La nascita della preistoria ha incrinato certezze religiose, filosofiche e scientifiche: rivelando un passato senza esseri umani e un futuro in cui potremmo scomparire
In copertina “solo” di tancredi parmigiani, oggi all’asta da casa d’aste pananti.
Ci sono figli e figliastri anche tra le rivoluzioni scientifiche. L’elenco scolastico include la rivoluzione copernicana, relatività e meccanica quantistica, la teoria dell’evoluzione di Darwin, qualche volta la deriva dei continenti. Quella che manca all’appello, eppure, fu più fondamentale per l’immagine che ciascuno di noi ha del mondo. Forse perché non possiede l’eleganza astratta della fisica, né la fertile immagine dell’albero della vita: è una rivoluzione cimiteriale, costruita su una montagna di ossa. È la scoperta della preistoria. Che non fu una singola scoperta, in verità, ma una cascata di rivelazioni, ciascuna delle quali ha demolito un pilastro della visione che l’umanità, e in particolare l’Occidente, aveva di sé e del proprio posto nel cosmo.
Di questa rivoluzione che racconta, con leggerezza e garbo, Edward Dolnick in “A cena con il dinosauro” (Aboca Edizioni, 2026). È un testo di chiarezza divulgativa assai accessibile, ma spicca all’interno dell’offerta scarna su questo tema (una recente eccezione è stato il nostrano “Ossa di pietra, lingue di drago” di Diego Sala per Codice Edizioni) perché, prima ancora del cambio scientifico di paradigma, mette l’accento su quale granata sia stata la scoperta della preistoria a livello filosofico e culturale.
Dolnick racconta che quanto è accaduto quando Mary Anning scoprì un ittiosauro a Lyme Regis, o quando William Buckland descrisse il Megalosaurus, è paragonabile per impatto culturale a ciò che oggi sarebbe scoperta degli extraterrestri. Con una differenza cruciale: noi gli alieni ce li aspettiamo; loro non si aspettavano nulla. Robinson Crusoe trova sulla sabbia l’impronta di Venerdì e scopre, con un brivido, di non essere solo; l’umanità del XIX secolo scopre nelle rocce infinite impronte che lo faranno sentire molto più solo.
Ogni osso che veniva scavato fuori dalla terra ci dragava man mano a guardare in faccia l’abisso del tempo profondo della Terra. Fino a quel momento l’Universo non poteva avere che poche migliaia di anni, tutti uguali: ora invece si srotola un pozzo di epoche ciascuna completamente diversa dalla successiva, di inconcepibili Inghilterre tropicali: una sequenza di mondi, abitati da mostri inimmaginati che oggi non esistono più. Come era possibile? Da secoli era opinione pressoché unanime (con qualche sporadica eccezione, come Robert Hooke) che le specie fossero eterne. Ammettere che una specie scomparisse per cause naturali equivaleva infatti a suggerire che Dio, in qualche modo, si fosse sbagliato. Perfino quando alcuni autori, come Edmund Halley, Bernard de Fontenelle o John Ray ipotizzarono eventi catastrofici capaci di portare alla fine dell’umanità o delle altre specie, essi postularono immediatamente che queste sarebbero poi state ricreate altrove- L’idea di un Dio che prende il bianchetto e cancella per sempre le sue proprie invenzioni, più che blasfema era priva di senso. E viceversa: perché devono nascere nuove specie, diverse da quelle precedenti? Perché ripopolare il mondo con qualcosa che non c’era prima? E perché queste nuove specie condividono il progetto di fondo di quelle precedenti – ossa, conchiglie – eppure sono diverse? La teoria dell’evoluzione di Darwin avrebbe dato finalmente risposte: ma è stata solo il punto finale di questa traversata nel deserto che ha rivoluzionato la nostra visione della Terra.
