Quel che si perde, quel che si guadagna: la penombra di Purgatorio XXIX

Il commento di oggi, per mano di Claudio Kulesko, è al canto ventinovesimo del Purgatorio. Questo articolo è parte del nostro progetto “CCC”, il Commento Collettivo alla Commedia, in cui tutti e cento i canti dell’opera dantesca vengono ripresi da altrettante firme contemporanee.


IN COPERTINA un’opera di William Blake

di Claudio Kulesko


Con il contributo di  


Perfezione della Lievità

Matelda tra distacco e abbandono.

Matelda canta. Canta “come donna innamorata”, ci dice Dante: «Beati coloro i cui peccati son stati coperti dal perdono» (Beati quorum tecta sunt peccata, Salmo XXXI). 

Ben al di là della similitudine, Matelda non può far altro che amare ‒ nella medesima misura in cui Dante non può non amarla a prima vista. Sebbene il poeta non lo dica, Matelda ama di un amore puro, retto e misurato, così come si addice a un essere celeste. Per dirlo in una parola, l’amore di Matelda, così come la sua stessa persona, ci appaiono “incontaminati”. 

La giovane donna, incontrata per la prima volta nel canto XXVIII, incarna difatti due differenti aspetti della sacralità cristiana, colta nella sua forma più elementare e innocente ‒ forma deprivata, se non dell’aura di mistero, quantomeno degli aspetti tremendi e stupefacenti tipici del sacro. 

Da un lato, ella riassume e sintetizza la “donna angelicata” degli stilnovisti: figura ineffabile, immacolata e, per certi versi, di soglia. Ponte o, meglio, radura illuminata, posta a metà strada tra l’amore “di” e “per” il divino, e l’amore sensuale tra esseri mortali:

Non era l’andar suo cosa mortale,

ma d’angelica forma […]

Petrarca, Canzoniere, “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi”

Dall’altro, ella incarna la condizione umana precedente alla cacciata dal Paradiso Terrestre, nel quale è ambientato il canto. 

La sua posizione ontologica, metafisica ed epistemica, è quella della più nuda sincerità o, ancora, della totale assenza di esperienza. Matelda ritrae un’umanità senza peccato, presentandosi come una figura limitrofa a quelle del “buon selvaggio” e del pastore d’Arcadia. 

Nondimeno, ella viene collocata da Dante in un’Arcadia senza fine: un Eden “eidetico”, avvolto da una fitta ed enigmatica penombra, nel quale il tempo, la morte e il male non hanno mai messo piede ‒ e nel quale ogni specie animale e vegetale convive pacificamente.

È esattamente in virtù di tale duplice valenza che Matelda, creatura liminale ma scevra di ogni parvenza di ambiguità, può somministrare alle anime le acque del Lete e dell’Eunoé ‒ i due fiumi dell’Eden, l’uno capace di far dimenticare ogni colpa maturata in vita, l’altro in grado di far ricordare ogni atto di bene compiuto. 

Per le medesime ragioni, nel canto precedente, Matelda suscita l’immediata passione di Dante, essendo situata a metà strada tra l’amore per la Beatrice vivente e l’amore per Beatrice trasfigurata. Da una parte, l’amore fragile e mondano, inficiato dall’incomprensione, dalla morte e dal dolore:

[…] E spesso avvenia che per lo lungo continuare del pianto, dintorno loro [gli occhi] si facea uno colore purpureo […]

Dante, Vita Nova, XXXIX

Dall’altro, una possente figura cristologica, simbolo dell’ordo amoris e dell’unità divina della Chiesa, non più degna di semplice “amore”, ma oggetto di un più vasto Amore cosmico.

