Quando Mallarmé scriveva tutte le rubriche di una rivista di moda


Il celebre poeta Stéphane Mallarmé nel 1874 aveva trentadue anni e non sapeva di aver già scritto quello che molto presto sarebbe stato definito il più grande poema della letteratura francese. Come molti scrittori, quindi, anche lui si arrabattava fra tanti lavoretti, per mantenere se stesso e la famiglia insegnava inglese; ma visto che d’estate i licei sono chiusi riuscì in uno stratagemma geniale.


In copertina: Le Chemin de fer, di Édouard Manet

di Ilaria Gaspari

Anche gli artisti, a quanto pare, hanno bisogno di mangiare, vestire e calzarsi, in certi casi addirittura provvedere al sostentamento di qualche marmocchio. Ma, in assenza di mecenati e munifici donatori, procurarsi le derrate indispensabili alla sopravvivenza è piuttosto complicato, anche per gli artisti più geniali e più audaci – anzi, forse soprattutto per loro, quelli che vogliono fare di testa propria. Ecco perché, fra le pieghe delle biografie di molti grandi artisti si nascondono spesso pagine bizzarre, qualche volta esilaranti: quelle che raccontano i lavori e lavoretti più incongrui in cui si son trovati ad arrabattarsi. Per esempio, se vi chiedessero di chi è la frase: La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres, forse non avreste molte difficoltà a rispondere, fra reminiscenze di letteratura francese e magari un piccolo aiuto dalla grande memoria collettiva della rete: d’altra parte, è uno dei versi più famosi di Mallarmé. Ma se invece vi chiedessi chi ha scritto che “un libro noioso si chiude subito, e si lascia lo sguardo errare in una nube di impressioni che a piacere libera, come gli antichi dèi, l’individuo moderno, per interporla tra avventure banali e se stesso”? Potrei aiutarvi dicendo che questa seconda frase è apparsa su un giornale di moda nel settembre del 1874; e che il giornale si chiamava La Dernière Mode. Se vi state domandando che senso abbia perder tempo a tirare a rintracciare gli autori di frivolezze dimenticate da un secolo e mezzo, sappiate che non ve l’avrei mai chiesto se non fosse che, scoprendo la risposta, sono rimasta sconcertata anch’io.

La rivista La Dernière Mode

Nell’estate del 1874 Stéphane Mallarmé aveva trentadue anni e due bambini, e non sapeva di aver già scritto quello che un giorno nemmeno troppo lontano Paul Valéry – nientepopodimeno – avrebbe definito il più grande poema della letteratura francese. Non lo poteva sapere, anche perché L’après-midi d’un faune aveva incontrato da poco il rifiuto dell’editore della rivista “Le Parnasse contemporain”. E ci sarebbero voluti ancora due anni prima che fosse pubblicato da Alphonse Derenne, illustrato da un altro artista poco più vecchio, che in quei periodo scontava pure lui una grossa delusione. Nel suo caso, a ferirlo era stata la freddezza dei critici del Salon: i quali non capivano assolutamente che senso avesse intitolare un quadro Le chemin de fer (La ferrovia) e poi, anziché ritrarre in pompa magna una stazione nuova di zecca o quantomeno una bella locomotiva scattante, mettere in primo piano una mamma giovane, seduta con un libro aperto e un cagnetto addormentato in grembo mentre la sua bambina, con il vestitino elegante e un fiocco azzurro, come fanno i bambini guarda i treni che gli adulti non han voglia di guardare. Due anni dopo, Édouard Manet avrebbe realizzato le incisioni per il poemetto dell’amico, che all’inizio degli anni Novanta sarebbe stato musicato da Debussy. Ma questo, nel ’74, nessuno poteva saperlo. Come a molti scrittori, anche a Mallarmé toccava anzi scontrarsi con il problema sempre urgente delle “derrate letterarie”, le condizioni materiali della produzione intellettuale. Come molti scrittori, dunque, anche lui si arrabattava fra pubblicazioni e lavori alimentari, come dicono i francesi. Per mantenere se stesso e la famiglia insegnava inglese; ma, d’estate, i licei sono chiusi.

La rivista La Dernière Mode

Nel settembre del 1874 la guerra tra Francia e Prussia si era conclusa da poco più di tre anni, lasciandosi dietro troppi morti e la repressione durissima in cui fu spenta la Comune. Nel giro di una manciata di mesi e sconfitte, il Secondo Impero si era dissolto e la Francia era di nuovo repubblicana: era stata una guerra strana, vecchia e nuova insieme, sconvolgente.

