera, erano ritornati (Disfilassi, Lilit e altri racconti, futuro anteriore, Tutti i racconti,pag.677)

L’ingresso di Amelia in istituto prefigura il distanziamento sociale:

Si fece coraggio ed entrò nell’Istituto di Storia Moderna: al confronto col bagliore del sole, l’atrio le parve buio; prima che i visi, incominciò a distinguere le mascherine di garza antisettica che tutti portavano, bianche i maschi, a colori vivaci le ragazze (pag. 678).

Durante l’esame Amelia vorrebbe parlare della disfilassi, ma il suo entusiasmo non è condiviso dal professore che blocca l’esame sul 19. Amelia è affascinata del vento dei boschi, saturo di fecondità innumerevoli, di germi invisibili ed infiniti, ed in ogni germe era scritto un messaggio pieno di destino (…) così per miliardi di anni, dagli equiseti al carbonifero ad oggi: no, non ad oggi, a ieri, nel momento in cui la ferrea barriera fra specie e specie era andata infranta, ed ancora non si sapeva se per il bene o per il male (…) Ci pensava, continuando a camminare: doveva essere ben grigio, ben pieno di noia il buon tempo antico, quando gli uomini erano attratti solo dalle donne, e le donne dagli uomini. (pag.679/681).

Infine, una delle chiusure tipiche di Levi:

Si fermò davanti ad un ciliegio in fiore: ne accarezzò il tronco lucido in cui sentiva salire la linfa, ne toccò leggermente i nodi gommosi, poi si guardò intorno e l’abbracciò stretto, e le parve che l’albero le rispondesse con una pioggia di fiori. Se li scosse di dosso ridendo: ‘Sarebbe bella se mi capitasse come alla bisnonna!’ Ebbene, perché no? Era meglio Fabio o il ciliegio? Meglio Fabio, senza dubbio, non bisogna cedere agli impulsi del momento: ma in quel momento Amelia fu consapevole di desiderare che in qualche modo il ciliegio entrasse in lei, fruttificasse in lei. Giunse alla radura e si sdraiò fra le felci, felce lei stessa, sola leggera e flessibile nel vento (Disfilassi, Tutti i racconti, pag. 681/682)

Eviteremo ogni interpretazione del brano forzandolo secondo attualità, o peggio ancora con marchingegni psicoanalitici. Però si riconosce un tratto importante di Levi: l’accettazione della sfida dello scalatore, per cui ogni spuntone di roccia è una risorsa, dello scienziato che non può accettare di scendere a patti con il catastrofismo. Da qualche parte un Faussone s’ingegna per dare ad Amelia un futuro possibile, non più costruendo pozzi di petrolio ma lavorando sul ciclo dei rifiuti, monitorando i coefficienti verdi e preparando vaccini (campo quest‘ultimo in cui si è vista una differenza vitale tra il dire teorico ed il fare sperimentale).

Quanto a Primo Levi, c’è stato e ci sarà ancora, ma non per una qualche prescrizione istituzionale sul “testimone” ma perché: Chiunque noi siamo, una volta costituita la società, il poeta è già lì da tempo, a guardare la fiamma che brucia (Anne Carson, Economia dell’imperduto, 2020)

Bibliografia

Per i brani riportati abbiamo fatto riferimento a: Primo Levi, Tutti i racconti,a cura di Marco Belpoliti, Torino, Einaudi, 2015; Il catalogo di Levi è pubblicato da Einaudi, vedi: Opere Complete, vol. I-II-III, a cura di Marco Belpoliti, 2017-2018, ed alle edizioni de L’Altrui mestiere, La chiave a stella e La tregua (Einaudi, 2020)
Belpoliti, M. (2015) Primo Levi di fronte e di profilo, Milano, Guanda. La saggistica su Levi è adesso piuttosto consistente. Oltre al riferimento fondamentale di Belpoliti, al quale rimandiamo per una ricerca bibliografica più esauriente, ci limitiamo qui a ricordare i recenti: Beccaria, G. L. (2020) I «mestieri» di Primo Levi, Palermo, Sellerio, e Mengaldo, P.V. (2019) Per Primo Levi, Torino, Einaudi
Carson, A. (2020) Economia dell’imperduto, Milano, Utopia
Cassano, F. (2012) L’umiltà del male, Bari, Laterza 
Hawking, S. (2018) Le mie risposte alle grandi domande, Milano, Rizzoli
 
Levinas, E. (2016) Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Milano, Jaca Book
Licata, I. (2018) Complessità. Un’introduzione semplice, Roma, Di Renzo
Licata, I. (2021), La fatica del reale, Roma, Harpo ( in corso di stampa)
Mengaldo,P. V. (2019) Per Primo Levi, Torino, Einaudi
Piglia, R. (2018), Critica e finzione, Milano-Udine, Mimesis
Roth, P. (2018), Perchè scrivere? Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013, Torino, Einaudi
Vacca, R. (1971), Il medioevo prossimo venturo. La degradazione dei grandi sistemi, Milano, Mondadori
VanderMeeer, J. (2018) Trilogia dell’Area X: Annientamento-Autorità-Accettazione; Borne, Torino, Einaudi.

Ignazio Licata è fisico teorico ed epistemologo presso l’Institute for Scientific Methodology (ISEM) di Palermo. Allievo di D. Bohm, le sue ricerche riguardano i fondamenti delle teorie fisiche, le origini quantistiche dell’universo e la fisica dell’emergenza. Nel 2008 riceve il Premio “Le Veneri” a Parabita (Lecce) per l ‘attività di seeding culturale sui temi dell’interdisciplinarietà. Ospite al Festival di Filosofia (2004 e 2011), si occupa attivamente dei rapporti tra arte, scienza e letteratura. Tra le pubblicazioni: “Osservando la sfinge” (Di Renzo, 2009), “La logica aperta della mente” (Codice, 2008) , “Piccole Variazioni sulla scienza”(Dedalo, 2016) e “Complessità. Un’introduzione semplice”(Di Renzo, 2018). Per l’Imperial College Press ha curato “Beyond Peaceful Coexistence; The Emergence Of Space, Time And Quantum” (2016).

 

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