Matelda, a differenza delle due Beatrici, è lieve e spensierata come il luogo che la ospita. Quando, un attimo prima di udire i canti e avvistare i “sette alberi d’oro”, il bosco viene inondato dalla luce e dalla musica, Dante non può fare a meno di avvertire una fitta di rimorso ‒ una sorta di nostalgia per qualcosa che non ha mai vissuto, e che non può in alcun modo aver mai vissuto:

[…] Onde buon zelo

mi fé riprender l’ardimento d’Eva,

che là dove ubidia la terra e ’l cielo,

femmina, sola e pur testé formata,

non sofferse di star sotto alcun velo; 

sotto ’l qual se divota fosse stata,

avrei quelle ineffabili delizie

sentite prima e più lunga fïata. 

Dante, Purgatorio, XXIX, 23-30

In questo caso quel che si è perduto è del tutto commisurato a quel che si è guadagnato. Nel momento in cui trasgrediscono il divieto divino, di fatto, Adamo ed Eva barattano l’immortalità per l’esistenza mortale; l’innocenza per il peccato; la tribolazione per la gioia; la bellezza estetica per l’imperfezione.

L’unità della quale l’Eden risplende in quanto riflesso ‒ seppur di grado inferiore ‒ dell’unità paradisiaca e di quella divina, può ancora una volta essere equiparata alla “tabula rasa”, impiegando Matelda come personaggio concettuale. L’assenza di esperienza sarebbe quanto vi sia di più prossimo all’unità assoluta, il polo opposto alla frammentazione cronica della mente e dei saperi mortali, nonché alla costante accumulazione e rielaborazione.  

Fu un tedesco, contemporaneo di Dante, a sottolineare più di ogni altro filosofo medievale la rilevanza di tale idea per la teologia. Si tratta di Maestro Eckhart, predicatore renano e priore all’abbazia di Erfurt, accusato nel 1325 di eresia per aver affermato, nelle sue Tesi, che “Dio è Nulla”.

Per Eckhart, l’essere umano conosce il mondo e le creature per mezzo delle “immagini”. Per far ciò, tuttavia, esso impiega una serie di organi e facoltà (le “potenze”) capaci di rapportarsi unicamente a oggetti intermedi, come le qualità sensoriali e le rappresentazioni mentali.

Nel processo di costruzione della conoscenza, pertanto, il “fondo” o “nucleo” delle cose rimarrebbe costantemente intoccato. Nella predica “Dum medium silentium tenerent omnia” Eckhart dice:

Tutte le opere che l’anima compie, le compie per mezzo delle sue potenze: quel che conosce, lo conosce con l’intelletto; se si ricorda di qualcosa, lo fa con la memoria; se deve amare, lo fa con la volontà; e così tutto opera per mezzo delle potenze e con il suo essere. Tutto il suo operare all’esterno si appoggia sempre su qualche elemento intermedio […]

E ancora, più avanti: 

[…] Quando le potenze dell’anima entrano in contatto con la creatura, ne attingono e ne creano una immagine e somiglianza, e la attirano in sé. In questo modo esse conoscono la creatura […]

Ma quando l’uomo riceve in tal modo un’immagine, essa deve necessariamente esser giunta dall’esterno, attraverso i sensi. Per questo motivo niente è così ignoto all’anima come se stessa.

L’anima, dunque, non può conoscersi direttamente, per mezzo delle potenze. Si tratta, forse, di una delle più sottili e argute critiche alla teoria degli universali e all’umanesimo in generale. Non è sufficiente, ci dice il Maestro, astrarre, a partire dalle qualità sensibili, un’immagine generale delle cose e dell’essere umano, così da ottenere, per analogia, un’immagine vaga e imperfetta delle idee e di Dio. Avremmo ancora a che fare, in questo caso, con delle immagini. Il punto fondamentale, per Eckhart, è che le immagini non devono essere coltivate, né raffinate, ma abbandonate. 

Se l’essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, egli lo è stato in virtù di tre potenze fondamentali: l’intelletto, l’attività pura e incessante dello spirito; l’amore, la capacità di essere costantemente in relazione; e la volontà di perseguire il Bene, ossia l’unità perfetta e assoluta di amore e intelletto.