Tra queste creature del passato non c’eravamo noi. Sembra un dettaglio banale o contingente, e invece, spiega Dolnick, è la scintilla di una rivoluzione metafisica. La cosmogonia del primo XIX secolo è quella di un Universo steso come un tappeto rosso sotto i nostri piedi, per servire la specie umana. Dio ci ha dato un banchetto da assaporare, risorse da cogliere, e ogni bellezza non è che un dono per beare i nostri sensi, monumento di un Creatore magnanimo e magnificente: “Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra. Avranno timore e spavento di voi tutti gli animali della terra e tutti gli uccelli del cielo. Essi sono dati in vostro potere con tutto ciò che striscia sulla terra e con tutti i pesci del mare”. L’Occidente dell’epoca, specie nell’Inghilterra che era al centro di questa rivoluzione (insieme con Cuvier al di là della Manica) ascoltava forte e chiaro il messaggio di quella divinità. Se c’erano terre, piante, animali, popoli al di là dell’Europa esse andavano consumate, rivendute, riportate all’ordine della civiltà; in una parola, colonizzate. Ma nel momento in cui scoprirono un passato senza occhi umani, la domanda sorse spontanea e tremenda: “E com’era possibile che, nel corso di quelle lunghe stagioni, le creature si fossero divorate l’un l’altra o si fossero rintanate nell’ombra, e che tutti quei drammi si fossero svolti senza che l’uomo potesse assistervi? Non aveva alcun senso. Chi mai avrebbe messo in scena uno spettacolo in un teatro vuoto?”, nelle parole di Dolnick. Eredi di una cosmologia in cui Dio aveva creato l’universo a beneficio dell’uomo, l’idea di un universo in cui non esistiamo era semplicemente priva di significato. E invece il significato non ce l’abbiamo noi. Copernico ci ha insegnato che non siamo al centro dell’Universo. Mary Anning, Georges Cuvier, William Buckland, prima ancora di Darwin, ci hanno insegnato che non ne siamo nemmeno lo scopo.
Come un volto che si disfa e rivela un teschio che ci fissa negli occhi, così sorge la più terribile delle rivelazioni: “Anche noi – noi che dopotutto eravamo il fulcro della creazione – avremmo potuto sparire all’improvviso, svanire in un istante come bolle di sapone?”, scrive Dolnick. Ogni osso di una creatura estinta è, nei fatti, un memento mori: la conferma della mortalità delle specie. Inclusa la nostra specie. Come cantavano i Nomadi, noi non ci saremo. Dolnick cita quasi di passaggio questo punto, eppure è cruciale. Non siamo in fondo al tunnel del tempo profondo; ne siamo al centro: così come il passato, c’è altrettanto futuro insondabile e immenso, davanti a noi (non solo in senso metaforico: ci troviamo grossomodo a metà del tempo di vita previsto della Terra). Le luci della ribalta sono accese per il tempo di una sera; noi siamo delle comparse che vi sostano per pochi attimi. Non a caso le prime descrizioni di un’estinzione umana appaiono all’inizio del XIX secolo: Le Dernier Homme di Jean Baptiste Cousin de Grainville nel 1805, Darkness di Lord Byron nel 1816, The Last Man di Mary Shelley nel 1825.
Ma è nel secolo scorso che sono comparsi gli scenari più concreti, quelli dove ci distruggiamo con le nostre mani, come l’inferno della guerra atomica, che pende ancora sulle nostre teste; o i timori dell’Antropocene, sia quando tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso abbiamo scoperto che, 66 milioni di anni fa, il mondo è stato davvero distrutto in un attimo dall’impatto di un asteroide.
Si può argomentare che, se scoprire la propria mortalità è ciò che crea la condizione umana, scoprire che la propria specie è mortale è uno dei passaggi per rendere adulta l’umanità. Paolo Vineis e Luca Savarino, in Come sopravvivere alla crisi ambientale (Raffaello Cortina, 2026) scrivono: “L’Antropocene è l’epoca in cui l’essere umano guadagna potenza ma perde controllo”. Come adolescenti, non pensiamo con lucidità alle conseguenze; abbiamo il potere per farci del male e poca capacità di gestirlo. Se la geologia ci ha insegnato che il mondo esiste a prescindere dall’umanità, allora non è una cornucopia: depredarlo senza ritegno può avere, e avrà conseguenze. E se non siamo i figli prediletti di un Dio-Padre benevolo che verrà a salvarci qualsiasi sia il nostro capriccio, potremmo dover pagare queste conseguenze. La storia della geologia, la scoperta della preistoria è la rivelazione di questa responsabilità, prima ancora di ogni concreta preoccupazione ecologica. Diventare adulti significa acquisire controllo su sé stessi, sui propri comportamenti. Creature che non potevano averlo, incolpevoli, sono perite. Noi possiamo decidere se diventare a breve l’ennesimo strato di ossa che sbuca da una scogliera o allontanare con intelligenza, per quanto possibile, la condanna del tempo.
Massimo Sandal (1981) è uno scrittore e giornalista scientifico. Ha conseguito un dottorato in Biofisica sperimentale a Bologna e uno in Biologia computazionale ad Aquisgrana, dove vive tuttora. Collabora con varie testate, tra le quali Le Scienze e Wired.




suggerisco di affiancare la lettura, a un livello (ritengo) meno divulgativo di Dolnick, anche di Stefanos Geroulanos, “The Invention of Prehistory” (Liveright 2024)