Ma anche all’indomani di una guerra, persino di una guerra destinata a occupare molte pagine nei libri di storia e ad essere ricordata per aver ispirato i racconti amari e bellissimi di Maupassant, le signore eleganti devono pur continuare a vestirsi. Anzi: in quegli anni di industrializzazione galoppante e di grandi magazzini che spuntavano come funghi, si faceva sempre più potente, più codificata e idiosincratica la seduzione della moda, d’improvviso accessibile a un pubblico infinitamente più vasto di quello che fino a poco prima aveva avuto il privilegio di poter vestire bene. Fu quindi una gradita sorpresa, per queste nuove signore chic, la rivista bisettimanale che, a partire dai primi di settembre del 1874, ogni prima e terza domenica del mese prometteva di deliziarle con minuziose istruzioni per essere sempre squisitamente eleganti. La rivista si chiamava La Dernière Mode (L’ultima moda), ed era quello che oggi sarebbe un giornale di lifestyle.

Ogni numero offriva, oltre ai programmi dei teatri parigini, alle ricette selezionate da un raffinatissimo chef, alle notizie di esposizioni e mostre varie, consigli di lettura e liste aggiornate delle destinazioni più chic per i viaggi in treno, che ancora erano quasi una novità; c’erano poi novelle e versi di autori dell’epoca (gente come Catulle Mendès, Alphonse Daudet, Émile Zola e lo stesso Mallarmé); un servizio di corrispondenza con le abbonate che, dopo che ad agosto fu annunciata la nascita della rivista con un estratto del primo numero, iniziarono a scrivere alla redazione. E poi, una litografia ad acquerello, opera di Edmond Morin, qualche incisione di un altro discreto artista, Pecqueux, e un cartamodello di velina azzurra a grandezza naturale da consegnare a sarte di fiducia perché realizzassero un “abito per i primi giorni d’autunno blu marin e turchese, con merletto nero perlé”, o un “abito da visita in velluto nero a volant in velluto nero con sbieco in raso carminio”, oppure uno “da ballo, con prima gonna in poult-de-soie rosa con tre risvolti in raso e grembiule in tulle-illusion a grandi sbuffi, e sciarpa finemente pieghettata che prende alla vita, su un lato, e che raggiunge i risvolti del lato opposto, dove si rovescia per ricadere sullo strascico”.

Nel primo numero, le lettrici eleganti che per 26 franchi potevano abbonarsi a un intero anno di pubblicazioni (non sapendo che la rivista non sarebbe sopravvissuta tanto a lungo), trovarono un editoriale firmato da una signora dal nome vagamente nobiliare, Marguerite de Ponty, tutto dedicato ai gioielli, che iniziava così: “È troppo tardi per parlare di moda d’estate e troppo presto per parlare di quella d’inverno (o perfino d’autunno)… Oggi, non avendo i dati necessari per suggerire un nuovo abito, vogliamo intrattenere le lettrici su quanto lo renderà perfetto: e cioè i gioielli. […] Non vi è forse nei gioielli qualche cosa di eterno per cui vale la pena occuparsene in un giornale di moda, mentre si è in attesa dei modelli da luglio a settembre? Andiamo alla ricerca del gioiello, isolato, per se stesso.” Madame de Ponty poi, saltando di metafora in metafora, dalle rose ai tulipani ai garofani, schiudeva lungo le colonne del giornale la sua teoria del gioiello per il gioiello: niente di particolarmente stravagante, se pensiamo che in quegli anni la poesia francese era tutto un affollarsi di cesellature finissime, di smalti e cammei e motti sibillini: ars gratia artis – l’arte per l’arte, era proprio il programma dei poeti parnassiani.

A qualche titolo di distanza, dopo la cronaca di Parigi – in cui, secondo il giornale, il lasso di un mese “è più vago e indefinito della stessa eternità” – troviamo uno chef che apparecchia il perfetto menù per “un pranzo sulla riva del mare”, con piramidi di ostriche, canapé di acciughe, filetti di sogliole, gelati, vini bianchi, mandorle fresche. E sotto i consigli dello chef, ci sono quelli di un giardiniere che si firma con il nome di un bel parco di Parigi (Parc Monceau), e spiega come, se la canicola ha disseccato le aiuole, sia possibile sfruttare le stesse “manchevolezze della stagione” per creare giardini aridi e delicati, che mostrino un’armonica, polverosa “spossatezza”.