Queste tre facoltà, tuttavia, non sono, per Eckhart, che allusioni a qualcosa di ancor più fondamentale; nulla più che strumenti, da lasciarsi alle spalle al pari della proverbiale scala.

Intelletto, amore e volontà vengono infatti emanati dall’anima, e direzionati verso l’esterno. In tal modo, essi entrano in contatto con il fuori, ne rimangono invischiati, cadendo così preda dell’illusione del libero arbitrio. 

Ma nel luogo dal quale esse provengono non vi è alcunché, non vi sono né forme né immagini ‒ allo stesso modo in cui la vista non è nell’occhio, pur emergendo da esso. Né la volontà, in tal luogo, è libera di desiderare alcunché, se non l’anima delle cose ‒ ciò che per essa è costitutivamente irraggiungibile. 

Dice il Maestro nel corso della medesima predica:

Questo fondo è infatti, per sua natura, accessibile soltanto alla essenza divina, senza mediazione, e a niente altro. Dio entra qui nell’anima con la sua interezza, non con una parte; Dio entra qui nel fondo dell’anima. Nessuno tocca il fondo dell’anima, se non Dio solo. La creatura non può entrare nel fondo dell’anima; essa deve rimanere fuori, nelle potenze

Per Eckhart, ogni cosa ‒ financo gli animali, le piante e le rocce ‒ possiederebbe un’anima o, meglio, parteciperebbe, nel fondo della propria anima, alla natura divina. È a tale essenza che le potenze bramano giungere, e non vi è che un sentiero, unitario negli intenti ma triplice nella pratica. 

In primo luogo, l’ente deve coltivare il distacco, lasciando che le immagini lo attraversino, senza maturare alcun attaccamento. Si tratta di una prima forma di unità, radicata nella pura attività dell’intelletto ‒ perpetua, vuota e formale. Ciò giacché, nel suo fondo, Dio non corrisponde al mero rapporto tra Creato e Creatore, apparendo più come una sorta di “Nulla”, definibile, alternativamente, come quella cosa che non è in alcun modo definibile una cosa; oppure come un “ni-ente”, ossia ciò che non è un ente; o, ancora, come un semplice rapporto tra sé e se stesso. In breve, al di là del creato, Dio si fa per Eckhart “Divinità” (gottheit): un non essere di pura attività, fine a se stessa.

In secondo luogo, l’ente deve praticare l’abbandono, unendo la propria volontà a quella divina, accettando ogni cosa senza mai lamentarsi. Una sola Volontà primigenia, che non ha mai smesso di agire, se non nell’illusione prodotta dalla proliferazione delle immagini.

Infine, ciascuna delle due risoluzioni precedenti risulterebbe impossibile se l’anima non fosse direzionata verso il proprio nucleo profondo dall’amore: un amore disinteressato, non finalizzato all’ottenimento della sapienza, della felicità o della salvezza. 

In questo senso, il Paradiso Perduto del Canto XXIX può essere interpretato in guisa di tal fondo primigenio. Non a caso, l’Eden dantesco è limitrofo al Paradiso vero e proprio ‒ a tal punto che in esso si svolge la processione guidata da Beatrice. 

Da tale prospettiva, Matelda si rivela in piena luce come l’anima liberata dalle immagini e colta nella sua purezza primordiale. Soave e leggera, del tutto priva di legami. 

Ancora una volta, la simbologia teologale ci viene incontro, costruendo un ponte tra l’uccello ‒ rondine o colomba, in virtù della loro leggerezza ‒ e la fanciulla, in quanto allegorie dell’anima. Eckhart stesso, al pari degli altri e delle altre mistic* renan*, parlò dell’anima come di una fanciulla in attesa di sposalizio, dalla quale, nell’unione spirituale con il Padre, nascerà un giorno il Figlio ‒ ossia la realizzazione della natura divina di tutte le cose mortali, a immagine di Cristo. 

