Può un sacerdote russo dei primi del ‘900 essere il tizio più moderno che conosco?

Pavel_FlorenskyQuesto signore con un faccione da gatto e una croce ortodossa al collo è Pavel Aleksandrovič Florenskij, filosofo, logico-matematico, scienziato, storico dell’arte, filologo, inventore e presbitero russo, nato nel 1882 a Yevlax, una piccola cittadina dell’Azerbaigian, e morto nel 1937 a S. Pietroburgo quando ancora si chiamava Leningrado.

In Russia all’inizio lo adorano, tanto da soprannominarlo il Leonardo da Vinci Russo, ma dopo la rivoluzione di ottobre Pavel instilla un dubbio nel focoso animo sovietico. Da una parte è uno scienziato che collabora con l’Amministrazione Centrale per l’Elettrificazione, pubblica studi e brevetta invenzioni (come un dispositivo per fotografare i raggi infrarossi e ultravioletti), ma dall’altra è anche un prete, un filosofo non allineato, un teologo, che, tra le altre cose, sostiene che la geometria dei numeri immaginari della teoria della relatività di Einstein è la geometria del Regno di Dio… dunque, è buono o cattivo? L’indecisione è assai breve e nel ‘33 Florenskij viene recluso in un Gulag per essere fucilato quattro anni dopo. D’altra parte per fermarlo è davvero necessaria la fucilazione, perché persino in esilio l’uomo non rinnega il suo impegno, anzi, approfitta del gelo siberiano per inventare un liquido antigelo e una speciale camera fotografica per il microscopio.

Un pericoloso criminale che parla troppo di infinito.
Un pericoloso criminale che parla troppo di infinito.

Dopo la caduta dell’URRSS i suoi compatrioti cambiano nuovamente idea, sebbene troppo tardi, tanto che alla fine del novecento si mormora che Florenskij sarebbe stato ordinato santo. Le voci vengono smentite; persino in ambito teologico le sue posizioni non sono abbastanza allineate e si sa che la santificazione è anche (se non soprattutto) una questione politica. Agli italiani in compenso Florenskij risulta simpatico; infatti è grazie a Elémire Zolla e Pietro Modesto che l’italiano è la prima lingua al mondo in cui viene tradotto. Recentemente inoltre, il suo capolavoro, La colonna e il fondamento della verità, è stato ripubblicato dalla casa editrice Mimesis, con una bella introduzione di Roberto Revello. Gli studi italiani in merito, insomma, eguagliano se non superano quelli dei conterranei.

Florenskij è un autore che come pochi altri desta stima e sospetto. Troppo filosofo per gli ecclesiastici e troppo religioso per gli scienziati, è un individuo che genera una sorta di “irritazione archivistica”, perché non si sa dove situarlo. La vera difficoltà che genera l’autore risiede però nel suo pensiero, che è difficile da introdurre quanto impossibile da riassumere.

Anzitutto si può dire che sbaglia chi lo immagina come un uomo dall’intelletto inquieto e instabile tra varie discipline. Florenskij non è un vero eclettico; che parli di infinito, matematica, idealismo, Platone, icone russe, marionette, del concetto di punto in geometria, cultura Egea, peccato o gelosia*, la sua ricerca non si allontana mai dalla meta, che è dio, (sebbene inteso in un senso più ampio di quello cui siamo abituati).

* (ha davvero parlato di tutto questo, e non ho neanche lontanamente letto la sua opera completa)

“Troppo filosofo per gli ecclesiastici e troppo religioso per gli scienziati, è il classico individuo che genera una sorta di “irritazione archivistica”, perché non si sa dove situarlo.”


È vero, Florenskij è un prete ed è ovvio che pensi a dio, ma è anche uno scienziato e un filosofo che si avvicina al trascendente – o meglio lo accerchia – con una moltitudine di strategie diverse. La sua figura, infatti, più che a un uomo di chiesa somiglia a un pensatore ossessionato dalla ricerca della verità, qualunque essa sia. In un passo da La colonna e il fondamento della verità, l’autore scrive (mia la sottolineatura):

Così nella preghiera: forzando me stesso per amore della Verità, ho stabilito con essa un rapporto personale, vivo (aggiungo malvolentieri la formula di rito: «sempre che la Verità esista»)

L’onesta intellettuale della postilla e l’ancor più onesta ammissione di averla inserita malvolentieri, testimoniano una ricerca che non si accontenta di consolanti illusioni, ma intende arrivare al fondo delle cose, qualunque esso sia e in qualunque modo questo sia possibile.

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Potrei osservarlo per ore.