Nei numeri successivi altri articoli, altrettanto sospesi fra gioco di parole e diktat dell’etichetta, svelano e nascondono la filigrana appena surreale dello scrivere di moda – “la farfalla, un emblema? No: una parure”. Si succedono descrizioni di abiti e liste di regole da seguire nel ricevere ospiti a cena; descrizioni di corsetti aderentissimi e qualche occasionale dichiarazione di poetica di Madame de Ponty, che spiega come il ripetersi degli aggettivi accanto alle litografie rischi di suggerire un ripetersi delle mode, che invece si creano e rinascono giorno per giorno, e segnala la necessità di modulare con cura squisita e ponderata la scelta delle parole. L’inglese Miss Satin porta un tocco di cosmopolitismo, raccontando cosa sia la “vita fashionable” a Londra; lettrici ormai affezionate domandano consigli di ogni genere nella sezione “Corrispondenza con le abbonate”.

Quello che non sapevano, queste signore – compresa la signora L., di Tolosa, che nel numero del 4 ottobre chiede delucidazioni sulla rigorosa etichetta del lutto – è che non esisteva nessuna Madame de Ponty: a prescrivere a L. cachemire nero e crêpe nei primi sei mesi, poi seta nera per altri sei, e poi grigio o violetto per le sei settimane finali, era Stéphane Mallarmé in persona.

Perché Mallarmé era Marguerite de Ponty; era lo Chef de Bouche de Brébant, il giardiniere Parc Monceau, era Miss Satin e una folla di altri pseudonimi: praticamente, il giornale era tutto opera sua, ad eccezione delle litografie e degli acquerelli. Un’impresa titanica e surreale, un gioco indecifrabile e misterioso condotto tutto sotto mentite spoglie; in un’epoca in cui grandi scrittrici come George Sand o George Eliot  si procuravano, per farsi prendere sul serio, pseudonimi maschili, Mallarmé nel suo travestimento letterario si gode la libertà di lasciarsi sottovalutare, il lusso della frivolezza, il gusto di non contare nulla. Come un Achille rinchiuso nel gineceo per sfuggire alla coscrizione, con la voce di M.me de Ponty lui si prende gioco delle preoccupazioni e dei crucci degli uomini, esalta svaghi e distrazioni, e la bellezza di cercare solo bellezza; e intanto esplora, con precisione maniacale, i segreti tortuosi della femminilità del tempo. Orfano di madre all’età di cinque anni (che è l’età – sarà un caso? – di tutti i bambini che compaiono nella rivista, in litografie che illustrano i deliziosi completini che Marguerite de Ponty propone alle madri per vestirli), Mallarmé, sotto le mentite spoglie di una dolce signora sofisticata, disseziona il mestiere – non facile – di donna elegante nella Francia della Terza Repubblica. Come un Victor Frankenstein leziosetto, Mallarmé costruisce un feticcio di signora: non usa brani e brandelli di cadaveri sezionati, ma scampoli di sete, di mussole e di tulle.

Sarà stato anche un boulot alimentaire, ma l’impresa ingegnosa della Dernière Mode non dispiacque troppo al suo inventore. Anni dopo, in una lettera a Verlaine, l’avrebbe ricordata con grande tenerezza, come un diversivo dai fiaschi poetici dell’epoca: “Ho dovuto fare, in momenti di difficoltà, […] dei lavori onesti. A un certo momento in cui disperavo del dispotico libraccio che avevo abbandonato, ho tentato […] di redigere da solo toelette, gioielli, arredamento e persino teatri e gastronomia, un giornale, La Dernière Mode. Gli otto o dieci numeri usciti riescono ancora, quando li spolvero un po’, a farmi sognare a lungo.”

Purtroppo, anche se fu un’impresa eccezionale, ebbe vita breve – come le farfalle, che non sono emblemi ma parure. Mallarmé, come redattrice di moda, non riuscì a incontrare i favori del suo pubblico e La Dernière Mode, dopo soli otto numeri e un frustrato tentativo di salvataggio da parte di una vera signora, la baronessa de Lomaria, dovette soccombere alla concorrenza di riviste rivali: come L’Aquarelle Mode, che aveva più illustrazioni, e molti meno testi, di certo non firmati da nessuna M.me de Ponty.


Ilaria Gaspari, è nata a Milano e ha studiato filosofia a Pisa e a Parigi. Nel 2015 è uscito per Voland il suo primo romanzo, Etica dell’acquario. Nel 2018 ha pubblicato con Sonzogno un romanzo filosofico, Ragioni e sentimenti. L’amore preso con Filosofia. Vive a Roma, tiene corsi alla Scuola Holden e scrive di libri per l’infanzia.

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