In ultimo canto, la levitas di Matelda si lega a doppio filo al suo ruolo nell’economia dell’Aldilà: a lei spetta il dovere di far dimenticare e, al tempo stesso, di far ricordare, consentendo così alle anime di accedere al Paradiso. 

Offrendo l’acqua del Lete, Matelda offre il distacco da tutti i peccati, ossia da tutte quelle immagini capaci di distogliere l’amore dai proprio oggetti fondamentali: il Bene, l’Unità e Dio. 

Offrendo l’acqua dell’Euonè, d’altro canto, ella offre il ricordo di tutto quel che è andato perduto in seguito al peccato originale, ossia dopo la perdita dell’Unità divina, dopo la proliferazione delle immagini e la formazione delle rappresentazioni. Purgandosi del male, l’anima ottiene il dono della reminiscenza ‒ ciò che Platone, principale riferimento di Eckhart, definisce come “traccia spirituale” del mondo eidetico all’interno delle facoltà e dell’anima stessa.

Sovraccaricata e sovrinterpretata fino al punto di collasso, Matelda si tramuta in un sigillo, nel medesimo istante personaggio concettuale e figura iniziatica, capace di guidare il cercatore attraverso la penombra del bosco, in direzione della luce e del canto ineffabili.


Il canto, integrale

Canto XXIX, dove si tratta sì come l’auttore contristato si conduole d’Eva e come vide li sette doni del Santo Spirito e Cristo e la celestiale corte in forma di certe figure.

 Cantando come donna innamorata,
continüò col fin di sue parole:
’Beati quorum tecta sunt peccata!’.

E come ninfe che si givan sole
per le salvatiche ombre, disïando
qual di veder, qual di fuggir lo sole,

allor si mosse contra ’l fiume, andando
su per la riva; e io pari di lei,
picciol passo con picciol seguitando.

Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,
quando le ripe igualmente dier volta,
per modo ch’a levante mi rendei.

Né ancor fu così nostra via molta,
quando la donna tutta a me si torse,
dicendo: “Frate mio, guarda e ascolta”.

Ed ecco un lustro sùbito trascorse
da tutte parti per la gran foresta,
tal che di balenar mi mise in forse.

Ma perché ’l balenar, come vien, resta,
e quel, durando, più e più splendeva,
nel mio pensier dicea: ’Che cosa è questa?’.

E una melodia dolce correva
per l’aere luminoso; onde buon zelo
mi fé riprender l’ardimento d’Eva,

che là dove ubidia la terra e ’l cielo,
femmina, sola e pur testé formata,
non sofferse di star sotto alcun velo;

sotto ’l qual se divota fosse stata,
avrei quelle ineffabili delizie
sentite prima e più lunga fïata.

Mentr’io m’andava tra tante primizie
de l’etterno piacer tutto sospeso,
e disïoso ancora a più letizie,

dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
e ’l dolce suon per canti era già inteso.

O sacrosante Vergini, se fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.

Or convien che Elicona per me versi,
e Uranìe m’aiuti col suo coro
forti cose a pensar mettere in versi.

Poco più oltre, sette alberi d’oro
falsava nel parere il lungo tratto
del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;

ma quand’i’ fui sì presso di lor fatto,
che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
non perdea per distanza alcun suo atto,

la virtù ch’a ragion discorso ammanna,
sì com’elli eran candelabri apprese,
e ne le voci del cantare ’Osanna’.

Di sopra fiammeggiava il bello arnese
più chiaro assai che luna per sereno
di mezza notte nel suo mezzo mese.

Io mi rivolsi d’ammirazion pieno
al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
con vista carca di stupor non meno.

Indi rendei l’aspetto a l’alte cose
che si movieno incontr’a noi sì tardi,
che foran vinte da novelle spose.

La donna mi sgridò: “Perché pur ardi
sì ne l’affetto de le vive luci,
e ciò che vien di retro a lor non guardi?”.

Genti vid’io allor, come a lor duci,
venire appresso, vestite di bianco;
e tal candor di qua già mai non fuci.