Stupisce sempre meno che un tizio così cocciuto sia stato fucilato nei tumultuosi anni trenta, C'è inoltre una piccola (o grande) parte di spirito contemporaneo che tutti condividiamo che vorrebbe persino deriderlo un po’. «Povero Pavel», viene da dire, «Non c’è una verità assoluta su questa terra. Religione e positivismo non sono così diversi, inseguono la medesima illusione, la Verità, una parola che solo a scriverla ormai si vien presi per scemi.».
A volte, quando Florenskij ammicca alla superiorità della religione cristiana, un lettore laico (come me), in cui l’interesse per le religioni si affianca al sospetto per le loro manifestazioni politiche, non può che infastidirsi. Ma non è difficile accorgersi che, quali che siano le sue conclusioni, Florenskij non è affatto un pensatore démodé, anzi. Molto prima del tempo tocca e supera le contraddizioni che hanno portato la modernità ad accelerazioni e arresti. Cito a titolo di esempio un brano in cui l’autore affronta dei paradigmi che, a ben vedere, sono validi ancora oggi.

[…] Questi sono i tre aspetti dell’intuizione auto-evidente. Tutti e tre questi dati immediati – sensibile-empirico, trascendentale-razionalistico e mistico-subcosciente – hanno un’insufficienza comune: la loro nuda datità e la loro ingiustificatezza. […] Alla domanda: «Dov’è il fondamento del nostro giudizio di percezione?», tutti questi criteri risponderebbero: «Nel fatto che la sensazione, la contemplazione intellettuale e la percezione mistica sono proprio questa sensazione, contemplazione, percezione». Ma perché questo e perché questo e non qualcos’altro? Qual è la ragione dell’autoidentità del dato immediato? «Nel fatto – essi rispondono – che ogni dato è se stesso: ogni A è A.

La domanda che si pone Florenskji, «Perché questo e non qualcos’altro?», è così complessa che in pochi hanno il coraggio di affrontarla. È quel genere di questione che si accantona un po' schifati, perché, per il grande pubblico, nel gustare le prelibatezze tecnologiche della scienza le questioni metafisiche sono come le lische di un pesce, nient’altro che fastidiosi scarti. Florenskij però, che non la pensa affatto così, sviluppa da questi presupposti una sorprendente critica al concetto di identità, che sfocia in una teoria del carattere antinomico della verità. Lo fa in vari passaggi, che potrebbero annoiare chi non è incuriosito dalla logica filosofica. Ne inserisco solo un assaggio scritto piccolo, che solo i più coraggiosi leggeranno.

Ogni A, escludendo tutti gli altri elementi, viene escluso da tutti questi, perché se ognuno di essi per A è soltanto non-A, anche A rispetto a non-A è soltanto non-A. Dal punto di vista della legge dell’identità, tutto l’essere, mentre desidera affermare se stesso, in realtà si annienta, perché si riduce a un ammasso di elementi ciascuno dei quali è un centro di negazione e soltanto di negazione, in un modo tale che tutto l’essere è continua negazione, un grande «no». La legge dell’identità è uno spirito di morte, di vuoto, di annientamento.

“La domanda che si pone Florenskij, «Perché questo e non qualcos’altro?», è così complessa che in pochi hanno il coraggio di affrontarla.”


(Tra parentesi, una buffa caratteristica di Florenskij è che portando avanti la sua ricerca con vari metodi, passa dall’arte alla logica, dalla matematica alla poesia, dalla filologia alla religione con una velocità spiazzante. Chi non ha la fortuna di condividere tutte le sue passioni può talvolta perdersi, ma grazie a questo metodo in molti possono trovare la propria strada nel suo pensiero. Basta saltare qualche pagina se necessario)

la_colonna_e_il__50a8f5cf68044Scienza e religione, razionalità e irrazionalità, pensiero e sentimento, cuore o cervello, maschile e femminile… sono opposizioni analoghe, in cui si oscilla nervosamente, nella vita come nella storia, in base a gusti, bisogni e contingenze. Lo stesso Florenskij ha vissuto sulla propria pelle i solchi di questo pendolo e se non lo avessero fucilato avrebbe visto nuove variazioni (e forse lo avrebbero fucilato lo stesso).

Il sacerdote coglie molto bene i conflitti di un momento storico in cui la scienza celebra contemporaneamente glorie e tragedie, e scrive: «Migliaia di mistici di tutti i tempi hanno bussato con forze decuplicate alle finestre e alle porte del palazzo della scienza, e se non li lasceranno entrare con le buone, essi entreranno con le cattive, sfondando porte preziose sul loro cammino.».
La frustrazione di Florenskij, che ama (e da buon amante critica) sia le strade della mistica che quelle della scienza, lo porta al desiderio di sfondare porte che non gli vengono aperte. Per certi versi è una rabbia analoga a quella di Galileo, quando scrive a Cristina di Lorena: «[…] nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalla autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie: perché, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio […]»


«Migliaia di mistici di tutti i tempi hanno bussato con forze decuplicate alle finestre e alle porte del palazzo della scienza, e se non li lasceranno entrare con le buone, essi entreranno con le cattive, sfondando porte preziose sul loro cammino.».


Se l’irriducibilità dei linguaggi è irrisolvibile dunque, quale lingua si deve parlare, a chi si deve dar ascolto?


«Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce», scrive Pascal (parlando di fede, non è il diario di un quattordicenne) ma anche, direi, «La ragione ha le sue ragioni che il cuore non conosce»


È un dilemma cui nessuna disciplina è esente, tanto da essere una disciplina esso stesso, l’epistemologia. Non solo, in molti ambiti è il linguaggio stesso a definire i propri limiti. Ci sono cose che non si può dire con la matematica che la psicologia esprime correttamente, dove la psicologia fallisce può funzionare il mito, quando la mitologia è manchevole ritorna la matematica… «Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce», scrive Pascal (parlando di fede, non è il diario di un quattordicenne) ma anche, direi, «La ragione ha le sue ragioni che il cuore non conosce». Una desueta Verità maiuscola, che attraversa in perfetto accordo ogni organo conoscitivo, cuore, cervello, fegato, pancia… è una preda sfuggevole. Per catturarla non basta un balzo in avanti, si deve accerchiare, saltellando da un linguaggio all’altro, un po’ come Florenskij, la cui risposta alla contraddittorietà dei sistemi linguistici è, in effetti, semplice quanto dura da mandar giù: la verità è antinomia.

Il mondo è tragicamente magnifico nel suo frazionamento; la sua armonia sta nella disarmonia, la sua unità nella disunione. Questa è la dottrina paradossale di Eraclito, che in seguito fu sviluppata paradossalmente da Nietzsche nella teoria del!’«ottimismo tragico». Il tono fondamentale dei suoi stati d’animo, il loro succo e fiore viene definito in maniera perfettissima da un frammento che contiene una sola parola: ΑΓΧΙΒΑΣΙΗ (CONTRADDIZIONE).

Pavel passeggia con l'amico Bulgakov, in un quadro di Mikhail Nesterov
mentre passeggia con l'amico Bulgakov, in un quadro di Mikhail Nesterov

Ci si può chiedere se in questo modo non si cada nel trabocchetto dell’«hanno tutti ragione», a meno che non ci si affidi a una qualche sacra scrittura. In un certo senso sì; ha ragione chi indossa il burka e chi le minigonne, chi spara e chi viene colpito, chi ama e chi odia. Nel loro piccolo mondo hanno tutti ragione, e non solo, hanno tutti ragione anche nell’infinito. Ma non nel limitato e sterminato mondo dove abitiamo, dove la verità dipende dalla lingua in cui ci troviamo, è una questione di accordo. Insomma, “basta capirsi”, come si dice talvolta per concludere (o fuggire) una discussione. I problemi nascono quando si è troppo attaccati alla propria identità, a sua volta legata al sistema in cui si è posti. Florenskij direbbe che:

Il peccato consiste nel non volere uscire dalla condizione dell’autoidentità, dall’identità «Io = Io». L’affermazione di se stesso che non si mette in rapporto con l’altro, cioè con Dio e con tutto il creato, l’insistenza nel non uscire da se stessi è il peccato radicale, ossia la radice di tutti i peccati.


“Una desueta Verità maiuscola, che attraversa in perfetto accordo ogni organo conoscitivo, cuore, cervello, fegato, pancia… è una preda sfuggevole. Per catturarla non basta un balzo in avanti, si deve accerchiare, saltellando da un linguaggio all’altro, un po’ come Florenskij, la cui risposta alla contraddittorietà dei sistemi linguistici è, in effetti, semplice quanto dura da mandar giù: la verità è antinomia.”


Non è una soluzione, ma conoscere la lingua con cui ci parliamo è certamente un ottimo presupposto per comprendersi. Vale la pena citare le conclusioni di Florenskij, dove evidenzio in corsivo la frase più pertinente al discorso.

Come è possibile la ragione? Abbiamo risposto: «La ragione non è possibile in se stessa, ma attraverso l’oggetto del suo pensare e solo quando abbia per oggetto di pensiero un oggetto nel quale le due leggi reciprocamente contraddittorie della sua attività, cioè le leggi dell’identità e della ragion sufficiente, coincidano. In altre parole, è possibile soltanto in un pensiero nel quale ambedue i fondamenti del raziocinio, cioè i principi del finito e dell’infinito, diventino effettivamente uno solo». O ancora: «La ragione è possibile quando, per la natura del suo oggetto, l’autoidentità del raziocinio sia anche la sua alterità, e viceversa quando la sua alterità sia anche la sua autoidentità». Ancora: «La ragione è possibile quando la finitezza che essa pensa sia infinita e viceversa». Infine: «La ragione è possibile se le è data l’assoluta infinitezza attuale».

Ben vengano dunque i pensatori come Pavel Florenskij, strambi metafisici in grado di raccordare i sistemi di conoscenza, sebbene a modo loro; in un contesto ricco di informazioni come quello in cui si vive, sono figure necessarie come dei bravi giornalisti a una rassegna stampa.

Una leggenda sulla morte del sacerdote russo, poco credibile ma significativa, racconta che Pavel, immerso nei suoi pensieri, oltrepassa il limite invalicabile della recinzione del lager sovietico e viene fucilato all'istante da una guardia. Una distrazione fatale – ma è necessario essere un po’ fuori dal mondo, per poterlo osservare.

di Francesco D'Isa