L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,
e rendea me la mia sinistra costa,
s’io riguardava in lei, come specchio anco.

Quand’io da la mia riva ebbi tal posta,
che solo il fiume mi facea distante,
per veder meglio ai passi diedi sosta,

e vidi le fiammelle andar davante,
lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
e di tratti pennelli avean sembiante;

sì che lì sopra rimanea distinto
di sette liste, tutte in quei colori
onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.

Questi ostendali in dietro eran maggiori
che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
diece passi distavan quei di fori.

Sotto così bel ciel com’io diviso,
ventiquattro seniori, a due a due,
coronati venien di fiordaliso.

Tutti cantavan: “Benedicta tue
ne le figlie d’Adamo, e benedette
sieno in etterno le bellezze tue!”.

Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette
a rimpetto di me da l’altra sponda
libere fuor da quelle genti elette,

sì come luce luce in ciel seconda,
vennero appresso lor quattro animali,
coronati ciascun di verde fronda.

Ognuno era pennuto di sei ali;
le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
se fosser vivi, sarebber cotali.

A descriver lor forme più non spargo
rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
tanto ch’a questa non posso esser largo;

ma leggi Ezechïel, che li dipigne
come li vide da la fredda parte
venir con vento e con nube e con igne;

e quali i troverai ne le sue carte,
tali eran quivi, salvo ch’a le penne
Giovanni è meco e da lui si diparte.

Lo spazio dentro a lor quattro contenne
un carro, in su due rote, trïunfale,
ch’al collo d’un grifon tirato venne.

Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale
tra la mezzana e le tre e tre liste,
sì ch’a nulla, fendendo, facea male.

Tanto salivan che non eran viste;
le membra d’oro avea quant’era uccello,
e bianche l’altre, di vermiglio miste.

Non che Roma di carro così bello
rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
ma quel del Sol saria pover con ello;

quel del Sol che, svïando, fu combusto
per l’orazion de la Terra devota,
quando fu Giove arcanamente giusto.

Tre donne in giro da la destra rota
venian danzando; l’una tanto rossa
ch’a pena fora dentro al foco nota;

l’altr’era come se le carni e l’ossa
fossero state di smeraldo fatte;
la terza parea neve testé mossa;

e or parëan da la bianca tratte,
or da la rossa; e dal canto di questa
l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.

Da la sinistra quattro facean festa,
in porpore vestite, dietro al modo
d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.

Appresso tutto il pertrattato nodo
vidi due vecchi in abito dispari,
ma pari in atto e onesto e sodo.

L’un si mostrava alcun de’ famigliari
di quel sommo Ipocràte che natura
a li animali fé ch’ell’ ha più cari;

mostrava l’altro la contraria cura
con una spada lucida e aguta,
tal che di qua dal rio mi fé paura.

Poi vidi quattro in umile paruta;
e di retro da tutti un vecchio solo
venir, dormendo, con la faccia arguta.

E questi sette col primaio stuolo
erano abitüati, ma di gigli
dintorno al capo non facëan brolo,

anzi di rose e d’altri fior vermigli;
giurato avria poco lontano aspetto
che tutti ardesser di sopra da’ cigli.

E quando il carro a me fu a rimpetto,
un tuon s’udì, e quelle genti degne
parvero aver l’andar più interdetto,

fermandosi ivi con le prime insegne.


Il prossimo canto verrà commentato da Stefania Berutti.

A questo link si leggono i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


CLAUDIO KULESKO SI OCCUPA PRINCIPALMENTE DI FILOSOFIA DELLA NATURA, FILOSOFIA CONTEMPORANEA E PESSIMISMO SPECULATIVO. HA TRADOTTO PER NERO EDIZIONI “TRA LE CENERI DI QUESTO PIANETA” E “RASSEGNAZIONE INFINITA”, DI EUGENE THACKER. È TRA GLI AUTORI DI “DEMONOLOGIA RIVOLUZIONARIA” (NERO, 2020).

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